Intuizione n. 2

Io e il giardinaggio.

Giorni fa ascoltavo Serena Dandini da Fazio che presentava il suo libro. La passione per il giardinaggio come scusa – anche elegante, devo dire – per raccontare pezzi di vita, persone, viaggi, etc. Qualcuno – molti, direi –  l’ha fatto con il cibo, lei l’ha fatto con piante e fiori. Poi il titolo è di De Andrè, quindi figuriamoci. Ho già il portafogli in mano.

Mentre lei parlava, io riflettevo sul mio complesso rapporto con piante e fiori, e il giardinaggio in genere. Premetto subito che sono molte più le piante che ho fatto morire di inedia e desolazione che non quelle che ho salvato. Mia madre ha un terrazzo bellissimo che se ne cade di gerani, lauri cerasi, oleandri, ortensie, perfino more e nespoli e un piccolo melo da vaso. Ha una yucca, un ex tronchetto della felicità che le è stato regalato trent’anni fa ed era alto venti centimetri,  adesso è alto due metri, pesa un quintale e non passa più dalle porte. Il rigoglio regna sovrano: d’estate, quel terrazzo sembra la giungla di Salgari. E non basta: piante ci sono anche in casa, anche sugli altri balconi, anche sul pianerottolo del palazzo dove lei abita. Pare che non le muoiano mai: ma lei annaffia, cura, pota, concima (secondo me droga, ma è una mia malignità), sposta, trapianta e loro, le piante, lo sanno. E ringraziano.

Io gestisco i miei 4 vasi con etica darwiniana. Li butto in un angolo, dove mi pare possano stare bene, e chi è più forte sopravviverà. Gli altri, adieu. E’ un mondo difficile. Mi scordo di bagnarle per settimane (per fortuna ci pensa la mia badante, almeno una volta alla settimana, e la pioggia, d’estate, quando stanno fuori). Le poto a cazzo, quando cominciano a darmi fastidio i rami più lunghi, senza rispetto di tempi e stagioni. Ho un concime a pallini azzurri – che mi ha passato mia madre, of course – e ogni tanto ne butto qualcuno nei vasi, ma senza nessun criterio quantitativo. Ho messo una pianta da interni al sole di agosto, credendo di fare bene, e stava morendo bruciata. Ho lasciato i gerani, e due piante grasse, fuori di notte ad inizio inverno quando la temperatura è scesa più o meno a -10°. La mattina dopo, divorata dai sensi di colpa, le ho tirate dentro, le ho innaffiate con acqua tiepida, le ho messe nei pressi del calorifero.

Ciò nonostante, io non le odio, le piante, altrimenti non ne avrei. E loro, come dice anche la Dandini parlando – credo – di Nanni Moretti, “apprezzano lo sforzo”, cioè sanno che i miei errori sono in buona fede, che la mia incuria è solo frutto di distrazione, che faccio quello che posso: e mi ricambiano con regolari fioriture, e cercando di sopravvivere come meglio possono.

C’è una sola pianta, fra quelle che tengo in casa, che vorrei morisse, per motivi complessi che adesso sarebbe qui lungo spiegare. Però vorrei morisse per colpa, e non per dolo, insomma non voglio buttare la candeggina nel vaso, vorrei morisse di morte naturale, perchè il mio SuperIo perfettino e cacacazzo non mi tormenti poi di notte.  E’ quella che ho messo al sole di Agosto (ecco, quella volta direi che non è stato proprio in buona fede, l’errore, e ci ho messo anche un paio di giorni di troppo a tirarla di nuovo dentro, però alla fine l’ho tirata dentro, come quando si tende la mano a un nemico che hai buttato nel fiume appena lo vedi annaspare).

Oh, sta benissimo. E’ quella che sta meglio di tutte.
E’ cresciuta, ha le foglie nuove, lucide, perfette.
Un amore.
Bastarda.

Mistero fitto

Sarebbe interessante cercare di capire quali misteriosi meccanismi accendono o spengono la voglia di scrivere. Io non lo so. Posso solo dire che ci sono giorni (talvolta molti giorni) nei quali mi pare di non avere nulla, ma proprio nulla da dire. E che in molti altri giorni qualcosina da dire al mondo ce l'avrei anche, però sono pigra e non ne ho voglia. E quindi trovo molto azzeccata la frase di quello che diceva che “scrivere è al 5% ispirazione, al 95% traspirazione“, nel senso che bisogna sudarci, sulle intuizioni, perchè diventino qualcosa di interessante da leggere. Io ogni tanto non ho voglia di spenderci sudore, è già tanto se mi annoto le intuizioni per buone volontà future.

E allora. Intuizione n. 1.

Fra i mei contatti FB c'è di tutto: colleghi, amici cari e meno cari, politici, scrittori, artisti, amici di tastiera. Ho ritrovato alcune amiche d'infanzia, delle elementari, per la precisione, che non avevo più visto esattamente da allora.

E' un trovarsi daccapo, non un ri-trovarsi.

Il tempo passato è troppo, è come se ci conoscessimo per la prima volta. Abbiamo solo qualche ricordo in comune: una indimenticabile maestra, i prefabbricati dove abbiamo fatto la prima e la seconda elementare, il libro di Pinocchio con le foto tratte dallo sceneggiato di Comencini. Le canzoni. Ma è tutto troppo sfumato e lontano.

E poi, ho fra i contatti FB alcune persone che avevano la casa al mare dove andavo anche io. Dove sono andata ogni estate fra i 15 e 24 anni. Amici del mare, che vivevano per lo più in un'altra città e che vedevo solo d'estate, però ogni estate, in quegli anni così diversi a quelli dell'infanzia. A 24 anni li ho persi di vista, e li ho ritrovati solo ora, via Facebook.

Un effetto completamente diverso.

Non sono sicura di riuscire a spiegarlo, ma questo è stato proprio un ri-trovarsi.
In un mondo del tutto diverso.

Nella nostra adolescenza la cosa più multimediale che esisteva era la cabina telefonica a gettoni. Ci siamo lasciati così e ci siamo ritrovati in un inimmaginabile futuro. Un effetto straniante: nel frattempo siamo maturati, abbiamo amato e sofferto, ci sono mogli, mariti e figli, ci sono lauree, lavori  e mestieri, ci sono perdite e dolori. Ci sono venti anni di buio che – vale per me, non so per loro – fanno un muro compatto dietro al quale però c'è quel posto di mare, quei vialetti profumati di gelsomino e glicine, quei campi da tennis, quella spiaggia, quei giochi, quei motorini e quelle nottate passate a giocare a Risiko. Odore di crema solare e pesce fritto, piccoli grandi amori, amplificati dall'estate. Risate. Un liguaggio comune, nonostante tutto.

In quei giorni, come avrei potuto sapere qual era l'inclinazione politica di uno di loro? E soprattutto, che mi importava di saperlo? Mi importava che mi invitasse al falò sulla spiaggia, piuttosto. Adesso la so. Ma per quali vie ci è arrivato? Quali maturazioni, esperienze, storie lo hanno influenzato? Come siamo passati dai Giochi Azzurri alla militanza politica, o all'avere due figli? E perchè questo salto mi emoziona e mi colpisce, molto più di quello – ben più lungo – che mi separa dalle compagne di scuola elementare? C'entra l'adolescenza, questa terribile meravigliosa palude che abbiamo attraversato insieme? C'entra l'estate, c'entra il fatto che in fondo non sapevamo granchè gli uni degli altri nemmeno allora, perchè li perdevo di vista il 1° settembre di ogni anno e li ritrovavo il 1° agosto dell'anno dopo? C'entra l'abisso di differenza, soprattutto tecnologica, che c'è fra il mondo che abbiamo lasciato – che ho lasciato – a 25 anni e quello di oggi?

Non lo so. Un mistero fitto. Sarei contenta se qualcuno mi aiutasse a capire.

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Cosa ho capito, oggi

Mai, mai e poi mai nella mia vita farò il politico. Se non mi sono mai presentata alle elezioni del rappresentante di classe, ci sarà un motivo. Mai, mai e poi mai.

Questa roboante dichiarazione d’intenti mi suona nella testa da quando in una sola giornata ho partecipato a ben due incontri con lavoratori in mobilità in deroga. Non sapete cos’è? E’ facile, bambini: sono quelli che lavoravano in un’azienda che ha chiuso, e quindi prendono un sussidio di disoccupazione che per via della crisi è di durata più lunga e concesso ad una platea più ampia del normale.

Ce n’erano centinaia, oggi. Una marea umana minacciosa e incombente, sia nel primo che nel secondo incontro. Troppa gente per lo spazio ristretto a disposizione.

Quello che credo di aver capito oggi è che una parte (un terzo? metà?) di quelli che erano presenti sono veramente alla canna del gas: padri e madri di famiglia, bollette, mutui da pagare, figli etc.  Si leggeva negli occhi di alcuni di loro la vergogna, per essere lì a capire cosa potevano fare per mettere insieme pranzo e cena. E la tristezza mi legava lo stomaco, mi vergognavo anche io, di essere dall’altra parte di un tavolo e non avere risposte realistiche, solo un tentativo, un abbozzo di aiuto, quello che la normativa ci consente. Un aiuto all’assunzione, un aiuto all’autoimpiego.

Ma ce n’erano altri, molti altri (due terzi? metà?) che mi rivoltavano lo stomaco per la rabbia. Una popolazione drogata da decenni di sussidi, da aiuti passivi, da elemosine di basso valore ma sicure, che non chiedevano altro che continuare a percepirle. Oppure, in alternativa, di poter essere assunti in enti pubblici, per poter continuare a godere, ancora e ancora, di una sinecura che non hanno cercato, nè si sono meritati. Gente che aspetta, passiva e inerte, che qualcosa caschi dall’alto, e che si arrabbia se non casca. E si arrabbia talmente tanto da sobillare tutti gli altri, e trasformare un incontro di promozione di un bando in una aggressione fisica all’interlocutore. Per fortuna una donna, cosa che ha evitato la violenza fisica vera (ma ci è mancato un soffio). Oggi credo di aver visto, per la prima volta con chiarezza, le radici del malessere e della arretratezza di cui sempre siamo stati vittime, come regione e come pezzo di Italia. Meglio pochi spiccioli (pochissimi, fra poco forse niente) ma sicuri + un bel lavoro in nero, che provare a farsi assumere da privati, o provare a mettersi in proprio, rischiando sulla propria pelle. Finchè questo ragionamento lo fanno i sessantenni, alle soglie della pensione, una vita di sussidi, potrei ancora comprendere. Ma i trentenni, mio Dio i trentenni!  Giovani convinti – in buona o mala fede, non ne sono più sicura – che l’Ente pubblico può tutto, che è onnipotente, che può “fare le leggi” solo che lo voglia, e può volere qualunque cosa. Un Ente pubblico che può creare posti di lavoro per tutti dal nulla, oppure può far rientrare tutti fra le sue ampie braccia, solo che lo voglia. E non si capisce perchè non debba volere, e quindi è il caso di arrabbiarsi, e tanto, anche. A che serve il welfare to work? gli stessi soldi, potevate dividerli per il numero dei lavoratori in mobilità, e continuare a dare a tutti X euro al mese, per un altro anno.

Sulla via del ritorno, lo stomaco sottosopra per la rabbia, la sofferenza e anche un filo di paura, ripenso a me. Io non ce l’ho un sussidio di disoccupazione. Quando il mio contratto finisce,  e avviene in media ogni paio di anni, se non mi do da fare in prima persona, non ci sono ammortizzatori sociali, per me. Non ho tredicesima, nè premi di produzione, nè indennità di rischio, nè permesso per la maternità, nè buoni pasto. Ok, sono pagata bene. E’ solo per questo, che non mi lamento? Che non aggredisco l’assessore di turno? che non tiro in ballo genitori anziani, fitti da pagare, spesa da fare?

O è perchè sono geneticamente diversa?
Ho capito un sacco di cose, oggi, in ritardo, come sempre.
Ho capito un sacco di cose.
Tutte brutte.

E ho vomitato la cena.

News della settimana

La primavera stronca le gambe? Domenica, dopo 7 mesi di continui progressi e di rispetto delle mie tabelle di marcia, mi sono fermata dopo 6 km, poco più del 50% di quello che volevo fare. Mi consolo pensando ad un certo numero di concause (il periodo del mese – per le donne è fondamentale – la primavera, un allenamento settimanale sbagliato per motivi di lavoro, una certa forma di appagamento mentale) ma la verità è che sono schiattosa. Registro anche la prevalenza del corpo sulla mente, in questo caso: poco oltre il 6° km mi sono fermata, e sono certa di non averlo deciso io. Il mio corpo ha deciso per me. Obbedisco. E’ opportuno ascoltarlo, quando parla a voce così alta.

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Mamma: Hai preso il 17 Marzo di festa? brava! e hai anche spiegato perchè?
Sorella: No [mia sorella vive all’estero, N.d.R.]
M: Hai fatto male! perchè non l’hai detto? avresti fatto un figurone!
S: Mamma, se in Finlandia è la Festa della Renna, il mio collega finlandese potrebbe prendersi un giorno di ferie, senza per forza spiegarlo a tutto il mondo. Ecco, fai conto che qui la feste dell’Unità d’Italia ha la stessa valenza della Festa della Renna
M: Ah. 

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Sono convocata in Tribunale per rendere testimonianza in una causa civile intentata da una consulente contro la società nella quale lavoravo prima. L’avvocato della consulente, delegato da un suo collega titolare, è un mio compagno di scuola del liceo. Quando svolto nel corridoio del tribunale dove c’è la stanza del magistrato davanti al quale devo rendere testimonianza, lo vedo seduto su una panca, curvo sulle carte che legge velocemente, cercando di imprimersi nella testa i dettagli della causa, di cui sa poco. La scena mi accende un flash nella testa nel quale la  stessa persona, 28 anni prima, è seduta nel corridoio della scuola cercando di imprimersi nella testa i dettagli della lezione prima dell’interrogazione. Mi prende un moto di tenerezza e nostalgia così forte che mi si riempiono gli occhi di lacrime. Il flash continua quando davanti al magistrato il serio avvocato dichiara di essere un sostituto del titolare, e ammette di non conoscere la causa nei dettagli. Il tono della voce è identico a quando si dichiarava impreparato davanti al nostro terribile professore di storia e filosofia. Lo guardo con la coda dell’occhio e ci viene da ridere, orribilmente, considerata la situazione e le persone che abbiamo intorno. Ci teniamo la ridarella fino alla fine, e soprattutto ci teniamo, prezioso, il ricordo dei nostri 17 anni. Non passati invano.

Quelle domeniche particolari

Io me lo ricordo, lo stadio. Quando, finite le scalette, si usciva all'aperto, soprattutto la prima volta è stato uno shock. Positivo. Aria, luce, quell'immenso prato verde sotto, la marea umana. Che però non faceva nessuna paura. Gli striscioni, alcuni passati alla storia, altri no, ma sempre allegri e irridenti. Nessuna cupezza.

Si respirava una sorta di fratellanza universale, in curva A, coi vicini di sediolino, che si espandeva come un'onda mentre si aspettava che si facesse l'ora dell'inizio partita. Si mangiava: non esistevano ancora anticipi e posticipi, notturne e infrasettimanali, le partite di giocavano nel primo pomeriggio, tutte insieme. Salsicce e friarielli preparati da mani di suocera (nel mio caso), compressi in quarti di palatone di Casoria di cui intridevano la mollica. Meravigliosi. Andavo allo stadio con un fidanzato e il suo clan familiare, quasi tutti giovani uomini robusti, che sceglievano i posti tutto intorno al mio, e io mi sentivo protetta, e invincibile.

Si facevano commenti guardando gli omini giocare, laggiù: eravamo lontanucci dall'area di gioco e l'illusione del Subbuteo era piuttosto realistica. Gli esperti del clan erano in grado di rilevare lo stato di salute di Sua Altezza Imperiale da come toccava la palla in allenamento, o dalle primissime battute di gioco,  e le confrontavano, in strettissimo dialetto partenopeo. Il Mito, come si conviene ai miti, non era chiamato per nome, ma con una serie di vezzeggiativi che denotavano amore e tenerezza, come per i figli: 'o nennillo, nennillo nuosto, al massimo Die'. Come un figlio, appunto: mica lo chiami per cognome, tuo figlio?

Le azioni di gioco verso la porta propria erano seguite con minacce, improperi irripetibili che tiravano in ballo ascendenze materne, mestieri delle sorelle, defunti di famiglia e parentame vario, nonchè avvertimenti della più varia natura, come se la difesa della propria squadra potesse sentirli: Statev' accort'!! oppure Fermàt' a cchist', oì!!

Le azioni di gioco verso la porta avversaria erano seguite con un'onda crescente di acclamazioni e respiro trattenuto. Il momento del gol, soprattutto se segnato da 'o nennillo, soprattutto se contro squadre del Nord Italia, era un momento di gioia pura, nel quale tutto veniva travolto (letteralmente: non di rado l'entusiasmo tifoso travolgeva quelli dei sedili davanti – a questo serviva la mia guardia di pretoriani, cui mia suocera raccomandava sottovoce “nun facit' fa' male 'a guagliona”).  Nell'onda della pura gioia, si abbracciavano e baciavano perfetti sconosciuti, si saltava al collo del fidanzato, si cantava a gola spiegata, si agitavano cappelli, sciarpe e bandiere, si buttavano in aria le carte del panino fino a qual momento rigorosamente tenuti in mano per non sporcare.

Si andava via nello stesso clima di totale coralità, scambiandosi pareri, dandosi appuntamenti, scendendo scale. Non ricordo mai ressa, mai ansia, mai panico, solo la gola che bruciava e talvolta il freddo o l'umidità, di cui solo in quel momento si percepiva la presenza, sicuro viatico per il raffreddore del giorno dopo.

Era la stagione 1988-89.
Era lo stadio San Paolo, a Napoli.
Era Diego Armando Maradona.

 

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Top vergognation

Chissà perchè la “sovranità popolare” e la “volontà della maggioranza degli italiani” vanno benissimo e sono invocate senza pudore – anche quando sono concetti palesemente falsi – quando servono a mantenere sul piedistallo Sua MoquetteInTesta e la sua banda di truffatori leccapiedi; non vanno più bene, e magicamente non vengono più neppure sussurrate, quando si tratta di ricordarsi i risultati di un referendum che ha detto no al nucleare in questo Paese.

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Consiglieri regionali lombardi leghisti escono dall'aula e vanno a prendere il caffè quando viene suonato l'inno nazionale. Ci terrei a ricordare che fra costoro, tutti pagati con soldi pubblici, c'è  quello diplomato per anzianità e calci in culo di benemerenza al terzo tentativo in una scuola di recupero tipo Istituto Jervolino, quella testa fina del Trota, che non solo non sa cosa è l'inno nazionale, ma forse non sa nemeno cosa è il caffè.

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La nostra sicurezza dal rischio nucleare, ove mai dovesse proseguire il folle piano governativo, è in mano a Stefania Prestigiacomo, una che sembra non essere sicura nemmeno se portare la riga a destra o a sinistra.

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La tv mi mostra un anziano giapponese che vaga sulle macerie dove fino a due giorni fa c'era casa sua, chiamando disperatamente il figlio, prima di accasciarsi contro un muro, piangendo disperato e vergognandosene: Dio, questo è DOLORE. Questa è DIGNITA'. Ti abbraccio, sconosciuto vecchietto giapponese. Perdonami se non so che altro fare.

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Un dentro e un fuori

Mi ci volevano un blog, e un profilo FB, per mettere a fuoco l'esistenza di un dentro e di un fuori, e soprattutto di tutti gli strati intermedi.

C'è un fuori, che brama di presentarsi al mondo: i pensieri raccontabili ad alta voce, i gusti, gli amori leciti, le cose che faccio e che sono comunque sotto gli occhi di tutti, le sofferenze, i dispiaceri, le assenze e le mancanze.

C'è uno dentro molto intimo, molto profondo, un nocciolo duro, per lo più sconosciuto perfino a me stessa, che non si presenta mai alla coscienza, non quando ho le mani sulla tastiera, almeno. I pensieri che non so nemmeno di aver pensato, ancora. Che non vogliono presentarsi al mondo, stanno bene dove sono. E nemmeno questi pongono problemi.

Ma c'è anche uno strato intermedio, che bramerebbe, per puro narcisismo, di presentarsi al mondo. Proprio perchè non è immediatamente visibile, vuole farsi vedere: i pensieri non sempre raccontabili, i gusti perversi, gli amori illeciti, le cose che vorrei fare ma che non ho il coraggio di raccontare ad alta voce, le sofferenze e i dispiaceri che coinvolgono persone che potrebbero leggere. Ecco, questo strato intermedio, che si pone all'attenzione della mia tastiera molto spesso (perchè è innegabile che è più intrigante raccontare quello di me che quasi nessuno sa, o si immagina) si ferma spesso all'orlo del dicibile perchè pone la domanda: “che succede se lo legge Tizio? o Caio?”
Non sono state poche le volte che ho finito col crearmi problemi con persone a cui voglio bene, per quello che avevo scritto: nella migliore delle ipotesi, passo per ipocrita, visto che sono pensieri che mai mi sarei sognata di esternare a voce. E non sono state poche le volte che ho rinunciato a scrivere, o ho scritto e cancellato, o ho scritto in forma così criptica che forse non lo capirò manco più io, se vado a rileggerlo fra sei mesi. Perchè si pongono a questo punto due problemi:

  • lo spazio – tempo: quello che ho scritto 6 anni fa potrebbe non essere più vero oggi, non per me. Però è scritto, e può dispiacere, o addirittura darmi grattacapi. Chi non legge oggi, potrebbe diventare lettore domani: che faccio, cancello i post che lo riguardano? e se non faccio in tempo?
  • il senso di un blog: che interesse ha, che senso ha, scrivere solo quello che è già in superficie, e che tutti possono vedere senza problemi?
    Ho aperto il mio primo blog per uno scopo essenzialmente terapeutico: era il tempo del male oscuro, delle crisi di panico, e avevo bisogno di scavarmi in fondo per non impazzire, per capire che stava succedendo. E questo non si può fare, se si resta in superficie. Scrivere mi ha salvato, ma ho avuto bisogno di andare fino in fondo al pozzo, o quasi.
    E poi ho continuato così, anche perchè ho scoperto che mi piaceva, e tanto. Avrò forse pochi lettori, non mi interessa, scrivo per me. L'alternativa – per non offendere nessuno – sarebbe avere un blog “tecnico”, giornalistico, dove si parla di cucina, libri, computer, motori, pesca a strascico, tutto, ma non i fatti / pensieri / umori propri.
    So già che non mi piacerebbe, non ci scriverei più dopo un mese. Lo so che così incoraggio il voyeurismo, ma è più forte l'amore per l'introspezione, e sono TROPPO narcisa: mi fa bene parlare di me, e lo amo.

Nel bene e nel male.

Ho enormi difficoltà ad inserire i video, che mi scompaiono se aggiorno il testo (anche solo correzione di una virgola): un bug di WP che spero si risolva presto.  Se ci riesco, la colonna sonora di oggi è gentilmente offerta dalle Indigo Girls. Everything in its own time.

 

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Proud to be Cambianeve / 2

5. testare la robustezza e la fedeltà del proprio BlackBerry scordandolo nei luoghi più improbabili (a puro titolo esemplificativo: banconi di centro commerciali, stand di fiere dell'elettronica – in ambedue i casi ha rischiato di essere venduto – svariati tavoli di ristoranti / pizzerie / bar, autopullman extraurbani), facendolo cadere a terra / nella neve / nel fango di una pozzanghera (chiedendosi il giorno dopo come mai la fotocamera sembrava non funzionare più: forse perchè incrostata di mota secca?), usandolo come fermacarte e calamita per le graffette.

I love you, BB  :*

segue…

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Correre: la mia prima gara

La vestizione è durata 20 minuti, tipo samurai, o torero, o sposa.  Reggiseno sportivo, body con le putrelle per reggere peso e movimento, pantalone tecnico, calze, scarpe, maglia tecnica, t-shirt, k-way. Contrariamente alle previsioni, non piove, e anzi in lontananza si intravvede uno squarcio di sole. Il cappellino me lo porto lo stesso, però.

Partenza – ho il pettorale numero 202. Siamo un centinaio, tutti variamente infreddoliti, saltelliamo per non perdere gli effetti benefici del riscaldamento. Saluto un po’ di amici, mi faccio le foto di rito, faccio partire la musica nelle orecchie, e saltello, e dondolo, e faccio l’hula hop per scaldare i muscoli critici. Scoprirò poi che la partenza in ritardo, che mi ha costretto a continuare a scaldare la schiena, ha avuto effetti ottimi sulla tenuta della medesima: non mi ha fatto male per niente. O saranno state le robuste strofinazioni con Feldene e balsami della tigre vari. Allo start, vedo solo schiene e suole di scarpe: in pochi minuti sono praticamente sola, e credo ultima. La tentazione di correre più forte è grande, ma mi concentro per non farlo: tieni il tuo ritmo, tieni il tuo ritmo, mi dico.

3° chilometro – il primo strappo in salita, intorno al 2° chilometro, è stato passato con stile. Adesso sono in discesa. Mi sforzo di non strafare e di ricordarmi che la discesa non è meno faticosa della pianura, anzi lo è di più, perchè si devono ammortizzare i colpi inferti dalla forza di gravità. Via Mazzini passa come in sogno, e così pure Corso Garibaldi. Sto bene, va tutto bene. Inizia il discesone verso la zona industriale. Supero tre persone, non sono più ultima.

6° chilometro – ho passato il “punto di ristoro” del 5° chilometro senza riconoscerlo, a meno che non debba intendersi per tale un pacco di bottigliette di acqua da mezzo litro abbandonato sul mnarciapiedi. L’organizzazione è piuttosto raccogliticcia, a tratti fantozziana: ad alcuni incroci non riesce a tenere a bada gli automobilisti, che passano lo stesso, anche se non sono passati tutti i corridori. Mi riattacco una delle spillette che regge il pettorale, operazione non semplicissima da fare, correndo.

9° chilometro – supero altri tre partecipanti, e vedo davanti a me un gruppetto di persone che conosco. Il distacco tra me e loro si riduce, ma mi sforzo di non corrergli dietro: devo stare attenta, l’ultimo chilometro sta per arrivare, e non mi perdonerà. Tenere basso il ritmo, risparmiare energie. Ma non ce la faccio, o forse vanno piano loro: insomma li raggiungo, e faccio un pezzetto di strada in compagnia. Comincio a sentire le gambe pesanti, ma credo sia un fatto di testa. Alzo il volume della musica nelle orecchie. Il ponte Musmeci, so che non lo si direbbe quando lo si fa in auto, è in salita. Lo faccio in coppia con un signore non giovanissimo che ha il mio stesso identico passo, ci tiriamo a turno.

Ultimo chilometro – l’ultima salita. Il signore con il quale ho fatto il ponte mi chiede da che parte si va, la salita? eh, si, la salita. Riduco il ritmo al minimo, pompo aria nei polmoni più che posso: ma dopo 400 mt circa, all’altezza dello stadio Viviani,  mi devo arrendere. Cammino, cercando di recuperare in fretta. Il signore di prima si allontana. Vengo raggiunta dal gruppo di amici, che nel frattempo avevo superato, che mi incitano a proseguire. Una di loro mi prende addirittura per mano. Ricomincio a correre, avrò camminato per 300 mt, c’è un ultimo pezzo di salita ma ormai vedo la luce. Si svolta in viale Trieste, finalmente l’asfalto si appiana sotto i piedi. Tengo basso il ritmo e in fondo al rettilineo vedo l’arco giallo gonfiabile che segna il mio arrivo. Saluto gli amici, che proseguono per i 21. Io sono arrivata: mi viene preso il tempo, mi allungano una bottiglietta d’acqua. Corro per una decina di metri, per inerzia, poi rallento e mi metto a camminare.

C’è il sole, sto bene, sono arrivata.
10 km. in 1 ora, 9 minuti, 46 secondi
Classificata 17° su 20, 2° donna su 3 (ahr, ahr)

Sono arrivata. Cammino su e giù nei pressi del traguardo, recuperando, bevendo e sorridendo come una ebete a quelli che incontro. Due vecchietti a  passeggio mi chiedono se sono stanca, dico loro di sì, ma rido. Mi faccio con calma il mio stretch, e  prima di andarmene faccio in tempo ad assistere all’ultima cialtronaggine degli improbabili organizzatori: arrivato anche l’ultimo concorrente dei 10 km, iniziano a smontare l’arco gonfiabile, forse per risparmiare tempo. Però quelli che fanno la mezza maratona stanno ancora arrivando, e sono costretti a saltare sopra al serpentone sgonfio e ad un intrico di fili e ganci stesi a terra che occupano l’intera carreggiata. Piovono improperi in numerosi dialetti italiani.

Ma non fa niente, mi è paciuto da matti: io, la strada, l’asfalto che scivola sotto le mie suole, il rumore del mio respiro, il tum-tum regolare del mio cuore. La meta che si avvicina. Il momento di crisi da superare respirando più a fondo e andando più piano, finchè tornano le forze. Meraviglioso, tutto.
Mi è piaciuto talmente tanto che il mio primo pensiero è: quando ne faccio un’altra?

Proud to be Cambianeve

1. ricordare dove si è VERAMENTE parcheggiata la macchina un minuto prima di entrare negli Uffici della Questura per denunciarne il furto, dopo averla invano cercata nel posto dove SI CREDEVA di averla parcheggiata

2. fare le boccacce e i versacci davanti allo specchio dell’ascensore in ufficio prima di ricordarsi che in ascensore c’è una telecamera collegata con l’impianto a circuito chiuso davanti al quale siedono h24 almeno 4 guardie giurate

3. scambiare le boccette – obiettivamente molto simili – e fermarsi solo un attimo prima di mettersi nel canale auricolare 5 gocce di Lexotan

4. costringere il donnone di colore in divisa dietro al bancone del check in dell’aereoporto di Chicago a dire: “Sorry, Madam. Today is September, 9th. But this ticket is for September, 10th”

segue …

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