Sto impazzendo

Un alien si è impadronito di me, e si è piazzato fra l’esofago, lo stomaco e il petto, lì dove dovrebbe – credo – esserci il cuore. Niente di organico. Il peso che sento, che mi fa stare curva, mi fa battere il cuore, mi dà la nausea e mi toglie il sonno e la gioia di vivere è tutto assolutamente squisitamente freudianamente psicosomatico.

Non ce la faccio più ad andare avanti così e i fatti di S. Valentino hanno mostrato in maniera lampante che non ce la faccio nemmeno a tornare indietro.
Aspettare, ancora.
Aspettare, ancora un giorno, un paio di giorni, massimo una settimana (e intanto è passato un  mese).
Aspettare la risposta della finanziaria, aspettare che mammina esca dall’ospedale, aspettare che l’avvocato prepari la scrittura privata, aspettare che venga firmata. Aspettare Giugno per poter chiedere la pronuncia della sentenza di divorzio. Aspettare che l’azienda decida se sì o no, e come. Aspettare la delibera della Giunta Regionale, aspettare la pubblicazione sul Bollettino Ufficiale, aspettare la firma del contratto.

Aspettare, aspettare ed ancora aspettare. E nel frattempo non farti notare, non pretendere, non chiedere, non esistere, non decidere, resta immobile nella tela di ragno, seduta al buio e fai passare ancora un giorno, ancora un fine settimana, ancora un pò di tempo. Senza poter dire niente a nessuno, anzi mentendo e mi raccomando con abilità, ricordandoti le bugie, controllando ogni singola parola per impedire che la bocca vada più in fretta del cervello e ti scopra.

Aspettare che l’alien si faccia ogni giorno più pesante, e intanto combatti con la pigrizia, con il freddo, con la bilancia, con il lavoro, per non cedere, per far vedere che hai una volontà. Di ferro.

Vi giuro, sto impazzendo.

Blog disease

Offro un invito a cena (chi mi conosce sa che c’è tutto da guadagnare) al primo lettore/trice affezionato/a di questo blog, ma mi accontento anche di passanti casuali, che mi spieghi con dovizia di dettagli e un linguaggio il meno possible tecnico come si fa ad allargare la grafica del blog in modo che prenda tutto lo schermo, ed eliminare quella odiosa striscia grigia a destra.

Sono sicura che è una cazzata, ma io non ci sono riuscita

Confindustriali

Sabato si è inaugurata la nuova sede di Confindustria regionale. Nello stesso palazzo dove lavoro io. Ospite d’onore, il presidente D’Amato. La saletta che ospita il convegno è stipata di piccoli industriali locali, politici di ogni sfumatura di colore, e fauna cittadina, di quella presente ad ogni convegno.

In prima fila, un impettito sindaco fa da scorta d’onore alla bionda moglie del presidente, in arancione firmato. Malelingue dicono che ci sia lei, dietro il successo confindustriale di lui. In effetti, penso, l’inaugurazione di piccola sede confindustriale di piccola regione non era poi quest’appuntamento imperdibile. Poteva non venire, la potentissima signora D’Amato.
E invece è qui, e non solo: in prima fila, nervosamente seduta in pizzo alla sedia, scuotendosi a ripetizione i lunghi capelli biondi freschi di parucchiere, gli occhi leggerissimamente strabici piantati sul marito, non si perde un suo gesto. Una impropria illuminazione del tavolo della presidenza lascia in ombra praticamente tutti, sparando invece un fascio di luce proprio sulla faccia dell’ospite d’onore. Forse è stato fatto apposta, però la luce sottolinea impietosamente borse e rughette dell’assonato presidente, e spara on stage la circostanza che ogni tanto lui chiuda gli occhi cerulei come per pensare, mentre invece forse scapozzolea.
La signora soffre, nel constatare la sofferenza del suo compagno, che virilmente e signorilmente resiste allo spot maligno.

Ma non si è Marilù D’Amato per nulla: con un imperioso cenno della mano convoca una delle hostess, spaurita stangona che le si inginocchia davanti, fa cenno di sì con la testa, si rialza e schizza in direzione della cabina di regia. Dopo un minuto, tutti i faretti che illuminavano il tavolo della presidenza sono spenti. Il presidente tira un sospiro di sollievo, ed indirizza un sorriso di vero amore alla sua compagna.
Poco manca che le mandi un bacino sulla punta delle dita.
Un pò li invidio.

Pantani e Maradona

Ho visto un pezzetto di intervista fatta a Diego Maradona sulla vicenda Pantani. Secondo me Maradona non ha fatto la stessa fine del Pirata perchè salvato dalla sua bestialità di fondo, un misto di ignoranza e stupidità che lo hanno in qualche modo preservato dalla possibilità di depressione. Una sorta di insensibilità dovuta all’assenza di una reale coscienza di sè, alla incapacità di misurare l’abisso in cui si è precipitati, che invece purtroppo Pantani possedeva perchè dotato di un sottofondo di sensibilità e cultura media italiana, di cui Maradona è privo.

Belle notizie

La mia compagna di stanza buddista un mese fa si è assentata per una settimana. Una sera mi ha telefonato e con la voce che le traboccava di autentica gioia buddista mi ha annunciato di essere incinta. Se avete la pazienza di recuperare un mio post di fine giugno scorso, saprete perchè questa notizia mi riempie di gioia sincera. Per evitare rischi, avendo imparato la lezione, da allora manda un certificato medico alla settimana e resta a casa. Imperscrutabili decisioni direttoriali hanno deciso che non posso rimanare da sola nella stanza, e quindi il nuovo acquisto di amministrazione è stato trasferito affianco a me. “Finalmente ti ho messo un bell’uomo vicino” mi ha detto il capo ridacchiando.

Ora, a parte che il giovine ha dieci anni meno di me e quindi più che sentimenti materni non posso avere, nei suoi confronti, se non voglio passare per Girolimoni, è mio compagno di stanza da manco una settimana e gli già ho scoperto almeno tre o quattro “amiche” (nelle varianti “care amiche”, “amiche e basta”, “più che amiche”) oltre alla fidanzata ufficiale. Hai capito, il giovane manager rampante di provincia …

Adoro Michele Serra

Adoro Michele Serra. E non solo per motivi diciamo così ideologici, o perchè ha un’ironia affilata con la sabbia, o perchè ha quell’aria spaesata da Gatto Silvestro sotto il pietrone da due tonnellate, che me lo abbraccerei, o perchè era il fondatore e direttore di Cuore, ma perchè scrive da dio. Aggettivi, verbi, avverbi, tutti pesati, calibrati, ricercati e raffinati a formare miracolosamente frasi e concetti mai tromboni, sempre chiarissimi, luminosi, mai banali e massificati.

Se non ci credete, andate a leggervi il pezzo pubblicato ieri su Repubblica sulla morte di Marco Pantani. Un capolavoro. Consiglio a tutti gli aspiranti giornalisti, scrittorucoli in erba, studenti del liceo di spararsi in vena robuste dosi di Michele Serra, prima di sedersi davanti ad una tastiera.

Giochino cinese

Se proprio non c’avete un cavolo di meglio da fare, se in ufficio non c’è rimasto nessuno e vi siete stufati del solitario di Windows, fate una capatina qui: http://www.datacraft.co.jp/takagism/index_e.html

Simpatica masturbazione mentale di stampo molto orientale, può farvi passare due ore (o qualche notte, dipende da quanti film di 007 avete visto) in rilassatezza oppure indurvi a spaccare il pc con un’accetta da falegname dopo 5 minuti.

Vi dirò i segreti giusti solo dietro compensi in denaro.

Burro e zucchero

E va bene, ragazzi, non ce l’ho fatta. La lavoratrice atipica, tanto tosta e spietata sul lavoro, nel privato ha un cuoricino di burro e zucchero che ha retto 13 ore alla prova della singletudine. Semplicemente non ce l’ho fatta. Avevo ignorato con quella che credevo ammirevole nonchalance le mail accorate, i sms di scuse, le suppliche di una mia parola live, invece della lunga fredda razionale dura mail che avevo mandato per comunicare che non intendevo più considerarmi una coppia.
Ma per la miseria questo benedetto uomo mi è proprio entrato nel sangue, senza che io me ne accorgessi minimamente, e per circa 13 ore mi sono guardata ingrigirmi e smettere di respirare progressivamente. Quando sono stata praticamente in apnea, senza che il cervello lo ordinasse proprio esplicitamente, mi sono guardata prendere in mano il cellulare e fare il solito numero. L’ho sentito squillare facendo finta di niente, ho sentito la voce dall’altra parte che rispondeva, e non mi è parsa mai così bella come in quel momento.
Ho chiesto come se niente fosse se aveva qualche impegno nella serata del giorno dopo o se per caso non potessimo prenderci un aperitivo insieme, solito posto, solita ora, sì, passo io con la macchina, va bene. Ho contato le circa 24 ore che mancavano all’appuntamento come un condannato a morte, perchè non era escluso che anche lui concordasse sul farla finita, e perchè comunque sentivo che qualcosa si era rotto, e perchè chi dice una bugietta non troppo grossa potrebbe poi avere mentito, a valanga, su cose medie, poi su cose enormi, e insomma potevo anche trovarmi di fronte un uomo che mi aveva mentito su TUTTO, negli ultimi due anni. La sindrome Calisto Tanzi, diciamo.
All’ora prestabilita ero lì, parcheggio sghembo multabile, fuori dalla macchina, a (cercare di) respirare l’aria della sera della Riviera di Chiaia e guardare i ragazzini sfilare zuccherosi appiccicati trascinando scatole di Baci Perugina, cuori rossi gonfiabili, orsacchiotti e altre amenità del genere. E’ dura essere adulti e infelici la sera di San Valentino.
Poi l’ho visto arrivare, col solito passo di carica, e ho notato che si sforzava di sorridere. Sono crollata totalmente e senza ritegno. Due minuti dopo singhiozzavo inumidendo in maniera considerevole la spalla destra del suo giaccone imbottito, raccontandogli per quanto la voce me lo consentiva tutta l’atrocità delle 13 + 24 ore passate da quella mail a quel momento, e sentendo nell’orecchio rimasto scoperto tutte le formule di scusa e di richiesta di perdono che la disperazione sa attivare, in momenti così delicati.
E’ finita a champagne nel solito bar   

Il giorno che è morto Pantani

Ho la bocca amara, uno spiacevole retrogusto di cenere che si confà alla faccia grigiastra, segnata sotto gli occhi, che mi rimanda lo specchio. Ho la sensazione che qualcuno mi tenga stretto nel pugno la bocca dello stomaco. Ho voglia di dormire, e se possibile svegliarmi il mese prossimo.

Bisogna guardare le cose da lontano, ogni tanto, per poterle vedere nella loro interezza e con sufficiente lucidità. Ma cazzo se fa male.

Buon San valentino, amore mio.