Appunti per una ricerca di dati / 3

Giorni tre e quattro:  come volevasi dimostrare, i dati già pronti, già caldi, già in posizione di start per arrivare a me, MA da inviare “ufficialmente”, non sono ufficialmente ancora pervenuti. Ho scritto due mail, una sul simpatico, l’altra sul nervoso, e attendo risposte.  Al C.p.I. dell’altra provincia la mia richiesta ha provocato scompiglio, ed un prevedibile palleggiamento di responsabilità, anche con toni nervosi. Vabbè, è Agosto: alla fine della giostra mi hanno rimandato al primo dirigente cui avevo scritto, che sicuramente è partito per le Galapagos e torna a metà settembre. Pace.

Istat invece, lasciandomi idi sasso, mi invia entro 24 ore non una pergamena ma una mail con tutti i link (che funzionano, doppio stupore) ove rintracciare ciò che mi serve. Ticket chiuso, grazie, serve altro? (teniamo sempre presente che è  il 13 Agosto). Sono talmente basita che non oso rispondere.
E infine, la chicca: riscrivo a quella signora della Provincia in cui risiedo, quella tanto gentile e garbata, per chiederle altre informazioni. Ci mette due giorni a rispondere e quando lo fa – giuro, non sto scherzando, il suo reply è:

“Gentile dr.ssa Cambianeve,

e basta.
Giuro, la mail finisce così.  Ho atteso invano un seguito. Sono preoccupata: sarà svenuta? le sarà caduto un faldone sulle dita, troncandogliele di netto? avrà ricevuto una brutta notizia? Che sarà successo alla gentile signora?

Appunti per una ricerca di dati / 2

Giorno due: la risposta alla mail fatta all’Osservatorio del Mercato del Lavoro si è materializzata sotto forma di un giovane che ha bussato alla mia porta. Fisicamente. Di fronte al mio stupore per la trasformazione del virtuale in reale, mi ha spiegato che lui lavora con mezzo contratto all’Osservatorio, con l’altro mezzo nei miei stessi Palazzi. Ha annotato diligentemente la richiesta, e stamattina mi arriva una mail che dice che lui li ha sì trovati, ma li ha girati alla Direttrice dell’Osservatorio, che li manderà “in via ufficiale”. La frase mi provoca brividi, perchè può voler dire fra 20 giorni, e in formato cartaceo.
Il sito dell’Istat ha molte banche dati divisi per regioni. Un bel servizio, user friendly, gratuito. Però la banca dati che servirebbe a me più di altre, se cliccata, genera l’inquietante messaggio “503 – Service Temporarily Unavailable”. Trovo l’indirizzo del centro assistenza e scrivo una mail. Mi rispondono in tempo quasi reale che effettivamente c’è un problema del server, che verrà risolto “entro il 15 settembre“.
Gasp.

E aggiunge che “per i dati che mi occorrono posso far riferimento al Contact Center“. Ho fatto tutta la sacra trafila: iscrizione, accreditamento, recupero della pw via mail, cambio della pw, accesso. Ho fatto la richiesta. Mi immagino un povero sfigato  dietro al computer, unico rimasto nella sede romana dell’Istat, con il ventilatore a pale acceso e le ragnatele che lo legano alla scrivania, che riceve la mia mail, mi maledice, e bestemmiando va curvo ad aprire polverosi faldoni mangiati dai topi per cercare i dati che mi servono, e li trascrive con una penna d’oca su pergamena, aggiustandosi gli occhialetti unti. A me “Istat” mi genera questo tipo di associazioni, che ci volete fare. Aspetto la pergamen  mail di risposta.

Appunti per una ricerca di dati

Chi cerca i dati sono io, che pure rappresento il Palazzo per eccellenza, almeno nel ristretto ambito regionale nel quale vivo; chi dovrebbe darmeli sono altri uffici pubblici, sparsi sul territorio, presidiati da essere umani – almeno spero. Warning: questo è un post soggetto ad aggiornamenti quotidiani, perchè la strada sarà lunga e merita che io ne appunti giorno per giorno gli avvenimenti. Il post è dedicato ad Alberto Cottica, lui sa perchè (idea: potrei farne un libro dal titolo “La wikicrazia è ancora mooolto lontana”)  😀

Giorno uno: va bene, è il dieci Agosto. La gente è in ferie, non si può pretendere chissà che. Però persone che rispondono al telefono ce ne sono. Mi servono dati relativi ai Centri per l’Impiego. Voi chi avreste chiamato? Ma i Centri per l’Impiego, perbacco! che domanda scema. E infatti, l’impiegata del CpI di Potenza con cui riesco a parlare (la Direttrice, che conosco, persona molto fattiva, è purtroppo in ferie) mi dichiara immediatamente con voce schifata che loro NON HANNO i dati relativi, ad es., a quante persone hanno sostenuto i colloqui PRESSO DI LORO, e che per sapere queste cose astruse e levantine mi tocca parlare con la Provincia. Beh, penso, almeno mi rispamierò di chiamare tutti i CpI provinciali, che sono almeno tre. La signora della Provincia di cui ho avuto il nome è gentile e competente, MA mi rimanda all’Osservatorio del Mercato del Lavoro, che fa “proprio questo, di mestiere“. Cavolo, sembra pensare, li paghiamo, almeno si prendano le rogne. Il numero che mi dà però è sbagliato, e quindi sono costretta a ricorrere al sito dell’Osservatorio, nel quale l’unico numero disponibile è quello della responsabile dell’aggiornamento del sito, che quindi prevedibilmente non saprà una ceppa nè si assumerà la responsabilità di passarmi dati sensibili. E comunque, al numero che diligentemente faccio, che chissà perchè ha il prefisso di un distretto telefonico diverso da quello della città capoluogo, non risponde nessuno. Scrivo una mail. Sto aspettando una risposta.

UPDATE: la signora della Provincia gentile e competente, cui avevo chiesto la mail, e che mi aveva specificato anche che il suo nome si scrive col k, mi ha dato un indirizzo sbagliato. Ho provato anche senza k, ma è uguale. Mi toccherà richiamarla. Ma domani, perchè a quest’ora sono andati già tutti via.

(segue)

E prima ancora

Cominciamo dalla fine? La fine è stato tornare nello stesso albergo, in una rovente domenica di luglio, a fare niente cercando di inghiottire il magone. E’ stato bruttissimo perchè ogni movimento mi ricordava che la vacanza era finita, e invece fino a poche ore prima non lo era ancora. Ho provato ad uscire, ma la domenica d’estate a Roma i romani se ne vanno, e la città sembra un luogo abbandonato dopo un disastro nucleare e rioccupato da alieni: cingalesi, indiani, greci, africani del mediterraneo, cinesi e poi schiere di giapponesi dietro a una giapponese con un ombrellino, americani (a tonnellate), francesi, tedeschi, slavi. Tutte le etnie del mondo, tranne gli italiani. E forse è meglio così.

Prima c’era stato l’aeroporto, il luogo che odio di più al mondo. Code per controlli sempre temuti e sempre inutili, code per passare valigie sotto un metal detector. A quel punto bisogna separarsi, il metal detector è il punto di confine fra il nodo e il suo taglio, fra chi vola verso Ovest e chi scende in treno verso sud. Il punto della massima sofferenza, poi piano piano passa. Si esibisce la sofferenza agli occhi vuoti di baristi e hostess e personale di terra con le tute arancioni che guarda, sempre più stupita che partecipe, le lacrime che non si riescono a fermare.

Prima ancora c’era stato il viaggio che dal mare porta verso la montagna passando per altre montagne, coperte di boschi, dove si indovinano i sentieri lungo i quali si arrampicarono i trecento di Carlo Pisacane, prima di morire per mano di oppressi che non volevano essere liberati. A farla in senso inverso, quella strada, sembra impossibile che porti verso il mare, tanto la montagna è erta e il bosco è fitto: eppure ad un certo punto la montagna si apre e in fondo, nell’ultimo spicchio di bosco, si vede l’azzurro. Il mare, la vacanza.

Mi ha preso una sorta di nostalgia infantile, bellissima a ritrovarsi: la gioia primordiale del primo piede messo sulla sabbia, l’odore di Coppertone e di gomma delle ciambelle e del canotto, le grida di bambini, la radio, le chiacchiere della signora dell’ombrellone affianco.  Dopo le dodici il pubblico dei bagnanti, composto in grande maggioranza da famiglie giovani con bambini piccoli e piccolissimi e da persone anziane o decrepite, risaliva verso la pineta, il fresco delle stanze, il pranzo. La spiaggia restava nostra, e la si poteva guardare dalla terrazza: il sole che fa luccicare l’azzurro, il rumore della stoffa dell’ombrellone tesa dal vento, che fa cigolare le corde con le quali l’ombrellone è legato al parapetto. Un rumore marino, se si chiudono gli occhi si può pensare di essere sulla tolda di una barca a vela, davanti solo il mare, il legno caldo sotto i piedi nudi.

L’acqua era verde o blu, a seconda delle ore del giorno, ferma come una tavola, trasparente sempre. Così trasparente che si vedeva chiaramente il fondo, alcune decine di metri sotto, così chiaramente che  evitavo di guardare di sotto per non farmi venire le vertigini, mi pareva di stare sospesa sul precipizio. Per rito e quasi scaramanzia arrivavavamo ogni giorno a nuoto alla boa che segna il confine al di qua del quale le barche a motore non possono arrivare. Ci siamo divertite a doppiarla, battendoci sopra con le nocche per farla suonare, per provare che eravamo arrivate fin là. Ci siamo arrostite al sole, e nutrite quasi esclusivamente di pesce, frutta, granite, gelati e mojito.  Vacanza, insomma.

Prima ancora c’era stata la gioia pura dell’attesa dell’arrivo, dell’avvento, che è sempre meglio dell’arrivo vero e proprio, come aveva già astutamente intuito quel gobbo secchione di Giacomo Leopardi.

E’ stato bello, comunque. Abbiamo riso moltissimo. Stasera il post mi è uscito un pò intimista e malinconico, ma le cose che ci hanno fatto ridere me le ricordo tutte. Le racconto un’altra volta, in un’altra puntata.

Come se non bastasse

Ne ho la certezza, quasi al 100%: l’inquilina del secondo piano è anoressica. Oppure ha problemi seri con l’apparato gastrointestinale. E’ magra come un chiodo, una magrezza esagerata che le ho perfino invidiato, all’inizio. Mascherata d’inverno da cappottoni sciarpone cappelloni non ci avevo fatto caso più di tanto. Adesso, i jeans elasticizzati aderiscono come una seconda pelle a gambe fatte praticamente solo di ossa. La vedo camminare e mi stupisco di come riesca a stare in piedi: si muove cauta, come un uccellino, come se avesse paura di spezzarsi. La settimana scorsa è salita su da me per discutere un piccolo problema condominiale: era ancora più scheletrica. Gliel’ho fatto garbatamente notare, preoccupata, e lei mi ha raccontato che le è morto il cagnolino, uno yorkshire silenzioso come lei che la seguiva ovunque, senza necessità di guinzaglio. E che l’elaborazione del lutto la prendeva allo stomaco, era inappetente e effettivamente aveva perso peso. Le guardavo il volto scavato, il petto praticamente privo di seno, e pensavo che con qualche chilo in più addosso sarebbe una bella ragazza, è alta, proporzionata, le gambe lunghe, una gran massa di capelli neri e mossi. L’ho bonariamente invitata a non trascurarsi, e l’ho invitata a cena. Invito declinato, come molte altre volte.

Ma ovviamente non è tutto qui, una può essere così magra per costituzione, beata lei. 

Però l’inquilina del piano di sotto vomita, tutti i giorni, forse più volte al giorno. Uno dei pregi di questi appartamenti è che sono spesso immersi in un silenzio totale, ideale per riposare e per pensare. E in questo silenzio totale, acuito dall’ora tarda o dalla giornata festiva, io la sento distintamente vomitare, al piano di sotto. La prima volta era notte, era inverno, pensai che avesse l’influenza. Ma è successo troppe volte per essere un fatto transitorio, un malessere passeggero, un’indigestione, un virus. Ora, mentre scrivo, sento distintamente gli sforzi che sta facendo per vomitare. Non è il rumore di chi vomita suo malgrado, come succede quando si mangia qualcosa che ci ha fatto male. E’ il verso rantolante di chi sta facendo ogni sforzo possibile per tirare fuori dallo stomaco qualunque cosa possa esserci finita dentro.

Può essere tutto un equivoco, naturalmente. Può essere semplicemente una persona cagionevole di salute, o con qualche serio problema di gastrite nervosa. Però la domanda è: che faccio? faccio finta di niente e me ne frego? se glielo dico, che la sento vomitare, non peggioro la situazione, mettendola ancora più in ansia (se davvero è anoressica?) che si fa in questi casi? non ci conosciamo affatto, siamo due cortesi signore che abitano per pura combinazione da circa un anno nello stesso palazzo (fatto di soli 3 appartamenti) che condividono l’ascensore e alcuni aspetti della nostra vita: tutte e due single, tutte e due quarantenni. Ma si può essere anoressiche a 40 anni? Non è in genere un problema dell’adolescenza, che magari si protrae fino ai 25-30 anni, poi o si guarisce o si muore? Potrebbe essere un fatto sporadico, dovuto in effetti allo stress della morte del cagnolino, e io sono stata fuorviata dalle mie letture in materia? Devo chiederle se per caso non abbia perso le mestruazioni?

La strada che non presi

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I–
I took the one less traveled by,
and that has made all the difference.
(“The road not taken”, Robert Frost)

Le motivazioni razionali sono state affrontate con metodo razionale e direi quasi scientifico: tirare una riga su un foglio e scrivere a destra i pro (molti), a sinistra i contro (uno solo). E quindi non c’è stata partita, diciamo la verità. Anche se ci ho pensato a lungo, scassando le balle a destra e a manca, facendo il giro di tutti i miei angeli custodi, sforzandomi di immaginare tutti i più tetri scenari, anche quelli più improbabili. Ma i pro erano sempre più dei contro, o forse così mi sono voluta convincere.

Adesso però arrivano le motivazioni emotive, che sono ben più dure da affrontare. perchè lì non esistono pro e contro, ma solo cose che fanno male o dispiacciono, contro cose che non si sa ancora quanto faranno bene. Non numeri, solo stati d’animo.  Che vanno affrontati uno per uno a mani nude, in lunghe notti più o meno insonni passate a vagliare cose impalpabili e viscide come il coraggio, l’affidabilità, la lealtà, la nostalgia, il sentirsi parte di qualcosa, la nicchia ecologica che tutti noi ci siamo scavati intorno, in un modo o nel’altro, e fa fatica abbandonare.

Two roads diverged in a wood, and I–
I took the one less traveled by,
and that has made all the difference.

Era meglio morire da piccoli

E’ sicuramente per un intento brunettianamente punitivo che il combinato disposto fra il caffè della macchinetta (ingredienti: acqua, caffè in polvere, cozze, Viakal) e uno snack preso alla medesima macchinetta (ingredienti: cioccolato [tracce], grassi idrogenati, cemento a presa rapida, calce viva, coloranti, merda di piccione) faccia passare brutti quarti d’ora gastrointestinali a chi si azzarda al consumo.

Così imparate a voler fare una pausa senza uscire dall’edificio, bastardi scansafatiche.

Chi lascia la via vecchia

Ufficio, 11 Maggio 2010, mattina

Compagno di stanza: “Ma porc.. il pc non si accende più. Morto.”
Io: “Hai provato a fare così? a fare cosà? cambiato la ciabatta? chiamato un esorcista?”

[N.d.R.: i nostri pc ci sono stati gloriosamente dati in dotazione a Maggio 2004, quando facevamo il nostro trionfale ingresso nel dorato mondo dei precari della Pubblica Amministrazione. Li abbiamo gelosamente custoditi e manutenuti finora, ma se è vero che un pc diventa obsoleto ogni sei mesi, i nostri sono morti che camminano]

Compagno di stanza: “Si, fatto così e cosà, è morto. Chiamo l’assistenza”

Dopo un’ora il tecnico è nei nostri uffici. Constata pigramente che effettivamente il pc sembra morto, se lo porta. Dopo 24 ore arriva con un pc nuovo di zecca, compresi tastiera e schermo piatto megafico 16:9 granduff lupmann. Constato il solertissimo cambio e chiamo a mia volta l’assistenza.

Io: “Ho visto che avete cambiato il pc al mio collega perchè era rotto. Il mio funziona (a criceti, ma funziona): però se gli do una martellata, così da ammortarlo per sempre, lo venite a cambiare anche a me?
Tecnico (risatina): “Signo’, non c’è bisogno di prenderlo a martellate. Fate una richiesta, fatela controfirmare da capufficio, Direttore, Presidente della Repubblica, Gesù Cristo in persona e poi mandatecela per fax”.

Faccio religiosamente tutta la trafila, compresa la firma di Nostro Signore. Spedisco il fax.
E’ venerdì 14 Maggio 2010.

Ufficio, 24 Maggio 2010.

Io: “Scusate, avevo mandato una richiesta di sostituzione del pc obsoleto. Sono passati dieci giorni. A che punto siamo?
Tecnico: “Quando l’avete mandata?”
Io: “Dieci giorni fa”
Tecnico: “Non la trovo. Rimandatemela”

La rimando.

Ufficio, Venerdì 28 Maggio 2010, ore 13:00
Arriva il tecnico e si porta via il vecchio pc (solo la tower).

Ufficio, Lunedì 31 Maggio 2010.
Arriva il tecnico e mi porta il nuovo pc, nel quale ha diligentemente travasato tutto il contenuto del vecchio (almeno io così spero, se no mi sparo). Mi viene un leggerissimo sospetto quando constato che solo lo schermo viene estratto effettivamente da uno scatolo, e quindi sembrerebbe nuovo di pacca. La tower invece è portata a mano nuda come un agnello sacrificale. Il sospetto aumenta quando constato che sulla tower è applicato un adesivo dell’Ufficio Economato sbiadito e semistaccato. Il sospetto diventa certezza quando mi viene fatto firmare un foglio di ricevuta nel quale sono state cancellate le credenziali stampate e sostituite a penna con le mie. La certezza si rafforza quando apro il pc e trovo oltre alle mie alcune cartelle con nomi di – suppongo – colleghi, che per fortuna non si aprono. E infine, per la serie “l’erba del vicino è sempre più verde”, io, chissà perchè, ho diritto ad una tower e ad uno schermo, ma non ad una tastiera e ad un mouse, che infatti restano quelli che sono; il tecnico che era venuto per il mio collega ha installato tutto e razionalizzato il cascame dei fili con bellissimi porcellini di gomma; il mio lascia tutto pendente e intricato, con le plastichine originarie attaccate, e se ne va, e pure sbuffando.

Insomma, ‘sto computer sembra essere il frutto di una “razionalizzazione” delle assegnazioni: qualcuno è andato in pensione, o ha cambiato ufficio, o è stato buttato fuori a calci nel culo e non si è portato dietro il pc, che è stato “riassegnato”. Spero di trovare qualche foto compromettente scordata negli archivi e poterci almeno lucrare qualcosa. E infine: una nuova policy regionale impone che si debba passare attraverso il servizio assistenza per installare qualunque cosa. Ingenua, mi sono fatta installare

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Skype, pensando fosse sufficiente. Oggi scopro che non posso guardare i video, mi devo far installare Flash Player, e chissà quanta altra roba do per scontata e invece non c’è 🙁

Me ne vado a casa pensando che fra me e il tecnico dell’assistenza nascerà una bella storia d’amore, se va avanti così.

E così

E così in questo scorcio di primavera fredda come un inverno succedono un sacco di cose.  Il cubo di Rubik non si è ancora fermato, anzi direi che gira piuttosto vorticosamente, e quindi sospendo il giudizio sulle persone con le quali mi toccherà lavorare.  Ho salutato quelli con cui ho lavorato finora, tutti destinati a molto luminosi (e talvolta molto rognosi, anche) nuovi incarichi, e sto ancora elaborando il lutto.

[Piccola fiammiferaia mode on]
io ricomincio sempre daccapo, giro sempre intorno allo stesso punto come le pale della ruota di un mulino. Macino un sacco di farina, l’acqua sotto di me non è mai la stessa, ma io non capitalizzo mai quello che ho fatto, e ad ogni nuovo giro devo pure ringraziare il Padreterno che ricomincio dallo stesso punto da cui sono partita, e non da un punto più in basso. Grrrr.
[Piccola fiammiferaia mode off]

Tra le cose che succedono, c’è anche questa: che dopo 62 giorni circa dalla richiesta, finalmente mi vengono ad installare la linea telefonica, insieme ad un sontuoso e lussoso telefono Sirio del 1996.
E’ un giovedì.
Spedisco mail a destra e  a manca con il nuovo numero cui mi si può rintracciare quasi fossi un funzionario pubblico vero, con toni trionfalistici esagerati.
Il lunedì successivo vengo convocata dal nuovo DG che mi annuncia, con gli stessi toni che si usano per dire a una che ha il cancro, che la stanza dove sono collocata serve a lui, deve piazzarci qualcuno della sua segreteria.
E quindi ecco che in 48 misere ore lavorative ho perso stanza e telefono in un sol colpo. Mi tocca riscrivere a tutti con la coda fra le gambe, con lo stesso stato d’animo di chi aveva già mandato le partecipazioni di nozze il giorno prima di scoprire che il promesso sposo è scappato ai Caraibi con la sciampista del coiffeur sotto casa.  Ora condivido la stanza con un collega, e ho biecamente derivato la sua linea telefonica sulla mia scrivania, un duplex, praticamente, ma vabbè.

L’unica soddisfazione della giornata è stata che hanno stanato dalla sua collocazione anche Maga Magò, la terribile vicina di stanza, che all’annuncio del suo trasferimento due piani più sotto ha sparato raffiche di bestemmioni e vaffanculi assortiti che si sono sparsi per il palazzo, e hanno reso necessario l’arrivo dei negoziatori dell’FBI. Il fiume di improperi è continuato per tre giorni (tanto ci è voluto per fare il trasloco, un faldone ogni ora), e gli echi ogni tanto risalgono dai bassifondi, dove ora essa divide la stanza con una martire che faranno santa ben prima di Giovanni Paolo II.