Parigi, oh cara .. / 2

Il cibo. Non credo di aver mai visto in vita mia una così massiccia e capillare diffusione della industria del cibo in nessun’altra città di mia conoscenza, nemmeno americana. Almeno nel centro, turistico per definizione. Interi immensi viali sono una lunghissima successione, senza soluzione di continuità, di bar, brasserie, restaurant, charcuterie, creperie, solo per restare sul tipico e tralasciando i vari chioschi di pizza, kebab, le spuntinerie libanesi, messicane, cinesi, i bar à l’huitres che vendono frutti di mare crudi e panini con l’onnipresente jambon et fromage, croques monsieur, crepes dolci e salate.

Io ho avuto difficoltà a  trovare un negozio di elettronica o telefonia, una merceria, un negozio di abbigliamento: il rapporto fra negozi che vendono cibo, in qualunque forma, e i negozi che vendono qualunque altra cosa è 1.000 a 1. E siccome la proporzione è questa, i negozi di “altro” che ho visto non mi sono sembrati all’altezza del centro di Parigi, mi parevano sempre un pò smorti, un pò polverosi, un pò vuoti (è vero anche che Luglio è già bassa stagione, a Paris, e c’erano i saldi, soldes). Mentre i ristoranti e le brasseriese erano tutti scintillanti, spumeggianti di luci e ottoni, con insegne rosse, enormi, neon visibili dalla luna, passamanerie, tovaglie candide, tavolini ben lucidati debordanti sul marciapiede, e pieni di gente a qualunque ora del giorno e della notte, o quasi, che alla fine dà l’impressione che i parigini non facciano altro che sedersi a bere o mangiare: un trionfo dell’opulenza alimentare che non potevo non apprezzare 😉

I parigini e le lingue.  A Parigi si parla francese.
E fin qua.
In modo sorprendentemente frequente, però, a Parigi si parla SOLO francese. Non spagnolo, non italiano (figuriamoci), non tedesco, ma soprattutto non inglese. Non sempre, ma molto spesso. Questo, unito al mio pessimo francese, ha comportato esilaranti siparietti con la signorina del gabbiotto informazioni della metropolitana (fermata Vavin, secondaria, ok, però tu, cara signorina, dai per mestiere informazioni a turisti, che per definizione sono di tutto il mondo), con la tabaccaia per comprare i francobolli (una anziana parigina cotonata che sembrava Crudelia De Mon e si faceva capire a secchi gesti teatrali), con il tassista per capire quanto costava il tragitto fino all’aereoporto, con la femme de chambre tunisina per farle capire che ci serviva un cucchiaino, o che si era portata via gli asciugamani sporchi senza metterci i puliti. Per poi scoprire che “asciugamano” in francese si dice serviette, con la seconda “e” aperta come la pronuncerebbe Bassolino, dettaglio che ci ha tenuti allegri per buona parte dell’ultima serata parigina.

La luce.  Il tempo è stato non troppo buono per tutta la vacanza. Quando però il sole si è degnato di uscire, Parigi la liberty si è rivelata in tutto il suo grandioso splendore.  Indimenticabili il lungo Senna scintillante vicino Notre Dame, il cielo azzurro sul Sacre Coeur, i boulevard colorati di gente nel Quartiere Latino. Una luce del Nord, soffusa eppure protagonista, che faceva risplendere le vetrate infinite della mia amatissima Notre Dame, ventre materno nel quale potrei, come Quasimodo, vivere per sempre.

Gli odori.  In generale il centro di Parigi è pulito. Ho constatato che l’originale sistema di pulizia dei canaletti di scolo, che si ottiene facendovi scorrere acqua di fiume, deviata dove necessario con strategici straccetti arrotolati, è rimasto lo stesso. Quindi, l’odore della città è abbastanza neutro, venato a tratti di odore di cibo (vedi sopra), soprattutto cipolla fritta o brasata e carni variamente arrostite.

In alcuni tratti, però, complice la presenza di chioschetti che vendevano fiori, prendeva il sopravvento il magico acuto odore di lavanda della Provenza, fresca, venduta a secchi oppure piantata in vasi, da portarsi a casa per ornare finestre e balconi. Chiazze verdi e viola chiaro con le quali esorcizzare, almeno un pò, quello che sembrava già un incipiente autunno.

Fatevi salutare dallo stesso irresistibile gnocco di cui sopra. Au revoir Paris.

 

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