Dovrei viaggiare più spesso

Forse dovrei andare un po’ di più in giro. Quando viaggio, incontro umanità che nelle mie routine quotidiane non incontro mai.

Salgo sul FrecciArgento Salerno – Roma, ieri. Quando raggiungo il posto che il cervellone di Trenitalia mi ha assegnato, la scena che mi si para davanti agli occhi è questa. Il mio posto è vicino al finestrino, e fa parte di quelli a salottino, 4 posti messi a due a due di fronte, con tavolino in mezzo. Il controllore – giovane, pallido, serio – è in piedi vicino al tavolino, sfoglia carte che non promettono niente di buono. Il posto di fronte al mio è occupato da una signora anziana, il prototipo leviano della dignitosa e pulita contadina calabro lucana a me tanto cara: ossuta, alta, completamente vestita di nero, capelli bianchi tirati in una crocchia sulla nuca fermata con le forcine, occhiali con la montatura di metallo, piccoli orecchini antichi, rughe di sole e di espressione, viso pulito e pallido. Molto pallido. Ha gli occhi chiusi e tiene un braccio allungato sul tavolino. Il polso di quel braccio è saldamente nelle mani di una donna che le siede di fronte, e che quindi occupa il mio posto. Descrizione della donna: più vicina ai 50 che ai 40, miniabito nero molto scollato aderente con cinturone in vita, calze autoreggenti con balza in pizzo, stivaloni di camoscio nero tacco 12 di quelli da bucaniere, alti fin sopra il ginocchio e più alti davanti che dietro, neri capelli fluenti. Stando seduta, protesa verso la vecchietta, il miniabito si è alzato scoprendo la fascia di pizzo delle autoreggenti, e dall’alto, posizione mia ma anche del controllore, visto che siamo entrambe in piedi, la scollatura è ben più che generosa. Questi dettagli hanno infatti iponotizzato il solerte uomo delle FFSS, che non accenna a muoversi nè a fare alcunchè di costruttivo.

Faccio timidamente notare la mia presenza e con garbo notifico che il posto occupato dalla figlia sexy del Corsaro Nero sarebbe il mio. Il capotreno mi fulmina con lo sguardo, la vamp non mi guarda nemmeno, la vecchietta ha ancora gli occhi chiusi. “La signora si è sentita male – mi spiega l’uomo FFSS – e la dottoressa le sta sentendo il polso”.

I pensieri che mi rotolano in testa, a questo punto, posso riassumersi più o meno cosi:

ok, l’abito non fa il monaco, e ognuno di noi si veste come meglio gli aggrada, soprattutto fuori dal contesto lavorativo. Però poi succede che è il contesto lavorativo che ti viene addosso, sotto forma di una vecchietta calabra che si sente male e di un capotreno che chiede “c’è un medico a bordo?” e il giuramento di Ippocrate ti spinge ad intervenire, anche quando stavi andando in vacanza a Marbella o forse ad un meeting di cubiste over 40. E quindi finisce che ausculti la pressione ad una signora anziana scoprendo la balza di pizzo delle autoreggenti, forse destinate a diversi e più produttivi sguardi che non a quelli del capotreno (e di mezzo treno, in verità, che con la scusa di informarsi sulla salute della nonnetta viene in realtà a guardare la dottoressa dei suoi sogni, quando da adolescenti si giocava al dottore e all’ammalato con la vicina di casa).

Segue la solita trafila che già conosco: il capotreno che chiede all’anziana signora se vuole che venga chiamato il 118, la signora che dice di no e si rifiuta di scendere dal treno, il capotreno che compila e fa firmare a nonnetta e dottoressa una serie infinita di fogli, con esibizione di documenti vari, tutti tesi ad esonerarlo da qualunque anche minima reponsabilità. Intravedo – senza volerlo, giuro – la carta di identità della dottoressa e scopro che ha un nome di battesimo assurdo, tipo Artabana o qualcosa del genere. Un nome, un destino di originalità. Mi siedo affianco alla scosciata, appena il capotreno se ne va, e mi rendo conto che a dispetto dell’abbigliamento, la dottoressa è molto brava: ha capito che il problema della nonnetta è soprattutto psicologico, e continuando a tenerle il polso la costringe a parlare, le fa prendere delle medicine, si fa raccontare tutto il quadro clinico, la fa bere, le fa raccontare in breve la sua vita e quella della sua famiglia. La nonnetta sta andando al nord – estremo nord – per andare a trovare il figlio, viaggia da sola, deve fermarsi 4 ore a Roma prima della coincidenza – marò – è in ansia e depressa per le sorti della sua famiglia sparsa ovunque sul territorio nazionale. In breve la situazione è sotto controllo, la signora anziana riacquista colore e calore e si appisola, dietro consiglio della dottoressa. Arrivati a Roma rifiuta con energia di essere aiutata per scendere, rifiuta

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qualunque offerta di compagnia, limitandosi a ringraziare con solenni benedizioni la vicine di posto (me compresa, che l’ho tenuta d’occhio per il resto del viaggio), il capotreno e soprattutto la dottoressa, vero angelo custode, ancorchè in abiti da Ruby. Spero che sia arrivata, sana e salva, e che il figlio si prenda cura di lei.

Il resto della giornata scorrerebbe più o meno come nelle previsioni. Scorrerebbe, perchè senza alcun preavviso l’ultimo tratto del mio apparato urinario decide di non avere sufficienti risorse immunitarie per combattere un banale assalto batterico, e si risveglia – dolorosamente – con tutti i sintomi di una violenta cistite. L’apice viene raggiunto quando sono sul treno del ritorno, l’ormai caro e casalingo ETR9360 Roma – Taranto. Considerando che io mi farei fare l’anestesia totale pure per tagliarmi le unghie, se ne può dedurre quanto sia alta la mia soglia di resistenza al dolore. Intercetto l’omino che spinge il carrello delle bibite, compro due bottiglie di acqua (so che bisogna bere molto in questi casi, per diluire la carica batterica) e facendo gli occhi di Bambi chiedo se per caso può procurarmi un antidolorofico, un antinfiammatorio, un Aulin, un’aspirina, o anche una mazza da baseball per farmi perdere conoscenza (flap, flap). L’occhione languido fa ancora il suo porco effetto: l’omino pianta il carrello in mezzo al vagone e corre a prendermi un antidolorifico dalla sua scorta personale. Lo prendo, e va meglio. Mi assopisco.

Vengo svegliata di soprassalto dalla sensazione che il treno stia deragliando e stia cadendo in una discarica dove vengono vuotati solo portacenere. Affianco a me, con un tonfo che ha fatto sussultare tutto il vagone, si è seduto un altro passeggero, e mi basta un’occhiata di traverso per capire che Dan Brown non si è inventato niente.

Descrizione del mio compagno di viaggio: 2 metri di altezza per 150 chili di peso. Un bestione, con delle enormi manone. ALBINO. Con i capelli bianchi lunghi raccolti in un codino. Deve aver fumato 10 nazionali senza filtro prima di salire sul treno, ha un odore di ciminiera che mi viene da vomitare. Per fortuna pure lui è insoddisfatto della collocazione, e visto che il treno è mezzo vuoto si alza e si colloca altrove, passando il resto del tempo a guardare un film su un lettore DVD portatile. Ne vedo il riflesso sul vetro, e così a occhio non mi pare Biancaneve e i sette nani.

Per fortuna prosegue oltre la mia fermata.

2 risposte a “Dovrei viaggiare più spesso”

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