Briganti alla riscossa

Bloccati tutti i principali accessi alla Basilicata. Bloccata da trattori la SS 106 Ionica, la Salerno – Reggio Calabria agli svincoli di Lauria e Lagonegro, la SS Melfi – Potenza. Bloccata la stazione Trenitalia di Metaponto. Domani – credo – manifestazione nel capoluogo di Regione. Io sto oliando lo schioppo ..

No scorie!

Lo faranno, oh se lo faranno.
Scaveranno un enorme buco e seppelliranno nell’inguine d’Italia tutte le scorie nucleari del Paese. Ricopriranno per benino, e diranno che non c’è alcun impatto ambientale significativo.

Con le scorie nucleari sotto, diranno che sopra si possono continuare a coltivare le pesche nettarine, gli agrumi, le fragole e tutte le altre decine di varietà di frutta pregiata, frutto (è il caso di dirlo) di anni di investimenti privati e di una politica di sviluppo agricolo regionale accorta e coraggiosa. Proprio ora, scavano il buco, ora che anche le multinazionali dello yogurt e del succo di frutta cominciavano ad apprezzare, e a comprare, e ad impiantare stabilimenti. Ora chi le vorrà più, le pesche nettarine?
Con le scorie nucleari sotto, diranno che è ancora possibile andare al mare sulla dorata costa jonica. Proprio ora, scavano il buco, ora che le più grandi catene turistiche italiane hanno costruito almeno tre villaggi vacanze nel giro di 20 km di costa, dando lavoro, solo quest’anno, ad almeno 10.000 persone. Voi ci andreste, al mare su quella dorata costa, sapendo che sotto i vostri piedi c’è un palazzo di dieci piani di scorie radioattive?
Con le scorie nucleari sotto, in superficie ci sono i templi della Magna Grecia, c’è l’area archeologica di Policoro, ci sono muri e colonne e metope e triglifi e capitelli che hanno più di duemila anni. Metaponto, ad un passo da Scanzano, vuol dire “al di là del fiume”, il grande fiume che per i greci era lo Jonio. C’è il Museo della Siritide, i vasi bicromatici rossi e neri dove i greci mettevano gli unguenti, i gioielli delle principesse italiche che vivevano lì 2500 anni fa.E checchè ne dicano i TG, i motivi per i quali si è scelto proprio quel sito non sono solo geochimici.
Ci sono altri motivi, meno visibili.

 

1) la Basilicata è l’unica Regione a maggioranza DS nel Mezzogiorno, comprese le Provincie e i Comuni. E quindi, fottuti rossi, beccatevi le scorie nucleari
2) tutta la Basilicata conta 600.000 abitanti. Se si ribellano proprio tutti tutti, dal primo poppante all’ultimo centenario, compresi i morti, i feriti e i cecati, come si dice dalle mie parti, parliamo di una sollevazione popolare di 600.000 persone. Comodamente comprese nel solo quartiere Vomero di Napoli. Non bastano manco a riempire piazza San Pietro. Siamo drammaticamente pochi.
3) nel nostro sangue c’è molto più dei contadini descritti da Carlo Levi, vinti, paciosi e rassegnati (“Per i contadini lucani, lo Stato è più lontano del cielo, e forse più maligno”) che non dei briganti descritti da Tommaso Pedìo. Le nostre ribellioni sono state violente ed effimere, bagnate di sangue e nel sangue represse. E poi di quelle ribellioni si è persa spesso anche la memoria, tanto che ancora oggi si discute se Ninco Nanco e Carmine Crocco fossero patrioti o volgari tagliagole.
4) la Basilicata ha (ancora) una basso tasso di infiltrazione mafiosa e camorristica, e questo, nell’avviare complesse procedure di gestione/trasporto/stoccaggio di scorie nucleari, ha il suo peso.Abbiamo imbracciato i fucili, comunque.
L’anima di Crocco è ancora con noi.

 

 

Università, oh cara

L’Università è fatta – giustamente – per chi non ha niente altro da fare che frequentare l’Università. Per chi lavora, è un percorso ad ostacoli. Ostacolato, manco a dirlo, dalla “1° legge del personale docente e non docente: gli studenti sono monnezza, moniglia da braciere, chi se ne fotte degli studenti”.

Questo comporta:
1) professori che non arrivano mai all’ora fissata, nè per le lezioni, nè per gli esami, nè per il ricevimento;
2) ogni esame ha una sua storia, sue procedure, sue pippe che dipendono dalle maree e dalla fase mestruale delle professoresse; 
3) orari di segreteria dalle 9:00 alle 10:00 dei martedì di luna piena e senza vento;
4) avvisi importanti affissi in bacheche ogni volta diverse, mai pubblicati sul sito Internet in tempo reale, oppure con contenuti diversi fra sito e bacheca.

Pensavo che da quando mi sono laureata io ad ora, le cose fossero un pò cambiate …

 

E’ festa, ma …

So che non ci crederà nessuno, ma sono in ufficio e sto lavorando. Recupero oggi il giorno di permesso che mi prenderò lunedì perchè domani festeggio un anniversario e vorrei farlo con la calma, le luci soffuse, il Tattinger ghiacciato e la biancheria intima che l’occasione merita. Oltre al meritato sonno del giorno dopo. Ora che ci penso, questo anniversario segna una svolta: l’uomo con il quale lo festeggio è a tutt’oggi la più lunga e stabile relazione della mia vita, nonostante quest’ultimo anno (eh sì, è stato più o meno un anno fa che è scoppiata la prima bomba) sia stato strappato con le unghie e i denti un giorno dopo l’altro, e abbia contribuito a pesare su una situazione nervosa (la mia) non proprio paradisiaca.

Ma ti amo, comunque.

Quando sono entrata, con le chiavi di riserva, una allibita signora delle pulizie che già pensava allo stupratore di Ognissanti mi ha accolto con un “Ma come, lavorate anche oggi?” (pausa) “E vengono anche tutti gli altri?” Dopo averla rassicurata che sarò assolutamente sola, tranne paturnie del Kapo che passa in ufficio molte più ore che a casa sua, soprattutto nei giorni festivi, e dopo aver adeguatamente alzato i piedi per consentirle di passare lo straccio a terra, ho avviato la giornata di lavoro.
Ovvero: ho letto la posta, ho letto Italians di Severgnini, ho aperto i miei blog preferiti e letto le novità. A tal proposito, vorrei avvisare mio fratello che se non aggiorna il suo blog entro 48 ore lo cancello dai miei preferiti.

Un serata di fine Ottobre

Una pizza con due amiche, di quelle che ti conoscono da talmente tanto tempo da non avere bisogno di niente per capirti, un nome, una battuta e le quindicenni che eravamo sono di nuovo lì a ridere come venti anni fa. C’è anche un uomo, un pò estraneo alle nostre chiacchiere di provincia, lui viene dalla capitale, ma mi sembra non si stia annoiando.

Fuori c’è il diluvio. La pizzeria è in campagna, andiamo via ridendo, due per macchina, attenti a non perderci di vista nel torrente che è diventata la strada.

Quando cominci a riconoscere di nuovo i luoghi, piove un pò meno. La strada è lucida, sparpagliata di foglie morte, schizzata della luce gialla dei lampioni. Vai piano, assaporando la sensazione di pienezza e serenità che questa serata ti ha dato. I pensieri fanno un loop ed ecco, così, all’improvviso, fra il muretto della strada e l’incrocio pericoloso, ti rendi conto che stasera nemmeno per mezzo secondo hai pensato ai tuoi malesseri, alle tue paure, non hai paura a tornare a casa, sguazzi tranquilla nelle pozzanghere alzando muri d’acqua con la Cinquecento e ridendo come una bambina.

Ridi pensando alla serata trascorsa, ridi pensando a lui che oggi pomeriggio ti ha fatto ridere fino a sentirti male, per motivi così futili che a spiegarli non riderebbe nessuno.

Ecco, questo dovrebbe essere parte della cura. Ridere, ridere molto, se ci riesce. Aiuta, credetemi.

Qualità totale / 3

La solerte banda di consulenti ha – dopo infinite discussioni e rifacimenti – messo nero su bianco un organigramma dell’azienda, che è in parte specchio dell’esistente, in parte rappresentazione dei sogni aziendali del Kapo. Oggi si trattava di mettere dei nomi nelle caselline, ovvero capire chi fa che cosa, chi sovrintende alla tale funzione, chi ne è – per usare una bruttissima parola che non è più di moda – il RESPONSABILE.

E qui sono iniziati i balletti.

Ad una prima stesura, è venuto fuori che il Kapo assomma in sè cinque o sei funzioni, in alcune è non solo responsabile di area ma anche di sotto area, e quindi riferisce a sè stesso.

Dopo le opportune correzioni, e ri-assegnazioni di ruoli incarichi etc. è venuto fuori che la fidanzata del figlio del capo dovrebbe essere la responsabile dell’Ufficio Gestione Qualità, mansione della quale non ha mai sentito parlare, e che non a caso le è stata assegnata in contumacia. Il figlio del capo, al pensiero che lui è il Rappresentante per la Direzione della Qualità e la sua – immagino – futura moglie è la responsabile dell’Ufficio Qualità, comincia ad eccitarsi.

Per chiudere, si tocca un argomento spinosissimo, già in passato foriero di accesissime discussioni approdanti al nulla più totale, come è giusto che sia: l’argomento “archiviazione della documentazione”. Doverosa premessa:

1. per “documentazione” nel mio ufficio si intende tutto ciò che è cartaceo e suoi derivati (cartoncino, plasticato, lucidi, carta chimica, e così via);

2. il 98% della nostra produzione è cartacea, con i suoi derivati;

3. la storia professionale della XY Spa è ormai lunga 25 anni;

4. ergo, l’ufficio scoppia di carta disseminata ovunque, ammonticchiata sulle sedie, a stento contenuta in faldoni obesi, inutilmente segregata in uno sgabuzzino dal quale deborda fin nel corridoio; gli scaffali, che coprono senza soluzione di continuità tutte le pareti dell’immobile, hanno due, tre, quattro file di cartelle, faldoni e portaprogetti accastati gli uni sugli altri come in una colossale orgia cristallizzata;

5. ognuno di noi ha un suo metodo di archiviazione, personale, originale, mai banale. C’è chi affastella tutto alla rinfusa, chi divide per tipo di progetto, chi divide per “lavori in corso” diversi da “lavori conclusi”, chi chiude tutto in armadi come viene viene perchè meno lo vede meglio è. Esiste un protocollo corrispondenza, ultima zattera del naufrago alla disperata ricerca di una lettera, ma è ben misera cosa rispetto alla mole di carta che ci affoga;

6. se il documento che si cerca non è recentissimo (ma talvolta anche in questo caso) ed è stato “archiviato”, trovarlo diventa un compito per Madre Teresa di Calcutta.

Anche oggi, dopo ore passate a discutere accanitamente di biblioteconomia, codici di archiviazione, registri Access e ordine mentale, sotto gli occhi allibiti della consulente che non osava intervenire, non si è concluso niente. Però si è arrivati alla determinazione che tutta quella carta in giro è pericolosa, e quindi il Responsabile della Sicurezza, che è sempre il figlio del capo, dovrà intervenire.

Lui, al pensiero di poter cumulare ai precedenti anche questo incarico, e di poter dire, per esempio, a me come devo organizzare i miei archivi, era prossimo all’orgasmo. L’ho lasciato con gli occhi vitrei che sistemava la scrivania. Un pò di ordine nelle carte, eccheccazzo.

Personaggi e interpreti / 5

Si contendono quest’oggi gli onori della cronaca del mio blogghino due personaggi che spesso l’azienda ha avuto modo di ospitare: l’avvocato camorrista e la funzionaria artista incompresa.

L’AVVOCATO CAMORRISTA – non vorrei che la denominazione vi spaventasse: l’avvocato in questione ha capito fin troppo bene che il mondo dell’avvocatura è pieno di camorristi per così dire dal di dentro, senza necessità di arrivare agli assistiti, e si è adeguato. In realtà, è l’uomo più buono, generoso, e innocuo del mondo. Però si comporta come se Tano Badalamenti fosse suo compare d’anello. Quarantenne, grosso, anzi massiccio, di aspetto gradevolmente maschio, porta perenni Ray-Ban neri. Non sorride, ha una voce profonda baritonale con la quale interpella, con pesante accento campano, gli astanti: “Signori, buongiOrno”, con una O aperta come la bocca dello Squalo di Spielberg. Veste sportivo, non di rado in jeans, camicia fuori dai pantaloni, maglioncino e smanicato, sotto il quale si sospetta la fondina della pistola, e invece ha la Barbie che la figlia gli ha affidato, entrando all’asilo. Uomo pieno di certezze, apparentemente sempre assolutamente sicuro di sè, sempre apparentemente pieno di livore e disprezzo – o, al contrario, senza vie di mezzo, di lubrico rispetto meridionaleggiante – per chi si trova davanti, ha sempre una sentenza, nel senso di giudizio definitivo, per ogni situazione personale o professionale che gli capiti. Sembra un orco. Ma vi basterà soccorrerlo una volta che si troverà con l’auto in panne, per avere diritto alla sua stima eterna.

LA FUNZIONARIA ARTISTA INCOMPRESA – personaggio realmente esistente, anche se credo in unico esemplare (ed è capitato a me), fa la funzionaria pubblica, per di più in un servizio di tipo ispettivo, perchè bisogna pur campare: ma la sua vera natura era calcare le scene. Si interessa di arte, cultura, soprattutto teatro, ha fatto il critico per l’Eco di Bancone di Sopra, vanta corrispondenze da trionfali tournée di Paola Borbone, foto con dedica di immortali artisti del palcoscenico. Una così, non può girare in tailleur. In questo ufficio è entrata nell’ordine con: a. completo di pelle nera pantaloni e giacca, soprabitone di lana bianco a bottoncioni lungo fino ai piedi, basco rosa; b. pantaloni di velluto prugna, giacca di velluto bordeaux, boa di finto struzzo avvolto intorno al collo e mollemente cascante sul soprabito coccodrillato. Ovviamente è bionda, ovviamente NON somiglia a Claudia Schiffer,  ovviamente non è giovanissima e il tempo e la vita dissoluta (??) le hanno lasciato cospicui segni coperti a suon di stucco a presa rapida. Ovviamente non si è mai sposata. Ovviamente si sente del tutto incompresa e fuori posto nell’asfittico ambiente di provincia in cui le tocca vivere, e soffoca letteralmente nel ruolo di impiegata destinata a scartoffie e al pubblico servizio, che le danno da mangiare. Ha dimenticato più volte i nostri appuntamenti scusandosi poi con l’aria di Lia Zoppelli che dice “Oh CIELO! Mio marito!!” offrendo il profilo destro e portandosi il pugno alla fronte. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, quando poi è arrivata, la sua ispezione è stata tostissima, se pur intrammezzata da colpi di teatro e aneddoti di tournée, forse perchè non aveva precisa cognizione di quanto stava facendo e, nel dubbio, calcava la mano. Ci siamo scambiate i numeri di telefono, adesso ci diamo del tu e non è escluso che qualche volta andremo a teatro insieme. 

La smania spostereccia

Ogni tanto – diciamo all’incirca ogni sei mesi – mi prende. Devo cambiare qualcosa nella disposizione dei mobili, se no non riesco a lavorare. Oggi è quel giorno. Il problema è che lo spazio a disposizione è limitato, e soprattutto ci sono dei vincoli oggettivi dovuti alla disposizione – assurda – delle prese di corrente e dei pin della rete. Ma credetemi, non c’è niente che mi soddisfa di più che smontare tutta la postazione, già che ci sono dare una pulita, che ci sono angoli di cui la signora delle pulizie non sospetta neppure l’esistenza, rimontarla in modo anche solo leggermente diverso, verificare che la cosa sia possibile rispettando i vincoli suddetti, riaccendere tutto e scoprire che tutto funziona. Riprendo a lavorare conl massimo dell’entusiasmo.

Oggi è stato più difficile del solito anche perchè, come nel kamasutra, c’è un limite alle posizioni che si possono provare senza rischiare di rimanere storpi. Il pc prima era al centro della scrivania. Ora è tutto a sinistra, e la colonna, che prima era sul tavolo, ora è sotto il tavolo. Così ho molto più spazio a disposizione sulla destra, per studiare – roba di ufficio o roba di scienze della comunicazione.

Però ho dovuto spostare la cassettiera, che era a sinistra, e ora è è tutta a destra; in questo modo il cassetto dell’attrezzatura – spillatrice, levapunti, gomme, matite, pinza, trincetto, cacciavite – non è più  a portata di mano. Vabbè,  ma la sedia ha le rotelle, un colpetto di piede e sono lì. Stesso discorso per il telefono. Ma quello ha anche il filo estensibile, quindi no prob. Ora il ficus benjamin, amorevolmente curato da circa tre anni  a botte di acqua, potature periodiche con forbici da ufficio, chiacchieratine amorevoli e drogamento con fondi di caffè e concime appositamente acquistato, ce l’ho propro dietro le spalle, e mi sembra di essere all’ombra di un albero, bellissima sensazione bucolica, però devo stare attenta quando mi alzo a non spingermi troppo indietro con la sedia rotellata, se no lo abbatto e addio cure amorevoli.

Sono più lontana pure dalla collega buddista, il che potrebbe essere un problema perchè spesso essa collega, quando parla con me, non so se per via della filosofia buddista o per una innata ristrosìa, tende a mormorare, e non di rado devo chiederle di ripeterle perchè non ho sentito.

Mi sa che passerò la giornata a fare dest-sinist con la sedia rotellata. Facciamo così: sperimentiamo per un paio di giorni.

Se non mi abituo, rimetto tutto come era prima.

Oppure, potrei spostare la postazione pc tutta sulla destra, però a questo punto bisognerebbe togliere il mobiletto a due ante perchè se no non ho spazio, e metterlo all’ingresso della stanza, sostituendolo con la cassettiera marrone, che non mi serve più ….

(e così via)

E infatti …

.. non è durata manco ventiquattr’ore. Troppe difficoltà dovute al fatto che sono destra – come ha argutamente rilevato la buddista – e quindi devo avere il mouse a destra. Quindi, i documenti da consultare mentre lavoro devono stare a sinistra. Adesso ho spostato la postazione pc tutta a destra. Ho potuto quindi rimettere dove stavano prima molte delle mie attrezzature vitali: la cassettiera (a sinistra) il telefono (a destra). Ho sloggiato una vecchia stampante guasta – basterebbe chiamare il tecnico, ma non l’ha fatto nessuno finora e a me non serve – e ho recuperato posto per telefono, guida telefonica, carta riciclata per disegnare fiorellini o cazzucci nei momenti di stanca della creatività.

La chiudo qui, mi sono fatta due palle così da sola e quindi immagino anche i miei affezionati lettori