Pagare un bollettino postale? e che ci vuole?

Ed è così che in una fresca mattina di Giugno mi avvio speranzosa verso l’ufficio passaporti. Parcheggio lontano che più lontano non si può, ma che mi importa, vado ad affrontare con animo giulivo una pura formalità, quale quella di rinnovare il documento che mi attesta cittadina italiana e mi consentirà di girare il mondo. Quando arrivo davanti allo sportello, ci sono già, in simpatica attesa, quelle sei o sette persone, ma che fa, la mattina è fresca, aspettare è piacevole, poi sono le 9:20, alle 9:30 lo sportello apre, farò in fretta, giusto?

Alle ore 9:45 la vostra beniamina marcia spedita all’interno dell’ufficio vicino a quello passaporti, che risulta essere l’ufficio immigrazione, e fendendo una folla multietnica chiede con tono solo leggermente alterato al poliziotto in divisa dietro al vetro cosa minchia sta aspettando il suo collega dell’ufficio passaporti, visto che l’ufficio è ancora chiuso e la folla si è raddoppiata. Miracolo, dopo 1 minuto si aprono le porte.
Il responso, quando finalmente tocca a me, è che per rinnovare il passaporto mi servono:

1. domandina precompilata
2. marca da bollo per passaporti da euri 40,29
3. 2 foto tessera su sfondo bianco 4 x 4 cm
4. un versamento fatto sul c/c postale del Ministero del Tesoro da euri 42,50

(pregasi notare l’assurda presenza di spiccioli dopo la virgola, a riprova del fatto, secondo me, che la Polizia di Stato pensa ancora in lire)

Esco più che mai giuliva dall’ufficio passaporti. Sono le 10:15. Che vuoi che sia mettere insieme questi tre documenti in un’ora? L’ufficio passaporti chiude alle 12:00, sarò senz’altro in grado di portare già oggi tutto ciò che occorre, e guadagnerò un giorno sui tempi tecnici occorrenti alla solerte poliziotta (donna, a proposito) per rinnovarmi il passaporto.

E infatti, mentre torno alla macchina passo davanti ad un tabaccaio. E taaaac, la marca da bollo è acquistata. Dopo manco dieci metri passo davanti ad un fotografo che porta scritto in vetrina “si fanno foto tessera”. Prodigio delle macchine digitali, taaaac, dopo 5 minuti ho le mie belle fotine. Belle, insomma: sono io. Diciamo carine, va.

Cosa manca? ah si, solo il versamento alle Poste. E che sarà mai? canterello fra me e me. Sono le 10:25, ho più di un’ora. Mi informo garbatamente dagli indigeni ove posso trovare l’ufficio postale più vicino, che mi viene prontamente indicato. Lo raggiungo.
E qui il sole viene appannato da una leggera nube.
Circa 40 persone si accalcano all’entrata dell’ufficio postale, e non sono di buonumore. Chiedo al codaiolo più esterno a cosa è dovuta tanta ressa, e mi spiega che i terminali sono in tilt, non funziona neppure l’eliminacode, si ricorre al vecchio sistema “signora guardi che c’ero prima io” di italica memoria.

Mi arrenderò per così poco? ma no, perbacco: questo periferico ufficietto postale è in tilt, andiamo altrove.

Ore 10:45, ufficio postale di via Verrastro: chiuso per impallamento terminali, circa venti pensionati fanno la posta alla porta automatica sperando nel miracolo. A ragion veduta, perchè sulla porta un cartello dice “Causa nuovo sistema operativo, le operazioni potrebbero subire qualche rallentamento. Gli uffici riapriranno alle ore 10:00“. I pensionati mi informano che uno sportello che sembra funzionare è quello di via Messina.

Ore 11:00, ufficio postale di via Messina: in effetti lo sportello funziona. E’ l’unico in una città di 60.000 abitanti. In virtù di questo, l’ufficio postale è farcito di carne umana, che è in parte (una larga parte) debordata all’esterno. Prendo il numeretto e ho un leggero appannamento della vista: servono il n. 150, io ho il n. 509. Il mio ottimismo comincia a venire meno. Decido di tornare dove ero prima, prima di arrendermi del tutto: magari hanno aperto, e si tratta di mettersi in coda a venti pensionati, che mi pare prospettiva migliore che affrontare la Gehenna di via Messina.

Ore 11:15, ufficio postale di via Verrastro: niente, chiuso, sprangato. L’unica differenza rispetto alla mia visita precedente è che una mano pietosa ha cancellato “ore 10:00” al termine della frase “Gli uffici riapriranno alle”. Il messaggio mi pare chiaro: che ne sappiamo, quando riaprirà? io me ne vado nel mio, di ufficio, e nelle due ore e tre quarti successive le tento tutte: pagare attraverso gli sportelli Lottomatica, pagare attraverso il sito delle Poste, pagare attraverso il mio conto corrente on line. Tutti tentativi inutili.
Apprendo che l’Armageddon delle Poste Italiane è dovuto al lancio di un nuovo sistema operativo, che pare bloccare misteriosamente tutti i terminali, e a singhiozzo, per di più. Un problema nazionale, apocalittico, non c’è ufficio del Paese che non stia affrontando gli stessi marosi. Perchè giustamente i nuovi sistemi operativi si testano in concomitanza con il pagamento delle pensioni e dei versamenti per le dichiarazioni dei redditi, e non, per esempio, ad agosto. Si testano nel periodo più caldo dell’anno, quando maggiore è l’affluenza di persone anziane, forse sperando di farne fuori qualcuna. Pensare a questo e invocare Baffone è tutt’uno.

Quando esco dall’ufficio, alle 14:00, decido di provare di nuovo a via Messina, hai visto mai che la gente sia andata a mangiare.

ore 14:15, ufficio postale di via Messina: la marea umana si è leggermente diradata. Servono il numero 250, io chissà dove ho buttato il biglietto vecchio, ne prendo uno nuovo: n. 625, una roba così. Sono disidratata e coi nervi preoccupantemente limati. Aspetto, giusto per non dargliela vinta, un quarto d’ora, poi colgo una voce dalla folla (la direttrice dell’ufficio) che invita a recarsi negli altri due uffici che paiono funzionare, ovvero quello di via Pretoria e quello di via Grippo. Scarto via Pretoria pensando che manco a quest’ora da siesta troverei parcheggio, e mi avvio a via Grippo.

ore 15:00, ufficio postale di via Grippo: qui l’Armaggedon ha assunto sembianze caravaggesche. I terminali sono bloccati, e quindi ci sono ben 7 sportelli, ognuno col suo bravo impiegato/a diligentemente posizionato dietro al vetro sulla sua sediolina: chi si lima le unghie, chi telefona a casa, chi fa le parole crociate, chi chiacchiera col vicino.  Davanti, nessuno. Perchè stravaccati sulle sedie, sulle panche, in piedi, fuori, appoggiati ai muri, seduti a terra, gli utenti, in gruppi teatrali, aspettano. Un silenzio irreale regna nella stanza. Con sincero terrore chiedo ad una delle impiegate un bollettino postale vuoto, temo mi pianti una matita nella mano come Nikita con il poliziotto. Aspettare il proprio turno è pesante, ma aspettarlo quando la fila non va avanti, e non si sa se ci andrà mai, è folle. Abbandono il quadro di Caravaggio (“Ufficio postale in un giorno di tilt del sistema“, olio su tela) e i gruppi marmorei, e torno a casa a mangiare, sconfitta e triste.
Mi riposo, anche, un pochino.
Prendo un caffè.
Alle 17:00 circa, decido che un Ariete non si arrende mai.
Ispirata dai miei numi tutelari (Paul Newman, Aragorn, Red Canzian) e con la testa circonfusa di luce, torno all’ufficio postale di via Messina.

ore 17:15, ufficio postale di via Messina: ormai la signora che abita al piano di sopra dell’ufficio postale mi saluta quando mi vede passare, e sospetto stia per offrirmi un caffè. Servono il numero 515. Prendo il numero dalla macchinetta: 650. Mi dispongo con ferrea pazienza ad attendere il mio turno, dovessi stare là fino alle otto di sera. Apro la borsa per riporre chiavi della macchina e cellulare, e dalla tasca interna spunta un pezzetto di carta. Lo tiro fuori trepidante: è il biglietto col 509, quello della mattina, che non avevo buttato, ma  protetta da Paul Newman avevo cacciato nel primo posto utile.
Quindi – l’emozione mi appanna la vista e mi fa tremare le gambe – toccherebbe a me.
Anzi, toccava a me circa 7 utenti fa.
Non posso perdere l’occasione.
Individuo lo sportellista maschio giusto: giovane, in maniche di camicia. Speriamo sia etero. Sbottono il secondo bottone della camicia e quando si libera, prima che chiami la vecchietta successiva, mi avvicino allo sportello. Occhio da Bambi, leggermente sgranato. Miagolo con voce flebile il permesso di pagare il mio bollettino, “mi scusi, mi sono allonatanata un attimo, non credevo faceste così in fretta…“. Di fronte ad una frase del genere lo sportellista che sta lavorando da circa 9 ore senza pause immerso nel marasma umano potrebbe anche uccidermi a colpi di forbice senza manco alzarsi dalla sedia, invece per fortuna scoppia a ridere. Si è nel frattempo avvicinata la vecchietta in possesso del biglietto 517. Ha in mano un bastone e lo sguardo di chi non si è fatto spaventare dai nazisti, figuriamoci se si perde d’animo davanti ad una coda alle poste. Il mio miagolio diventa pigolìo, mi profondo in scuse, rassicurazioni e ringraziamenti che sembro Bondi davanti a Berlusconi, e la vecchietta cede, dopo aver constatato che le farò perdere pochissimo tempo.

Esco dall’ufficio postale alle ore 17:30, con in mano la mia ricevuta del versamento. Ci ho messo circa 7 ore, e avrò speso venti euro di benzina, fra tutti gli andirivieni, oltre ad un consistente pezzo di fegato.
Ma ce l’ho fatta e per quello che mi riguarda adesso le Poste Italiane possono pure esplodere, con tutti i vecchietti dentro.
No, vabbè, coi vecchietti no.

Solo le Poste.

Notizie dal Pantano

Comincia a far caldo, e la pista ciclabile e per runners si affolla ogni domenica di più. Il Gran Fico in bici da corsa circa un anno fa si è tagliato i capelli che portava legati in una vezzosa fichissima coda, e ora si capisce meglio perchè: i capelli, inesorabilmente, si stanno diradando. Ora li porta a spazzola, ma che siano pochi si capisce. Ha anche messo su uno o due chiletti, ma resta pur sempre un Gran Fico con un fisico spettacolare. Un metro e novanta, muscoloso, slanciato, gambe chilometriche, vita stretta, spalle molto larghe. Le frequentatrici della pista ciclabile fanno il tifo per l’alta temperatura, arrivata la quale in genere il Gran Fico compare in sella alla sua bici con aderenti calzoncini da ciclista neri e il torso nudo.

Ci sono anche tutti gli habituè, il Barba Immensa, il Barba Media e il Barba Corta, tre signori di età indefinibile ma non giovani, ognuno con la sua bici ben attrezzata. Non sono competitivi come il Gran Fico, che tira come Contador, ma si fanno lunghe passeggiate e mi piacciono, mi danno l’idea della rilassatezza e del “voi fate un po’ come cazzo vi pare, io vado in bici”.

La pista gira intorno ad un lago artificiale, che è area protetta del WWF. E quindi inaccessibile. Avrei da dire, anzi ho già detto, sul contrasto fra area protetta – e quindi, salvata perchè si possano riprodurre folaghe e rane e germani reali e trote – e l’idea che sia inaccessibile. Ma tant’è. Però, scusate, voi che gestite la cosiddetta area protetta, un giro lungo i bordi ce lo fate, ogni tanto? Al di là della rete c’è di tutto. Bottiglie, carte di patatine, preservativi usati, lattine, cartacce di ogni genere. Ok, la gente è incivile, siamo d’accordo, che siano maledetti. Però a ‘sto punto cosa è inaccessibile a fare, l’area verde, se poi è comunque sporca (almeno lungo i bordi)? E voi, o volontari del WWF, che ci state a fare se non (anche) a raccogliere di tanto in tanto qualche cartaccia, almeno le più visibili?

E infine, io. La primavera è stata un disastro, forse ho sbagliato qualcosa nella preparazione invernale, forse avrei bisogno di integratori (ma non oso prescrivermeli da sola), di una dieta diversa, sta di fatto che non reggo più i ritmi dell’inverno. Sto anche pensando sia una questione di abbigliamento: il reggicose con le putrelle non è adatto, non lascia traspirare la pelle, si bagna e pesa. Devo comprare un body da corsa di altro materiale. Un po’ ci ho sofferto, poi mi sono rassegnata, non voglio diventi un’ossessione. Oggi, per esempio, ho corso 5 miserrrimi chilometri prima di arrendermi al sudore e al cedimento muscolare. Manco 25 minuti. Vabbè, ci penserò domani, come Rossella ‘O Hara.

Senza cultura non si va da nessuna parte

Invito pomposo. Molti sponsor, molte istituzioni coinvolte. Coordinamento di una di quelle associazioni di “mogli di” di cui non farò mai parte, perchè, appunto, non sono moglie di nessuno. In genere organizzano cose gradevoli, mi invitano e ci vado, quasi sempre con gusto.

Stavolta si tratta della inaugurazione di una mostra di 18 artisti per lo più sconosciuti (a

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me, naturalmente, quindi magari sono quotatissimi) che hanno dipinto opere a tema. Il tema era “il genio di Caravaggio”. Orpo. Io adoro Caravaggio, come adoro, che so, Beethoven: quelli col genio potente, limpido, e soprattutto comprensibile a chiunque abbia anche solo una minima voglia di capire e godere. E quindi ero molto bendisposta.
Anticipo il finale: le opere non sono male, un paio avrei voluto perfino sapere se erano in vendita, e quanto costavano. Ma il convegno preliminare merita qualche nota.

Le prime 6 file dei posti della saletta sono coperte dal solito foglio “Riservato Autorità”: autorità che poi non vengono, e quindi lentamente ma inesorabilmente le prime file vengono poi occupate da quelli che arrivano tardi, ovviamente, e che non trovano posto altrove. Ogni volta mi riprometto di non farmi fregare, ogni volta mi fregano. Se è per questo, le autorità non ci sono manco sul palco: metà del tavolo del convegno è vuoto. Restano il giornalista, la presidentessa dell’associazione di mogli di, la curatrice della mostra, il main sponsor. E qui comincio a capire che “lo sponsor” è la parola chiave della serata. E infatti, al main sponsor viene data la parola: dice 4 cose di media levatura, se la cava dignitosamente, e via. Prima di lui ha parlato il sostituto del sostituto della istituzione che non c’è: lui dice cose di levatura medio bassa, fra cui un clamoroso “senza cultura non si va da nessuna parte” che conquista subito il top delle banalità inanellate fino a quel momento.

Da qualche minuto, però, si aggira nella sala una ragazzona vestita di verde mela. Ad un certo punto sembra arrivato il suo turno: ed è sempre la parola “sponsor” ad animarla. Sale sul podio, si schiarisce la voce, e parte. Ci sono 14 sponsor, compreso il main, e per ciascuno viene letto un pistolotto di alcuni minuti che magnifica le doti dell’hotel di mare, dell’oleificio, dell’estetista, della gioielleria, etc. etc. Con dovizia di immagini proiettate. Durata totale: 26 minuti. A drammatizzare il tutto, la ragazzona non sa leggere, e ha un pesantissimo accento locale. Pause e accenti si susseguono a casaccio, facendomi venire le formiche sotto i piedi ed una intensa voglia di andare lì e darle una badilata nei denti. Finalmente, come la madonna vuole, pure gli sponsor finiscono. Sembra arrivato il momento della presentazione della mostra.

Ma.

La curatrice ritiene che le opere pittoriche debbano essere introdotte da una lirica. La lirica – ovviamente a tema Caravaggio, ci mancherebbe – è stata composta per l’occasione da una delle mogli di, che tremante per l’emozione sale sul podio, spiega un foglio, inforca gli occhiali e parte. Imposta la

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voce sul registro “Mariangela Melato” ma con scarsissimi esiti. La lirica, che mi spiace di non avere sottomano, è una roba più o meno così:

Pennellate
di luce
squarciano
la tela
(….pausa….)
il genio
violento
stupefacente

e così via, con innegabile effetto Oreglio, ma senza alcuna traccia di ironia. In pratica, gli aggettivi e i sostantivi che verrebbero in mente a chiunque, pensando a Caravaggio, messi un po’ a casaccio e letti con l’asma.

Vi voglio bene, la prossima volta gli sponsor elencateli e basta. E niente poesia, vi prego. Però la mostra andate a vederla, che è bella.

Blues

Blues intenso, stasera.
Volevo uscire per non pensarci, ma alla fine manco quello avevo voglia di fare.
Anche perchè, a chi lo racconto? Nessuno capirebbe, nessuno può farci niente.
E’ colpa mia. Mia che non so raccontarmi e vendermi, che non so piegare le regole, seguire la mia strada. Io seguo sempre quella che mi viene indicata. Però così la stima di me si abbassa, e il circolo diventa vizioso. Con accenti di paranoia: e nessuno mi stima, e nessuno mi vuole bene, e nessuno mi difende, e bla bla bla.

Intanto il tempo passa, e io sono sempre qui, la solerte ragazzina di bottega, senza un posto, senza un ruolo, buona a scrivere in 10 minuti un testo complesso e ragionato (che poi qualcun altro limerà qua e là e leggerà al posto mio). Buona a tappare buchi, a fare quello che le viene chiesto di fare.

E’ colpa mia, lo so, non me lo dite: io che non ho una visione chiara, un obiettivo, e se ce l’avessi non sarei capace di sgomitare per procurarmelo. Che sono ingenua fino alla stupidità, purtroppo senza essere stupida davvero, e quindi magari con un po’ di ritardo ma ci arrivo. E mi accorgo di avere i piedi nel fango, mentre tutti sono già avanti, fuori, via, sopra, lontani.

Blues.

Ad aumentarlo,  la constatazione che non so più come si mettono i video: mi compare una crocetta rossa che non significa niente di buono, o niente del tutto. Giancaaaaaaaaaaarlooo..!?!  perchè?!?
Ok, se avessi potuto mettere un video, stasera, sarebbe stato QUESTO. Accontentatevi del link.

Perfetto per me. Stasera.

Intuizione n. 2

Io e il giardinaggio.

Giorni fa ascoltavo Serena Dandini da Fazio che presentava il suo libro. La passione per il giardinaggio come scusa – anche elegante, devo dire – per raccontare pezzi di vita, persone, viaggi, etc. Qualcuno – molti, direi –  l’ha fatto con il cibo, lei l’ha fatto con piante e fiori. Poi il titolo è di De Andrè, quindi figuriamoci. Ho già il portafogli in mano.

Mentre lei parlava, io riflettevo sul mio complesso rapporto con piante e fiori, e il giardinaggio in genere. Premetto subito che sono molte più le piante che ho fatto morire di inedia e desolazione che non quelle che ho salvato. Mia madre ha un terrazzo bellissimo che se ne cade di gerani, lauri cerasi, oleandri, ortensie, perfino more e nespoli e un piccolo melo da vaso. Ha una yucca, un ex tronchetto della felicità che le è stato regalato trent’anni fa ed era alto venti centimetri,  adesso è alto due metri, pesa un quintale e non passa più dalle porte. Il rigoglio regna sovrano: d’estate, quel terrazzo sembra la giungla di Salgari. E non basta: piante ci sono anche in casa, anche sugli altri balconi, anche sul pianerottolo del palazzo dove lei abita. Pare che non le muoiano mai: ma lei annaffia, cura, pota, concima (secondo me droga, ma è una mia malignità), sposta, trapianta e loro, le piante, lo sanno. E ringraziano.

Io gestisco i miei 4 vasi con etica darwiniana. Li butto in un angolo, dove mi pare possano stare bene, e chi è più forte sopravviverà. Gli altri, adieu. E’ un mondo difficile. Mi scordo di bagnarle per settimane (per fortuna ci pensa la mia badante, almeno una volta alla settimana, e la pioggia, d’estate, quando stanno fuori). Le poto a cazzo, quando cominciano a darmi fastidio i rami più lunghi, senza rispetto di tempi e stagioni. Ho un concime a pallini azzurri – che mi ha passato mia madre, of course – e ogni tanto ne butto qualcuno nei vasi, ma senza nessun criterio quantitativo. Ho messo una pianta da interni al sole di agosto, credendo di fare bene, e stava morendo bruciata. Ho lasciato i gerani, e due piante grasse, fuori di notte ad inizio inverno quando la temperatura è scesa più o meno a -10°. La mattina dopo, divorata dai sensi di colpa, le ho tirate dentro, le ho innaffiate con acqua tiepida, le ho messe nei pressi del calorifero.

Ciò nonostante, io non le odio, le piante, altrimenti non ne avrei. E loro, come dice anche la Dandini parlando – credo – di Nanni Moretti, “apprezzano lo sforzo”, cioè sanno che i miei errori sono in buona fede, che la mia incuria è solo frutto di distrazione, che faccio quello che posso: e mi ricambiano con regolari fioriture, e cercando di sopravvivere come meglio possono.

C’è una sola pianta, fra quelle che tengo in casa, che vorrei morisse, per motivi complessi che adesso sarebbe qui lungo spiegare. Però vorrei morisse per colpa, e non per dolo, insomma non voglio buttare la candeggina nel vaso, vorrei morisse di morte naturale, perchè il mio SuperIo perfettino e cacacazzo non mi tormenti poi di notte.  E’ quella che ho messo al sole di Agosto (ecco, quella volta direi che non è stato proprio in buona fede, l’errore, e ci ho messo anche un paio di giorni di troppo a tirarla di nuovo dentro, però alla fine l’ho tirata dentro, come quando si tende la mano a un nemico che hai buttato nel fiume appena lo vedi annaspare).

Oh, sta benissimo. E’ quella che sta meglio di tutte.
E’ cresciuta, ha le foglie nuove, lucide, perfette.
Un amore.
Bastarda.

Mistero fitto

Sarebbe interessante cercare di capire quali misteriosi meccanismi accendono o spengono la voglia di scrivere. Io non lo so. Posso solo dire che ci sono giorni (talvolta molti giorni) nei quali mi pare di non avere nulla, ma proprio nulla da dire. E che in molti altri giorni qualcosina da dire al mondo ce l'avrei anche, però sono pigra e non ne ho voglia. E quindi trovo molto azzeccata la frase di quello che diceva che “scrivere è al 5% ispirazione, al 95% traspirazione“, nel senso che bisogna sudarci, sulle intuizioni, perchè diventino qualcosa di interessante da leggere. Io ogni tanto non ho voglia di spenderci sudore, è già tanto se mi annoto le intuizioni per buone volontà future.

E allora. Intuizione n. 1.

Fra i mei contatti FB c'è di tutto: colleghi, amici cari e meno cari, politici, scrittori, artisti, amici di tastiera. Ho ritrovato alcune amiche d'infanzia, delle elementari, per la precisione, che non avevo più visto esattamente da allora.

E' un trovarsi daccapo, non un ri-trovarsi.

Il tempo passato è troppo, è come se ci conoscessimo per la prima volta. Abbiamo solo qualche ricordo in comune: una indimenticabile maestra, i prefabbricati dove abbiamo fatto la prima e la seconda elementare, il libro di Pinocchio con le foto tratte dallo sceneggiato di Comencini. Le canzoni. Ma è tutto troppo sfumato e lontano.

E poi, ho fra i contatti FB alcune persone che avevano la casa al mare dove andavo anche io. Dove sono andata ogni estate fra i 15 e 24 anni. Amici del mare, che vivevano per lo più in un'altra città e che vedevo solo d'estate, però ogni estate, in quegli anni così diversi a quelli dell'infanzia. A 24 anni li ho persi di vista, e li ho ritrovati solo ora, via Facebook.

Un effetto completamente diverso.

Non sono sicura di riuscire a spiegarlo, ma questo è stato proprio un ri-trovarsi.
In un mondo del tutto diverso.

Nella nostra adolescenza la cosa più multimediale che esisteva era la cabina telefonica a gettoni. Ci siamo lasciati così e ci siamo ritrovati in un inimmaginabile futuro. Un effetto straniante: nel frattempo siamo maturati, abbiamo amato e sofferto, ci sono mogli, mariti e figli, ci sono lauree, lavori  e mestieri, ci sono perdite e dolori. Ci sono venti anni di buio che – vale per me, non so per loro – fanno un muro compatto dietro al quale però c'è quel posto di mare, quei vialetti profumati di gelsomino e glicine, quei campi da tennis, quella spiaggia, quei giochi, quei motorini e quelle nottate passate a giocare a Risiko. Odore di crema solare e pesce fritto, piccoli grandi amori, amplificati dall'estate. Risate. Un liguaggio comune, nonostante tutto.

In quei giorni, come avrei potuto sapere qual era l'inclinazione politica di uno di loro? E soprattutto, che mi importava di saperlo? Mi importava che mi invitasse al falò sulla spiaggia, piuttosto. Adesso la so. Ma per quali vie ci è arrivato? Quali maturazioni, esperienze, storie lo hanno influenzato? Come siamo passati dai Giochi Azzurri alla militanza politica, o all'avere due figli? E perchè questo salto mi emoziona e mi colpisce, molto più di quello – ben più lungo – che mi separa dalle compagne di scuola elementare? C'entra l'adolescenza, questa terribile meravigliosa palude che abbiamo attraversato insieme? C'entra l'estate, c'entra il fatto che in fondo non sapevamo granchè gli uni degli altri nemmeno allora, perchè li perdevo di vista il 1° settembre di ogni anno e li ritrovavo il 1° agosto dell'anno dopo? C'entra l'abisso di differenza, soprattutto tecnologica, che c'è fra il mondo che abbiamo lasciato – che ho lasciato – a 25 anni e quello di oggi?

Non lo so. Un mistero fitto. Sarei contenta se qualcuno mi aiutasse a capire.

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Cosa ho capito, oggi

Mai, mai e poi mai nella mia vita farò il politico. Se non mi sono mai presentata alle elezioni del rappresentante di classe, ci sarà un motivo. Mai, mai e poi mai.

Questa roboante dichiarazione d’intenti mi suona nella testa da quando in una sola giornata ho partecipato a ben due incontri con lavoratori in mobilità in deroga. Non sapete cos’è? E’ facile, bambini: sono quelli che lavoravano in un’azienda che ha chiuso, e quindi prendono un sussidio di disoccupazione che per via della crisi è di durata più lunga e concesso ad una platea più ampia del normale.

Ce n’erano centinaia, oggi. Una marea umana minacciosa e incombente, sia nel primo che nel secondo incontro. Troppa gente per lo spazio ristretto a disposizione.

Quello che credo di aver capito oggi è che una parte (un terzo? metà?) di quelli che erano presenti sono veramente alla canna del gas: padri e madri di famiglia, bollette, mutui da pagare, figli etc.  Si leggeva negli occhi di alcuni di loro la vergogna, per essere lì a capire cosa potevano fare per mettere insieme pranzo e cena. E la tristezza mi legava lo stomaco, mi vergognavo anche io, di essere dall’altra parte di un tavolo e non avere risposte realistiche, solo un tentativo, un abbozzo di aiuto, quello che la normativa ci consente. Un aiuto all’assunzione, un aiuto all’autoimpiego.

Ma ce n’erano altri, molti altri (due terzi? metà?) che mi rivoltavano lo stomaco per la rabbia. Una popolazione drogata da decenni di sussidi, da aiuti passivi, da elemosine di basso valore ma sicure, che non chiedevano altro che continuare a percepirle. Oppure, in alternativa, di poter essere assunti in enti pubblici, per poter continuare a godere, ancora e ancora, di una sinecura che non hanno cercato, nè si sono meritati. Gente che aspetta, passiva e inerte, che qualcosa caschi dall’alto, e che si arrabbia se non casca. E si arrabbia talmente tanto da sobillare tutti gli altri, e trasformare un incontro di promozione di un bando in una aggressione fisica all’interlocutore. Per fortuna una donna, cosa che ha evitato la violenza fisica vera (ma ci è mancato un soffio). Oggi credo di aver visto, per la prima volta con chiarezza, le radici del malessere e della arretratezza di cui sempre siamo stati vittime, come regione e come pezzo di Italia. Meglio pochi spiccioli (pochissimi, fra poco forse niente) ma sicuri + un bel lavoro in nero, che provare a farsi assumere da privati, o provare a mettersi in proprio, rischiando sulla propria pelle. Finchè questo ragionamento lo fanno i sessantenni, alle soglie della pensione, una vita di sussidi, potrei ancora comprendere. Ma i trentenni, mio Dio i trentenni!  Giovani convinti – in buona o mala fede, non ne sono più sicura – che l’Ente pubblico può tutto, che è onnipotente, che può “fare le leggi” solo che lo voglia, e può volere qualunque cosa. Un Ente pubblico che può creare posti di lavoro per tutti dal nulla, oppure può far rientrare tutti fra le sue ampie braccia, solo che lo voglia. E non si capisce perchè non debba volere, e quindi è il caso di arrabbiarsi, e tanto, anche. A che serve il welfare to work? gli stessi soldi, potevate dividerli per il numero dei lavoratori in mobilità, e continuare a dare a tutti X euro al mese, per un altro anno.

Sulla via del ritorno, lo stomaco sottosopra per la rabbia, la sofferenza e anche un filo di paura, ripenso a me. Io non ce l’ho un sussidio di disoccupazione. Quando il mio contratto finisce,  e avviene in media ogni paio di anni, se non mi do da fare in prima persona, non ci sono ammortizzatori sociali, per me. Non ho tredicesima, nè premi di produzione, nè indennità di rischio, nè permesso per la maternità, nè buoni pasto. Ok, sono pagata bene. E’ solo per questo, che non mi lamento? Che non aggredisco l’assessore di turno? che non tiro in ballo genitori anziani, fitti da pagare, spesa da fare?

O è perchè sono geneticamente diversa?
Ho capito un sacco di cose, oggi, in ritardo, come sempre.
Ho capito un sacco di cose.
Tutte brutte.

E ho vomitato la cena.

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La primavera stronca le gambe? Domenica, dopo 7 mesi di continui progressi e di rispetto delle mie tabelle di marcia, mi sono fermata dopo 6 km, poco più del 50% di quello che volevo fare. Mi consolo pensando ad un certo numero di concause (il periodo del mese – per le donne è fondamentale – la primavera, un allenamento settimanale sbagliato per motivi di lavoro, una certa forma di appagamento mentale) ma la verità è che sono schiattosa. Registro anche la prevalenza del corpo sulla mente, in questo caso: poco oltre il 6° km mi sono fermata, e sono certa di non averlo deciso io. Il mio corpo ha deciso per me. Obbedisco. E’ opportuno ascoltarlo, quando parla a voce così alta.

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Mamma: Hai preso il 17 Marzo di festa? brava! e hai anche spiegato perchè?
Sorella: No [mia sorella vive all’estero, N.d.R.]
M: Hai fatto male! perchè non l’hai detto? avresti fatto un figurone!
S: Mamma, se in Finlandia è la Festa della Renna, il mio collega finlandese potrebbe prendersi un giorno di ferie, senza per forza spiegarlo a tutto il mondo. Ecco, fai conto che qui la feste dell’Unità d’Italia ha la stessa valenza della Festa della Renna
M: Ah. 

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Sono convocata in Tribunale per rendere testimonianza in una causa civile intentata da una consulente contro la società nella quale lavoravo prima. L’avvocato della consulente, delegato da un suo collega titolare, è un mio compagno di scuola del liceo. Quando svolto nel corridoio del tribunale dove c’è la stanza del magistrato davanti al quale devo rendere testimonianza, lo vedo seduto su una panca, curvo sulle carte che legge velocemente, cercando di imprimersi nella testa i dettagli della causa, di cui sa poco. La scena mi accende un flash nella testa nel quale la  stessa persona, 28 anni prima, è seduta nel corridoio della scuola cercando di imprimersi nella testa i dettagli della lezione prima dell’interrogazione. Mi prende un moto di tenerezza e nostalgia così forte che mi si riempiono gli occhi di lacrime. Il flash continua quando davanti al magistrato il serio avvocato dichiara di essere un sostituto del titolare, e ammette di non conoscere la causa nei dettagli. Il tono della voce è identico a quando si dichiarava impreparato davanti al nostro terribile professore di storia e filosofia. Lo guardo con la coda dell’occhio e ci viene da ridere, orribilmente, considerata la situazione e le persone che abbiamo intorno. Ci teniamo la ridarella fino alla fine, e soprattutto ci teniamo, prezioso, il ricordo dei nostri 17 anni. Non passati invano.

Quelle domeniche particolari

Io me lo ricordo, lo stadio. Quando, finite le scalette, si usciva all'aperto, soprattutto la prima volta è stato uno shock. Positivo. Aria, luce, quell'immenso prato verde sotto, la marea umana. Che però non faceva nessuna paura. Gli striscioni, alcuni passati alla storia, altri no, ma sempre allegri e irridenti. Nessuna cupezza.

Si respirava una sorta di fratellanza universale, in curva A, coi vicini di sediolino, che si espandeva come un'onda mentre si aspettava che si facesse l'ora dell'inizio partita. Si mangiava: non esistevano ancora anticipi e posticipi, notturne e infrasettimanali, le partite di giocavano nel primo pomeriggio, tutte insieme. Salsicce e friarielli preparati da mani di suocera (nel mio caso), compressi in quarti di palatone di Casoria di cui intridevano la mollica. Meravigliosi. Andavo allo stadio con un fidanzato e il suo clan familiare, quasi tutti giovani uomini robusti, che sceglievano i posti tutto intorno al mio, e io mi sentivo protetta, e invincibile.

Si facevano commenti guardando gli omini giocare, laggiù: eravamo lontanucci dall'area di gioco e l'illusione del Subbuteo era piuttosto realistica. Gli esperti del clan erano in grado di rilevare lo stato di salute di Sua Altezza Imperiale da come toccava la palla in allenamento, o dalle primissime battute di gioco,  e le confrontavano, in strettissimo dialetto partenopeo. Il Mito, come si conviene ai miti, non era chiamato per nome, ma con una serie di vezzeggiativi che denotavano amore e tenerezza, come per i figli: 'o nennillo, nennillo nuosto, al massimo Die'. Come un figlio, appunto: mica lo chiami per cognome, tuo figlio?

Le azioni di gioco verso la porta propria erano seguite con minacce, improperi irripetibili che tiravano in ballo ascendenze materne, mestieri delle sorelle, defunti di famiglia e parentame vario, nonchè avvertimenti della più varia natura, come se la difesa della propria squadra potesse sentirli: Statev' accort'!! oppure Fermàt' a cchist', oì!!

Le azioni di gioco verso la porta avversaria erano seguite con un'onda crescente di acclamazioni e respiro trattenuto. Il momento del gol, soprattutto se segnato da 'o nennillo, soprattutto se contro squadre del Nord Italia, era un momento di gioia pura, nel quale tutto veniva travolto (letteralmente: non di rado l'entusiasmo tifoso travolgeva quelli dei sedili davanti – a questo serviva la mia guardia di pretoriani, cui mia suocera raccomandava sottovoce “nun facit' fa' male 'a guagliona”).  Nell'onda della pura gioia, si abbracciavano e baciavano perfetti sconosciuti, si saltava al collo del fidanzato, si cantava a gola spiegata, si agitavano cappelli, sciarpe e bandiere, si buttavano in aria le carte del panino fino a qual momento rigorosamente tenuti in mano per non sporcare.

Si andava via nello stesso clima di totale coralità, scambiandosi pareri, dandosi appuntamenti, scendendo scale. Non ricordo mai ressa, mai ansia, mai panico, solo la gola che bruciava e talvolta il freddo o l'umidità, di cui solo in quel momento si percepiva la presenza, sicuro viatico per il raffreddore del giorno dopo.

Era la stagione 1988-89.
Era lo stadio San Paolo, a Napoli.
Era Diego Armando Maradona.

 

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Top vergognation

Chissà perchè la “sovranità popolare” e la “volontà della maggioranza degli italiani” vanno benissimo e sono invocate senza pudore – anche quando sono concetti palesemente falsi – quando servono a mantenere sul piedistallo Sua MoquetteInTesta e la sua banda di truffatori leccapiedi; non vanno più bene, e magicamente non vengono più neppure sussurrate, quando si tratta di ricordarsi i risultati di un referendum che ha detto no al nucleare in questo Paese.

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Consiglieri regionali lombardi leghisti escono dall'aula e vanno a prendere il caffè quando viene suonato l'inno nazionale. Ci terrei a ricordare che fra costoro, tutti pagati con soldi pubblici, c'è  quello diplomato per anzianità e calci in culo di benemerenza al terzo tentativo in una scuola di recupero tipo Istituto Jervolino, quella testa fina del Trota, che non solo non sa cosa è l'inno nazionale, ma forse non sa nemeno cosa è il caffè.

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La nostra sicurezza dal rischio nucleare, ove mai dovesse proseguire il folle piano governativo, è in mano a Stefania Prestigiacomo, una che sembra non essere sicura nemmeno se portare la riga a destra o a sinistra.

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La tv mi mostra un anziano giapponese che vaga sulle macerie dove fino a due giorni fa c'era casa sua, chiamando disperatamente il figlio, prima di accasciarsi contro un muro, piangendo disperato e vergognandosene: Dio, questo è DOLORE. Questa è DIGNITA'. Ti abbraccio, sconosciuto vecchietto giapponese. Perdonami se non so che altro fare.

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