Le immortali opere di Teomondo Scrofalo

Da ieri altre due immortali opere del Maestro Teomondo Scrofalo fanno bella mostra di sè sui muri dell’ufficio. Teomondo è un artista locale, i cui quadri olio su tela a mio modestissimo parere rifiuterebbero in un suburbio turco, ma fanno impazzire il mio Capo e, per osmosi, i suoi figli. Teomondo l’ha capito, e ogni sei mesi circa viene qui a piazzare la sua mercanzia ancora umida. Dopo un tira e molla economico poco dignitoso per il Maestro, ma indispensabile contorno alla vendita per l’anima mediorientale (senza offesa) del mio Capo, le immortali croste restano qui e un cospicuo assegno va via insieme al Maestro, che secondo me non può credere alla fortuna di avere trovato una tale famiglia di poll… ahemm, di intenditori.

Le suddette opere girovagano poi per qualche settimana appoggiate a tutti i muri dell’ufficio, per trovare la luce migliore, infine vengono appesi con cerimonie solenni, generalmente dietro porte o librerie, ma talvolta anche esposte al pubblico ludibrio. “Bello, eh?” esala il Capo quando il mio sguardo vitreo si posa sul capolavoro, che fra l’altro è impossibile non notare perchè Scrofalo dipinge solo su tele della dimensione di lenzuola a due piazze. “Fantastico” rispondo io, trattenendo i conati di vomito.

Ma non è finita qui. Qualche mese fa un collaboratore occasionale venne incaricato di redigere l’inventario. Costui, uomo non particolarmente brillante, se proprio vogliamo usare un eufemismo, si mise al lavoro. Consegnò il documento e subito tutti ce ne dimenticammo. L’inventario è venuto fuori di recente, per ragioni contabili. Preciso nella sua opacità, l’uomo ha classificato i quadri del Maestro con le seguenti diciture:

Cod. XY32 – “Quadro di Teomondo Scrofalo raffigurante due amanti” lì dove l’iperastrattismo del Maestro raffigurava due chiazze rosse e nere con sembianze vagamente umane su uno sfondo che pareva vomitato da un cane; oppure

Cod. VG67 – “Quadro di Teomondo Scrofalo raffigurante un uomo” (apparentemente, l’Urlo di Munch però masticato da uno squalo). Poi si è arreso: di fronte all’ennesima brodaglia di colore ha riportato:

Cod. JU89 – “Quadro di Teomondo Scrofalo ASTRATTO”.

Università, lavoro, semafori & vacanze

1 – In uno dei miei impeti autolesionistici da infilare nella categoria “Come se non avessimo già abbastanza da fare”, mi sono candidata per partecipare alla selezione a 175 posti da allievo nel Corso di Laurea in Scienza della Comunicazione presso l’Università della mia città. In altre parole, se passo la selezione, che si svolgerà l’11 Settembre (bella data sfigata) mi reiscrivo all’Università, dopo 14 anni dal glorioso termine dei miei primi studi universitari. Ma perchè? direte voi. E che ne so? Un impulso irrefrenabile, e la vaga sensazione che la materia mi piaccia infinitamente di più dei codici e delle pandette che sono stata costretta a studiare nella mia prima vita accademica.

2 – La SPLP si avvicina. Non bastasse il calendario a ricordarmelo, ci pensa l’Architetto, responsabile ufficiale del Progetto, che entra al mattino e senza dire manco buongiorno si fionda nella nostra stanza con gli occhi vagamente allucinati e chiede: “A che punto siamo?”, domanda cui di solito è impossibile rispondere in due parole, perchè le novità, le micromodifiche, gli accordi, le spedizioni on line cambiano e si accumulano ogni 20 minuti. Per tagliare corto, nessuna gli risponde, o risponde con un’altra domanda che non c’entra niente. L’Architetto sconfitto ma non domo si allontana. Tornerà dopo una mezz’oretta con qualche altra domanda insidiosa. Il gruppo di lavoro cresce in modo esponenziale a mano a mano che passano le ore, e quindi i contatti da tenere e le riunioni di lavoro si moltiplicano con progressione geometrica come in quel fenomeno matematico che Dio mi fulmini se mi ricordo come si chiama.

3 – la patente a punti è una santa cosa, lo dico senza ombra di ironia. Ma. C’è un ma. Nella città più anarchica del mondo, già capitale in epoca borbonica, esistono semafori rossi a cui ci si ferma, semafori rossi a cui si rallenta, solo per prudenza, e semafori rossi ai quali da tempo immemorabile si tira dritto, come se non esistessero. A difesa del popolo che amo, devo dire che questi ultimi semafori sono stati messi – mi hanno detto – negli anni ’60 da una ditta che faceva capo al Comandante Lauro, e quindi sono assolutamente irrazionalmente inutili. Problema. In questa beneamata tremenda città, nelle frazioni di secondo che intercorrono fra il rilevare de visu che il semaforo è rosso (o, peggio, giallo) ad uno di questi semafori e il premere il pedale del freno,  bisogna fare uno studio costi/benefici e decidere se è meglio tirare dritto, con il rischio di perdere 5 punti sulla patente (i vigili sono in agguatio dietro i cespugli o dietro i cassonetti dell’immondizia traboccanti), o fermarsi, con il rischio di venire in***ati da chi segue, e non si pone tanti sofismi.

4 – forse vado in vacanza in Scozia. Non chiedetemi cornamuse, che non ve ne compro.

La lunga estate calda (e innamorata)

Nonostante l’infelicità della situazione, stare a picchiettare su una tastiera di pc una lunga lettera d’amore in un rovente pomeriggio  di domenica di una interminabile estate calda, al buio o quasi, per limitare al massimo le fonti di calore, può avere un suo fascino.

Soprattutto se una mail è l’unico modo che hai di comunicare con un uomo, il tuo uomo, affidare le tue parole ad un doppino telefonico e sperare che lo raggiungano senza intoppi, che lui le veda e – miracolo – possa pefino risponderti.

C’è qualcosa di sacrale e speziato nel sedersi davanti al pc, in abiti leggeri, e cominciare a pensare a quello che vorresti dirgli, scriverlo e rileggerlo per sentire che effetto fa. Anche il suono del cellulare che ti avverte che è arrivato un messaggio, provoca un minuscolo tuffo al cuore, e temporeggiare, cincischiando col telecomando della tv, invece di precipitarsi a leggerlo, è un modo come un altro per godere. Per non parlare poi dell’avviare la connessione, riconoscere come una preghiera i misteriosi rumori del modem, vedere in basso a sinistra comparire il noto simbolino della Posta in arrivo, e poi vedere la SUA cartella che si grassetta, e il garrulo pc avvertirmi che c’è “n° 1 messaggi da leggere”.

Tutto questo mentre il sudore scorre a fiumi, non essendo la postazione del mio portatile messa in un punto particolarmente fresco. Ma anche quello viene offerto come un obolo al contenuto della mail in arrivo, che è sempre tenera, sempre commovente, sempre riesce a spremermi una lacrima, una sola, dall’occhio sinistro in genere, che scivola via e si mescola al sudore.

Un giorno tutto questo finirà, e credo che un pò mi mancherà.

Telefoni

Tra i prodotti tecnologici che meno hanno risentito dell’avvento della modernità, nel nostro ufficio, ci sono i telefoni. Il centralino che sovrintende al loro funzionamento ha conosciuto Meucci dal vivo, ed è quindi fatale che, uno dopo l’altro, gli amati apparecchi che ci tengono in contatto col mondo tendano ad abbandonarci, e non siano rimpiazzabili perchè i tecnici consultati li guardano e poi si mettono a ridere, proponendoci subito un preventivo per l’acquisto di una centralina (e relativi apparecchi) nuovi.

 

Così, la situazione a tutt’oggi è la seguente:

 

1. nella stanza della segretaria ci sono due scrivanie, di cui una sola occupata, ed un solo telefono, abilitato però a fare chiamate ai cellulari, funzione inibita a tutti gli altri apparecchi dell’ufficio per una botta di micragnosità del Capo di ormai due anni fa. La procedura per le chiamate in entrata è la seguente:

 

a. la segretaria risponde a telefono;

 

b. mette in attesa premendo un semplice tastino rosso;

 

c. passa la chiamata digitando il numero dell’interno desiderato. Facile, no?

 

2. nella mia stanza, dove lavoriamo in due, c’è un solo apparecchio, la cui suoneria NON funziona. Fortunatamente la stanza è adiacente a quella della segretaria, quindi c’è già un primo emendamento alla procedura descritta, per il quale il punto c. è sostituito da “passa la chiamata chiamando a voce il nome dell’utente desiderato”. (Il motivo per il quale il mio apparecchio non funziona è il cedimento strutturale dovuto ai ripetuti sbattimenti sul pavimento, causati dalla collega che c’era prima della buddista, che puntualmente iniziava  a parlare e poi si allungava verso un documento, una penna, la limetta delle unghie, dimenticando che il telefono era su un’altra scrivania e tirandoselo dietro fino a collasso avvenuto. Per evitare che rimanesse solo il tastierino, avevo fermato il telefono alla scrivania legandolo con gli elastici da pacchi)

 

3. nella stanza tecnica, tutto funziona a meraviglia: però ci sono pur sempre 2 telefoni per 3 persone, che cambiano posto fra loro a sorpresa come nella quadriglia, a porte rigorosamente chiuse; quindi si digita il numero dell’interno, e poi si aspetta di vedere se la sorte ha giocato a favore. La segretaria qualche volta ricava da questa lotteria divinazioni per la sua giornata e nuemri da giocare al Superenalotto

 

4. anche nella stanza dell’architetto la suoneria NON funziona. Il problema è che la stanza dell’architetto dista circa 20 metri + un angolo, in linea d’aria, dalla stanza della segretaria. Il punto c. è dunque sostituito da “passa la chiamata urlando AAARCHITEEEETTTOOOOOOOOOOO una o più volte, fino a che l’architetto non sente”.

 

5. il telefono del Capo – nemesi divina – ha problemi con il cavo della cornetta, per cui quando risponde sembra Massimo Boldi quando faceva il TG a Drive In: “Proonto! Proonto!” (e sbatte la cornetta) “Pronto!” e così via….

Pubblicazioni

Da più di un anno siamo tormentati dal problema di dover a tutti i costi fare delle pubblicazioni. Nessuno si sposa: intendo dire che abbiamo dei testi (saggi, ricerche, monografie, allegati statistici) che dobbiamo rendere visivamente simili a libri, di quelli che si comprano nelle librerie.

Facile, direte voi. Si porta il file in una tipografia di medie dimensioni e con una spesa tutto sommato modica, quella vi sforna 500 copie con tanto di copertina patinata, della quale, volendo, potete perfino concordare la forma grafica. Ingenui. Non avete fatto i conti col Capo, che si è messo in testa – per altri motivi, ma questo è il risultato – di diventare tipografo. Ci sta martellando la salute da circa un anno e mezzo con questa storia dei macchinari per tipografia, “ma non proprio per una tipografia, piuttosto, ecco, macchine per centri stampa” dei quali vuole sapere da noi costi e funzionamenti. L’idela sarebbero delle macchine che costano pochissimo e che fanno tuttissimo, utilizzando la carta igienica (usata) invece delle risme di A4 e soprattutto lo fanno da sole, basta pensare al libro ed eccolo sfornato.

Dopo avere sondato tutti i tipi possibili di macchine in un escalation che va dal ciclostile a manovella anni ’70 fino alla macchina spaziale a sintesi vocale passando per la macchina a rullo di Peppino De Filippo nella Banda degli Onesti, siamo giunti alla conclusione che vie di mezzo non ne esistono: o si comprano macchinari da tipografia, per i quali poi occorrono locali e personale specializzato, o si esternalizza.

Oggi, ennesima riunione per decidere delle sorti delle ormai ammuffite pubblicazioni. Perennemente non soddisfatto delle nostre anche un pò sarcastiche risposte in merito a questa smania tipografica, che fatalmente si risolverà in una spesa faraonica di macchinari che prenderanno la polvere dopo le prime 50 copie faticosamente e “inespertamente” sfornate, il capo ad un certo punto ci guarda tutti schifato, poi guarda la segretaria, una giovane bionda di bell’aspetto e le dice queste testuali parole: “E’ POSSIBILE AVERE UN RAPPORTO CON UN TIPOGRAFO?”

“Come no” risponde lei serissima, dotata di grande sense of humour, e non è un ossimoro, “Se è un uomo normale … ” Le risate ci hanno talmente soffocato che la riunione si è sciolta con un nulla di fatto.

Ma se pò campà accussì?

Discussioni

Sono reduce da una vivace discussione col capo che in altri tempi avrei anche potuto chiamare scazzo, ma ormai dato il caldo e il megalavoro che ci attende per i prossimi roventi giorni posso tranquillamente catalogare come scambio di idee.

Lui sostiene che l’orientamento politico della nostra regione sta lentamente ma inesorabilmente spostando il timone da centro – sinistra verso centro – destra, e che noi, che siamo struttura di servizio (e quindi vendibili al miglior offerente, N.d.A.) dobbiamo adeguarci. E lui infatti si sta adeguando, con telefonate rapporti relazioni pranzi cene micio micio e carezzine varie. Non ho niente da obiettare al riguardo, la nostra è una impresa che deve pensare al fatturato, e ognuno ci pensa come meglio gli riesce, e notoriamente la fedeltà ad una causa non è il modo migliore.

Il problema è che secondo lui questa operazione di fiutamento dell’aria e salita sul carro del prossimo vincitore è in qualche modo frenata dalla circostanza che lui è circondato (mi si perdoni l’allitterazione) di sporchi comunisti, fra i quali senz’altro si annovera la sottoscritta, i quali sono invitati immantinente a cambiare casacca e indossare camicie nere o cravatte azzurre, please, pena l’affondamento dell abarca con tutti i suoi topi a bordo.

E qui divergo. La mia opinione è che IO sono una dipendente – collaboratrice – tuttofare, chiamatemi come volete, ma comunque faccio parte, insieme ai miei compagni trotzkisti, dello staff tecnico, tenuto ad assicurare la qualità tecnica delleproduzioni. TU sei il capo, TU decidi che indirizzo dare alla baracca, poi dici a ME cosa devo fare, e io la faccio nel migliore dei modi possibili. Che poi il frutto del mio sudore vada a finire in mano a Forza Italia piuttosto che ad AN non sono cavoli miei, può dispiacermi ma tanto non porta la mia firma come persona, ma come impresa, collettiva, globale.

In forza di questo TU non puoi chiedermi di cambiare bandiera per il bene della società.

Tanto non l’avrebbe fatto nessuno, era solo una provocazione.

Chi ha ragione?

Pettegolezzi

La telefonata è arrivata. Confermata la SPLP per il 20 Agosto, con un sadismo istituzionale degno di Mengele. Prevedo piani ferie che coinvolgerano il fresco mese di Settembre, quest’anno, nel quale ovviamente pioverà a dirotto e ci saranno 12 gradi centigradi come temperatura massima, mentre ora stiamo bollendo come zucchine nel minestrone e il sole splende rovente e incurante dei lavoratori atipici curvi cui pc.

Ieri sera era il compleanno di una delle mie amiche di vecchia data, e ci siamo ritrovate in 4 femminucce virgola 5 (una delle 4 è incinta di 7 mesi, e aspetta appunto un’altra femmina) a fare uno sport che le donne meridionali di qualunque età adorano, ovvero il “taglia e cuci”. Ieri sera in particolare sono stati aggiornati i database, con una lunga elencazione di fidanzamenti, matrimoni, separazioni, divorzi, annullamenti, vedovanze, un sospetto di omosessualità in una persona finora catalogata come etero, vecchie coppie scoppiate che si ritrovano, numero di figli, figli in comunità di recupero, e via inserendo dati, correggendo quelli imprecisi, aiutandoci a vicenda su nomi e cognomi, parentele, rapporti vicini e lontani.

E qualche ricordo di gioventù, che inizia con la frase: “Chissà che fine ha fatto X, ve lo ricordate X?” e lì subito un’altra interviene dicendovi per filo e per segno che fine ha fatto X, e già che c’è anche Y e Z, ricordati per assonanza o affinità concettuale.

E’ stata avviata una indagine poliziesca da svolgere fuori città, restringendo il campo di indagine a miei concittadini che abbiano la casa al mare in un certo comune della costa, e che l’abbiano in quel palazzo dove c’è quel bar – ristorante – pizzeria.

Che volete, la città è piccola e la gente parla. Vi giuro, senza cattiveria. Ci credete?

Il caldo ammoscia

Stamattina cazzeggio, facendo l’equivalente informatico del disegnare fiorellini sui blocchi degli appunti ad una conferenza, mentre siamo tutti in calda e afosa attesa del verdetto finale per l’ormai mitica SPLP: Scadenza Progetto Leader Plus. Ci giochiamo ai dadi le due possibili opzioni: 8 Agosto, un rinvio del cazzo per il progetto ma perfetto per le vacanze, e il 21 Agosto, con caratteristiche inverse. Chi verrà a lavorare Sabato 16 Agosto?

I vacanzieri incalliti hanno già messo un muso lungo un chilometro. Io me la rido, perchè la mia situazione personale e sentimentale difficilmente mi consentirà – che culo, eh? – di andare in vacanza, e quindi ecco trasformata una sfiga cosmica in un’opportunità di fare la stakanovista e dare ad intendere che sono IO quella che lavora più di tutti qua dentro, ipotesi che mi fa ridere anche solo a vederla scritta. E poi ieri, con un colpo di teatro degno di Eduardo De Filippo, ci è stato accreditato lo stipendio di Giugno, quindi non abbiamo molte scuse per non lavorare indefessamente fino al 20 Agosto, quando presumibilmente ci verrà accreditato lo stipendio di Luglio.

La stampante principale dell’ufficio, che fa cose che voi umani non potete neppure immaginare, è andata misteriosamente in blocco, o meglio, non funziona più il collegamento di rete che la unisce con cordone ombelicale informatico ai nostri terminali, per cui da qualunque stanza vogliamo stampare fronte/retro a 2.000 pagine al secondo le nostre cazzate, possiamo farlo. Potevamo farlo. Oggi ci tocca accontentarci delle stampantine personali, che pure abbiamo sontuosamente in dotazione, peraltro anch’esse tutte in rete, quindi la regola che ne viene fuori è che ognuno stampa su qualunque stampante gli giri, purchè non sia la propria, così ha una scusa per alzarsi e andare in un’altra stanza.

Le scorte alimentari, che d’inverno riempiono cassetti e armadietti nascosti, e che sono altra motivazione sufficiente per migrazioni verso altre stanze più fornite (“hai qualcosa da mangiare?” è la frase che apre ufficialmente un break) tendono curiosamente verso la carestia; nel frigo c’è solo acqua e uno yogurt aperto scaduto il mese scorso. Ho messo su un CD con canzoni degli anni fra il 1974 e il 1977, per ricordarmi che pure io ho avuto estati di un’adolescenza passabilmente felice, se non altro perchè totalmente priva di brufoli ed herpes, per una fortunata alchimia ormonale, che purtroppo si è vendicata regalandomi quei 10 chili di sovrappeso che non sono mai più riuscita a seminare (“cerco di perdere peso, ma lui continua a trovarmi”, diceva una scritta su un ciappino americano per i tegami ).

E su questa musica d’antan aspettiamo che il telefono squilli e ci dica esattamente di quale morte dobbiamo morire …

Il Vesuvio in mostra

Ah, sì: i questuanti da ufficio. Me l’ero scordato perchè ho ancora negli occhi il week end. Sono andata al Museo Nazionale di Napoli a vedere “Storie da un’eruzione”, che mette in mostra reperti trovati in scavi programmati e casuali (quelli del raddoppio dell’Autostrada) fra Ercolano, Oplonti e Moregine, che attualmente corrispondono alle periferie fra Terzigno e Torre Annunziata. Sono rimasta senza parole. Gli ercolanesi in fuga scappavano portando con sè quello che che di più prezioso possedevano, per lo più gioielli e monete. Ercolano non fu bombardata da lapilli e pomici, come Pompei, ma “solo” sepolta da una serie di “surge”, ovvero di velocissima impalpabile cenere rovente mista a gas venefici, che non ha fatto crollare gli edifici, visitabili in situ in tutti i loro tre piani di altezza, e ha calcinato in pochi secondi non solo i corpi (si possono leggere macabri dettagli quali aumento in pochi secondi della temperatura corporea fino a 400 gradi con conseguente ebollizione del sangue e esplosione di crani) ma anche gli oggetti. Per non so bene quale fenomeno chimico – fisico, dunque, a Ercolano si sono ritrovati anche materiali organici, che a Pompei sono stati distrutti dal fuoco, come stoffe, legno, cesti di vimini, ossa.

I calchi dei corpi sono impressionanti, è stato possibile ricostruire perfino le espressioni dei visi che stanno guardando in faccia una morte orribile, e vi assicuro che è scioccante. C’è il famoso calco del bimbo che tenta di ripararsi sotto le vesti del padre, della fanciulla che cerca di ripararsi con un lembo di abito, del marito che cerca di riparare la moglie.

Ma quello che veramente mi ha lasciato senza fiato sono stati i gioielli, ritrovati assolutamente intatti e tornati a risplendere come duemila anni fa. Bracciali a forma di serpenti intrecciati, fra cui uno con all’interno la commoventissima leggibilissima incisione “Dominus ancillae suae”, “Il padrone alla sua schiava”, che la dice lunga sui rapporti affettuosi e semi familiari che potevano intercorrere fra padroni e servi; bracciali fatti di semisfere d’oro accoppiate, catene di foglie d’edera in oro massiccio, anelli con castoni di pietre preziose incise, oggetti di fattura, oltre che squisita, modernissima.

All’ingresso, una riproduzione filmata con effetti speciali vi introduce alla tragedia: i mosaici riproducenti scene di vita quotidiana e di civiltà opulenta si spaccano al rombo terrificante del terremoto che ha preceduto l’eruzione e la musica da flautata diventa drammatica. All’uscita, potete sedervi ed ammirare un contributo filmato che ha messo insieme tutti gli spezzoni di film, anche muti, nei quali vi siano scene relative alla vita quotidiana di Pompei e alla sua tragica fine.

Questuanti da ufficio

Voci di corridoio incontrollate ma affidabili parlano dell’ 8 Agosto come la data più probabile per la nuova scadenza del megaprogettone. A me a alla buddista sono crollate le teste sulle scrivanie, con un unico BONK sincronizzato e alquanto doloroso. Otto Agosto è domani, significa non potersi rilassare manco un giorno. Unica consolazione, andarsene il vacanza il nove e riparlarne a Settembre.

Mentre riflettiamo sul nostro amaro destino, bussano alla porta, che che viene regolarmente aperta senza possibilità di filtro. Se Jack lo Squartatore decidesse di fare una strage di atipici e regolari, potrebbe cominciare dal nostro ufficio: chi lo ferma? Ci è andata bene, per oggi: non è Jack lo Squartatore, ma solo “il napoletano”. Questa locuzione sta ad indicare uno dei protagonisti di un fenomeno molto meridionale: i questuanti da ufficio.

Trattasi di persone che vanno in giro vendendo mercanzie di varia origine e natura, per lo più inutile, e ben sapendo che nelle case private non gli aprirebbe nessuno, vanno per uffici, preferibilmente pubblici, studi professionali e sedi di associazioni, senza disdegnare banche e altri esercizi commerciali, il che costituisce il massimo della sfrontatezza.

Noi siamo perseguitati da due di questi truffatori: il “napoletano”, appunto, un giovane di circa 30 anni, con una moglie perennemente incinta e un numero di figli spropositato che aumenta di una unità ogni sei mesi (qualcosa non quadra), e vende ogni genere di carabattole “per la casa”, dagli strofinacci alle candele di citronella ai deodoranti ambientali ai sacchetti per congelatore e spazzatura (da non confondere fra loro). Il prezzo che chiede è ovviamente da rapina, ed è pagabile solo se si entra nell’ordine di idee che si sta facendo un’opera di bene allo stuolo di figli veri o presunti che siano.

Il secondo caso è più delicato: trattasi della “vecchietta”. Ottantaquattro anni dichiarati, capelli bianchi col tuppo e le forcine, abiti neri dimessi, morbo di Parkinson ad uno stadio finale che rende impossibile capire quello che dice e difficoltosi i movimenti: non è la descrizione di mia nonna, ma di una persona che dovrebbe stare tranquilla a fare le calzette a casa propria, ed invece le calzette la fa, ma poi pretende di venderle in giro per la città. Non c’è niente che la fermi: quando riesce ad entrare, non c’è verso che se ne vada se prima non ha venduto un utilissimo paio di babbucce di lana, o un irrinuciabile colletto ricamato. I cassetti della mia scrivania traboccano di centrini all’uncinetto, bordi ricamati per asciugamani, scarpine da neonato, frutto degli ultimi tre anni di rapine della rapace ottuagenaria, che quando capisce di avere rotto, si tramuta in vecchina sperduta nella neve e oltre alle decine di euro che lucra per i suoi capolavori riesce a scroccare pure caffè, acqua, l’uso del bagno, l’accompagnamento in ascensore perchè ha paura. Messa alle strette un giorno che avevo tempo da perdere, mi ha montato una balla fantastica, e cioè che lei non ha bisogno e nemmeno i suoi figli, ma i soldi che raggranella li porta alla parrocchia; dichiarazione grazie alla quale i miei pensieri socio assistenziali nei suoi confronti sono diventati subito omicidi.

Solo il capo è riuscito a metterla fuori combattimento, con l’infallibile tecnica della follia: quando la vecchietta è comparsa sulla sua porta, il capo, restando seduto alla scrivania, ha cominciato a ringhiare e poi ad abbaiare. La vecchietta è fuggita segnandosi.