Terapia di gruppo / 1

Stasera, la mia prima esperienza di terapia di gruppo.

Allora.

La propria sofferenza è certamente una sofferenza. Ma ragazzi la sofferenza altrui è veramente terribile. Sono uscita con lo stomaco annodato, anche perchè il problema della Piccola Fiammiferaia è abbastanza simile al mio. Le lacrime mi uscivano da sole inarrestabili, mentre lei singhiozzava e tremava e non ce la faccio, non ce la faccio, ho paura. Sembrava così piccola e giovane e sottile e io, proprio io, sono stata scelta per fare la parte della mamma. Non ce l’ha fatta ad abbracciarmi, non ce l’ha fatta. Potrebbe farcela la prossima volta, però. deve farcela, perchè devo farcela anch’io.

La separazione non è abbandono, è il messaggio di stasera, cercherò di ricordarmelo.

Non ce la faccio, non ce la faccio

La parte morbida, come la chiama il mio psicoterapeuta, è quella che non c’è più.

Se mi viene da piangere nel sottopasso dei garage perchè mi sono vista sfatta e bruttissima e perchè non riesco a vestirmi e mia mamma non enorme sensibilità mi dice che sto malissimo vestita così e perchè questo poi si trascina tutto appresso e mi sento una idiota fallita totale in un mondo di perfetti e sprofondo nelle sabbie mobili e mantenermi a galla mi succhia tutte le energie e non riesco a fare altro e se ormai le lacrime sono un fiume, se i singhiozzi mi impediscono di mettere in moto e quando esco finalmente riesco a uscire dal garage l’impresario delle pompe funebri sotto casa mia mi guarda stupito e quasi commosso e io vorrei poter scendere dalla macchina a farmi abbracciare perfino da lui perchè è dura da sola, nessuno lo capisce tutti sanno solo dirmi quanto è stato stronzo e bugiardo e che devo non pensarci più e tutti a dargli addosso pensando di farmi cosa gradita e farmi stare meglio e io invece vorrei qualcuno che mi dicesse non smettere di pensarci vedrai che ti richiama e ci sarà ancora una possibilità e sarà stato tutto solo un brutto sogno, se tutto questo accade, dicevo, è perchè la mia parte morbida era lui e io senza non so vivere, mi sembra di essere fatta di plastica, rigida, fredda, ma basta poco a spaccarmi e sciogliermi, e oggi mi sono sciolta e sono arrivata in ufficio con due occhi che pareva che mi avessero buttato acido muriatico in faccia e tutti hanno fatto finta di niente, e adesso mi soffio il naso e comincio a lavorare, chè Stelvio almeno mi rilassa, e al resto ci penso domani, come Rossella O’Hara.

Sogni di sostituzione

Seduto nella sua poltroncina colorata, mi ha chiesto se ho un sogno nel cassetto.

Al momento mi sono agitata sulla mia, di poltroncina colorata, e non ho saputo rispondergli. Poi ci sono andata pensando. Sono convinta che non è un caso che i 20 chili che ho preso in 5 anni siano tutti o quasi localizzati nella pancia e nello stomaco. La genetica non c’entra, io dico che c’entra il mio desiderio di maternità. Una specie di gravidanza isterica, insomma, aiutata dal mio rapporto scarsamente sereno, se vogliamo utilizzare un eufemismo, col cibo e la nutrizione in generale.

E allora il mio sogno nel cassetto è esattamente questo: buttare giù questi 20 chili di finta maternità ma non perchè ho fatto una dieta terribile – sacrifici – palestra – scondimenti etc. ma proprio perchè ho riacquistato un equilibrio fra me, il mio corpo, e il cibo che introduco, e mangio esattamente quello che mi serve per campare, e non di più, e senza pensarci/angosciarsi troppo. E senza perdere il gusto delle cose buone.

E poi, magari, sostituire la pancia finta con una pancia vera. Animata.

Il corpo e l’anima

Provo a riassumere, anche se non mi verrà mai bello come quello andato perso.

Il mio corpo non mi ha mai dato grandi soddisfazioni. A parte alcuni dettagli, non è di quelli che fanno voltare la gente per strada. Ho cercato di non dare peso a questa verità, ma da adolescente ho sofferto abbastanza, e non sono state poche le notti nelle quali mi sono addormentata sognando di svegliarmi con 15 cm. in più (tutti nelle gambe, magari) e 10 Kg. in meno. Non mi sparate addosso: so che mi conosce adesso si precipiterà a dire che esagero, però il come ci si vede allo specchio è molto soggettivo, e io mi sono spesso vista brutta, anzi più che brutta goffa e sgraziata, un anatroccolo in mezzo ai cigni.

Per soffrire meno, mi sono concentrata sull’altra parte di me che per grazia di Dio e forse per compensazione mi dava invece grandi soddisfazioni: la testa. Letture forsennate, curiosità, quasi avidità intellettuale, una bella memoria. E quindi ecco la circense brava anzi bravissima a scuola, e studiando pochissimo, ecco la circense brillantemente laureata in una materia che non mi piaceva PER NIENTE a 24 anni con 110 (la mancanza di lode è stata solo una questione di pigrizia). Scopro che il contenuto della testa si può facilmente riversare nelle parole e nello sguardo, diventare conversazione ironica e brillante, e divertire ammaliare e affascinare come e più di un corpo, ed ecco la circense circondata da begli uomini sempre al di sopra delle sue possibilità    circostanza che riscatta un pò le sofferenze adolescenziali. Non sempre riesco a tenermeli, questi uomini, hanno sotto ai trent’anni e ancora scappano dietro alle minigonne, ma spesso mi prendo il lusso di essere io, a mollare uomini belli ma stupidi o ignoranti o superficiali. Anzi, mi accorgo che per starmi dietro gli uomini devono correre, e che non mi accontento, voglio di più e talvolta lo cerco nella maturità.

Il lavoro che ho cominciato a fare mi piace, scopro che riesco a farlo bene, che mi piace applicarmi, studiare, migliorare, sperimentare. Mi galvanizza più della cocaina la stima professionale che sento crescere intorno a me. Cambio ambiente di lavoro, ma passo dal piccolissimo al piccolo, sempre privato, e quindi il passaggio è privo di traumi, anzi è esaltante. La perfezione non esiste, ma è bello cercarla, sbagliando ogni tanto, prendendosi cazziatoni, e però continuando a migliorare.

Poi arriva il passaggio dal piccolo privato al gigantesco pubblico.

E qui qualcosa cede. Non conosco nessuno, nessuno mi conosce, i colleghi sembrano sapere migliaia di cose che io non so, e invece dovrei sapere, perchè sono un’esperta, almeno è per questo che mi pagano. Non ho un posto fisico dove stare, almeno all’inizio, sembro dare fastidio, non conosco i tempi, faccio in fretta cose che invece possono aspettare ma nessuno me lo dice, e non faccio cose attese da tempo, perchè non capisco le priorità. Insomma per dirla tutta per molti giorni mi sento UNA PERFETTA IDIOTA. E’ normale, ma evidentemente inconsciamente non l’accetto, e questa delusione terribile si somma a tensioni dell’ultimo anno che ora sono finite e esplodono a scoppio ritardato.

E quindi crollo, psicologicamente. Non ho un bel corpo da esibire agli stupiti astanti, anzi negli ultimi tempi sinceramente l’ho trascurato più del solito, e adesso non ho nemmeno più da esibire la mia brillante intelligenza e preparazione. Privata – momentaneamente, lo so, quanta fretta, eh?? – della mia testa, vado in tilt e comincio ad accusare dolori da infartuata, difficoltà a respirare, giramenti di testa e via sulla giostra, soprattutto di sera, quando cade tutta la tensione di capire, inserirmi, fare qualcosa per bene.

Questa è la spiegazione che mi sono data, dopo che il medico di base mi ha rispedito a casa con un calcio nel sedere e qualche prescrizione cautelativa di digestivi, esami tiroidei ed ECG che giacciono nella mia borsa da circa dieci giorni e cominciano a ciancicarsi.

Perchè ora va meglio. Credo.

Comincio ad avere qualche barlume di intuizione, mi inserisco in qualche discussione tecnica, mi becco qualche velato complimento dal mio collega. Produco qualche documento che non viene apprezzato, però nemmeno cestinato. Pospongo qualche lavoro che poteva essere posposto.

E la sera qualche volta mi metto a letto e mi addormento senza contare i battiti del cuore, temendo che stia per fermarsi.

Psycosomatica

Lo so che stai cercando di fare.

La nausea, l’ho sempre presa sottogamba, chi se ne frega di un pò di nausea.

Dal colon ci eri già passato, sono anni che soffro di colite spastica da stress, e anche se ogni tanto farei volentieri un nodo di tutto il pacco intestinale e lo butterei via, non ci bado, respiro con la pancia, bevo molto e non ci penso più.

Allora sei passato alla guerra.
Hai cominciato l’anno scorso, approfittando di una banale cistite, e del caldo, e giù con i giramenti di testa, le sensazioni di svenimento, e il conseguente panico che mi prendeva pensando che sarei potuta svenire così, da un momento all’altro. Constatato per bocca della scienza medica che non avevo un cazzo, ho cominciato a ragionare, a riflettere su me stessa, a scavare dentro, a fondo, facendomi domande, e dandomi delle risposte, e sono riuscita a metterti in un angolo, a controllarti, a tenerti a bada, anche se mi hai tolto un pò di gioia di vivere.
Ma stavo meglio, comunque.

Allora sei passato alla guerra termonucleare globale.
Da una settimana ho tutti i sintomi della malata di cuore: palpitazioni, formicolii, un senso di peso al petto, è sbucata fuori di nuovo la lipotimia. Da due giorni il peso si è spostato più giù, verso la bocca dello stomaco.
Rifarò tutta la trafila medica, ovviamente, ma so già che cosa mi diranno: che non ho niente di serio.

Quello che voglio dirti è che non ce la farai.
Io voglio vivere, per di più serenamente, e non mi farò trascinare da te nel gorgo della depressione o della malattia immaginaria. Il cambio di lavoro, l’incertezza ad esso sottesa, l’ansia della collocazione: hai approfittato di queste banalità della vita per tornare a farti sentire.

Ma sappi che io continuerò a lavorare quanto è necessario, dando il meglio di me anche nella catacomba dove sono finita, come ho sempre fatto, e se sono 9 o 10 o 12 ore non importa, perchè non ho manco 40 anni e sono nel pieno delle mie energie. Cercherò una casa insieme al mio compagno, la arrederemo e stapperemo una bottiglia di champagne quando avremo finito.  Continuerò a correre, ridere, saltare sugli autobus,  incazzarmi, mangiare patatine fritte e prendere aerei, e la notte dormirò il sonno profondo e sereno di chi si è fatta il culo tutta la giornata.

Non mi spaventi, inconscio di merda.

Sto impazzendo

Un alien si è impadronito di me, e si è piazzato fra l’esofago, lo stomaco e il petto, lì dove dovrebbe – credo – esserci il cuore. Niente di organico. Il peso che sento, che mi fa stare curva, mi fa battere il cuore, mi dà la nausea e mi toglie il sonno e la gioia di vivere è tutto assolutamente squisitamente freudianamente psicosomatico.

Non ce la faccio più ad andare avanti così e i fatti di S. Valentino hanno mostrato in maniera lampante che non ce la faccio nemmeno a tornare indietro.
Aspettare, ancora.
Aspettare, ancora un giorno, un paio di giorni, massimo una settimana (e intanto è passato un  mese).
Aspettare la risposta della finanziaria, aspettare che mammina esca dall’ospedale, aspettare che l’avvocato prepari la scrittura privata, aspettare che venga firmata. Aspettare Giugno per poter chiedere la pronuncia della sentenza di divorzio. Aspettare che l’azienda decida se sì o no, e come. Aspettare la delibera della Giunta Regionale, aspettare la pubblicazione sul Bollettino Ufficiale, aspettare la firma del contratto.

Aspettare, aspettare ed ancora aspettare. E nel frattempo non farti notare, non pretendere, non chiedere, non esistere, non decidere, resta immobile nella tela di ragno, seduta al buio e fai passare ancora un giorno, ancora un fine settimana, ancora un pò di tempo. Senza poter dire niente a nessuno, anzi mentendo e mi raccomando con abilità, ricordandoti le bugie, controllando ogni singola parola per impedire che la bocca vada più in fretta del cervello e ti scopra.

Aspettare che l’alien si faccia ogni giorno più pesante, e intanto combatti con la pigrizia, con il freddo, con la bilancia, con il lavoro, per non cedere, per far vedere che hai una volontà. Di ferro.

Vi giuro, sto impazzendo.

Il male oscuro / 2

Mi ero stufata di aspettare che quell’altro blog engine – non faccio nomi – finisse la manutenzione straordinaria. Da oggi sono splinder, per l’altro poi si vedrà. Devo notare che questo è un pò più macchinoso, meno friendly.

Comunque.

Ho avuto un’altra brillante intuizione (si fa per dire). I miei malesseri si manifestano in tutta la loro virulenza quando c’è un cambio di velocità discendente. Ovvero, quando si passa dal far girare il cervello a mille, per risolvere i problemi, trasferendo la velocità alle mani sulla tastiera, o al motore della propria auto per schizzare da un punto all’altro della città per uffici (tutto è sempre urgente, per tutto è sempre troppo tardi, o così pare), alla velocità di crociera di un timido rilassamento casalingo. Quando si torna a casa, ci si mette in pigiama, ci si stravacca sul divano e si stendono i piedi sulla poltrona di fronte. E’ lì che l’andrenalina, tenuta in circolo tutta la santa giornata e pompata a forza nelle vene come benzina nella Ferrari, nel tornare a livelli normali fa cascare cuore, respiro, cervello, tutto l’insieme degli organi in un vortice di spossatezza della durata di qualche secondo.

La prova.

Domenica sono rimasta a casa, invece di partire come al solito. Visto che “la mia casa” rappresenta il luogo privilegiato dei miei quasi svenimenti, temevo fortemente questa domenica. E invece, è stata una domenica come tante, come quando ero piccola, come è sempre stato per anni e anni: colazione, cincischio, cazzeggio, bicicletta, cucinare, pranzo, pennichella, studio, cazzeggio bis, piante, armadi, telefilm Law & Order. In uno stato di benessere non celestiale, ma del tutto normale.

Qualche anno fa sono stata vittima di una violenza privata, ero ostaggio psicologico di una persona che mi ha tenuto in scacco per circa 18 mesi. E’ una storia molto lunga e complessa, che racconterò un’altra volta. Quello che mi preme qui annotare è che in quei lunghissimi 18 mesi sono stata a pezzi dal punto di vista psicologico, ma non ricordo di essere mai stata male come ora fisicamente. Possiamo supporre che in quei 18 mesi il livello di andrenalina non è calato MAI sotto un certo limite? O lo ha fatto per periodi troppo brevi (minuti, ore)? O dobbiamo solo dedurne che ero semplicemente più giovane?

 

Non può essere una cura

Sapevo che prima o poi ne avrei avuta la certezza.
Lo sapevo ma non volevo saperlo.
Ieri sera, serataccia con attacchi di panico ripetuti, con le solite modalità svenereccie, per almeno un’ora. Poi mi sono stesa, mi sono messa a guardare la TV, dopo un pò mi è venuto sonno. Ho dormito benissimo, profondamente, per tutta la notte.
Oggi, una giornata di lavoro pieno nostante fosse sabato. Nel pomeriggio, in giro con la mamma per mostre e incontri culturali. Poi ancora lavoro, pieno, soddisfacente, con rapporti umani di stima e di affetto.
Sto benissimo.
Torno a casa, e mi metto a scaricare la posta. E mentre sono lì, inizia di nuovo a strisciare in sordina un malessere serpeggiante.
Sono disperata.
Non ce la farò a superare una serata così lunga.
Vado a cena, mi trascino controvoglia, tesa, lottando con tutte le mie forze per non cedere ai brividi, al senso di morte imminente.
Mamma ha fatto la pizza. La pizza di mamma è diversa da tutte le altre. Pensa, ha comprato anche la birra.
Guardo la lattina. La stappo e mi verso un bicchiere gelato che appanna il vetro.
Bevo. Mangio. La pizza è buonissima, come sempre. La birra ci azzecca alla perfezione.
Bevo ancora.
E come per magia, piano piano, il malessere decresce, regredisce, mi sprofonda nelle viscere, si nasconde, rimpicciolisce.
Alla fine della cena sono passabilmente allegra, e mi resta solo un leggero senso di peso alla bocca dello stomaco, ma quello può essere anche dovuto alla pizza, fatta in casa è un pò più pesante.
Riempio la lavastoviglie, mi stendo sul letto e mi guardo con sommo piacere Law & Order.
Lo sapevo. L’alcool fa galleggiare alla superficie la parrte migliore di me, quella che vuole vivere, ridere, entusiasmarsi, appassionarsi.
Pochi grammi di alcool e tutto va meglio.
Un bicchere di birra, e il mondo torna a sorridere.
Lo sapevo. Però non volevo saperlo.

Dotti medici e sapienti

Sempre nell’ottica di trovare il lato comico della vita, perchè pare faccia bene, sono qui a raccontarvi del conflitto a distanza che si è aperto fra il mio medico curante e la specialista che mi ha visitato qualche giorno fa.

ATTO I – il medico curante mi visita superficialmente nel luogo nel quale lamento i fastidi e constata l’esistenza di una infiammazione. Mi consiglia una visita specialistica, e nel frattempo mi prescrive analisi del sangue e delle urine che manco gli astronauti ne fanno di così complete. Costo: euro 0,00

ATTO II – faccio la pipì nel vasetto e vado a farmi succhiare il sangue. Nonostante la prescrizione medica, mi salasso anche il portafogli. Mando un pensiero affettuoso e riconoscente alla politica di tagli alla Sanità del Ministro Sirchia e a tutto il Nuovo Radioso Governo, come lo chiama un mio amico. Costo: euro 73,80

ATTO III – la specialista mi diagnostica una infezioncina curabile con antibiotici e me ne prescrive due, uno per bocca (prescrivibile), l’altro locale (non prescrivibile). Approva il fatto che mi siano state prescritte tutte quelle analisi, ma sostanzialmente se ne strafotte. Costo: euro 80,00

ATTO IV – torno dal medico curante a farmi prescrivere il prescrivibile. Lui sente la diagnosi della specialista e fa il perplesso. Lo fa così bene, mettendomi tanti di quei dubbi che alla fine mi faccio convincere a non prendere l’antibiotico per bocca (che infatti non mi prescrive) e ad aspettare l’esito degli esami, soprattutto quello delle urine. Chiamerà lui il laboratorio e chiederà in anteprima nazionale come è messa la mia pipì. Mi concede di cominciare ad usare l’antibiotico locale, che vado a comprare in farmacia. Medito di comprare l’antibiotico per bocca anche senza la ricetta, ma la farmacista mi confida che “è molto costoso: perchè non se lo fa prescrivere?”  Costo: euro 21,90

ATTO V – mi chiama il medico curante. Pare che i miei liquidi interni abbiano dichiarato che schiatto di salute, non c’è il minimo appiglio nè per diagnosticare un’infezione nè tantomeno per imbottirmi di antibiotici. Ergo, la specialista è una ciuccia matricolata. Mi consiglia di consultarne un altro, di specialista. Mi biascica un paio di nomi ma fra duemila reticenze, perchè un’altra caratteristica del mio medico curante, oltre alla bravura e alla scrupolosità certosina, è la paura fottuta che chicchessia possa accusarlo di qualunque cosa, in questi tempi di corruzioni sanitarie e peculati sulle aspirine. Chiamo il primo dei due nomi, scelto a caso per simpatia. L’appuntamento è per martedì 11 novembre. Costo preventivato: intorno ai 100 euro, temo.

Costo totale finora sostenuto: euro 275,70 (senza i medicinali che mi prescriverà il luminare dell’11 novembre)

Risoluzione del problema specifico: rimandato a dopo la nuova diagnosi e relativa prescrizione

Risoluzione del problema connesso, sensazioni di svenimenti e cazzi vari: da affidare a cure psicoterapeutiche, anche autoindotte, dopo aver scartato qualunque possibile origine organica (prima di questo tour emato-urinario c’erano stati elettrocardiogrammi, ecografie e un’infinita serie di palpazioni, auscultazioni e misurazioni di pressione. Tutte negative).

“Permettete una parola
io non sono mai andato a scuola
e tra gente importante io che non valgo niente
forse non dovrei neanche parlare
ma dopo quanto avete detto
io non posso più stare zitto
e perciò prima che mi possiate fermare
io lo devo avvisare
di alzarsi e scappare
anche se si sente male
VAI SCAPPA!! SCAPPA!!”

(Edoardo Bennato, 1978)

Il male oscuro / 2

Ha ragione mio fratello (come sempre). Posso recuparere tutto il mio élan vital e la mia gioia di vivere se riesco ad enumerare e vivisezionare con freddezza e precisione i molteplici strati ansiogeni, a farne una carta d’identità, foto, nome, cognome, causa, tempo di permanenza nella mia vita, separarli gli uni dagli altri – intrecci e fusioni sono all’ordine del giorno, e talvolta gli strati sono invecchiati e si sono incancreniti – e affrontarli uno per volta, tentando di mandarli affanculo a pedate.

Cominciamo dalle cose semplici: una visita specialistica mi ha assicurato che ho ancora lunghissima vita davanti, e 5 giorni di antibiotico locale e per bocca risolveranno brillantemente il problema. Quel menagramo del mio medico curante è scettico sulla diagnosi, ma in onore del mio nuovo corso emotivo ho deciso che non me ne strafotte niente. Domani vado a fare un check up generale, e poi vediamo.

Per oggi potrebbe bastare. Stasera ho gli esercizi di respirazione shiatzu, ieri sera mi sono addormentata come un infante davanti a Marco Paolini, per poi risvagliarmi sul finale del monologo, che non mi sarei persa per nulla al mondo.

Un pezzetto al giorno.

Un problema alla volta.