Quelle domeniche particolari

Io me lo ricordo, lo stadio. Quando, finite le scalette, si usciva all'aperto, soprattutto la prima volta è stato uno shock. Positivo. Aria, luce, quell'immenso prato verde sotto, la marea umana. Che però non faceva nessuna paura. Gli striscioni, alcuni passati alla storia, altri no, ma sempre allegri e irridenti. Nessuna cupezza.

Si respirava una sorta di fratellanza universale, in curva A, coi vicini di sediolino, che si espandeva come un'onda mentre si aspettava che si facesse l'ora dell'inizio partita. Si mangiava: non esistevano ancora anticipi e posticipi, notturne e infrasettimanali, le partite di giocavano nel primo pomeriggio, tutte insieme. Salsicce e friarielli preparati da mani di suocera (nel mio caso), compressi in quarti di palatone di Casoria di cui intridevano la mollica. Meravigliosi. Andavo allo stadio con un fidanzato e il suo clan familiare, quasi tutti giovani uomini robusti, che sceglievano i posti tutto intorno al mio, e io mi sentivo protetta, e invincibile.

Si facevano commenti guardando gli omini giocare, laggiù: eravamo lontanucci dall'area di gioco e l'illusione del Subbuteo era piuttosto realistica. Gli esperti del clan erano in grado di rilevare lo stato di salute di Sua Altezza Imperiale da come toccava la palla in allenamento, o dalle primissime battute di gioco,  e le confrontavano, in strettissimo dialetto partenopeo. Il Mito, come si conviene ai miti, non era chiamato per nome, ma con una serie di vezzeggiativi che denotavano amore e tenerezza, come per i figli: 'o nennillo, nennillo nuosto, al massimo Die'. Come un figlio, appunto: mica lo chiami per cognome, tuo figlio?

Le azioni di gioco verso la porta propria erano seguite con minacce, improperi irripetibili che tiravano in ballo ascendenze materne, mestieri delle sorelle, defunti di famiglia e parentame vario, nonchè avvertimenti della più varia natura, come se la difesa della propria squadra potesse sentirli: Statev' accort'!! oppure Fermàt' a cchist', oì!!

Le azioni di gioco verso la porta avversaria erano seguite con un'onda crescente di acclamazioni e respiro trattenuto. Il momento del gol, soprattutto se segnato da 'o nennillo, soprattutto se contro squadre del Nord Italia, era un momento di gioia pura, nel quale tutto veniva travolto (letteralmente: non di rado l'entusiasmo tifoso travolgeva quelli dei sedili davanti – a questo serviva la mia guardia di pretoriani, cui mia suocera raccomandava sottovoce “nun facit' fa' male 'a guagliona”).  Nell'onda della pura gioia, si abbracciavano e baciavano perfetti sconosciuti, si saltava al collo del fidanzato, si cantava a gola spiegata, si agitavano cappelli, sciarpe e bandiere, si buttavano in aria le carte del panino fino a qual momento rigorosamente tenuti in mano per non sporcare.

Si andava via nello stesso clima di totale coralità, scambiandosi pareri, dandosi appuntamenti, scendendo scale. Non ricordo mai ressa, mai ansia, mai panico, solo la gola che bruciava e talvolta il freddo o l'umidità, di cui solo in quel momento si percepiva la presenza, sicuro viatico per il raffreddore del giorno dopo.

Era la stagione 1988-89.
Era lo stadio San Paolo, a Napoli.
Era Diego Armando Maradona.

 

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