La fase dell’ansia

La situazione Mega Progettone Scadenza 20 Agosto sta precipitando. A notte fonda i dettagli, adesso posso solo annotare che sono in ufficio (ore 14:30, un tempo ora della pennichella) dopo aver mangiato nell’ordine, seduta a questa stessa scrivania: 1. un pezzo di pizza fossile con paleopomodorini;  2. dodici Pringles; 3. un Bikini.  Bevuto acqua minerale. Devo fare la pipì, ma non ho tempo di alzarmi.

Dal manicomio SPLP, a voi pianeta Terra 🙁

PZ – NA A/R

Una riconciliazione come si deve presuppone un incontro ravvicinato del IV tipo. E quindi eccomi alle 8:30 del mattino sull’autostrada più disastrata del mondo in solenne marcia con la mia 500 SX 1100 azzurro Ischia, ovviamente priva di qualsivoglia forma di aria condizionata o climatizzazione, se si eccettua l’aria tiepida che esce dai bocchettoni (bocchettoni, mò … bocchettini). Per oggi la SPLP può aspettare, anche se do per scontato che ci saranno quelle due o tre tragedie incombenti ed emergenze incalzanti proprio durante la mia giornata di assenza.

I primi 50 km sono bellissimi. Siamo ancora in montagna, l’aria è frizzante e profuma di resina di pini, la strada è in discesa, 4 corsie, ben tenuta, pochissimo trafficata da montanari tranquilli e camion di pomodori senza fretta di diventare pelati. Registro comunque che alle ore 9:00 del mattino, che con il sole per via dell’ora legale sono in realtà le 8:00, ci sono già quei 27-28 gradi.

I secondi 50 km fanno capire all’ignaro utente perchè si dice che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Siamo sulla famigerata A3, sulla quale incontriamo nell’ordine: a. cantieri chiusi di lavori in corso con deviazione a doppia S;  b. deviazioni  senza la benchè minima traccia di cantieri; c. mezzi dell’ANAS che potano gli oleandri della mezzeria senza ALCUNA segnalazione; d. gentiluomini che si immettono sull’autostrada stracatafottendosene di chi sta arrivando a circa 120 km. orari (ebbene sì, la mia belva arriva fino a 120. Poi, fonde);  e.  uscite intasate con coda che deborda sull’autostrada occupando la corsia di destra ma ANCHE quella di sinistra. Come Dio vuole arriviamo a Salerno.

I terzi 50 km la situazione diventa degna di Holer Togni. La strada si allarga a 6 corsie per circa 500 metri, poi si restringe di colpo a circa 2,5 corsie per due km, e avanti così con questo andamento “a calza smagliata” per il quale si richiedono riflessi prontissimi e auto capaci di assottigliarsi come nei cartoni animati. Miracolosamente in nessuno di questi 100 km ho trovato incidenti, a riprova del fatto che gli indigeni ormai si sono abituati. Da non dimenticare, naturalmente, le famose immissioni a tagliola, vecchie di circa 100 anni, praticamente perpendicolari all’autostrada. La Madonna di Pompei osserva benevola le automobili affacciarsi timidamente,  e poi partire bruciando in 20 metri tutte le marce, nel disperato tentativo di prendere velocità prima che arrivi il TIR tedesco a tranciarle in due.

Gli ultimi 30 km sono per gli amanti del brivido (caldo, la temperatura è salita a 38 gradi e l’umidità all’80%, perchè siamo sulla TANGENZIALE DI NAPOLI. Niente paura. C’è solo da stare attenti alle immissioni selvagge, alle code improvvise in galleria, ai sorpassi a destra e POI a sinistra (o viceversa), ai lavori in corso che restringono la carreggiata, ai motorini con sopra padre in bermuda, madre in prendisole, bambino in costume, borse di paglia e cocomero sul portapacchi.

Sono arrivata, il resto della giornata di riconciliazione me la tengo per me.

Poi sono ripartita. Tutta la strada descritta, al rovescio.

Poi dice che vivere al Sud è rilassante.

Apprendista stregona

Va bene, come mio solito ho sbagliato modi e tempi. Ho messo il cappello e preso la bacchetta dello stregone potente, credendo di poterla usare anche se sono una povera apprendista. La scopa con la quale credevo di potermi semplificare la vita, sfogandomi un pò, sta portando secchi di acqua da ieri sera, non si ferma, si è moltiplicata, come nel cartone animato con Topolino, e adesso la mia caverna è invasa da in torrente in piena che non riesco più ad arginare con nessuna bacchetta magica.

Mi dispiace.

Scusa.

Non ne posso piùùùùù

Non so, uno squilibrio ormonale, una congiunzione astrale negativa, uno ZOT partito dalle Alpi che ha deciso di scaricarsi sulle fertili (??) montagne meridionali, certo è che oggi il mondo sembra essersi messo d’accordo per farmi venire i nervi.

Il mio uomo mi ha trionfalmente annunciato che l’ipotesi di non passare le vacanze insieme è diventata certezza. Per una serie di motivi che non vi sto a dire, questa lampante verità non può essere resa nota al grande pubblico, quindi mi tocca FARE FINTA di partire con lui, in realtà organizzandomi la vacanza da sola, sfoggiando una gioia di vivere falsa come una banconota da 25 euro.  Tempo fa un’amica mi aveva invitato ad andare da lei in Scozia. Cerco di capire che aereo potrei prendere e scopro che sarebbe più facile arrivare in Papuasia in monopattino che da Napoli ad Edimburgo in aereo; per soprappiù l’amica è irreperibile a tutti i suoi numeri da stamattina, segno che giudico sommamente negativo per una possibile ospitalità. Comincio ad accarezzare l’ipotesi di una pensioncina familiare nelle isole del Golfo di Napoli, e lancio lì senza convinzione un paio di prenotazioni on line. Mi richiama l’uomo tutto contento e mi dice che mi ha trovato posto su un aereo per Edimburgo che parte da ROMA. Però bisogna confermare entro domani.  Comincio a gonfiarmi e a diventare bordeaux, soffiando fumo dalle narici  come il toro dei cartoni animati. NON HO VOGLIA di confermare domani un volo, senza sapere se B. può ospitarmi, e senza sapere se ho veramente voglia di andare in Scozia. E ammesso anche che riesca a parlare con B., NON HO VOGLIA di elemosinare un invito che non mi è stato rinnovato nell’ultimo mese! Lui “sarebbe molto più tranquillo a sapermi in Scozia con B.” che da qualunque altra parte da sola. Il colore da bordeaux diventa paonazzo, vorrei scoppiare e urlargli che lo so di che ha paura, che incontri un altro con meno pippe familiari da scontare, ma riesco miracolosamente a trattenermi.

Quando chiudo il telefono mi metterei a piangere per la rabbia e la frustrazione.

Il telefono risquilla e un assicuratore che deve farci una fideiussione per un finanziamento pubblico mi dice che ha bisogno di un atto che ha il notaio. Chiamare il notaio e farglielo spedire per fax. Chiamo il notaio e la segretaria mi dice che l’atto non può essere spedito perchè “è troppo lungo, è fronte retro, bisognerebbe fare le fotocopie e poi spedirlo e si perde troppo tempo”. Le faccio notare, tentando di sbriciolare la cornetta, che questo è appunto il suo lavoro, ma la ragazzina è irremovibile. Bisogna andare lì (in centro, ovviamente), prendere il documento e portarlo all’assicuratore. Vado. Quando arrivo lì, l’atto non si trova. Quindi la segretaria NON POTEVA SAPERE quanto era lungo, visto che non l’aveva davanti (infatti, è lungo 4,5 pagine. Tempo di fotocopiatura e spedizione via fax: 3,5 minuti). Ergo, mi ha preso per il culo solo perchè non aveva voglia di lavorare.

La buddista e l’Architetto mi hanno rotto i coglioni oggi con domande, richieste di correzioni,  menate varie e 50.000 dettagli inutili, confondendo i file e stampando i file sbagliati. Un gruppo di collaboratrici esterne con le quali ho perso circa 3 ore di tempo a spiegare come andava fatto il lavoro mi hanno trionfalmente mandato una mail dalla quale si evince che non hanno capito un cazzo, e anche loro hanno fatto confusione fra due file diversi. Mettiti e rispiegagli tutto daccapo, per telefono. Mi ha telefonato stamattina una funzionaria che vuole da me una lettera che doveva volere tre mesi fa, o non volere più, e invece no, la vuole per lunedì. Ho aperto 16 volte un file per lavorarci su, perchè serve per domani, e sono stata interrotta 17 volte. Alla 18°, il pc è andato in blocco, ovviamente. Il Capo chiede alla segretaria di terminare un lavoro che ho iniziato a seguire io; perdo un’ora per poter dare alla segretaria le coordinate giuste. Sono già le 19:31 e non so quando potrò finire.

Per strada mi pareva che tutti mi guardassero, anche con un filo di ammirazione, anche un pò più che un filo, e già il morale mi si stava rialzando quando mi sono accorta che avevo due bottoni della camicetta di cotone thailandese sbottonati, e quindi praticamente giravo in stile pornosoft, con reggiseno Triumph rinforzato in bella vista.

Maiali.

 

Piazza Garibaldi, Napoli, Italia

Piazza Garibaldi è un inferno ribollente e umido di gente sporca. Siamo tutti sporchi, l’afa fa colare il sudore a fiumi impregnando gli abiti, la pelle e pure la biancheria intima. Sul sudore si apppiccicano la polvere, lo smog, i gas di scarico dei pullmann e delle centinaia di auto ferme, in movimento, ingorgate, strombazzanti. La luce è opaca, come filtrata da un vetro unto.
In mezzo alla piazza, a ridosso delle paratie metalliche che delimitano la corsia di posteggio dei taxi, un cumulo di cartoni, stracci, bottiglie di plastica spremute, lattine, vetri rotti; sopra, barboni in bivacco. Il bivacco è lungo quanto tutta la paratia, cento metri e più.  Un paio di zoccole (nel senso di mus norvegicus, pantegana da fogna) fanno capolino dai cumuli, infastidite dal chiasso, penso.

Il marciapiede da cui partono gli autobus straripa di gente, accaldata, per lo più nervosa ma con uno strato di rassegnato fatalismo che deve essere il risultato dell’intossicazione dai gas di scarico, visto che tutti i pullmann hanno il motore acceso. Per l’aria condizionata, suppongo. Intossicarsi prima per poter respirare poi.

Assisto alle operazioni di scarico di passeggeri e bagagli da un pullmann appena arrivato e alla quasi contestuale operazione di carico di gente e bagagli per la ripartenza in direzione opposta. E’ fatale che 100 persone (50 sono arrivate, 50 devono ripartire) messe a fare queste operazioni in totale anarchia intorno ad un solo pullmann finiscano per fare, diciamo così, un po’ di confusione. Volano parole grosse, qualche spintone, misti al pianto di una ragazzina che non è stata abbastanza svelta a scaricare e ormai la sua valigia giace sotto mezza tonnellata di zaini militari caricati per la ripartenza.  Gli autisti intanto fumano all’ombra qualche decina di metri più in là, tranquilli e freschi come rose.

Finalmente arriva anche il mio, di pullmann. Fortunatamente pochi vogliono andare dove vado io, e quindi la tregenda non si ripete. Partenza prevista per le ore 20:15.

Dalle 20:00 l’autista sta parlottando fittamente con due tizi in borghese. Sale con faccia preoccupata sul pullman e ne scende con una pacco di documenti, che i tizi esaminano con calma. Risale per chiedere a quelli di noi seduti nelle prime file i biglietti, che sono biglietti di Trenitalia, visto che quello è un pullmann che fa servizio sostitutivo in concessione sulla tratta Napoli – Metaponto. Li mostra ai tizi.

Ore 20:20: il parlottamento continua, l’autista allarga le braccia desolato, si attacca al cellulare, continua a parlamentare con la faccia sempre più viola. Il motore del pullmann è acceso, ma niente aria condizionata. I pochi viaggiatori scendono e si informano. I due tizi sarebbero poliziotti, qualifica della quale dubiterò fino alla fine, e vogliono l’autorizzazione di Trenitalia alla ditta di pullmann per fare quel servizio. Intanto, già che ci sono, controllano tutto l’ambaradan di tachigrafo, carte di circolazione, assicurazioni, dotazioni di sicurezza e via così.

Ore 20:30: i “poliziotti” chiedono di poter scaricare e controllare i bagagli. Il gruppetto di passeggeri si rifiuta compatto e comincia a rumoreggiare sentitamente per il ritardo. I “poliziotti” non insistono (??)

Ore 20:40: terminate le contrattazioni, l’autista risale sul pullmann e si predispone a partire. Gli hanno ritirato il libretto di circolazione del mezzo, perché la famosa autorizzazione non è saltata fuori e i “poliziotti” non gli hanno dato credito (lui assicurava un fax entro un’ora). Intanto alle spalle dei “poliziotti” un barbone beve una birra, e spacca la bottiglia sulla paratia metallica, lasciando i cocci a terra. Poi si gira e piscia contro le stesse paratie.

L’autista accende l’aria condizionata e parte, bestemmiando e inveendo contro la Polizia, il Governo, sé stesso e raccontando ad alta voce, a nessuno di preciso, quello che è successo, tornando a bestemmiare e ad inveire, almeno fino a Torre Annunziata, confortato e sostenuto da tutti i passeggeri.

Un’altra bella domenica meridionale è finita.

Perchè lavorare ad Agosto?

Non è tanto umano, diciamo la verità. E poi è Sabato, e fuori si sta d’incanto, aria frizzante a ricordarti le bufere notturne e solicello tiepido a ricordarti che tutto sommato è ancora estate. E pensare che quando ero piccola questo era già il secondo giorno di mare, avevo già fatto amicizia coi bambini delle villette/bungalow/tende vicine e di sicuro mi ero già ustionata nonostante i chili di Coppertone che mia mamma mi spalmava con la pala ed ero già costretta a fare il bagno con la maglietta. Invece l’ufficio dentro è sempre uguale, del tutto impermeabile alle stagioni se non fosse per i già noti fatti relativi alla temperatura aziendale.

Ci siamo solo io, l’Architetto (rimasto solo dopo che moglie e figlie sono partite per il mare) e il Capo, che fosse per lui lavorerebbe anche la notte di Natale, tagliando a mezzanotte un panettone col tagliacarte. Ha provato a farsi il caffè da solo, stamattina, per dare prova di non dipendere poi totalmente dalle sue impiegate/figlie, e nell’ordine:

1. ha ignorato la spia gialla lampeggiante che comunica al mondo che la macchinetta del caffè, come la maggior parte degli esseri viventi, ha bisogno di bere con regolarità;

2. ha infilato la cialdina e spinto l’apposito sportellino-levetta, e non è successo niente. Ovvio. Senz’acqua, la umile ma intelligente macchinetta si blocca, dal momento che l’acqua è guarda caso una delle due indispensabili materie prime necessarie a fare un caffè;

3. ha messo l’acqua brontolando e cominciando a lanciarmi sguardi imploranti;

4. la cialdina, però era ormai stata inghiottita. Recuperarla con mezzi meccanici (tagliacarte, unghie, righelli et similia) può avere due soli risultati certi, e cioè frantumarsi uno o più falangi e scassare uno o più attrezzi di cancelleria, oltre alla macchinetta, ovviamente. Esiste un modo per il recupero, e la mia fronte portava la scritta IO LO SO MA NON TE LO DICO mentre l’implorazione era diventata vocale, con totale perdita della dignità.

Sospirando, della serie “questi uomini non sanno fare nulla ed in più se sono Capi questo interferisce anche sulla loro credibilità professionale” ho provveduto alla realizzazione del miracolo (basta spingere con una seconda cialdina, anche usata, e la prima cadrà nell’apposito cassettino, e potrà essere recuperata) e ho fatto il caffè.

L’ingrato si è lamentato che faceva schifo lo stesso, ma è stato solo per recuperare la suddetta dignità.

Vi bacio, non vi divertite troppo.

La fase creativa

Ieri sera uno spettacolare acquazzone con lampi e tuoni e tutto l’armamentario scenico dell’autunno incombente (lo sapevo, lo sapevo io che il tempo si guastava in proporzione all’avvicinarsi delle mie vacanze) ha fatto abbassare il termometro di quasi dieci gradi. Quindi si lavora col fresco, tanto che io e la buddista abbiamo concordato una chiusura della finestra che ormai era spalancata da circa due mesi (con risultati vani, peraltro, durante il solleone: passare dalla stanza dei tecnici munita di aria condizionata, alla nostra, era come passare dalla Norvegia ad un suk arabo, con la sensazione che qualcuno ti inseguisse per la stanza tenendoti un phon puntato alla tempia).

Il tentativo di stare dietro alle esigenze progettuali dei molteplici gruppi e gruppetti di lavoro che si sono formati per decantazione nel MegaProgettoneMultiplo sta dando risultati grotteschi, talvolta drammatici, spesso surreali. Le riunioni, formalmente convocate o informali o nei corridoi o nei cessi o per strada, telefoniche o e-mailiche o de visu stanno raggiungendo la preoccupante media di 5 al giorno. C’è una mia collega, che non lavora nella nostra società, che fa ogni giorno come una trottola impazzita 150 km.  da casa sua al suo ufficio (in un’altra città), al nostro, ai luoghi di riunione, e ogni giorno è un pò più rincoglionita e bisogna svegliarla a ceffoni e caffè in endovena prima che inizi a carburare un suo contributo. Io ho tenuto anche due riunioni in contemporanea, saltando da una stanza all’altra in due palazzi diversi (per la cronaca, nessuno si era accorto della mia assenza in nessuna delle due riunioni).

La mole di materiale che gira sulle caselle di posta sta raggiungendo proporzioni ministeriali, e siccome i furbi sono sempre in agguato, perchè alla fine si riesca ragionevolmente a dire chi ha lavorato a che cosa, l’Architetto manda tutto solo in formato .pdf senza possibilità di copiatura, più qualche virus ai collaboratori/concorrenti più rompicoglioni 🙂

Si incrociano documenti, lamentele, critiche, cazziatoni, panini caffè gelati, qualche rara preziosa collaborazione reale, occasionali coincidenze di pensiero creativo e strategie di “implementazione delle Azioni” (bello, eh? l’ho usato a profusione nei documenti che ho curato io).

Però lasciate che ve lo dica: questo lavoro creativo, che ti obbliga a spremerti le meningi e capire e sintetizzare e centrare il problema in dieci righi, insieme ad altri cervelli giovani (bè, insomma, media 40 anni) mi piace da impazzire. Oggi che non fa caldo, mi sento viva.

La SPLP si avvicina ….

Aggiorno

1. INFR. vuol dire “infruttuoso”, ovvero sui miei principeschi depositi non mi danno più manco un cazzo di centesimo di rendita, o interesse attivo che dir si voglia. Domani vado a sbattere la soluzione del mistero sulle scrivanie dei “colleghi”, che tanto non è che ci avranno perso il sonno, a cercare di capire;

2. lo Chalet dove si beve il miglior caffè shakerato non è il Paradiso, ma da Ciro, sempre a Mergellina;

3. il bar di Fuorigrotta che fa pure lui un ottimo shakerato si chiama Blasius.

Un grazie di cuore al mio uomo, insostituibile compagno, che mi legge quando può e anzichè dormire, mi manda mail tenerissime per sopperire alle mie ignoranze.

Su Cicciotto, è d’accordo anche lui.

Buonanotte …

Caffè +10, banche -10

Dieci punti in più alla città più bella del mondo, nella quale è scoppiata la felicissima moda del caffè shakerato. Per i pochissimi umani che ancora non avessero provato questa delizia, consiglio un viaggetto nella ex capitale borbonica, anche solo per questo. I migliori, a mio modestissimo parere, sono quelli dello Chalet Paradiso a Mergellina e di un caffè di Fuorigrotta, di cui non ricordo il nome, di fronte alla fermata metro Campi Flegrei.

Il caffè shakerato è un frullato/frappè di caffè freddo o granita di caffè (meglio), gelato al caffè e un goccio di panna. So di alcuni baristi viziosi che hanno testato versioni beta con il Bailey’s e/o con il Caffè Sport Borghetti, ma non le ho provate di persona. Semisolido, da mangiare più che da bere, spolverato di polvere di cacao e guarnito di ciuffetti di panna, un caffè shekerato classico se ne scende gelido nel vostro gargarozzo impolverato e accaldato, riportando umori vitali alla superficie e sollecitando succhi gastrici ormai ridotti a liquami.

Parecchi punti in meno, invece, al ristorante Cicciotto di Marechiaro, la cui recensione entusiastica avevo pubblicato qualche tempo fa sul Porto Ritrovato. Resta sempre un luogo dello spirito, per me, però l’ultima volta che ci sono andata, la qualità e soprattutto la quantità del cibo servito si erano decisamente abbassati, ed in compenso si era alzato a vette cosmiche il conto finale. Cicciotto, mi spiace, non mi vedrai più per un bel pezzo.

Punteggio sotto zero al sistema di home banking di un notissimo Istituto Bancario meridionale. Vi danno il codice utente (8 cifre) e la password (5 cifre). Dopo il secondo giorno di attesa, armati dell’entusiasmo del neofita, provate. “Utente non riconosciuto, codice utente o password errati”. Vabbuò, forse non l’hanno ancora attivato. Al 5° giorno vi sorge il leggerissimo sospetto che ci sia qualcosa che non va. Provate tutte le combinazioni possibili, sostituendo agli zeri le “o”, togliendo gli zeri, aggiungendone uno, digitando il tutto solo con la mano sinistra, hai visto mai. Niente.

Ma non tutto è perduto. In bei caratteri verdi sul sito del notissimo Istituto Bancario c’è l’indicazione di un numero verde, da chiamare “in caso di problemi con il codice utente o la password”. Chiamate, fiduciosi. Una voce metallica (perché, perché non umana?) vi chiede per primissima cosa … IL CODICE UTENTE!!  Lo digitate, sperando nel miracolo, e  – fatale come il diluvio universale – la voce metallica vi avverte che “l’utente non è riconosciuto”…

Un mercoledì da leoni

Stamattina mi sono svegliata con un umore che va dal bulldog col mal di denti allo squalo digiuno. E’ partita male già da ieri sera, quando mi sono ramazzata inutilmente nel letto fino alle due del mattino senza riuscire a prendere sonno (per inciso, approfittando dell’insonnia, mi sono vista un film italiano molto carino, credo mai passato sugli schermi cinematografici, intitolato “In barca a vela contromano” o qualcosa del genere con un accattivante Valerio Mastandrea). Risultato: stamattina mi sono svegliata di colpo con circa un’ora di ritardo sulla solita tabella di marcia e sono stata presa da quella che dalle mie parti si chiama ” ‘nziria ‘e suonno”, ovvero uno stato lamentoso-infantil-nervoso per il quale qualunque cosa anche minimamente storta fa andare su tutte le furie.

E infatti.

Mi fiondo sotto la doccia e lancio un urlo. L’acqua, che sovente nei freddissimi mesi invernali diventa gelida perchè la caldaia “va in blocco” (misterioso malessere che può dipendere anche dal troppo vento, ci disse un tecnico spiritoso, ma senza scherzare), l’acqua dicevo, era bollente come avessi dovuto farci il tè. Purtroppo la mia vetusta doccia, per un eccesso di modernità anni ’70, epoca della sua installazione, non ha i due rubinetti, ma un unico manopolone graduato altrimenti detto miscelatore. Abbasso disperata la leva del manopolone fino a 12 gradi: macchè, l’acqua mi pare più calda di prima. Chissà che cazzo è successo dentro al miscelatore dagli anni ’70 a oggi, penso fumante. Lancio un urlo agli altri abitanti della casa, nel sospetto che abbiano aperto l’acqua fredda a manetta sottraendola alla sottoscritta, ma è un sospetto infamante ancorchè infondato. Mi rassegno a farmi la doccia ustionante. Risultato: uscita dalla doccia, per reazione comincio a sudare come una fontana, reazione fisica che odio con tutte le mie forze. Non ho ancora a smesso, a distanza di due ore dalla bollitura.

Sto per uscire, lo sguardo mi cade su una busta intestata della mia banca. Ho richiesto una carta di credito da dieci giorni, hai visto mai che mi è arrivata a casa? Le speranze si infrangono di fronte ad un misero foglietto sul quale c’è scritto, più o meno testualmente: “Egregio cliente, bla bla bla, la informiamo che il tasso creditori ha subito una variazione (rigo di sotto, in evidenza) DA: 0,125% (lussuoso tasso di interessi attivo che mi ha permesso di vivere senza problemi finora, solo lucrando sui miei principeschi depositi) A: INFR.

A INFR.?? E che cazzo significa? La mia vita non cambierà, per la miseria, ma posso almeno sapere in un italiano comprensibile a quanto mi avete abbassato il fottuto tasso di interessi attivo? CHE VUOL DIRE INFR.???

Mi precipito in banca, che è sullo stesso pianerottolo dell’ufficio (l’ho scelta solo per quello, per il resto fa cagare) e chiedo lumi. Mi fanno attendere ad un bancone informazioni per circa dieci minuti, mentre l’impiegata addetta ha il naso chino sulle carte 5 metri più in là e fa finta di non vedermi. Fermo quello che poi si rivelerà essere l’usciere e chiedo a lui. Mi guarda come se gli avessi chiesto di misurarmi con un metro da sarto la distanza fra la Terra e la Luna e mi dice che – ma pensa un pò – devo chiedere alla “collega”. Dopo altri dieci minuti mi rompo le palle, entro a passi di carica nel retrosportello, rischiando di passare per una kamikaze norvegese – vabbè, mediorientale non posso sembrare – e piazzo l’ormai ciancicato fogliettino sotto il naso della “collega”, visibilmente colta di sorpresa. Guarda, legge, rilegge, passa al “collega” seduto di fronte, che legge, ripassa alla “collega”. Il foglio fa il giro degli impiegati, suscitando nell’ordine: 1. ilarità; 2. perplessità; 3. disappunto, ma nessuno straccio di spiegazione. Quando sta per ritornare a me, come nel gioco del telefono senza fili, guardo il “collega” e gli dico: “Niente, eh? Allora senta, facciamo così: ve lo lascio. Attaccatelo al muro, poi ripasso fra un paio di giorni e magari mi fate sapere. Grazie!”

E infilo dignitosamente il tornello di uscita.

In ufficio l’Archtetto è entrato nella fase efficientista e mi sta martellando la salute da circa un’ora con ipotesi di variazioni minime ad un testo redatto da me, che non cambieranno il senso generale del testo, ma faranno perdere circa tre ore di tempo.

Ho paura di sapere come andrà a finire, ‘sta giornatina ….