E vvaaaiiiiiiii

GRAZIE grazie lo sapevo che mi avreste portato bene, grazie per le toccatine a corni ed altri ammennicoli anche personali
Avete davanti una lavoratrice che rischia seriamente di tornare ad essere “atipica” senza le parentesi, ma proiettata ai piani superiori!!! Dettagli non prima di Marzo, voi continuate a toccare..

Un corno, grazie

MAMMAIUT raga, non si è mosso niente per mesi interi e adesso le cose vanno veloce, più veloce, accelerano a vista d’occhio come la fetta di monte Toc che è precipitata nel bacino del Vajont (anche se spero con esiti molto meno disastrosi). Dimenticate il down di domenica scorsa, tutto passato, tutto dimenticato, e DOMANI – domani – toccate un corno per me (io l’avrei fatto, per voi, miscredenti ingrati 🙂

 

Notizie e notizie

Sarò molto poco originale quest’oggi, perchè intendo spezzare una lancia a favore dell'”inverno invernale” e dell'”estate estiva”, sapendo di essere in ottima e variegata compagnia (Michele Serra, ad es.). Ogni giorno da almeno due mesi tutti i telegiornali, senza esclusione alcuna, dedicano spazi più o meno ampi a quello che sembra essere un assaggio di Apocalisse, ovvero “l’ondata di maltempo che ha investito l’Italia”.

Esecro questa espressione al pari della sua gemella che imperverserà fra Luglio e Agosto, ovvero “l’ondata di caldo che ha investito l’Italia”. Ogni volta che la biondina di turno la pronuncia, dilatando la pupilla e afferrando i fogli che ha davanti quasi a volerne fare baluardo per il suo corpo di fronte all’ondata di gelo incommensurabile che già vede arrivare dietro la telecamera, mi verrebbe voglia di prenderla per il collo, deportarla al Polo Nord e lasciarla lì in camicetta di seta a lottare con gli orsi per una lisca di merluzzo. QUESTO è il freddo polare, testina di minchia. E tu sei una giornalista, lo dovresti sapere che cos’è una notizia. Il freddo d’inverno non PUO’ essere una notizia.

“E i -37 al Nord Italia?”  Sulle ALPI, cazzo, a 4.000 metri!!! Che ti aspetti, i mandorli in fiore?

“E la neve sulla Salerno-Reggio Calabria?” Ma lo sai quanto sono alti ed esposti al vento i viadotti nel tratto lucano? Lo sai che l’uscita di Campotenese è a 1.000 metri? Lo sai che siamo sotto il massiccio del Monte Pollino, 2.000 metri? Lo sai che è INVERNO, hai presente, quella stagione fredda, dove tu ti metti il maglione, il cappotto e i guanti? O nella tua beata ignoranza di mezzabusta del cazzo pensi che le montagne siano tutte la Nord, e il mare tutto al Sud, e che qua ce la grattiamo in continuazione con cozze, vongole, ‘o sole, ‘o mare, i mandarini e il putipù?

Vivo in una cittadina sull’Appennino Meridionale a circa 800 metri di altezza. Ogni anno nevica sempre meno, la bufera che ho descritto qualche giorno fa me la sono goduta in lungo ed in largo proprio perchè adoro la neve, e può capitare (è già capitato) che un intero inverno passi senza nemmeno un fiocco. Solo trenta anni fa, quando la lavoratrice era una bimba coi codini, poteva capitare che nevicasse per settimane intere, e alla fine i cumuli di neve ai lati delle strade erano molto più alti di me. La neve gelava, e quando le temperature, verso Marzo, si alzavano un pò, blocchi di neve cadevano dai tetti delle palazzine anni ’60. Successe davanti a me, la minivalanga cadde sul tetto di una macchina e la sfondò completamente. Vecchi zii di mio padre mi raccontavano di tormente di neve notturne degli anni ’30, e dell’ululato dei lupi che si spingevano fino ai bordi della cittadina abitata, perchè nei boschi non c’erano più prede da cacciare.

Ma la mia (la nostra) è un battaglia persa in partenza. Dare ferali notizie di ghiaccio sul’autostrada tra Roncobilaccio e Barberino (ma pensa un pò che mattacchioni, a chiamare quel tratto “valico appenninico”) serve a riempire il colossale vuoto mediatico di un paese nel quale quello che di importante si avrebbe da dire, le vere notizie, non si possono dare perchè genererebbero sfiducia nel consumatore/investore, e invece bisogna stordirlo con notiziole stolide, la neve d’inverno, il caldo d’estate, la Marini che torna da Cecchi Gori, i calciatori che si prendono a cazzotti, il Nuovo e Radioso Governo* che non dorme di notte per capire come ci deve inc++++ senza nemmeno il conforto della vaselina.

Mediolanum che fa un accordo con Poste Italiane per l’utilizzo degli sportelli postali per operazioni bancarie, e quindi dall’essere banca on line si ritrova di colpo ad avere migliaia di sportelli in tutta Italia, da Milano a Olevano sul Tusciano.

150.000 insegnanti che dal 1° Gennaio 2005 saranno considerato “soprannumerari” e saranno licenziati.

Queste sono notizie.

Ma portano sfiga, rischiano di stracciare il velo di allegra gaudenza che tutti i TG devono sbattere al vento come una bandiera. Meglio impiegare quei tre minuti a parlare di ghiaccio sulle Alpi, e di freddo d’inverno.

* copyright DLI

L’ultima domenica?

L’ultima domenica, l’ultima solitudine. Almeno così sembrerebbe. Io lo spero, vivamente, perchè mi sto spegnendo lentamente dentro, lo sento, va peggio ogni giorno, oggi perfino il viaggio in Eurostar con libro nuovo (Pennac, per la cronaca, che adoro), uno dei miei piaceri preferiti, mi dava angoscia, avevo caldo, c’era troppa gente, avevo la sensazione di soffocare, ondate di ansia/angoscia si alternavano ad una specie di ansia molesta che non mi lasciava respirare.

Adesso va meglio, ma di poco.

In realtà ho paura anche d’altro, e cioè che questa anomala situazione affettiva nella quale mi sono trovata per 10 mesi sia solo un alibi, che non c’entri nulla, e che quando tutto andrà per il meglio (mi accontento della normalità, non chiedo mica la luna) io non starò meglio per niente.

Nel brevissimo tunnel della stazione della mia città ho avuto un flash, mi sono vista come in prospettiva, visto che la prospettiva è appunto di vivere se non tutta la vita sicuramente i prossimi tre anni in questo modo, una donna matura (si è maturi a 38 anni quasi?) in giaccone scuro che trascina un trolley due volte a settimana, e ho avuto un’ulteriore botta di nausea. Ma veramente avrò la forza di fare tutto questo?

Una bella notte di sonno, se riesco ad afferrarlo per la coda, unito al digiuno serale, visto che il pranzo mi è rimasto interamente fra esofago e gola, potrebbe rimettere tutto nella giusta prospettiva.

(pssst, Demone, come si chiamano quelle pillole che usi tu?)

Ore 7:00, Appennino meridionale

Una spettacolare bufera di neve imperversa aggredendo le mie finestre. Il cielo è livido, viola scuro, la neve è così fitta che sembra nebbia, non si vede un accidenti di niente se non i fari delle poche auto che tentano di passare davanti casa mia. Invano, la strada è in salita e proprio dove la pendenza aumenta la strada si restringe. Il primo fesso senza catene che tenterà di passare di lì comincerà a slittare e bloccherà tutto il traffico a seguire per circa 1 Km. In senso inverso, in discesa, comincia la serie di microtamponamenti, basta toccare il freno e “Ooohhhhhh OOOOHHHHH SBAM!!” 
L’abete che ho davanti casa si contorce, i rami piegati fino a terra dal peso della neve, e sbuffa pulviscolo ghiacciato in faccia ai passanti sul ponte. Faccio un pò di foto con la macchina digitale e le spedisco in un posto di mare e a mia sorella negli States (a lei faranno poca impressione, ha visto le bufere dell’Illinois). Il mondo si annulla in un vorticare di fiocchi, i rumori si ovattano, restano solo sibili e qualunque odore del mondo viene coperto dall’odore freddo della neve, che sa di ossigeno, resina, acqua e roccia.
Mi riseppellisco sotto il piumone blu. Per oggi, niente jogging.

Imperdibili / 3

(segue)
Il sugo con i peperoni di L.G. – Sul tema, ho informazioni di primissima mano, perchè io e L.G. abbiamo vissuto nella stessa casa di studenti per un paio di anni, e il famigerato sugo era riproposto con implacabile puntualità ogni settimana. Il procedimento è il seguente: soffritto olio e cipolla, peperoni rossi a pezzetti, acqua e cottura prolungata, fino a che il tutto non si riduca ad informe poltiglia rossastra. Se la poltiglia non è abbastanza informe, si infierisce con un paio di giri di Minipimer, che schizzeranno peperoni fino al soffitto. E già questo basterebbe. Ma lei, non contenta, ci aggiunge il tocco da maestra: panna liquida a fiumi, lasciata bollire fino a seccarsi e trasformare il pastone in silicone rosa, sparso a badilate su incolpevoli farfalle Barilla. A strafare, parmigiano grattugiato. Alla fine delle laboriose operazioni, il peperone è scomparso terrorizzato dal gusto del piatto finale, però per magica alchimia si ripropone implacabile per tutto il pomeriggio e la sera, sconsigliando uscite e vita sociale in genere.

Imperdibili / 2

(segue)
Il panettone con gli amaretti di A. – Ha fatto la sua comparsa alcuni anni fa, e da allora non c’è stata occasione in cui A. non sia comparsa trascinandosi dietro questa sorta di ciambellone rotondo, secco, adatto ad essere inzuppato nel latte o mangiato con le mani, con l’aiuto di un fazzolettino di carta, durante cene in piedi e feste varie. Questo caso è, se possibile, più grave del precedente, perchè A. in realtà è una discreta cuoca, in particolare se la cava molto bene con i dolci: quindi perchè, perchè (è la domanda generale da ormai dieci anni) si ostina a propinarci sempre lo stesso implacabile panettone con gli amaretti? Avrà due tonnellate di amaretti in dispensa da dover smaltire? E’ l’amante di un dolciario di Saronno? Ha avuto un blocco della memoria di cui non vuole metterci a parte e ha dimenticato TUTTE le altre ricette? Ormai non chiediamo nemmeno più: quando lei arriva, e scartoccia il pacco, qualcuno che non sia del gruppo ingenuamente apre la bocca e domanda: “Ah, e che hai portato di buono?” E tutti gli altri, in coro: “IL PANETTONE CON GLI AMARETTI!!” “Cretini“, risponde lei, immancabilmente. Ma la volta dopo il panettone sarà di nuovo lì, con tutti i suoi amaretti.

Imperdibili

Siamo un gruppo di vecchie amiche. Ci conosciamo da oltre vent’anni, con alcune anche da trenta. Abbiamo diviso tutto, in gioventù anche qualche uomo, capita, poi abbiamo fatto pace. Alcune di noi si sono sposate, altre sono in procinto di farlo, altre non ci pensano proprio, e sono più o meno felicemente single. Una di noi ha avuto due bambini, il primo dei quali ha già quattro anni, ci chiama zie e dal momento che è il nostro primo nipote è ipercoccolato da tutte noi (quando crescerà sarà anche ipersorvegliato, ma lui, povero piccolo, ancora non lo sa e ci corre incontro felice quando ci vede).
Ogni tanto organizziamo delle belle cene, quelle dove ognuna porta qualcosa. Abbiamo tutte un cavallo di battaglia, e portiamo sempre quello. Implacabilmente, immancabilmente. Alcune di noi non sanno fare altro che quello, e quindi è inutile tentare variazioni. Su questi cavalli di battaglia sono ormai fiorite saghe, leggende, frizzi e lazzi stratificati nei decenni.
L’insalata di tonno e patate di S. – piatto monumentale nella sua semplicità, deve la sua sistematica riproposizione alla banale circostanza che S. non sa fare altro. Ma veramente. Trattasi di patate bollite e schiacciate in purea, mescolate con tonno in scatola e maionese, il tutto freddato in frigorifero. Stop. Arricchita i primi tempi da sospetti di sedano, o indizi di sottaceti, si è negli ultimi tempi progressivamente ascetizzata, tra l’altro riducendo la percentuale di tonno a favore delle patate. Risultato: un catino pieno di una materia collosa e agglutinante, del tutto simile alla calce da muratore, con gli stessi effetti occludenti su esofago, piloro ed intero apparato digerente. Se ne consiglia assunzione in modica quantità, preceduta e seguita da un cucchiaio di olio di oliva per facilitare un passaggio rapido e privo di conseguenze verso orizzonti che le sono più propri.
(segue ..)

Il gioco dei fazzolettini

Fuorigrotta, Napoli, semaforo prima del tunnel (ma vale anche per quello dopo).

Una fiumana di macchine in quattro – cinque file si arresta svogliatamente al rosso. E qui scatta lo spettacolo. Due giovani senegalesi sui 20 anni, forse per combattere il freddo, forse la noia, forse perchè hanno partecipato ad un workshop di due giorni sul tema: “Making a joke and fighting against time: how to increase your money“, vi incantano con la seguente prodezza: cominciano a correre risalendo la fila di macchine ferme al rosso. Hanno in mano due metri cubi di fazzolettini di carta, e buttano con sistematica precisione, correndo, un pacco da 12 pezzi su ogni cofano. Ad un tempo calcolato, frutto suppongo di esperimenti, tornano indietro, riprendendosi i pacchetti ma nel contempo bussandovi sul vetro per chiedervi se volete comprare. Se sì, buttano il pacchetto attraverso i vetro e arraffano gli spiccoli; se no, la corsa prosegue. Quando arrivano a togliere l’ultimo pacco dall’ultimo cofano, scatta il verde. Gli resta giusto il tempo di saltare sul marciapiede prima di essere travolti dalla fiumana che si rimette in moto.

E’ uno sport nazionale del Senegal o l’aria di Napoli ha contagiato di follia anche i rigorosi africani?

 

La macchinetta del caffè

Il cosiddetto archivio è una stanzuccia ricavata da una svista del geometra che ha progettato l’edificio, e contiene, oltre a scaffali fino al soffitto in cui sono stipati multicolori armate di faldoni nei quali si trova sempre tutto, tranne quello che stai cercando, anche un piccolo frigorifero e l’ormai famigerata macchinetta del caffè. La quale, dopo essere stata acquisita con squilli di trombe ed entusiasmi generali, ha rivelato fin da subito tutte le sue umane manchevolezze.

 1. si frega i soldi (la macchina non dà resto, ma dovrebbe “conservare” il credito; a parte che questo ingenera una serie di debiti incrociati da cui Tanzi potrebbe aver tratto ispirazione per le sue acrobazie, ogni tanto, senza preavviso, la macchina si mangia il credito e statevi bene);
2. il caffè espresso è più spesso bruciato, il caffè lungo ricorda da vicino i liquami per il concime;
3. il tasto “latte”, quando richiesto, sputa fuori per i primi 2 secondi una materia biancastra collosa che non vi voglio dire, perchè sono una signora, cosa mi ricorda, e per i rimanenti 10 secondi, acqua calda. Risultato: acqua calda biancastra. 
3. richiede una manutenzione continua, in parte ordinaria (devono essere ricaricati i contenitori del caffè in grani, del cioccolato e del latte in polvere), 10% delle volte, in parte straordinaria, 90% delle volte. Il tecnico, che ormai è diventato parte integrante dell’arredamento dell’archivio, esegue di solito le seguenti operazioni:

a. apre la macchina sventrandola con apposita chiave e mettendone a nudo le trippe;
b. smanetta dieci minuti, con l’espressione sempre più preoccupata;
c. prende il cellulare e chiama la centrale, chiedendo istruzioni, e riferendo quello che vede (“ma sta luce s’avesse appiccià, o no?” “‘cca mi dice ‘SELFSHARE XY PROGRAMMATION DB’, c’aggia fà?” e così via). Ogni tanto qualcuno di noi passa da quelle parti e comunica al tecnico improbabili correzioni di gusto:

– “ma il caffè, non si potrebbe avere un pò più corto? è acqua!”
– “nel caffè macchiato c’è troppo latte, è una brodaglia!”
– “il caffè espresso non si potrebbe avere un pò più lungo? è troppo ristretto, fa male!”

e chiede notizie dell’amata macchina come se fosse un figlio in rianimazione (“come va? è grave?”). E’ rimasta negli annali, ed entrata di diritto a far parte del gergo aziendale, la mitica risposta, sempre uguale, del tecnico: “Dottorè, si è SHPROGRAMMATA, si deve riprogrammare”. Ahe.
d. richiude tutto, ci offre tre o quattro caffè per provare che tutto funziona e se ne va.

Per tornare dopo due giorni, e ricominciare daccapo.