Cerco sempre casa

Eppure ero convinta che il solo DECIDERE di andare a vivere da sola facesse fioccare sul mio cellulare nella mia casella di posta elettronica e di legno tutta una serie di offerte di case bellissime a prezzi stracciati. E invece no, cazzo, tocca smazzare per trovare un buco decente. E’ giustizia, questa?

Diario americano / 5

Aquarium Drome, Chicago. Un posto sterminato a misura di bambino come solo le attrazioni pubbliche americane sanno essere. Facciamo una chilometrica paziente ordinatissima fila multirazziale e alla fine entriamo. Seguiamo ordinatamente il percorso e vediamo gli squali (molto più piccoli di come me li immaginavo), i pinguini (bisogna strofinare sul vetro appannato dal freddo per vedere al di là l’ambiente polare perfettamente ricreato), le marmotte (enormi topoloni un pò schifosi visti da vicino), i delfini e i beluga (tristissimi). Alla fine giungiamo in una sala la cui attrazione a caratteri cubitali pare essere “il pesce più vecchio del mondo”. Regalato all’acquario quando ha aperto, nel 1933, è ancora lì, sovrano della popolazione acquatica che lo circonda.
Mi avvicino al vetro.
In mezzo alla fanghiglia sporca una carpa grigiastra e obesa giace immobile sul fondo.
– Ma è immobile, dice l’italiana con la malignità che le deriva dal sangue magnogreco che le scorre nelle vene. Il suo cervello elabora rapidamente tre o quattro soluzioni possibili, fra le quali la migliore sembra essere quella che “il pesce più vecchio del mondo” donato all’Acquario nel 1933, sia morto nel 1934 e si sia mummificato sul fondo. Ma i bambini americani, e gli americani bambini,  non vogliono sentire ragioni. Il pesce più vecchio del mondo esiste, va ammirato con genuino stupore e si coglie con gridolini di stupore ogni minima vibrazione dell’acqua – provocata dagli altri pesci, quelli più giovani – per attestare la permanenza in vita di un baccalà americano.

Diario americano / 4

C’entra fino ad un certo punto, però ieri sera ho affittato un film da Blockbuster. In VHS perchè il lettore DVD novo nuovo regalatomi per il mio compleanno dopo i primi 23 secondi di utilizzo ha deciso che era stanco della vita e si è bloccato in modo irreversibile, cassettino compreso, imprigionando per sempre una copia pezzottata de Il Signore degli Anelli Part III – Il ritorno del Re. Nn mi rompete le scatole, so che non si tarocca e so che VHS è preistoria, ma lo volete o no il post di oggi?

Dunque.  Il film noleggiato è The Day After Tomorrow, so benissimo che è un film dell’anno scorso o forse più, ma non l’avevo visto e sapevo con ogni atomo di me che mi sarebbe piaciuto moltissimo.
Come infatti.
Due colpi di genio:
1. l’occhio del ciclone nel quale la temperatura scende di 10 gradi al secondo con il gelo scricchiolante che scende su qualunque cosa, dalle facce di improvvidi piloti di elicottero a bandiere starsenstraips;
2. l’ondata di immigrazione degli americani verso il Messico, con conseguenti buchi nelle reti di confine,  campi profughi americani, immigrati americani illegali. Fantastico.

Diario americano / 3

Ogni giorno vado a prendere mia sorella in ufficio, ho imparato la strada e ormai la macchina con le marce automatiche non ha più segreti per me. Lei ha in macchina CD pirata che le ho regalato io, per lo più misto Italia dagli anni ’70 in poi. E’ bello vedere le facce un po’ stupite degli autisti di TIR americani (che come sa chiunque ami Spielberg, sono più grossi e minacciosi e affascinanti di qualunque Scania italiano) mentre dai miei finestrini spalancati viene sparata a tutto volume sulla Route 55

“Voglio andar viaaaa
i piedi chiedono dove ma viaaaa
tanto non ti perderò
perchè tu non sei stata mai miaaaaa….”

Diario americano / 2

Ristorante giapponese posto nell’area urbana a Nord di Chicago. I tavoli hanno una parte in legno e una parte in acciaio, riscaldabile fino a diventare rovente, sulla quale il solerte giapponesino fa un pò di circo e cucina pesce con le verdure, riso fritto e carne con la salsa teriyaki. Alla fine fa un inchino e se ne va fra gli applausi mentre giovanotti con la faccia andina e adolescenti di colore tolgono tutto di mezzo, piatti, bicchieri ciotoline e puliscono la piastra non più rovente.

Conclusione: gli americani (e i loro ospiti italiani) mangiano, i giapponesi cucinano, i messicani sparecchiano.

Diario americano / 1

E va bene, sono arrivata.

L`aereo anche se sbattendosi come una puttana soprattutto negli ultimi venti minuti e` atterrato con un salto del cazzo sulla pista strappandomi un urlo che ha consentito all`intero contenuto umano del Boeing 747, steward compresi, di prendermi per il culo nei 15 minuti successivi. Al momento di uscire dall`aereo e affrontare in camminamento in moquette uno di loro, il piu` stronzo di tutti, mi ha detto “Stia attenta signora, questa e` la parte piu` pericolosa del viaggio“. Spero ti prenda la cagarella sull`Oceano, al ritorno, e per una turbolenza l`armadietto che contiene la carta igienica si incastri definitamente e non si apra piu`.

Comunque. Sono qui. In mezzo a ettari sconfinati di verde rasato come una moquette, in mezzo al quale sorgono all`improvviso case che sembrano castelli di fate fatte con i mattoncini Lego, le case di Edenlandia, che non possono essere vere e invece lo sono, portico, torrette, guglie tutto coperto di mattoni grigio pietra, e finestre con le persiane verdi dalle quali sicuramente si affacceranno Hansel e Gretel e invece si affacciano signore bionde o nere che vanno a buttare la spazzatura passando accanto all`immancabile bandierone stellestrisce piantato in mezzo alla moquette erbosa.

Da tre giorni guido la macchina di mia sorella che ha il cambio automatico, una cosa magnifica se per caso ti mancano il piede sinistro e il braccio destro, che di fatto non ti servono e potrebbero essere usati per scopi migliori, il braccio destro soprattutto, ma guido da sola e tocca accontentarsi. Ho imparato amemoria tre strade, una per il supermercato, una per il parco pubblico e una per andare a prendere lei in ufficio. Non sia mai ne chiudono una per lavori, sono fottuta, girero` in tondo per St. Louis finche` la polizia non mi arresta.

Spoil system

L’assessore di Rifondazione Comunista è stato pesantemente trombato alle ultime regionali. Dopo un lungo tira e molla, come è d’uopo in questi casi, lo sostituisce un assessore della Margherita, più precisamente del Partito Popolare. Con il caro vecchio Tovarish vanno via anche la Dirigente Generale, la sua segreteria, tre o quattro dirigenti “esterni”, dell’80% dei quali non sentiremo la mancanza. Per il momento è in bilico anche Gatto Silvestro, che però è in quota DS e quindi nonostante la sua palese insipienza dirigenziale dovrebbe essere graziato.

A parte la tristezza di vedere corridoi semivuoti, gente con cui abbiamo lavorato bene che fa le valigie mettendo soprammobili e documenti nelle scatole di cartone, come nei film americani, e la tristezza di vedere le stanze di Tovarish spalancate e odore di pittura fresca e operai che ristrutturano/rinfrescano, a me e a Stelvio, assistenza tecnica con un contratto triennale che per puro caso è a cavallo di due legislature, si pone il problema di riaccreditarsi con la nuova dirigenza e il nuovo assessore.

Scartato il vecchio stile, per il quale entravamo nella stanza dell’assessore con il pugno chiuso alzato, lo chiamavamo “compagno assessore” e facevamo partire l’inno nazionale sovietico ogni volta che ci arrivava una sua mail, stiamo pensando di adornarci di una vistosa croce ciascuno, entrare nella stanza ad occhi bassi ed accennare un inchino a magari il bacio dell’anello. Io stavo anche pensando ad un vestitino sobrio, tipo chador, di un colore che si confonda con la tappezzeria, e Stelvio valutava la possibilità di una tonsura francescana, per far notare la quale sarebbe forse d’uopo entrare nella stanza a marcia indietro.

Suggerimenti saranno ben accetti.

Family ties, ancora

Nessuno ci crede e io mi vergogno pure a dirlo, ma io ho un problema, Che esemplifico con la seguente descrizione.

Lascio mia mamma in macchina  a fare l’ostaggio in doppia fila mentre io vado in erboristeria a comprare la tisana svizzera. Sapete benissimo a che serve, quindi non fate quella faccia. L’erboristeria dalla quale mi servo io è una delle più sfigate della terra, dentro non ci ho mai trovato nessun altro cliente e anzi sospetto di essere l’unica. Corollario positivo: mi sbrigo in tre minuti netti.

In quei tre minuti, mia mamma ha avuto il tempo di:
1. aprire i cassettini della MIA macchina
2. scovare la cartellina con gli esami medici
3. leggerla con calma foglio per foglio arrivando alla fine alla carta intestata con le prescrizioni del ginecologo

Quando risalgo in macchina lei ha la faccia della mamma di Bambi un attimo prima che le sparassero, e parte il pistolotto dal titolo “Tu non mi dici mai niente” che ha contenuto variabile ma un ritornello fisso “mamma e figlia dovrebbero raccontarsi tutto” e parte dal ritrovamento oggettivo in questione per approdare, svariati minuti dopo, agli archetipi freudiani del complesso di Edipo e alla rovina universale del mondo. In mezzo, c’è sempre il refrain patetico “Ti ha fatto male? Ma come, sei stata male e non mi hai detto niente, potevo accompagnarti”. Il tutto si conclude con un secondo più attento esame della carta intestata, richiesta di referenze del ginecologo, e visto che il mentecatto in un soprassalto di precisione professionale ha scritto sulla prescrizione: “rifare controllo fra due mesi”, ecco che mammina si fa i conti e stavolta ben decisa a non farsi sfuggire l’occasione di tenermi la manina mentre mi infilano uno speculum, chiude il discorso con al seguente minaccia: “Al controllo ti accompagno io”.

Piccolo dettaglio che forse aiuta a comprendere la serietà del problema: io ho quasi 40 anni.

Per i motivi testè esemplificati, ho dovuto cambiare l’indirizzo al quale ricevere l’estratto conto della mia banca (mia mamma lo leggeva e faceva i conti di quanti soldi avessi speso nel trimestre e come e perchè), ho dato numero e indirizzo dell’ufficio a cui farmi spedire le suddette analisi (mio padre una volta le andò a ritirare per me, poi le fece vedere ad un suo amico medico per un parere prima di farle leggere a me), e i fiori dei miei numerosi amanti (i miei, che ve lo dico a fare, leggevano i bigliettini d’amore allegati).

Lo so. Non sono pazzi. Mi vogliono solo troppo bene. Ma troppo, davvero.

25 Aprile

Tutto il 25 Aprile per me si condensa in due immagini, .

La prima me l’ha raccontata da mio padre, che all’epoca aveva 6 anni: mio nonno, tenente colonnello dell’esercito italiano (e fascista) già malato del tumore che lo porterà alla morte nell’Agosto successivo, che nel cortile della caserma dà ordine di buttare a terra i busti di gesso di Mussolini presenti in svariati punti dell’edificio e personalmente ci passa sopra coi piedi per sbriciolarli.

La seconda l’ho ricostruita con molta fortuna e solo pochi anni fa: mio zio, il più grande dei fratelli di mio padre, comunque un ragazzino di 20 anni, regolare dell’esercito italiano (e fascista) di stanza nel Cuneese che insieme a tutta la sua colonna in un trasferimento cade in un’imboscata partigiana e viene incarcerato, picchiato, torturato e infine ucciso a furia di botte. Era il 1° Maggio 1945, e lui per pigrizia o per paura o per convinzione, non lo saprò mai, aveva aderito alla RSI. 

Sarà per questo che sono diffidente di fronte a chi non si pone mai domande e di fronte a chi non pronuncia mai le parole: “Potrei sbagliarmi”.