Family day

Stamattina c’è una tensione che si taglia a fette, nel nostro radioso luogo di lavoro. Una lotta intestina e generazionale, dal momento che coinvolge il capo, i figli del capo, la futura nuora del capo. Sembra ci sia disaccordo sul modo di condurre in porto determinati incarichi, e questo punto di partenza travolge le barriere emotive e sentimentali per cui alla fine si rinfacciano pure quella volta che mi hai rubato il ciuccio quando avevo tre anni. La porta dietro la quale avviene la battaglia è rigorosamente chiusa, ma brandelli di urla filtrano e si sentono rumori di cancelleria sbattuta e attrezzeria malmenata. E queste sono le stesse persone che fanno battute sarcastiche, con riferimenti a mercati ittici, se qualcuno di noi chiama ad alta voce un collega da una stanza ad un’altra.
Noi, gli esterni, dipendenti o co.co.co. stiamo qui con la testa piegata sul nostro lavoro ma risolini aleggiano beffardi sulle nostre facce di staff. Anche i ricchi piangono, a quanto pare, e soprattutto finchè si scannano fra loro lasciano in pace noi, anche se dire qualunque cosa, oggi, può essere pericoloso.
Ogni tanto qualcuno dei contendenti esce dalla stanza, dopo aver doverosamente sbattuto la porta, e viene di qua, in cerca quasi sempre di documenti che avallino la propria teoria; appena varcata la soglia e ridisceso fra i comuni mortali, il qualcuno di turno cerca di spianare le rughe dell’ira con evidente sforzo muscolare e, dopo un rantolo, tenta di abbassare di due ottave la voce per chiedere ciò di cui ha bisogno. L’effetto è devastante per la nostra ridarella, ma occorre tenersi, e soprattutto occorre fare finta di niente, mentre dietro la porta continua la Casamicciola di cancelleria.
Adesso sembra che una tregua sia stata concordata, ma – come fra Abu Mazel e Sharon – non c’è da fidarsi troppo. Si può almeno sperare che, in altre irose faccende  affaccendato, l’ingegnere almeno dimentichi di spegnere la macchinetta del caffè.

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