Family day

Stamattina c’è una tensione che si taglia a fette, nel nostro radioso luogo di lavoro. Una lotta intestina e generazionale, dal momento che coinvolge il capo, i figli del capo, la futura nuora del capo. Sembra ci sia disaccordo sul modo di condurre in porto determinati incarichi, e questo punto di partenza travolge le barriere emotive e sentimentali per cui alla fine si rinfacciano pure quella volta che mi hai rubato il ciuccio quando avevo tre anni. La porta dietro la quale avviene la battaglia è rigorosamente chiusa, ma brandelli di urla filtrano e si sentono rumori di cancelleria sbattuta e attrezzeria malmenata. E queste sono le stesse persone che fanno battute sarcastiche, con riferimenti a mercati ittici, se qualcuno di noi chiama ad alta voce un collega da una stanza ad un’altra.
Noi, gli esterni, dipendenti o co.co.co. stiamo qui con la testa piegata sul nostro lavoro ma risolini aleggiano beffardi sulle nostre facce di staff. Anche i ricchi piangono, a quanto pare, e soprattutto finchè si scannano fra loro lasciano in pace noi, anche se dire qualunque cosa, oggi, può essere pericoloso.
Ogni tanto qualcuno dei contendenti esce dalla stanza, dopo aver doverosamente sbattuto la porta, e viene di qua, in cerca quasi sempre di documenti che avallino la propria teoria; appena varcata la soglia e ridisceso fra i comuni mortali, il qualcuno di turno cerca di spianare le rughe dell’ira con evidente sforzo muscolare e, dopo un rantolo, tenta di abbassare di due ottave la voce per chiedere ciò di cui ha bisogno. L’effetto è devastante per la nostra ridarella, ma occorre tenersi, e soprattutto occorre fare finta di niente, mentre dietro la porta continua la Casamicciola di cancelleria.
Adesso sembra che una tregua sia stata concordata, ma – come fra Abu Mazel e Sharon – non c’è da fidarsi troppo. Si può almeno sperare che, in altre irose faccende  affaccendato, l’ingegnere almeno dimentichi di spegnere la macchinetta del caffè.

Meritocrazia

Ho parlato con mia sorella, in questi giorni, di milioni di cose ma soprattutto di lavoro. Lei è stata assunta da una mulinazionale che si occupa di elaborazione e diffusione di dati finanziari, vive in una non enorme cittadina del MidWest statunitense, guadagna – al cambio di oggi – circa 1.900 euro mensili pagati bisettimanalmente, un venerdì si e uno no, con precisione anglosassone. E già questo mi fa rodere abbastanza i cosiddetti, che purtroppo non ho se non metaforicamente, come qualcuno ha avuto la bontà di riconoscere.
Ma non si tratta solo di questo. Mia sorella ha un’etica calvinista del lavoro, lavorare non le pesa, lavorare negli States era il suo sogno. Però è bello – per lei – vedere come questo sforzo venga riconosciuto. Dopo tre mesi che aveva cominciato, è stata convocata nell’ufficio del capo per ricevere un elogio formale perchè da “rilevazioni statistiche” era risultata l’impiegata con il miglior rapporto tempo/rendimento. Anche in virtù di questo, ha ricevuto il bonus di produttività (trimestrale) più alto del suo gruppo di lavoro. E’ venuto il Capo dei Capi Grand’Uff. Lup. Mann. in visita nella sua filiale e lei è stata scelta su circa 250 impiegati per mostrare i metodi di lavoro, il che significa che il Grande Capo si è seduto proprio vicino a lei per 30 lunghissimi minuti a vedere come lavorava (io ho malignato che non è stata lei ad essere scelta, in realtà tutti gli altri hanno fatto un passo indietro, ma era una malignità affettuosa 🙂
In una parola? Meritocrazia. Chi si fa il mazzo tutti i giorni, onestamente, viene premiato. Chi cerca di svicolare, no. Se mi voglio deprimere, potrei fare il confronto con la mia vita lavorativa quotidiana, nella quale tutto quello che si fa, comprese le notti, gli straordinari, i salti mortali è sempre dovuto, è sempre il minimo indispensabile, per l’immeritato compenso che mi viene corrisposto, che vorrei ricordare, è circa la metà di quello di mia sorella, ed è versato se e quando ci sono congiunzioni astrali favorevoli.

Certo, quella dove lavoro io è una piccolissima azienda, e quella di mia sorella è una multinazionale, ma se questo può giustificare i tempi dei pagamenti, e l’entità, certo non giustifica l’ATTEGGIAMENTO generale nei confronti dei collaboratori, dipendenti, schiavi, chiamateli come volete. Basterebbe poco. Un complimento alla settimana, e un incentivo economico a fronte di sforzi oggettivi e documentati, fatti peraltro nell’interesse dell’azienda.
Quasi quasi mi trasferisco all’estero anche io…

No panico

Da tre giorni mi pare di avere inghiottito una palla da tennis che mi si è incastrata nell’esofago a sinista, e inghiottire pure la saliva, pure l’aria, è atrocemente doloroso. Il mio medico curante, dal quale ero già stata la settimana scorsa accusando capogiri e sensazioni di svenimento, mi ha prescritto antinfiammatori e antibiotici, che sto diligentemente mandando giù nonostante ODI prendere medicine.
Non mi pare che si sia troppo impressionato, e sì che lui è uno che per una auscultazione che non lo convinceva fino in fondo mi ha mandato a fare un elettrocardiogramma di controllo “così stiamo più tranquilli” (come no, ero andata a farmi prescrivere un’aspirina e mi ritrovo cardiopatica). Per i pseudo svenimenti mi ha suggerito di bere molto, per ripristinare l’equilibrio elettrolitico sfasato dal caldo; per la tonsillite, medicine e “chiudi la finestra di notte e mettiti un pigiama” visto che gli avevo confessato che dormo seminuda e con la finestra aperta sempre per il caldo.
Per la verità quest’anno la salute mi ha aiutato poco, ho avuto una lunga serie di malanni piccoli ma molto fastidiosi, tutti diversi fra loro, tutti per la mia ipocondria variamente preoccupanti. Mi sono fatta una mia teoria: che lo stress – lavorativo, familiare, personale, per una serie di cazzi che non conoscete e per stavolta resterete con la curiosità – abbassi le difese immunitarie, e quindi basti un bacillino minuscolo per fregarmi.
Adesso scusate, vado a inghiottire il pillolone di antibiotico, che come farò a farlo passare dalla gola visto che c’è già la palla da tennis è un mistero, e poi vado a fare i gargarismi col succo di limone, stando attenta che non mi veda mia sorella se no lei si massacra dal ridere, e io per ridere assieme a lei rischio di strangolarmi.
Buonanotte, buona domenica!

Quella sera a Bormio

Mi permetto una piccola digressione sul tema del blog. Tra i 24 e 30 anni ho fatto pare della dirigenza di una grande associazione di volontariato, nella quale ho abbastanza presto capito che vigevano logiche spartitorie e procedure burocratiche come in qualunque mondo politico “non terzo settore”. Ma, a parte questo. Mi toccava fare un intervento in rappresentanza della mia regione ad un’assemblea nazionale. Il mio, diciamo così, diretto superiore, che chiameremo G.,  ed io, ci lavorammo a lungo. L’intento era portare l’attenzione dell’Assemblea sulla nostra piccola realtà, e fare scarmazzo, come direbbe Camilleri, per motivi squisitamente di “politica associativa”. Io non riuscivo a trovare il modo. Allora G. mi fece inserire tre o quattro frasi deliberatamente sarcastiche riguardanti un’altra realtà territoriale, del Nord.
Io obiettai che erano troppo pesanti, rischiavano solo di attirarci l’antipatia dell’Assemblea senza risolvere niente. Lascia fare, mi disse lui. La conclusione del discorso era un capolavoro di diplomazia e “volemose bene”. La mattina dell’intervento mi tremavano un pò le gambe, ma riuscii a tenere ferma la voce. Arrivata al punto cruciale, diciamolo, nel disinteresse quasi generale, chi chiacchierava a destra, chi si alzava a sinistra, alzai un pò la voce.
E successe quello che non credevo. Due o tre rappresentanti di quell’altra regione si alzarono protestando vibratamente e tentando di zittirmi, uno addirittura mi si fece incontro come a volermi strappare i fogli di mano. G., che fingeva di non sapere quale era il contenuto dell’intervento, mi si parò davanti a difesa. L’aggressore fu bloccato e fischiato dall’intera platea. Mi fu consentito di continuare in un silenzio di tomba, nel quale il finale morbido e inneggiante alla solidarietà nazionale e universale fu accolto con un boato di applausi.
Ricevetti pacche sulle spalle e complimenti da perfetti sconosciuti, per due giorni di fila. Il cosiddetto aggressore mi mandò dei fiori con un biglietto di scuse e fummo “costretti” a stringerci la mano e a fare la pace in pubblico. Si parlò del nostro intervento e dei problemi che poneva per tutta la durata dell’Assemblea. Un trionfo, insomma. In ascensore, io e G. ci abbracciammo trionfanti e io gli chiesi: ma come facevi a sapere che qualcuno si sarebbe alzato a protestare in maniera così plateale? E lui mi rispose, memorabilmente: “Un coglione che perde le staffe e casca nella trappola si trova sempre”. L’equilibrio bilanciato fra la figuretta bionda e che pareva più giovane di quello che era, che leggeva, gli insulti calibrati, il finale morbido, e il coglione di turno, avevano ottenuto l’effetto sperato.
Avevo 26 anni.
Da allora SO che non bisogna cadere nelle provocazioni. Beninteso, non ci riesco quasi mai, perchè ho un carattere impulsivo, però lo SO, e cerco di ricordarmelo. E io non sono Presidente del Consiglio italiano, non presiedo il Consiglio dell’Unione Europea. Domanda ingenua da casalinga di Voghera: Perchè il nostro cosiddetto premier ha voluto farea tutti i costi  la parte del “coglione che perde le staffe e cade nella trappola”? 
Avrei una risposta.  Ma preferisco tenermela per me … 🙂

Caffèèèèèè

Torno in ufficio dopo la pausa pranzo con una irrefrenabile voglia di caffè. Mi procuro la cialdina dal cassetto della segretaria, annotando diligentemente il mio debito sul post it elettronico del suo pc, e constatando che ho messo insieme un debito da paese del Terzo Mondo che mi ci vorrà un mutuo per estinguerlo (mi batte il capo: 45 caffè presi e non pagati). Mi fiondo nel retrobottega – archivio – ripostiglio – mensa, uno squallido stambugio senza finestre dove troneggia una meravigliosa macchina elettrica per il caffè espresso, già pregustando il sapore ….
La macchinetta è spenta.
So chi è stato. Uno dei miei colleghi, per sfortuna nostra dotato di un minimo di autorità – ma proprio un minimo – si è fissato che la macchinetta del caffè “riscalda”, ovvero che la temperatura della stessa può salire indefinitamente, con due possibili effetti deleteri: 1. esplodere  2. aumentare in modo abnorme la temperatura interna dell’ufficio. Sospetto che lui paventi un terzo motivo, ovvero un eccesso di consumo di elettricità, ma non ne ho le prove.
Il fatto che costui sia un ingegnere costituisce un’aggravante che gli costerà il massimo della pena, se esiste una giustizia divina.
Con la mia povera laurea in giurisprudenza, del tutto inadatta ad occuparmi di circuiti elettrici, ho tentato di fare arrivare alle sue orecchie, non direttamente per carità, queste semplici nozioni:
1. la macchinetta è sicuramente dotata di un termostato che le fa raggiungere solo la temperatura ottimale a fare il caffè, non oltre: prova ne sia che sul davanti questo attrezzo del diavolo ha 4 spie, una delle quali segnala appunto la temperatura, che si SPEGNE, andando in stand by, quando ha raggiunto quella temperatura; 
2. il nostro ufficio, come tutti gli uffici, è disseminato in ogni angolo di  attrezzature che funzionano a corrente, e che riscaldano l’aria 2.000 volte di più di una misera macchinetta del caffè, per giunta dislocata in uno stanzino la cui porta, per motivi di decoro, è sempre chiusa (cito per tutte la mastodontica fotocopiatrice – scanner – stampante, che pare potenzialmente idonea a fare qualunque cosa, tranne appunto il caffè);
3. accendere e far arrivare a temperatura la macchinetta del caffè più volte al giorno consuma 4 volte tanto – a essere ottimisti – che lasciarla accesa tutto il giorno;
4. se inavvertitamente non si aspetta il tempo necessario a farla riscaldare, e si fa lo stesso un caffè, VIENE UNA CHIAVICA DI CAFFE’!!!
Indovinate chi ha vissuto live il punto 4., oggi?

Io mammeta e tu

Stamattina entro nella mia stanza e ci trovo la figlia del capo che allatta suo figlio, 10 mesi. Convenevoli e smancerie di rito a base di picci picci pucci pucci, poi ho cominciato a riflettere. Il rapporto fra l’azienda dove lavoro e le gravidanze delle sue dipendenti / collaboratrici sono lo specchio più evidente della disparità fra “padrone e sotto” come si chiamano dalle mie parti il proprietario terriero e il bracciante che lavora la terra. Per carità, non ne faccio una questione sindacale, solo di stima delle persone.
La prima a rimanere incinta, circa 5 anni fa, è stata la responsabile dell’amministrazione, una donna d’acciaio che è venuta in ufficio fino a tre giorni prima del parto e verso il sesto mese di gravidanza ha partecipato ad un trasloco, trascinando scatoloni e mobili e finendo in ospedale per una piccola emorragia (ovviamente). Era una consulente a contratto, quindi nessuno le disse di rimanere a casa, e lei non ci rimase. La bambina è nata, sta benissimo, ma ogni volta che la mamma si è dovura assentare per i motivi che chi ha figli conosce benissimo (la febbre, le vaccinazioni, i sensi di colpa delle mamme che lavorano) le è sempre stato chiesto se “era proprio necessario”, “eehhh, quante mosse, per ‘sta bambina!!”.
La seconda è stata la mia attuale compagna di stanza, una donna dolce ed emotiva, una serenità di fondo valorizzata dal suo seguire la religione buddista. Ha lavorato anche a casa, anche negli ultimi giorni di gravidanza, un lavoro duro e molto impegnativo dal punto di vista nervoso e mentale, sempre col fiato sul collo delle famose scadenze. Circa una settimana prima del parto, è stata ricoverata d’urgenza e ha partorito una bambina morta, soffocata dal cordone ombelicale. Aveva diritto in ogni caso ai tre mesi di aspettativa per maternità, perchè comunque aveva partorito. Ho il sospetto che abbia continuato a lavorare a casa, per non perdere il posto, lei è una dipendente a tempo indeterminato.
E arriva l’erede dell’impero aziendale. La figlia del capo rimane incinta. Era già successo l’anno scorso, ma il bambino era stato perso dopo uno o due mesi, un aborto spontaneo. Quindi non bisogna correre rischi. La mammina – dipendente a tempo indeterminato, membro del consiglio di amministrazione, uno stipendio identico al mio più gli utili aziendali – rimane assente dal suo posto di lavoro 16 mesi. Gravidanza a rischio, certificata da medici e ginecologi. Peccato che la gravidanza a rischio non le impedisca di venirci a trovare, di tanto in tanto, per mostrarci le camicine che sta comprando – le mostra anche alla buddista, per farvi capire la sensibilità – e di andare al mare dalla mamma per settimane intere. Finalmente partorisce, e per l’allattamento si prende 5 mesi, invece di 3. Allattamento difficile? Ora sta venendo solo la mattina, per 4 ore, e ogni minimo starnuto del pupo è un ottimo motivo per rimanere a casa, o arrivare più tardi, o andare via prima. Un particolare: di quei 16 mesi, l’INPS ha coperto quelli che doveva coprire, in percentuale, non so bene quanti. Ma lei ha continuato a ricevere lo stipendio intero, perchè papà non poteva  permettere che l’erede nascesse nell’indigenza. Anche quando era al mare, anche mentre andava a spasso a comprare camicine.
Non la metto sul sindacale, ripeto, perchè l’azienda è anche la sua e ognuno fa quello che vuole dei propri soldi. Però non si può pretendere che io stimi tutte le mamme di quest’ufficio allo stesso modo, e soprattutto  mi chiedo quale potrebbe essere il mio, di destino, se dovessi – può succedere – rimanere incinta, nella mia condizione di co.co.co.
Mi faranno elaborare progetti anche durante il travaglio, tanto il cervello non è impegnato mentre si partorisce, no? Sei una donna così sana! Mi faranno allattare con un braccio e scrivere al computer con l’altro? dovrò cambiare pannolini sulla scrivania, mentre rispondo al telefono? potrò correre a casa solo in caso di morte imminente della mia creatura? o la famosa regola “niente diritti, niente doveri” stavolta giocherà a mio favore?

Precariopride

Ridotta in stato catatonico da ben 5 ore passate davanti al pc a fare le quattro operazioni con dati numerici di tutti i Comuni della mia regione, che è piccolissima e praticamente disabitata, però annovera al suo interno ben 110 Comuni, che li possino, sono andata dal capo a dirgli che, bando o non bando, dopodomani non ci sarò.

Mia sorella torna a casa dagli States per una sola fetente settimana per il suo compleanno, non la vedo dal 24 Agosto 2002, VOGLIO andare a prenderla all’aereoporto, i miei sono vecchierelli e non voglio mandarli da soli.
E’ scattato subito il ricatto. “Hai finito quel tal lavoro?” “Hai finito quel talaltro lavoro? Se quando te li chiederò non saranno pronti mi incazzerò come una iena, con te e con quegli altri due” (i miei compagni di sventurato team, N.d.A.) Per la cronaca: si tratta di cose non urgentissime, la cui importanza ho ben presente, che lui stesso non ricorda di dover fare fino a che io non faccio mostra di voler approfittare della famosa mancanza di doveri, e volermi sottrarre al giogo per si e no mezza giornata. Alla fine non dice niente, perchè non può, però ormai ha sovraccaricato il mio ipersensibile senso di colpa come un somaro, e già so che giovedì farò quello che devo fare con un buco nello stomaco grosso così, precipitandomi per tornare al lavoro in tempo utile.
Eccheccazzo.

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La nostra azienda lavora soprattutto su bandi pubblici, che hanno il pessimo difetto di avere delle date di scadenza, entro le quali bisogna presentare presso la sede dell’Ente pubblico in questione, spesso situato in altre città e altre regioni, un malloppo inverecondo di carta stampata, frutto del sudore strizzato dalle nostre rispettive competen

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ze. La scadenza del 21 Luglio prossimo è di quelle macro, appuntamento atteso da circa un anno, mega progettone multiterritoriale che ha alle spalle una battaglia politica senza nessuna esclusione di colpi.
La mia specializzazione è la formazione professionale, ma bisogna bene che mi guadagni il lussuoso stipendio che mi viene corrisposto a scadenze variabili, e quindi ecco impegnata la mia versatile intelligenza e multiforme preparazione professionale sul megaprogettone, in team (fa più fico che dire in gruppo) con due colleghi, per fortuna i migliori, dal punto di vista umano e dell’affidabilità, di tutto l’ufficio (e comunque siamo solo otto, quindi mi ha detto proprio culo).
La flessibilità quindi, dal mio punto di vista, non è altro che questo: avere una preparazione di base e purtroppo una certa dose di intelligenza che ti permetta di occuparti di cose di cui non ti sei mai occupata prima, per esempio elaborare il paragrafo 3.5 del megaprogettone, intitolato “Descrizione del sistema di monitoraggio del PSL” e fare poi tutte le modifiche necessarie ad adattarlo a 5 realtà territoriali diverse, senza che nessuno ti spieghi come. Documentati, studia e arrangiati (entro il 21 luglio, ovvio).
A me, tutto sommato, piace. Ma che succede se la preparazione di base, per motivi che possono essere i più vari, non c’è, e soprattutto, se non c’è, per volere del Padreterno col quale non te la puoi pigliare, quella certa dose di flessibilità mentale, detta anche intelligenza? E poi, siamo sicuri che sapere fare un pò di tutto, senza sapere fare bene niente, sia meglio che essere specializzati? Ora che lo scrivo, mi sembra molto italiano tuto ciò, molto figlio dell’arte di arrangiarsi dei nostri padri. Ma è questo che volevamo da una riforma, noi atipici? che l’arte di arrangiarsi fosse codificata in una legge?

Le ferie precarie

Con il caldo agostano che ci sfianca già ormai da un mese, la parola “ferie” inizia a serpeggiare com sempre maggiore insistenza. Inizia il più debosciato del gruppo, che gira per le stanze chiedendo: tu quando vai in ferie? La domanda è incongrua per una serie di motivi, fra il quali il principale è che la nostra piccola azienda ha negli anni adottato metodi diversi per regolare le ferie estive, che vado rapidamente a riassumere:
1. METODO MONTESSORI: nel 2001 la figlia del capo è stata incaricata di redigere un piano ferie, e ha laboriosamente svolto tale compito sfinendoci per circa due settimane con richieste a ciascuno di noi di programmi, previsioni, giorni di inizio e fine delle ferie, laboriosissime elaborazioni computerizzate, verifica degli accavallamenti (inevitabili), richieste di spostamenti dei giorni di inizio o di fine ferie (puntualmente negati), il tutto con l’obiettivo di non chiudere l’ufficio neppure un giorno. Io quell’anno sono andata 28 giorni negli Stati Uniti da mia sorella, e quindi sono stata subito esclusa dall’elenco dei probi che potevano reggere le sorti dell’azienda il giorno di Ferragosto. Siccome non c’ero, non so come sia andata a finire, e non ho mai osato chiederlo.
2. METODO KAPPLER: nel 2002, visti gli esiti deludenti della pianificazione 2001, la regola è stata: l’ufficio chiude nelle due settimane centrali di Agosto, chi può si prenda le ferie in quelle due settimane e chi non può si arrangi. Io, che non potevo, perchè il mio compagno era disponibile solo l’ultima settimana di Agosto, mi sono offerta di andare lo stesso in ufficio anche a Ferragosto (anche per recuperare il 2001), ma mi è stato negato, forse pensando che avrei approfittato della solitudine per organizzare dei pigiama party fra le fotocopiatrici o per trafugare i pacchetti di punti per le spillatrici. Ah, è così? E allora, approfittando della mia invidiabile situazione di co.co.co. (ricordate? niente diritti, niente doveri), ho preso TRE settimane di ferie: le due dell’ufficio più la mia, personale. Nessuno ha osato dirmi nulla.
3. il 2003 è ancora avvolto nelle nebbie dell’inconosciuto. Come sempre, deciderò all’ultimo secondo, il last minute praticamente l’ho inventato io. Ad onore e merito del mio datore di lavoro, il pater familias che tutti vorremmo avere, e di cui parlerò diffusamente un altro giorno, va detto che, anche se con evidenti spasmi muscolari al momento della firma dei bonifici e con principi di torcimenti di budella, le ferie mi sono sempre state pagate, anche se come è noto le ferie pagate non rientrano fra i diritti dei co.co.co.  Vi terrò aggiornati!

Cerco lavoro (un altro)

Da qualche tempo, per motivi personali (vorrei trasferirmi in un’altra città) sto cercando lavoro. Giornali, e soprattutto Internet. Ho dieci anni circa di esperienza nel mio settore, un curriculum obiettivamente sostanzioso, parlucchio due lingue, l’informatica d’ufficio non ha segreti per me.

Eppure, non ho trovato un beneamato tubo, per usare un francesismo (che è appunto una delle due lingue che parlucchio).
Le considerazioni che via via sono venuta elaborando dentro di me su questo tema possono riassumersi come segue:
1. il 90% degli annunci di lavoro cerca venditori, a riprova che i consumi di massa sono in crisi; si va dall’onesto “cercasi rappresentante monomandatario” al subdolo “sales manager” che fa intravvedere scrivanie luccicanti, ficus benjamin e segretarie e invece è sempre un venditore/rappresentante; non mancano nemmeno gli “informatori scientifici del farmaco” (sempre venditori, comunque) e il “responsabile commerciale”, cioè un venditore più esperto.
2. quando ero una neolaureata senza arte nè parte, e il mio curriculum scritto grosso riempiva 3/4 di paginetta, cercavano personale esperto, con almeno 5 anni di esperienza; adesso, un buon 50% delle offerte di lavoro chiede “neolaureati” o “laureati max 25 anni”, il che vuol dire neolaureati, perchè  meno di non essere geni o di aver scelto una facoltà con 18 esami (esiste, fidatevi) sfido chiunque a laurearsi prima dei 24 anni.
Buone possibilità avrei anche se cercassi lavoro come saldatore, tubista, mulettista (?!) e ovviamente se sapessi progettare in uno qualunque dei linguaggi informatici, per lo più ideati da alieni, richiesti dal mercato.
Per la disperazione, sto cominciando a nascondere i titoli, a dimenticare una lingua, a limare gli anni di esperienza; specifico che sono disponibile a contratti atipici (la mia missione), anche part time, a collaborazioni free lance; sto cominciando a cercare non solo nella categoria “risorse umane” che sarebbe di mia pertinenza, ma anche in quella “organizzazione” e credevo di avere toccato il fondo quando ho risposto ad un annuncio per una “segretaria di direzione”.
Mi sbagliavo. Il fondo l’ho toccato quando non mi hanno risposto. Il SuperEnalotto comincia a sembrarmi una prospettiva più fattibile, e statisticamente più probabile.
Intanto oggi la temperatura è salita a 33 gradi, e anche nella mia di solito fresca stanza si boccheggia, e se si considerano le mie eroiche risposte dell’altro ieri, manco mi posso lamentare.  Così imparo a fare l’eroina.