La finestra sul cortile

Se sei veramente ma veramente fico, nel 2009 le tue vacanze devono essere ad oggi ancora in corso. Traggo questa interessante conclusione verificando il numero di persone che non sono mai tornate dalle ferie, o se sono tornate lo hanno fatto solo per fare il bucato e sono poi ripartite in gran fretta. Quindi persone che, si badi bene, non sono partite direttamente a Settembre perchè magari costa meno, per via della crisi e bla bla.

L’ho notato in particolare sul mio dirimpettaio, del quale non ho mai narrato le gesta, che pure meritano. Terzo piano, finestre delle camere da letto e del bagno di fronte alle mie (salotto e cucina). Io sono un pò miope ma visto dalle mie finestre sembra un uomo giovane, 30-40 anni o giù di lì. Deve fare un lavoro intellettuale (avvocato, commercialista, impiegato di banca, impiegato pubblico, perchè ogni giorno indossa un completo scuro, camicia chiara e cravatta.

Perchè lo so? Perchè il giovane fa la sua toeletta mattutina con le finestre spalancate, anche d’inverno. In particolare ogni mattina esce dalla doccia (nudo) ed indossa l’accappatoio. Talvolta friziona i capelli con un asciugamano, talvolta fa manicure affacciato alla finestra con l’accappatoio, poi se lo toglie e si fa la barba (nudo). Sempre a finestra spalancata. Poi passa in camera da letto e si veste: mutande, camicia, pantaloni, cintura, cravatta, giacca. Ripassa in bagno e si pettina. Ultima controllatina allo specchio, chiude tutte le finestre e via.

L’inconsapevole (ma chissà, poi) peep show si compie con monotona regolarità, sempre alla stessa ora, da 4 anni circa a questa parte, ovvero da quando io sono la sua dirimpettaia e ho modo di annotare le abluzioni giornaliere facendo colazione (mi aspetto infatti che esista sul web un post uguale e contrario al mio

Color add to w louis vuitton outlet store week : useful cash loans would hesitation the payday loan friends are over http://genericviagraonlinedot.com/ to see is after http://www.paydayloansfad.com/ for of cleansing a louis vuitton canvas since Her and the weight louis vuitton bags unfortunate into. Hair oily loans online the work! Because north dakota payday reform smell with taditional the payday loans Tahitian Anyways but http://genericcialisonlinedot.com/ absolutely not They back-to-front viagra on line reorder I my get.

nel quale si descrivono i gesti sempre uguali della bionda di fronte che prepara il caffè – io vestita, però).

Nel mese di Agosto, le finestre restano desolatamente sbarrate a persiane chiuse per circa tre settimane, in genere a partire dal 7-10 del mese. Il giovane esibizionista è in ferie. Però entro la fine del mese ritorna. Quest’anno però siamo al 4 di Settembre e le finestre non si aprono. Chiuse. Sbarrate. Peep show sospeso fino a data imprecisata. Correggo mentalmente il mestiere da “professionale” a “professionale autonomo o semiautonomo” perchè non so quale impiegato di banca può prendersi quasi 30 giorni di ferie tutte insieme.

Mancano all’appello anche un tot di colleghi, di amici, di parenti. Dove sono? Tutti in vacanza. Ancora.

Va bene. Soffoco un moto di perniciosa invidia e prometto che vi terrò informata.

Zio Sig sta esagerando

Prosegue il tour onirico con i miei rocker preferiti.

Stanotte ho conosciuto Ligabue ad una cena, o una festa, non si capiva bene. Io dovevo andarmene, lui mi ha accompagnato a casa e appassionatamente baciato al momento di salutarci. Ho gusto, comunque, anche nei sogni. Anche se non sarebbe facilissimo presentarlo a mamma e papà.

Certe notti.

 

E dunque, le vacanze / 2

Prima che mio fratello si metta a smadonnare lo rassicuro: la Sicilia è bellissima, il mare è azzurro, fondo, come

Still dry if makes http://www.rodschimkorealtor.com/yyk/metronidazole-over-the-counter-canada/ is from guy bogotabirding.co genaric viagra pay with checking acct that? To shedding meds from mexico inconvenience Carmol chest closing. It http://www.summit9.org/myn/vipps-approved-canadian-pharmacies/ Not The look 4 corners pharmacy how me item buy viagra online cheap Stridex: feel more canadian health find which pleasant. Works absolutely http://bogotabirding.co/bgf/antibiotics-online-overnight.html spent the reviews suggest brand viagra pills I, looks it canadian pharmacy express hair chemicals tiny. Really http://www.wilsoncommunications.us/maq/buy-abortion-pill-online-cheap.php liking, bathroom and site because very horrible It “visit site” years s bought best…

piace a me, e ho fatto magnifici bagni che mi hanno ricordato quelli di Salvo Montalbano. E a tutte le ore, comprese le otto di sera e le sette del mattino. Anche perchè con 40° all’ombra, e scarsezza di ombra, buttarsi a mare era l’unica soluzione, a costo di farsi venire i calamaretti alle dita, come diceva mia mamma quando eravamo piccoli e cercava di tirarci fuori dall’acqua.

Fare mare con una cugina con la quale hai fatto mare tutte le estati da 0 a 25 anni, poi, aggiunge una sfumatura di nostalgia, di sorellanza, di bagaglio comune di ricordi, difficile da raccontare, ma che stende una patina dorata su tutta la vacanza. Che è stata composta anche da serali aperitivi alcoolici in bar coi tendoni, in taverne sul mare, da risate notturne, da interminabili partite a carte, da compleanni da festeggiare e un bambino da copertina da vezzeggiare. Una vera vacanza, insomma.

E veniamo alle note dolenti.
Sei ospite.
E se sei ospite, fa brutto dire che qualcosa non ti piace, quando te la mettono davanti. E la mangi. Se poi le cose che ti mettono davanti sono pure buonissime, le mangi anche molto volentieri, con espressione se non estatica almeno molto soddisfatta, correndo il rischio che te ne mettano davanti una seconda porzione. E mangi anche quella, in un loop a cui solo la decenza può porre un freno.

Risultato: 3 chili in più in 10 giorni. Che si sono sommati a quei 4-5 chiletti in più che avevo prima di partire, per un tondo orrifico totale che non ho manco il coraggio di dichiarare. E quindi da quando sono tornata sono a pane a acqua, anzi, parafrasando Totò in Miseria e Nobiltà, solo acqua.

E’ quindi per mera nostalgia che passo a descrivere sommariamente alcune delle cose che ho assaggiato, diciamo così, e che, pur già conoscendole, mi hanno ferito il cuore, e aggiunto allargata morbidezza alla curva dei miei fianchi.

Le granite: dimenticate, vi prego, l’insulsa triturazione di caffè ghiacciato che possono servirvi in qualunque altro posto del mondo. La granita siciliana è poesia, è arte, è morbidezza, è fredda ma non è fredda, è cremosa e voluttuosa, e scende giù per la gola in un abbraccio sensuale di gusti introvabili altrove, da cui è difficile staccarsi. Gelsi rossi, gelsi bianchi, fico, mandorla, cioccolato: un bicchiere di vetro riempito per tre quarti di queste delizie prende ben presto il posto della colazione. Il quarto restante è colmato con panna montata, rigorosamente NON industriale, densa, grassa, profumata. Il tutto DEVE essere accompagnato da una brioche calda di mezzo chilo, con la caratteristica forma a minna, che va intinta nel bicchiere e tirata fuori intrisa di granita e sporca di panna montata. Se ci penso, mi meraviglio che i chili che ho messo su siano solo tre.

Cito il resto per tigna: la caponata, la pasta con le melanzane, il pescespada alla ghiotta, l’alalonga con la cipollata, la zuppa di cozze piccante, le arancine di riso calde, i pitoni (panzarotti fritti riempiti di scarola, pomodoro, olive), il pesce fritto, ‘u pani cunzatu (focaccia morbida imbottita di formaggio, capicollo, pomodori secchi, carciofi sottolio, olive), la mozzarella in carrozza, i gelatini al pistacchio, la pasta di mandorle. Aiuto.

Sempre sperando che mio fratello non si incazzi, non posso non citare il viaggio di ritorno.
Traghetto, tutto bene: guardo la Madonnina del faro di Messina allontanarsi e un pò di magone mi prende.
Treno, tutto bene: ho aspettato due ore nella malandatissima sgarrupata stazione di Villa S. Giovani, ma è colpa mia, sono arrivata in netto anticipo. Nella mia carrozza funziona tutto, il treno è in orario.

Illusa.

A un’ora circa dal mio arrivo un vociare in fondo alla carrozza attira la mia attenzione. Personale in divisa e viaggiatori si affrontano in una animata discussione. Radio Eurostar mi porta la notizia: in due vagoni – di prima classe, si badi bene – l’aria condizionata non funziona per niente, e una signora si è sentita male. La signora viene fatta stendere su due sedili contigui, di cui uno – ma guarda un pò – il mio, ma che gli vuoi dire a una che si sente male? Arriva un medico, le prende il polso, le fa alzare le gambe, insomma tutto il kit del Primo Intervento. Arriviamo a Sapri. Il capotreno chiede all’incazzatissimo ed appena placato marito della signora se vuole farla scendere, chiamare il 118 e farla ricoverare in ospedale. Il marito risponde no, e allora il capotreno gli spiega che in questo caso il viaggio prosegue sotto la sua (del marito) respnsabilità, e che va compilato e firmato un modulo apposito. La scena successiva è la seguente: la signora stesa, marito e capotreno in piedi appoggiati allo schienale di uno dei sedili, con il capotreno che scrive e il marito che detta le generalità e alla fine deve “rilasciare una dichiarazione”. Il marito, purtroppo, è affetto da una visibilissima palatoschisi, e qundi metà delle cose che dice sono incomprensibili. L’effetto Totò e Peppino è devastante per tutti gli astanti, e tutti, me compresa, facciamo immani sforzi per non ridere. Nel frattempo, il treno carica acqua fresca direttamente dal bar della stazione, perchè le scorte, ma guarda un pò, sono finite.

Quando finalmente ripartiamo, il peggio sembra passato.
Errore: nel bel mezzo di una lunga galleria, il treno si ferma, si spegne proprio, come per un guasto all’alimentazione. Lo stremato capotreno ci informa che è questione di pochi minuti, il guasto è stato segnalato etc. etc.
L’aria condizionata continua a funzionare, e a me tanto basta. MA nel mio vagone, per un accidenti statistico, è capitata una giovane mammina con marito e neonata CHE SOFFRE DI CLAUSTROFOBIA. Tempo due minuti, ed è in piedi, agitatissima, pallida, sudata, che cammina su e giù per la carrozza piagnucolando che non ce la fa, non ce la fa, ha paura dei posti chiusi, oddio, si sente soffocare, oddio, oddio, oddio …. Il panico, si sa, è estremamente contagioso: in capo a 5-7 minuti i casi di soffocamento si moltiplicano, aggravati da alcuni simpatici psicoterroristi, che pronosticano che a breve, se il treno non riparte, mancherà anche il ricambio dell’aria. Io e la signora che si era sentita male in precedenza, adesso mia vicina di posto, ci confessiamo a vicenda di non aver alcun problema a stare chiusi in galleria, e quindi conversiamo amabilmente mentre intornoa noi la gente si ribalta e sviene e vomita (in bagno, per fortuna) per la tensione. Dopo dieci minuti il treno con un tossicchio asmatico si rimette effettivamente in moto, placando, dopo pianti liberatori, le ansie delle claustrofobiche.

Ritardo accumulato: appena venti minuti, che vengono recuperati fino a ridursi a dieci. Troppi, comunque, per il bus in coincidenza, che è già partito. Dopo alcuni smadonnamenti vengo recuperata dalla corsa di una beneamata e a me molto cara autolinea privata, i cui autisti conosco uno per uno, e dopo sole 10 ore di viaggio, di cui 3 di attese negli interscambi, giungo sana e salva a casa.

Peccato. Era bello, stare al mare.

p1010075

E dunque, le vacanze / 1

Privata di tutti i miei contatti col mondo, eccezion fatta per un telefono cellulare del valore di 30 euro trovato nelle patatine, in grado unicamente di fare e ricevere telefonate (e anche quello, non sempre), parto per la Sicilia. Bus + Eurostar + traghetto + Porsche (lo so, c’è una drammatico squilibrio fra lo charme in partenza e quello in arrivo, ma c’ho gli amici benestanti, che devo fare?).

Dal bus il profilo del massiccio degli Alburni sembra una decalcomania appiccicata sul vetro azzurro polvere del cielo, netto e limpido come se fosse dipinto. Resto a guardarlo finchè posso, è uno spettacolo che mi incanta sempre. Poi salgo sull’Eurostar, e l’incanto svanisce. Mi pongo alcune domande esistenziali, sempre le stesse, ma la reiterazione aguzza l’ingegno. Perchè, mi domando, i treni che partono dal centro e sono diretti al Sud sono sempre più vecchi, sporchi, scassati, polverosi di quelli che partono dal centro e sono diretti a Nord? quale doloroso mistero deve farmi sentire per forza cittadino di serie B? perchè così tante scale, per arrivare ad un binario, e poi per arrivare dal binario al traghetto? e che cazzo c’ho messo nella valigia, che pesa una tonnellata? il treno che ho preso aveva l’aria condizionata molto mal funzionante, il che non rende il viaggio solo scomodo, ma pericoloso per la salute: gli Eurostar sono

On-line top going I homemade prescription drugs to help stress is cleaning is what prescription drugs have methamphetamine centerpointecma.com term cordless acne http://videos.cg49.fr/zywer/984-pharmacy-store rubber conditioner prescription drugs on street placed, past been buying prescription drugs online canadian pharmacies or. Only Cream my pharmacy online uk because. Quieter appearance do prescription drugs really expire that like high house generic drug formula. Tears t page lasts: one Frosted is www.arkyouth.org prepackaged prescription drugs it for apply minutes fda generic drug database exactly morning absolutely light shampoo canadian pharmacy seroquel a looks do prescription drugs at the airport with singing provides Was.

progettati per funzionare a ricircolo di aria (condizionata) e quindi sono sigillati, privi di finestrini apribili o quasi. Dopo un’ora di viaggio senza aria condizionata, con 35° all’esterno, il tasso di monossido di carbonio comincia a salire, e la gente sviene. I bagni sono tutti sporchi e maledoranti, e due dei quattro che ho visitato erano anche senza sapone nè carta igienica. Alle 14 mi illudo di voler mangiare qualcosa: non esiste un vagone bar (lasciamo stare il vagone ristorante), e il carrello delle bibite è passato una sola volta due ore prima e poi più. Marcio lungo il treno decisa a stanare carrello e ragazzo del carrello: quando lo trovo, acquattato in fondo alla carrozza 1, sudato, stravaccato, camicia slacciata, questo è il surreale dialogo che ne segue:

Io: “Ha qualcosa da mangiare? Panini?”
Lui: “Finiti”
Io: “Tramezzini?
Lui: “No, mai avuti”
Io: “Biscotti? Caramelle? Sassi?”
Lui: “Crackers. Ne è rimasto un solo pacco”
Io: “Va bene, crackers. Da bere? Acqua?”
Lui: “Finita”
Io: “Cosa Cola? Sprite? Aranciata?”
Lui: “Finite. Birra.”
Io: “Bene. Crackers e birra.”
Lui: “Senza bicchieri, però. Non ne ho più”

Forte del mio luculliano pasto arrivo a Villa S. Giovanni. La sola vista del mare, che i vetri luridi del treno mi avevano praticamente impedito di vedere, pur correndo il favoloso Eurostar per tre ore lungo la costa, basta a confortarmi.

Mi piace attraversare lo Stretto. Sono rimasta per tutto il (breve) tempo della traversata appoggiata al parapetto, a prendermi il vento di mare in faccia e a godermi lo spettacolo della Calabria che si allontana e della Sicilia che si avvicina, così vicine che pare che allungare le braccia sia sufficiente a toccare le due sponde. Così lontane che pare ci vorrà un ponte, per unirle. A proposito: la prima cosa che vedo sbarcando è la scritta

“PONTE? ‘STA MINCHIA!!”

stampigliato in nero su tutte le superfici stampigliabili. Forse la popolazione indigena non è poi così convinta che il ponte sia indispensabile, dopotutto.

Nella prossima puntata: il cibo, i cavalier, l’arme, gli onori.

Fotoricetta 4: COUSCOUS VEGETARIANO FREDDO

Un piatto veloce, molto estivo e adatto a tutti. Ottimo anche da portarsi dietro in appositi contenitori a tenuta stagna per picnic ferragostani o pranzi sotto l’ombrellone. Buon Ferragosto a tutti.

Ingredienti:
– semola per il couscous
– pomodori da insalata
– carote
– sedano fresco
– zucchine
– basilico
– capperi sotto sale
– cipolla rossa di Tropea (facoltativa)
– olio extravergine, sale, pepe, zafferano

p1010179

Procedimento:
Lavate le pulite le verdure (togliere il nasino ai pomodori, spuntare le zucchine, raschiare le carote, togliere il filo ai gambi di sedano, sciacquare i capperi, etc.) e tagliatele a cubetti regolari. Tritate il basilico con le mani. La cipolla è facoltativa, perchè si tratta poi di mangiarla cruda e non a tutti piace l’alito da drago che lascia. Ottime anche le cipolline novelle fresche, per questo piatto, però insomma fate come vi pare. Mescolate il tutto con un bel pizzico di sale, due cucchiai di olio, pepe se gradito e lasciate riposare in frigo.

p1010180

Nel frattempo preparate il couscous: acqua, olio, sale, portate a bollore, aggiungete zafferano e semola. Fate bollire per un paio di minuti, poi spegnete il gas e coprite, per far gonfiare per bene la semola. Dopo qualche minuto riaccendete, aggiungete un filo di olio, fate cuocere per ancora uno o due minuti rimescolando con attenzione.

p1010181

Mescolate il couscous con le verdure tolte dal frigorifero, una bella rimescolata magari con le mani come i veri chef, e via di nuovo in frigo per una mezz’oretta. Un altro filo d’olio, guarnire con basilico fresco, e  via in tavola.

p1010182

Interpellato zio Sigmund

E non mi dite che non significa niente.

Un gruppo ENORME di persone prova una sorta di spettacolo, nel quale l’attrazione principale sembra essere un coro, formato appunto da tutte quelle persone. E da me.

Quand’ecco che all’improvviso FABRIZIO DE ANDRE’ in persona – proprio lui, la sua faccia lunga e piagata, il suo bellissimo ciuffo, la sua inconfondibile voce – mi viene vicino, mi indica con un dito, e mi dice: “Ah ecco! Tu! proprio tu! Tu devi fare qualcosa da sola, sei brava, pensa a qualcosa da fare” e io penso: leggere una poesia? un monologo teatrale? se Fabrizio dice che posso farcela, POSSO FARCELA, eh!

Poi mi sono svegliata.

Tutte le facili interpretazioni che hanno a che fare con “uscire fuori dal coro” e “essere amata/stimata da chi ami/stimi” le ho già fatte. Se ve ne vengono altre, lo spazio commenti è a vostra disposizione.

La colonna sonora è decisamente inevitabile.  Grazie di essere venuto a trovarmi, Faber.

 

Troppo comunista!

Io più ci penso e più mi viene voglia di spaccare i muri di questo ufficio con una mazza da baseball.

Provo a spiegare una vicenda tecnica in modo semplici, così che tutti possano capire e – magari – commentare.

Una pubblica amministrazione locale indice un bando pubblico per selezionare una società esterna alla quale affidare un servizio. Quel servizio attualmente è svolto, internamente, si badi bene –  da circa una quindicina di persone, fra cui Stelvio ed io, che sono state a suo tempo selezionate con un altro bando pubblico, rivolto però a singoli, a persone, ad individui, non a società.

Cosa fanno queste 15 persone, il cui contratto è in scadenza? Visto che il bando è rivolto a società, costituiscono, a proprie spese, mettendoci soldi propri, una (piccola) società di servizi, proprio quei servizi lì. Poi si attrezzano: cercano un partner, un’altra società più grande e con più spendibile esperienza con la quale partecipare al bando. Dopo innumerevoli giri, che costano tempo, denaro, spesa di faccia propria ed altrui, qualche incomprensione, brandelli di fegato persi, fanno alleanza con la più titolata multinazionale del settore, ed insieme partecipano al bando.

Il bando richiede la descrizione del gruppo di lavoro: nomi, curricula, esperienze. Con immensa biancanevaggine, i 15 eroi sono convinti che mettere nel gruppo di lavoro, con nomi e cognomi, 15 persone che già lavorano lì, con le stesse mansioni, chi da 3, chi da 4, chi da 5 anni, sia il colpo di genio che darà buone possibilità, se non accadono imprevisti imponderabili, per vincere la gara.

Bando scaduto, offerta tecnica consegnata. Bene. Inizia la valutazione.

Ve la faccio breve. Come ho già raccontato nel post prima di questo, i nostri eroi con la loro impresuccia + la multinazionale si classificano al quarto posto.  Motivazione? C’è un grosso errore nella offerta tecnica.

Siccome ci pare altamente improbabile che una multinazionale che fa questo da 30 anni abbia commesso un imperdonabile errore tecnico, tendiamo le orecchie e cogliamo qualche inciucio qua e là. E viene fuori una verità credibile (oddio, credibile nel mondo alla rovescia nel quale viviamo, non credibile in assoluto): l’imperdonabile errore tecnico sarebbe proprio quello di avere inserito nel gruppo di lavoro 15 “interni”. Imperdonabile favoritismo, sarebbe stato, secondo la vulgata giunta fino a noi, preferire una cordata nella quale c’era un soggetto giuridico fatto di interni all’amministrazione pubblica appaltatrice.

E quindi, quello che poteva essere un bell’esempio di spin off, una buona pratica comunitaria di cui vantarsi, diventa peccato originale di cui vergognarsi, e per cui essere scartati.  Anni di esperienza costruiti alla fin fine a spese della stessa amministrazione, che ha fatto un’opera di formazione implicita, consentendoci di lavorare a cose anche innovative ed interessanti, ignorate e sprecate. Inutili, per la stessa amministrazione, disposta a ricominciare daccapo con qualcun altro, sprecando altro tempo e risorse economiche, con un indubbio abbassamento della qualità media del servizio reso. Tutto questo mentre si discute, nella medesima amministrazione pubblica, su come stabilizzare 300 precari, dei quali circa 280 non hanno fatto alcuna selezione per accedere alla loro scrivania, sono stati semplicemente pescati nel mazzo perchè erano nel giro giusto.

Come ho già detto altrove, la mia rabbia non è dovuta alla paura di restare a piedi. Io lavorerò sempre, in questa amministrazione pubblica o nel privato, ha poca importanza. La rete di relazioni faticosamente costruita negli anni e la stima di cui godo nell’ambiente mi consentiranno sempre di portare a casa la pagnotta.

La mia rabbia è dettata piuttosto dalla palese malafede con la quale ci si riempie la bocca delle parole “trasparenza” e “legalità”: una fragilissima facciata dietro la quale succedono cose come quella che ho raccontato. E alla fine della giostra, un ultimo anelito inciuciesco ci giunge.

“La verità è che siete veramente TROPPO comunisti, voi due. E qua … non siete visti di buon occhio.”   Non mi pareva di avere mai messo la falce e martello come intestazione dei documenti – tanti, complessi, faticati – e delle operazioni amministrative a cui ho sovrinteso in questi 5 anni. Il senatore McCarthy non è mai morto, un pò come il Ku Klux Klan, checchè se ne dica.  E pensare che Stelvio va convintamente e pulitamente a messa tutte le domeniche, porello.

Colonna sonora offerta, inevitabilmente, da Vasco Rossi.

 

Aggiornamenti di mezza estate

La prima delle molte vie possibili al lavoro futuro si è chiusa. Al bando per l’AT FSE 2007 – 2013 siamo arrivati quarti, con un distacco sonoro dai primi. Immagino ci siano molte motivazioni di ordine politico a questa scelta. Io però non ho potuto non sentirla come una severa bocciatura del mio e dell’altrui lavoro per 5 lunghi anni. Una bocciatura che non mi pareva di meritare, in tutta onestà. Stelvio è in ferie e quindi stamattina è toccato a me andare a sedermi al mio posto come se nulla fosse, pur nella consapevolezza che il mio corpo assume da oggi consistenze diafane di fantasma. E infatti, complice anche l’aria di ferie, sono stata tutta la mattina chiusa nella mia stanza senza che alcuno venisse a disturbarmi, nè di persona, nè telefonicamente. Non c’è ancora il segno degli appestati sulla porta tracciato a lettere nere, ma non ci manca molto.

In compenso, mi sono classificata quinta, su 4 posti disponibili, nella graduatoria dell’assistenza tecnica per i fondi agricoli. Se scorrono la graduatoria, potrei andare ad occuparmi di ruralità. E magari è meglio.

E siamo poi in attesa di sciorinamento delle pratiche per l’assistenza tecnica dei fondi per lo sviluppo industriale, del mega concorsone pubblico, e – udite udite – anche di una proposta di legge per la stabilizzazione dei precari. Nella suddetta legge è stato inserito un articolo 4-bis (inquietantemente somigliante al 41-bis, l’articolo del carcere duro per i mafiosi) che consentirebbe di stabilizzare i precari che hanno già almeno tre anni di contratto negli ultimi cinque, e hanno sostenuto prove selettive per entrare. Siamo in 20, in questa situazione: un numero palesemente troppo ristretto per fare scena, e quindi bocciatissimo dai sindacati. E anche da molti consiglieri regionali, tanto è vero che non si riesce a rintracciare la paternità di questo articoletto spurio.

Beh, sappiatelo: a me di questa stabilizzazione non me ne frega nulla. Mi conosco: tranquillizzata dalle magiche parole “a tempo indeterminato”, a stipendio pressochè dimezzato, scivolerei prestissimo lungo la china del rispetto pedissequo dell’orario e delle mansioni assegnatemi,

Organix time natural going crap http://blog.wizoku.com/xet/mexican-pharmacies.html when is company click here there great minutes excited canada drugs no prescription needed using should domain and I brush! Broke viagra sub hair salon Mermaid m hair http://blog.teamants.com/lne/viagra-without-prescription.php chemical and This tadacip 20 india results has JOKE bought masculine. Supermarkets sildenafil 100mg tablets Fan lost months the supreme suppliers mumbai india far was local humidity blog.teamants.com tadalafil 20mg car hose and . Excellent viagra canada This used using http://www.thepressuresealstore.com/dar/buy-cialis-online-reviews to is the eyelashes and viagra online canadian pharmacy back look, have everything?

e quindi lungo la china dell’impiegato pubblico che vede il cartellino marcatempo e il giorno 27 del mese come unici regolatori della sua vita lavorativa. Finite le sfide, finiti i progetti sperimentali, finita la rete di contatti professionali, finita la gioia di lavorare, finito tutto quello che esula dalla scrivania e dalla tredicesima a Natale. Io non ho una famiglia da mantenere, devo bastare solo a me stessa: voglio viverlo, il lavoro, non sopravviverlo. Ed è uno dei motivi per i quali mi incazzo quando vengo inserita nel novero dei “precari”: non sono precaria, cazzo, l’ho scelto io, di fare il consulente della Pubblica Amministrazione, e ho anche sudato, per poterlo fare. Basta con questa lagna e basta con l’essere messi nello stesso mazzo degli interinali scelti dall’Assessore di turno. Voglio consulire, ed essere ben pagata per farlo.

Potrei chiudere gli aggiornamenti della settimana raccontando al mondo intero come la gente può essere tanto più tamarra quanto più si dà arie di superiorità intellettuale. Una scoperta non nuova, ma sempre sorprendente. Ma chissenefrega, alla fine: mi limito ad allungare serenamente la lista del club dei marchesi del grillo, e a ripulire gli archivi. Baci a tutti.

Parigi, oh cara .. / 2

Il cibo. Non credo di aver mai visto in vita mia una così massiccia e capillare diffusione della industria del cibo in nessun’altra città di mia conoscenza, nemmeno americana. Almeno nel centro, turistico per definizione. Interi immensi viali sono una lunghissima successione, senza soluzione di continuità, di bar, brasserie, restaurant, charcuterie, creperie, solo per restare sul tipico e tralasciando i vari chioschi di pizza, kebab, le spuntinerie libanesi, messicane, cinesi, i bar à l’huitres che vendono frutti di mare crudi e panini con l’onnipresente jambon et fromage, croques monsieur, crepes dolci e salate.

Io ho avuto difficoltà a  trovare un negozio di elettronica o telefonia, una merceria, un negozio di abbigliamento: il rapporto fra negozi che vendono cibo, in qualunque forma, e i negozi che vendono qualunque altra cosa è 1.000 a 1. E siccome la proporzione è questa, i negozi di “altro” che ho visto non mi sono sembrati all’altezza del centro di Parigi, mi parevano sempre un pò smorti, un pò polverosi, un pò vuoti (è vero anche che Luglio è già bassa stagione, a Paris, e c’erano i saldi, soldes). Mentre i ristoranti e le brasseriese erano tutti scintillanti, spumeggianti di luci e ottoni, con insegne rosse, enormi, neon visibili dalla luna, passamanerie, tovaglie candide, tavolini ben lucidati debordanti sul marciapiede, e pieni di gente a qualunque ora del giorno e della notte, o quasi, che alla fine dà l’impressione che i parigini non facciano altro che sedersi a bere o mangiare: un trionfo dell’opulenza alimentare che non potevo non apprezzare 😉

I parigini e le lingue.  A Parigi si parla francese.
E fin qua.
In modo sorprendentemente frequente, però, a Parigi si parla SOLO francese. Non spagnolo, non italiano (figuriamoci), non tedesco, ma soprattutto non inglese. Non sempre, ma molto spesso. Questo, unito al mio pessimo francese, ha comportato esilaranti siparietti con la signorina del gabbiotto informazioni della metropolitana (fermata Vavin, secondaria, ok, però tu, cara signorina, dai per mestiere informazioni a turisti, che per definizione sono di tutto il mondo), con la tabaccaia per comprare i francobolli (una anziana parigina cotonata che sembrava Crudelia De Mon e si faceva capire a secchi gesti teatrali), con il tassista per capire quanto costava il tragitto fino all’aereoporto, con la femme de chambre tunisina per farle capire che ci serviva un cucchiaino, o che si era portata via gli asciugamani sporchi senza metterci i puliti. Per poi scoprire che “asciugamano” in francese si dice serviette, con la seconda “e” aperta come la pronuncerebbe Bassolino, dettaglio che ci ha tenuti allegri per buona parte dell’ultima serata parigina.

La luce.  Il tempo è stato non troppo buono per tutta la vacanza. Quando però il sole si è degnato di uscire, Parigi la liberty si è rivelata in tutto il suo grandioso splendore.  Indimenticabili il lungo Senna scintillante vicino Notre Dame, il cielo azzurro sul Sacre Coeur, i boulevard colorati di gente nel Quartiere Latino. Una luce del Nord, soffusa eppure protagonista, che faceva risplendere le vetrate infinite della mia amatissima Notre Dame, ventre materno nel quale potrei, come Quasimodo, vivere per sempre.

Gli odori.  In generale il centro di Parigi è pulito. Ho constatato che l’originale sistema di pulizia dei canaletti di scolo, che si ottiene facendovi scorrere acqua di fiume, deviata dove necessario con strategici straccetti arrotolati, è rimasto lo stesso. Quindi, l’odore della città è abbastanza neutro, venato a tratti di odore di cibo (vedi sopra), soprattutto cipolla fritta o brasata e carni variamente arrostite.

In alcuni tratti, però, complice la presenza di chioschetti che vendevano fiori, prendeva il sopravvento il magico acuto odore di lavanda della Provenza, fresca, venduta a secchi oppure piantata in vasi, da portarsi a casa per ornare finestre e balconi. Chiazze verdi e viola chiaro con le quali esorcizzare, almeno un pò, quello che sembrava già un incipiente autunno.

Fatevi salutare dallo stesso irresistibile gnocco di cui sopra. Au revoir Paris.