Diario americano / 5

Aquarium Drome, Chicago. Un posto sterminato a misura di bambino come solo le attrazioni pubbliche americane sanno essere. Facciamo una chilometrica paziente ordinatissima fila multirazziale e alla fine entriamo. Seguiamo ordinatamente il percorso e vediamo gli squali (molto più piccoli di come me li immaginavo), i pinguini (bisogna strofinare sul vetro appannato dal freddo per vedere al di là l’ambiente polare perfettamente ricreato), le marmotte (enormi topoloni un pò schifosi visti da vicino), i delfini e i beluga (tristissimi). Alla fine giungiamo in una sala la cui attrazione a caratteri cubitali pare essere “il pesce più vecchio del mondo”. Regalato all’acquario quando ha aperto, nel 1933, è ancora lì, sovrano della popolazione acquatica che lo circonda.
Mi avvicino al vetro.
In mezzo alla fanghiglia sporca una carpa grigiastra e obesa giace immobile sul fondo.
– Ma è immobile, dice l’italiana con la malignità che le deriva dal sangue magnogreco che le scorre nelle vene. Il suo cervello elabora rapidamente tre o quattro soluzioni possibili, fra le quali la migliore sembra essere quella che “il pesce più vecchio del mondo” donato all’Acquario nel 1933, sia morto nel 1934 e si sia mummificato sul fondo. Ma i bambini americani, e gli americani bambini,  non vogliono sentire ragioni. Il pesce più vecchio del mondo esiste, va ammirato con genuino stupore e si coglie con gridolini di stupore ogni minima vibrazione dell’acqua – provocata dagli altri pesci, quelli più giovani – per attestare la permanenza in vita di un baccalà americano.

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