Il mistero dei calzini – Update

Ad un più attento esame, a riprova del mio inesorabile avvio sul viale del tramonto cerebrale, uno dei 4 calzini spaiati è risultato essere al rovescio. Una volta raddrizzato, si è dimostrato perfettamente identico ad uno degli altri tre cui si è romanticamente congiunto. Quindi il mistero dei calzini spaiati permane sempre, ma ridotto nella gravità.  Colgo il suggerimento di Andrea e dedico ad essi due calzini un brano che non conoscevo, ma che mi pare veramente perfetto e celebrativo dell’accaduto 😀

 

 

Notizie del giorno

1.  In un impeto di casalinghitudine avvio una lavatrice di panni sporchi. Stendo i panni, ci sono 4 calzini sportivi. Quando ritiro i panni e mi metto diligentemente a piegarli per metterli diligentemente al loro posto, realizzo che i 4 calzini sono tutti diversi fra loro. Tutti. Quattro calzini, e non ce n’è uno uguale all’altro. Le domande che mi pongo sono molte, la prima fra tutte: ma come minchia ho fatto a spaiare 4 paia di calzini? e poi: dove saranno finiti i 4 (quattro!) compagni di questi? ricordo confusamente di aver fatto pulizia nei cassetti, nel triste periodo di disoccupazione, una decina di mesi fa: il fattaccio deve essere successo allora. E come mai me ne accorgo solo adesso? potrei andare avanti per ore, ad elucubrare sul mistero dei calzini scomparsi e più in generale sulla mia distrazione, ma preferisco fare finta di niente: li appallottolo e li metto in un angolo del cassetto, con l’ideale etichetta “emergenze”. Hai visto mai che venga la carestia, come pensa – e dice, anche, purtroppo – una mia zia non particolarmente ottimista.

2.  Lo spazio commenti del mio sitarello è preda da molti mesi di accaniti spammer che per fortuna voi non vedete, ché io – anzi, Giancarlo e io – abbiamo predisposto le cose in modo tale che i commenti debbano essere sempre approvati, e quindi io passo le giornate a cassare senza pietà decine di commenti-spam. Pubblicizzano di tutto, ma soprattutto medicinali (non solo Viagra, pivelli, ora anche anfetamine, calmanti, psicofarmaci di ogni genere, miracolose pillole dimagranti, anabolizzanti per sportivi e Dio solo sa che altro), vendita sottobanco di scarpe e vestiti griffati rubati, foto nude delle celebrità del momento, maschi femmine e così così. E a proposito di commenti, l’orda di commenti autonomi sul post del mio provino a L’Eredità si è un po’ placata, ma non spenta del tutto. E comunque (88 commenti) mi sono arresa all’evidenza che ormai quelli non sono più commenti ad un post, sono un forum spontaneo che ha preso vita propria.

 3. Fenomenologia delle farfalle (nello stomaco) morte: esse portano con sè insospettate libertà. Ad esempio, non c’è più bisogno di scervellarsi per pensare ad un tema che possa essere di suo interesse, pur di avere una scusa per scrivergli (una mail, un sms). Se viene, viene. Se no, love&peace.

Colonna sonora del giorno: Tiziano Ferro canta De Andrè. Adatto per serate piovose e fredde come l’odierna.

Correre – il giro della morte

E’ il simpatico ma realistico appellativo che la sottoscritta ha dato al giro completo del lago Pantano, in C.da Tora, Pignola (PZ). Il percorso è lungo esattamente 6 km. e quindi corrispondeva al mio obiettivo

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di ieri. E l’ho fatto, TUTTO!! Mi amo. Considerazioni sparse.

1. scherzi della stanchezza/2: se l’ultimo tratto è un lungo – ma lungo – rettilineo, non alzare lo sguardo, perchè più corri più la meta sembra allontanarsi, invece che avvicinarsi. Meglio concentrarsi sul tratto di asfalto più vicino ai piedi.

2. le salite sono meno pesanti se fatte a piedi che se fatte in bicicletta. Correndo, basta inserire la ridotta, cioè rallentare, fare passi più brevi e concentrarsi sul respiro, e la salita passa. Con meno dolore di quanto si ipotizzasse all’inizio.

3. togliete i bambini di mezzo, cazzo!! (ma pure gli adulti). Le famigliuole a passeggio per far prendere aria al pupo non si sa mai in quale direzione vadano, e travolgerli non è un buon sistema: fa perdere tempo e spezza il fiato. I bambini sono particolarmente insidiosi: il concetto di “tenere la destra” è obiettivamente ostico per loro, e voltarsi indietro per guardare dove sono rimasti mamma / papà / fratellino è un gesto geneticamente inserito nelle loro belle testoline infantili. E se si guarda dietro, non si guarda avanti, e la biciclettina / moto a batteria tende a sbandare e/o a cambiare direzione. Per questo nel primo tratto preferisco in genere la rotabile, invece della pista per i pedoni. Ma a quel punto immagino che anche i ciclisti semiprofessionisti pensino di me quello che io penso dei bambini in biciclettina: ieri un gruppone di Pantani mi ha rasato i peli della parte sinistra del corpo, e ho chiaramente percepito con un exploit di lettura del pensiero la frase “ma perchè non vai sulla pista pedonale, bionda?“. L’unica differenza è che io ho una traiettoria prevedibile: vado sempre dritto. E sto tutta a destra. O tutta a sinistra.

4. giusto perchè siate tutti consci della mia grandezza, posto foto del tragitto. E’ quel sottile filo rosso che gira intorno al lago (bello, vero?). Let you rosik.

Dovrei viaggiare più spesso

Forse dovrei andare un po’ di più in giro. Quando viaggio, incontro umanità che nelle mie routine quotidiane non incontro mai.

Salgo sul FrecciArgento Salerno – Roma, ieri. Quando raggiungo il posto che il cervellone di Trenitalia mi ha assegnato, la scena che mi si para davanti agli occhi è questa. Il mio posto è vicino al finestrino, e fa parte di quelli a salottino, 4 posti messi a due a due di fronte, con tavolino in mezzo. Il controllore – giovane, pallido, serio – è in piedi vicino al tavolino, sfoglia carte che non promettono niente di buono. Il posto di fronte al mio è occupato da una signora anziana, il prototipo leviano della dignitosa e pulita contadina calabro lucana a me tanto cara: ossuta, alta, completamente vestita di nero, capelli bianchi tirati in una crocchia sulla nuca fermata con le forcine, occhiali con la montatura di metallo, piccoli orecchini antichi, rughe di sole e di espressione, viso pulito e pallido. Molto pallido. Ha gli occhi chiusi e tiene un braccio allungato sul tavolino. Il polso di quel braccio è saldamente nelle mani di una donna che le siede di fronte, e che quindi occupa il mio posto. Descrizione della donna: più vicina ai 50 che ai 40, miniabito nero molto scollato aderente con cinturone in vita, calze autoreggenti con balza in pizzo, stivaloni di camoscio nero tacco 12 di quelli da bucaniere, alti fin sopra il ginocchio e più alti davanti che dietro, neri capelli fluenti. Stando seduta, protesa verso la vecchietta, il miniabito si è alzato scoprendo la fascia di pizzo delle autoreggenti, e dall’alto, posizione mia ma anche del controllore, visto che siamo entrambe in piedi, la scollatura è ben più che generosa. Questi dettagli hanno infatti iponotizzato il solerte uomo delle FFSS, che non accenna a muoversi nè a fare alcunchè di costruttivo.

Faccio timidamente notare la mia presenza e con garbo notifico che il posto occupato dalla figlia sexy del Corsaro Nero sarebbe il mio. Il capotreno mi fulmina con lo sguardo, la vamp non mi guarda nemmeno, la vecchietta ha ancora gli occhi chiusi. “La signora si è sentita male – mi spiega l’uomo FFSS – e la dottoressa le sta sentendo il polso”.

I pensieri che mi rotolano in testa, a questo punto, posso riassumersi più o meno cosi:

“ok, l’abito non fa il monaco, e ognuno di noi si veste come meglio gli aggrada, soprattutto fuori dal contesto lavorativo. Però poi succede che è il contesto lavorativo che ti viene addosso, sotto forma di una vecchietta calabra che si sente male e di un capotreno che chiede “c’è un medico a bordo?” e il giuramento di Ippocrate ti spinge ad intervenire, anche quando stavi andando in vacanza a Marbella o forse ad un meeting di cubiste over 40. E quindi finisce che ausculti la pressione ad una signora anziana scoprendo la balza di pizzo delle autoreggenti, forse destinate a diversi e più produttivi sguardi che non a quelli del capotreno (e di mezzo treno, in verità, che con la scusa di informarsi sulla salute della nonnetta viene in realtà a guardare la dottoressa dei suoi sogni, quando da adolescenti si giocava al dottore e all’ammalato con la vicina di casa).

Segue la solita trafila che già conosco: il capotreno che chiede all’anziana signora se vuole che venga chiamato il 118, la signora che dice di no e si rifiuta di scendere dal treno, il capotreno che compila e fa firmare a nonnetta e dottoressa una serie infinita di fogli, con esibizione di documenti vari, tutti tesi ad esonerarlo da qualunque anche minima reponsabilità. Intravedo – senza volerlo, giuro – la carta di identità della dottoressa e scopro che ha un nome di battesimo assurdo, tipo Artabana o qualcosa del genere. Un nome, un destino di originalità. Mi siedo affianco alla scosciata, appena il capotreno se ne va, e mi rendo conto che a dispetto dell’abbigliamento, la dottoressa è molto brava: ha capito che il problema della nonnetta è soprattutto psicologico, e continuando a tenerle il polso la costringe a parlare, le fa prendere delle medicine, si fa raccontare tutto il quadro clinico, la fa bere, le fa raccontare in breve la sua vita e quella della sua famiglia. La nonnetta sta andando al nord – estremo nord – per andare a trovare il figlio, viaggia da sola, deve fermarsi 4 ore a Roma prima della coincidenza – marò – è in ansia e depressa per le sorti della sua famiglia sparsa ovunque sul territorio nazionale. In breve la situazione è sotto controllo, la signora anziana riacquista colore e calore e si appisola, dietro consiglio della dottoressa. Arrivati a Roma rifiuta con energia di essere aiutata per scendere, rifiuta

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qualunque offerta di compagnia, limitandosi a ringraziare con solenni benedizioni la vicine di posto (me compresa, che l’ho tenuta d’occhio per il resto del viaggio), il capotreno e soprattutto la dottoressa, vero angelo custode, ancorchè in abiti da Ruby. Spero che sia arrivata, sana e salva, e che il figlio si prenda cura di lei.

Il resto della giornata scorrerebbe più o meno come nelle previsioni. Scorrerebbe, perchè senza alcun preavviso l’ultimo tratto del mio apparato urinario decide di non avere sufficienti risorse immunitarie per combattere un banale assalto batterico, e si risveglia – dolorosamente – con tutti i sintomi di una violenta cistite. L’apice viene raggiunto quando sono sul treno del ritorno, l’ormai caro e casalingo ETR9360 Roma – Taranto. Considerando che io mi farei fare l’anestesia totale pure per tagliarmi le unghie, se ne può dedurre quanto sia alta la mia soglia di resistenza al dolore. Intercetto l’omino che spinge il carrello delle bibite, compro due bottiglie di acqua (so che bisogna bere molto in questi casi, per diluire la carica batterica) e facendo gli occhi di Bambi chiedo se per caso può procurarmi un antidolorofico, un antinfiammatorio, un Aulin, un’aspirina, o anche una mazza da baseball per farmi perdere conoscenza (flap, flap). L’occhione languido fa ancora il suo porco effetto: l’omino pianta il carrello in mezzo al vagone e corre a prendermi un antidolorifico dalla sua scorta personale. Lo prendo, e va meglio. Mi assopisco.

Vengo svegliata di soprassalto dalla sensazione che il treno stia deragliando e stia cadendo in una discarica dove vengono vuotati solo portacenere. Affianco a me, con un tonfo che ha fatto sussultare tutto il vagone, si è seduto un altro passeggero, e mi basta un’occhiata di traverso per capire che Dan Brown non si è inventato niente.

Descrizione del mio compagno di viaggio: 2 metri di altezza per 150 chili di peso. Un bestione, con delle enormi manone. ALBINO. Con i capelli bianchi lunghi raccolti in un codino. Deve aver fumato 10 nazionali senza filtro prima di salire sul treno, ha un odore di ciminiera che mi viene da vomitare. Per fortuna pure lui è insoddisfatto della collocazione, e visto che il treno è mezzo vuoto si alza e si colloca altrove, passando il resto del tempo a guardare un film su un lettore DVD portatile. Ne vedo il riflesso sul vetro, e così a occhio non mi pare Biancaneve e i sette nani.

Per fortuna prosegue oltre la mia fermata.

Correre, ed altro

Problemi da runner, che mai mi sarei immaginata di avere prima di cominciare.

1. il sudore. E non tanto quello che scorre, che fa solo bene (anche se negli occhi brucia, se proprio ne scorre tanto), quanto quello che inonda magliette, calzoncini, biancheria intima, asciugamani, felpe. Forse perchè è il prodotto della fatica, è peggio della candeggina: impregna i capi e non esiste lavaggio a 50° nè detersivo nè ammorbidente che faccia svanire la traccia odorosa della mia meravigliosa ossessione. E i lavaggi a temperature aggressive sciupano i capi, comunque. Non ho una soluzione: ad un certo punto i capi andranno buttati, e stop. Quelli che uso giorno per giorno dopo l’allenamento li stendo fuori, sperando che aria e sole (e pioggia) li rendano almeno avvicinabili  😀

2. il movimento della corsa, passati i primi 30 minuti, tende ad irritare i capezzoli, che – mi sono documentata – possono arrivare a sanguinare. Io porto una brassiere con le putrelle d’acciaio per sostenere il peso – uffa – che già attutisce lo strofinamento, ma ho risolto definitivamente mettendo in loco cerchietti di ovatta cosparsi di crema idratante. Vedremo dopo i 40 minuti che succede.

3. la stanchezza può fare strani scherzi: per esempio, farti percepire lo stesso tratto di strada come “strada in salita” in entrambe le direzioni.

E’ un periodo strano, questo. Tanta fatica fisica, una discreta fatica mentale, ma per contro assenza di emozioni.

Sono molto contenta di aver rischiato, mesi fa, cambiando sede di lavoro: non ho subito contraccolpi di nessun genere, il lavoro mi piace, e molto, le persone sono gradevoli e stimolanti al punto giusto. Dopo le amministrative e con l’andata in pensione di un paio di colleghi (maschi), questo Dipartimento si caratterizza per una gestione fortemente matriarcale e women oriented: donna l’Assessore, donna il Direttore Generale, donne tutti i responsabili di Ufficio e molti dei quadri. Non voglio fare la femminista dell’ultima ora, ma a me piace. E’ vero che le donne possono essere micidiali nelle invidie e gelosie, e nel tessere conseguenti trame velenose e trappole, ma finora non mi pare stia succedendo: sento piuttosto un’aura di sotterranea solidarietà su orari, figli, genitori, assistenze, sui dolori quotidiani piccoli e grandi; una più generale tolleranza sui bisogni individuali, che sono secondo me una caratteristica propria delle donne (se intelligenti, ovviamente, e se non accecate dalla corsa al potere con qualunque mezzo). Ci sono molte ragazze giovani, l’aria è generalmente allegra, capita spesso di sentir ridere nelle stanze. E anche questo mi piace.

Però le farfalle non le sento piu’. E come dice Elisa, mi illudo (o temo?) che stiano dormendo, ma so che sono morte. Potrebbe essere per questo, che il ritmo di scrittura si è allentato: la vena letteraria è generata dalla sofferenza, possibilmente d’amore. E’ una regola che mi sono inventata in questo momento. Anche perchè a scrivere di innocui e asettici tecnicismi non mi diverto. Mi diverto quando posso raccontare quello che mi succede attorno, e dentro, possibilmente senza illudermi di espolorare (ed aver capito) i macromeccanismi. Adesso per esempio, non so come chiudere questa banale lamentazione sui cazzi miei.

Lascio la scena al grande Roberto Benigni, per un pezzo di cui adoro le parole ma soprattutto la musica. A futura memoria.

 

Correre

Prima di tutto, il rito.

Spogliarsi degli orpelli della civiltà per indossare la divisa selvaggia della passione. I calzoncini sono tecnici, e anche le scarpe, se no ci si fa male. Ma la maglietta è stinta e sbiadita, e porta il segno di innumerevoli sudate e lavaggi a 40 gradi, e una traccia di odore umano che nessun ammorbidente riesce più a cancellare. La felpa, se fa un po’ più freddo, è quella che ho comprato nel mio primo viaggio negli States, nel 1990. E’ bucata e stinta, sbridellata in più punti, ma nessuna come lei è adatta al rito selvaggio dell’amplesso col proprio corpo che si ottiene in una corsa. 

La musica. Da qualche giorno mi pare di poterne fare a meno. Mi concentro di più sul mio corpo, sul ritmo del respiro, sul lavoro sincrono e miracoloso di muscoli, ossa, legamenti, giunture. Sul rumore delle scarpe che battono il terreno, con un ritmo uguale e che riconosco come mio. E poi non sono riuscita ancora a trovare cuffiette che mi stiano perfettamente ferme sulle orecchie, senza farsi smuovere dal passo, senza scivolare via quando inizia a scorrere il sudore.

I primi 10-12 minuti sono i peggiori, con un picco di sofferenza verso il 10° minuto. E’ il momento nel quale una parte di te ti sussurra alll’orecchio “ma chi cavolo te lo fa fare?” e anche “puoi fermarti, se vuoi, sai?”. Se ascolti questa voce, è la fine, ti fermerai e dopo non riuscirai più a ripartire, perchè ripartire è orribile, e il picco di sofferenza ti aspetta al varco dopo due minuti. Se invece riesci a non fermarti, concentrandoti sul ritmo del respiro (“dentrodentro-fuorifuori-dentrodentro-fuorifuori”), forzando gli addominali a buttarla tutta fuori, l’aria, prima di prenderne altra, dopo ancora un paio di minuti va meglio. Il cuore ed il respiro si sincronizzano, e respirare diventa di secondo in secondo più facile. Il battito rallenta, anche, un poco, e le forze sembrano tornare. A quel punto è solo un problema muscolare: sforzarsi di non essere rigidi, di dare scioltezza al passo, per non stancarsi. Non forzarlo, il passo, che tanto a me non importa quanto tempo ci metto a fare il mio percorso, mi importa solo farlo 100, 200, 300 metri più lungo della volta precedente. Quando avrò raggiunto l’obiettivo mi preoccuperò di cominciare a correrlo in meno tempo. Forse, o forse no. E comunque è un problema di domani, e invece correre è tutto un qui e adesso. So quando inizia il momento in cui la sofferenza inizia a scemare perchè il cervello diventa capace di pensare ad altro. Ecco, se stai pensando ad altro, se sei capace di pensare a quello che ti ha detto un amico ieri, a quello  che hai sentito alla radio stamattina, vuol dire che hai passato il picco della sofferenza. Prima di quel momento, il cervello è concentrato sul dolore, sul respiro difficile, sui muscoli che sembrano cedere. E’ concentrato su quella vocina che ti dice di fermarti.

I metri corrono sotto i piedi, e la meta del giorno si avvicina. E’ il momento più bello. Quando i piedi passano sul segno che rappresenta la meta, sento, sento distintamente che potevo correre ancora, e ancora, ed è solo la razionalità di fare le cose con calma che mi ha fatto fermare. Anzi no, non fermarmi del tutto, che è dannoso: camminare a passo svelto, respirando a fondo. Il momento di grazia, di esaltazione pura, si stempera in una soddisfazione profonda, intensa, un’ondata di endorfine che inonda il petto, la testa, le gambe, lo stomaco. Il cuore in pochi minuti si placa, come un tamburo che piano ricomincia a battere in sordina invece che a grancassa, gradualmente.

Mi asciugo il sudore con la parte davanti della maglietta, lasciando una chiazza umida che è la prova di aver ancora, anche per oggi, superato un ostacolo, fatto quello che dovevo. A quel punto non mi interessa più di nulla, di quello che mi ha ferito o preoccupato o stancato il giorno prima.

Non mi importa.
Io sono Dio, e voi non siete un cazzo.

Colonna sonora ovvia offerta da The Boss.

 

Appunti per una ricerca di dati / 7

UPDATE delle varie ricerche sparse 🙂

I laureati: il MIUR ci risponde. Con una mail ampiamente copincollata immagino da altre mail simili, dalla quale nonostante l’abbia letta 3 volte e nonostante sia dotata di una intelligenza media, non cavo un ragno dal buco. Riscrivo con umile pazienza dicendo che è sicuramente colpa mia, la faccia mia sotto i piedi vostri, ma io non ho capito quale delle due fonti è (più) attendibile. Mi riscrive l’omo MIURche trattandomi con palese disprezzo mi spiega che la fonte Anagrafe Studenti è certificata, ma in essa non sono – non sono, ripeto – inseriti i dati relativi alle lauree del vecchio ordinamento  😐  mentre la fonte Ufficio Statistica li contiene tutti. Ovviamente quella che quindi alla fine sembra essere la fonte che dovremo scegliere contiene anche i dati per noi meno favorevoli, ma vabbè. Ciliegina sulla torta, mi risponde anche Almalaurea, che stronca le nostre residue speranze (i numeri Almalaurea erano a metà fra i due numeri MIUR) rivelandoci – immaginabile, ma avevamo creduto al miracolo – che i dati provengono ogni anno da un numero di atenei sempre maggiore, ma non dalla totalità. Al momento coprono il 78% circa degli atenei italiani, ma ne coprivano meno del 40% neglianni fra il 2000 e il 2003. “A tutt’oggi mancano, ad es., gli atenei lombardi” [chissà perché, NdR] mi dice sconsolato l’interlocutore, che parla come Guccini.

I disabili: l’Istat, che ha studiato cose che nessuno vorrà mai sapere, tipo le variazioni statistiche nella produzione di colza da allevamenti biologici, ha, sui disabili, a livello di area regione, un misero studio fatto nel 2004. E basta. Ci viene il lampo di genio di rivolgerci all’INPS: tutti i disabili (e se non tutti la stragrande maggioranza) ha una pensione di disabilità pagata dall’INPS, l’INPS avrà i numeri delle pensioni che paga. Scrivo senza troppa convinzione una mail alla direzione della sede regionale. Oggi mi squilla il cellulare. E’ una mia cara amica, collega dell’Università, che infatti di mestiere fa l’avvocato. Mi chiede “se ho scritto una mail all’INPS, ieri”. Una domanda del genere fatta da un avvocato mi mette subito in agitazione: avrò offeso il direttore generale, chiedendogli volgari numeri? erano dati coperti da segreto istruttorio? ho intralciato le indagini della Finanza? Niente di tutto questo: la sorella gemella dell’avvocato (che – tra parentesi – ha il mio stesso cognome, fonte di infiniti qui pro quo nella bolgia della Federico II negli anni ’80) lavora all’INPS e sarà lei ad occuparsi di rispondermi. Miracoli del piccolo centro, e dei social network reali nati in tempi non sospetti.

Il nulla spinto, invece, dopo 16 giorni dalla richiesta e 15 dalla elaborazione dei dati, da parte dell’Osservatorio del Mercato del Lavoro. La “spedizione in via ufficiale” non è probabilmente mai avvenuta. Ho scritto 4 mail di sollecito, li sto aspettando al varco per sputtanarli. I dati dell’altra provincia mi sono arrivati comodamente via fax, 7 giorni fa, senza tante storie.

Concludo con lodi lodi lodi al sistema informatico di monitoraggio regionale, che mi elabora tabelle in Excel su praticamente qualunque cosa, con infinite possibilità di estrazione di qualunque altra cosa. Con un filo di attenzione, sempre, ché la trappola è in agguato, e va scansata manualmente.

Appunti per una ricerca di dati / 5

Giorno sei: e venne il giorno del dramma dei laureati. La domanda era facile, o almeno così sembrava: quanti sono stati, negli ultimi 8 anni, i laureati lucani? La definizione dell’oggetto della ricerca non sembrava nemmeno dare adito a troppe interpretazioni, era oggettivo, insomma, non vago: un laureato è uno che ha concluso il corso di studi universitari, sia esso del vecchissimo,

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del vecchio, del nuovo o del futuro ordinamento. C’è una certificazione, comunemente detta “pergamena di laurea”, che lo attesta, e della quale normalmente si va così fieri che si appende al muro, debitamente incorniciata in palissandro.

E invece.

Il sito del MIUR ha un bellissimo motore di ricerca sotto la voce “Anagrafe Studenti” che consente di stratificare la ricerca fin quasi al colore degli occhi dei laureati italiani. E ci spara un numero, diviso per anni, inequivocabile, tondo, bellissimo. Poi però ha anche un Ufficio di statistica”, credo collegata a dati Istat, che consente lo stesso tipo di ricerca e ci dà, drammaticamente, un secondo numero, molto ma molto diverso dal primo.

Come nel caso di diagnosi mediche infauste, decidiamo di ravanare una

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terza fonte, quella di Almalaurea, istituzione alla quale, mi assicurano, ogni laureando deve iscriversi prima di potersi laureare. Anche lì la ricerca è facile e veloce, ben strutturata, anche lì non passibile di interpretazioni diverse, e dà risultati divisi addirittura per tipologia di laurea: ma il numero finale è diverso, diverso dal primo e dal secondo. Diverso. E non per qualche decina di numeri, che potrebbe anche essere interpretato come un accidente statistico, uno scostamento interpretativo, una differenza nel periodo di rilevazione dei dati. Parliamo di quasi 2.000 laureati in più o in meno nei vari casi. Il che, su una popolazione di meno di 600.000 abitanti in tutto, è un numero enorme.

Cosa c’è di diverso nella rilevazione dei dati? La fonte? quale delle tre sarà più verosimile? abbiamo, senza troppe speranze, scritto ad Almalaurea, una volta scartata l’ipotesi di scrivere al MIUR, dal quale le speranza di ricevere una risposta sono nulle. Inutile specificare, credo, che in nessuno dei tre siti e sottositi si fa minimanente menzione alla metodologia di rilevazione, che forse avrebbe potuto darci qualche lume.

Ipotesi al vaglio:
a) fare una media fra i tre numeri
b) tirare a sorte
c) usare quello a noi più favorevole
d) metterli tutti e tre, arrendendoci di fronte all’evidenza.

Appunti per una ricerca di dati / 4

Giorno 5: con mio enorme sollievo, la mail della gentile signora mi è poi arrivata, completa. Mi dava indirizzi e riferimenti delle persone a cui rivolgermi, quindi non è stata inutile. E ad un più attento esame, anche Istat mi ha tradito: è possibile ricavare i dati dei disoccupati lucani dal 2000 al 2009, ma degli inoccupati solo fino al 2003. Quindi va a finire che le colonne dei dati non sono poi confrontabili fra loro. Ho scritto ad un collega che si occupa di valutazione, spero abbia qualche pubblicazione più aggiornata. Però – indovinate un po’? – è in ferie, quindi se ne parla a fine mese (spero).

Vorrei spendere due parole anche sul sistema di monitoraggio di cui l’ente si è dotato per la programmazione 2000 – 2006: un brillante sistema informatico client-server, dal quale perfino io sono stata capace di estrarre informazioni utili. E se non io, ci sono vari guru, in Dipartimento, capaci di entrare sotto pelle al sistema e trovare dati più approfonditi. Quando poi bisogna entrare nelle viscere, basta in genere una telefonata alla società esterna che ha curato la scrittura del software: sono gentili e disponbili, e il dato arriva in tempo – quasi – reale.

Già, ma quale dato? quello che è stato inserito, ovviamente, perchè se un dato richiesto non è stato inserito manco con computer di Gesù Bambino potremo averlo. Non farà la lista dei dati che per fretta o noncuranza NON sono stati inseriti. Vi basti sapere che per buona parte (un 50%) sono esattamente quelli che sarebbero serviti a me, oggi 😀