Parigi, oh cara … / 1

Anche stavolta i ben 4 aerei che ho preso per arrivare all’agognata meta e tornare indietro non sono caduti. Si sono sbattuti molto, però, e questo me lo ricorderò, bastardi di piloti crucchi: avermi fatto sudare palesemente freddo ed irrigidirmi come uno stoccafisso, calando il mio sex appeal sotto i livelli minimi storici, davanti ad uno steward che assomigliava a Thor e mi ha fatto un sorrisetto sfottente come a dire “non avrai mica paura, VERO?” , non è stato bello.

Parigi, dunque.
Non vorrei sembrare quella col braccino corto, ma il “cara” del titolo non ha un valore affettivo, ma un valore economico. Parigi costa. Più di Roma, direi. E costa per cose strane, si badi bene. Ho pagato pochissimo il pernottamento in un ottimo albergo, e ho pagato 13 euro al giorno per fare colazione. Un decente pranzo poteva costare anche solo 18 euro, e poi però ho pagato 5,80 un litro di acqua minerale, e mai meno di 4,50 euro una birra alla spina piccola. Nove euro per entrare al Louvre, nel quale puoi girare una settimana senza rivedere mai le stesse sale, e otto euro per entrare al Museo Rodin, che si gira in un’ora, a dire tanto, e per vedere la tomba di Napoleone, che si visita in 30 minuti, se pure ti fermi a farti le foto.

Il Louvre. Le “tre signore” del Louvre: la Venere di Milo, la Nike alata di Samotracia, Monna Lisa. Per quanto siano mozzafiato, tutte e tre (le due signore greche più di quella italiana, vi dirò, forse per eccesso di iconografia che ci fa parere che la Gioconda ce l’abbiamo davanti da una vita), il vero spettacolo è la GENTE. Una folla inimmaginabile, strabocchevole di turisti di ogni nazionalità che invade tutte le sale, tutti i corridoi, tutti i bagni, tutti gli shop’s corner, tutti i ristoranti pizzerie tavole calde del pur immenso Louvre. Una folla che il Re Sole non si sarà mai immaginato di vedere percorrere quei corridoi in nessuno dei suoi più sfrenati sogni. Davanti a Monna Lisa, poi, l’apoteosi: un muro umano sudato e vociante, fotomunito, che scatta flashes a ripetizione, che si accalca pestando costole e piedi per arrivare alla transenna, che comunque è posta alquanto lontana dalla imperturbabile signora del Giocondo col mezzo sorriso. Io, miope confessa, mi sono dovuta mettere gli occhiali. Alcune riflessioni:

a) io davanti al capolavoro voglio un minuto di raccoglimento. Meglio se i minuti sono 30, o 60. Voglio respirare in assoluto silenzio davanti al mito, al segno del genio, farmelo entrare dentro e magari commuovermi, se non proprio tremare e svenire come pare accadde a Stendhal. Se invece devo scansare il gomito del giapponese, pestare svariati piedi e sbrigarmi a prendere una foto, perchè dietro di me c’è lo tsunami mondiale che preme e urla, non mi piace più. Non voglio sembrare fascista razzista e

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antistorica, ma la cultura aperta così alle masse mi deprime e mi irrita.

b) cosa fa di un dipinto così piccolo, con un soggetto così comune, un mito di portata planetaria? le leggende? sarà vero che sembra vi guardi da qualunque angolazione vi mettete (impossibile fare esperimenti, vedi il punto precedente)? sarà vero che è un autoritratto di Leonardo, mascherato da donna? che nasconde messaggi subliminali, che Leonardo era un templare abituato a codificare simboli nelle sue opere, che ci sono misteri non ancora svelati? il libro di Dan Brown? il film? cosa?

La rete metropolitana. Sotto i boulevards si stende un intricato enorme gomitolo di linee sotterranee che si incrociano come maglie di una rete da pesca, e vi porteranno OVUNQUE voi vogliate andare. Uno spettacolo a cui gli italiani non sono abituati e che li paralizza prima, e li fa saltare felici da una linea all’altra come bambini sulla giostra, appena si rendono conto della portata del servizio. Una rete sotterranea abitata a tutte ore del giorno da una popolazione di tutte le razze della terra, di tutti i livelli sociali ed economici, di tutti i mestieri, di tutte le sfumature di pelle ed inclinazione degli occhi. Un magma umano nel quale mi è piaciuto moltissimo perdermi.

nella prossima puntata: il cibo, i parigini e le lingue, la luce, gli odori

Colonna sonora gentilmente offerta da Garou, clamoroso gnocco français che adorerei pure se si mettesse le dita nel naso.

We are the world

Per almeno due motivi.

Perchè era l’inverno ’84/’85 e io e Ross lasciavamo il caldo sicuro rifugio della provincia e della famiglia e delle sicurezze  per tuffarci nella metropoli tentacolare, nella vita adulta, nelle prove da affrontare da sole, senza il paravento del liceo con il busto amico di Quinto Orazio Flacco, del banco, degli amici, della famiglia. Stare attente a non farsi scippare, a non arrivare tardi, a farsi bastare i (pochi) soldi, a studiare, a non farsi male. Alzarsi al buio il lunedì mattina, uscire nel gelo, prendere il pullmann, e all’arrivo il caffè da Mexico, borsoni in spalla, e via andare. E non può non rimanerti impresso, un inverno così.

Perchè era la prima volta che si faceva una cosa del genere, e restammo tutti incantati di fronte a voci così diverse e personalità artistiche così imponenti e multiformi che si fondevano con tanta eleganza. Poi c’era la beneficenza, l’Africa, ammazza ‘sti americani se sò forti.

E mi dispiace per la buonanima, ma a me continuano a rizzarsi i peli sulle braccia quando entrano Bruce Springsteen, o Cindi Lauper, o Bob Dylan o Ray Charles, e non quando entra lui. 

Rest in peace, Michael. Sono sempre i peggiori che se ne vanno per primi.

Thai forever

Un centro di massaggi thailandesi si apre a 20 mt. dal mio portone. Come resistere?
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Oggi, il primo massaggio.

Il luogo è esattamente come te lo aspetteresti: luci basse, incensi, legno, divanetti di velluto, separée di finto bambù, cuscini ricamati, arazzi con ricami di scene di risaie, Buddha di finto avorio ed elefanti di finto ebano dovunque (uno, gigantesco ed un pò inquietante, all’ingresso). La massaggiatrice si presenta con un inchino a mani giunte, mi fa togliere le scarpe e le porta via su un vassoio, dandomi in cambio un paio di babbuccette morbide. Mi dice il suo nome: Chat, o Sciat. Mi porta in uno spogliatoio e mi spiega cosa devo mettermi addosso dopo essermi spogliata dei miei panni occidentali: una camicia di garza leggera e un enorme paio di braghe di cotone, da legare in vita e rivoltare sulla cinta. I miei vestiti e la mia borsa spariscono in un armadietto intarsiato, chiuso con chiavetta con nappina e con l’immancabile elefantino.

Dopo aver lottato un pò con le immense braghe (l’alternativa era uscire dallo spogliatoio reggendole con tutte e due le mani, roba da farmi ridere dietro fino a Bangkok) riesco più o meno a legarle ed esco. Sciat mi accompagna ad una saletta isolata da separé di bambù e mi indica di stendermi. Il luogo dei massaggi è un materassino ampio e duro, livello pavimento, con cuscini colorati. Sciat abbassa la voce fino ad un sussurro, si inginocchia, mi chiede “scusa se dovrò toccare suo corpo” (e come pensavi di farlo, il massaggio con la forza del pensiero?) e inizia.

Il massaggio thailandese non è tutto rose e fiori. Sciat incombe su di me e per massaggiarmi usa i piedi, i gomiti, le ginocchia. Praticamente mi cammina addosso. Quando preme coi gomiti in punti delicati ammetto di sentire dolore, anche se sopportabile. Lei sussurra: “Fa male?” Io stoicamente rispondo di no e lei sospira soddisfatta: “Brava, brava, siniora”. Usa olii profumati alla canfora, che danno una meravigliosa sensazione di fresco sulla schiena (anche se poi lo si paga con un insopportabile penetrante odore oleoso che si stampa sulla pelle e mi porto appresso per mezza giornata). Sciat si alza in piedi, tira braccia e gambe, le torce, le incrocia, le incrocia e le torce. La lascio fare, sempre più rilassata.

Sarebbe tutto perfetto, tutto molto orientale, se non fosse per l’insopportabile cicaleccio che proviene dalla attigua sala estetica: un interminabile insopprimibile gossip in puro put’nzes’ mediante il quale io e Sciat apprendiamo non pochi dettagli su un matrimonio riparatore (nome della sposa, nome dello sposo, famiglie identificate fino al terzo grado ascendente, discendente, collaterale e affine, abito della sposa, quantità e qualità delle portate del pranzo), se sia meglio il pranzo o la cena per un matrimonio, i consigli sui rapporti con i parenti del marito che la linguacciuta ha dispensato alla figlia, a quanto pare senza grosso successo, and so on.

Alla fine, mi rialzo in piedi, mi rimetto la camiciola, mi ricompongo (le braghe si sono scomposte durante il massaggio e torno allo spogliatoio, come era prevedibile, reggendole con le mani), mi rimetto i miei panni, esco dallo spogliatoio. Mi aspetta fumante tisana rossastra, non male, devo dire, da sorbire seduta su divanetto di velluto rosso, mentre Sciat in piedi mi guarda e sorride. “A che serve la tisana?” chiedo.

Sciat si porta le mani giunte al petto, fa un lieve inchino e sussurra: “A fale pipì”.

Ovvio.

Colonna sonora ovvia (anche se imprecisa) offerta da un fascinosissimo David “Duke” Bowie.

 

Freedom!

Andare in bici a Giugno nell’area ciclabile del Pantano è un’esperienza psichedelica. L’aria è satura di odori e colori che stordiscono. L’odore marcio dei fiori dell’edera, l’acuto dolciastro del caprifoglio, il pungente leggero del finocchietto, e il mio preferito, il fresco stordente delle ginestre.

Tutto è blu di un blu intenso, o giallo carico. Il lago spicca in mezzo agli alberi come se fosse dipinto, e la tentazione di fare finta di non avere visto cartelli e divieti ed andarsi a stendere sul molo, come facevamo da ragazzi, per prendere

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il sole o pescare, è fortissima.

Già, i divieti. Come è possibile che “protetto” significho “vietato”? non c’è un controsenso, in tutto questo? 25 anni fa non esistevano barriere di cemento, al lago Pantano: si arrivava

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con i motorini fino sulla riva, in quelle mattine di festa regalata che erano gli “scioperi”, di cui nessuno conosceva il perchè. Si mettevano i piedi nell’acqua, si giocava, si rideva, si mangiava, si faceva l’amore e non ricordo che quando andavamo via il lago fosse più sporco, o meno “protetto” di quanto sia ora.

Faccio bikeschool con un amico semi professionista, e realizzo che sbagliavo tutto coi rapporti del cambio. Forte di rinnovato vigore quadricipite, mi lancio in corsa e quando prendo una discesa, quando posso rilassare la pedalata e alzarmi sul sellino, mi sento padrona del mondo, con il vento che mi fischia addosso senza potermi fermare.

Provavo la stessa sensazione a 15 anni, quando andavo a sciare: dopo l’infame scaletta dei principianti, dopo l’emozionante skilift della prima pista, quella dei semi principianti, il terrorizzante skilift della seconda pista, quella dei quasi professionisti, potevi concederti un minuto di discesa semilibera su una pista larga affiancata dal bosco (le misure di sicurezza sarebbero venute dopo, molto dopo). Il vento in faccia, il cielo azzurrissimo, gli sci che correvano, l’odore di neve e resina di pino, insomma la libertà.

Totale ed incondizionata.

Tesserini rubati all’agricoltura

Il notista politico

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oggi.
Parliamone.

Marco Frittella, Bruno Luverà, quella bionda con caschetto a funghetto, quell’altra con le labbra tumefatte che si mette di 3/4 davanti alle telecamere, al grido di “ma chi cazzo è Lilli Gruber rispetto a me”, e tanti altri.

La giornata tipo del notista politico.

Ore 10:00 – inizia un’altra durissima giornata di lavoro. Entrare al Parlamento esibendo il tesserino RAI e passeggiare nei corridoi spingendosi fino alla bouvette, fino a che non spuntano Cota, o Di Pietro, o la Sereni, o Anna Finocchiaro, o Gasparri, o Schifani, o Bonaiuti e dicono qualcosa, che il notista politico annota politicamente. Capezzone non c’è bisogno che spunti, è sempre lì, dorme sulla moquette e quando vede le telecamere salta in pedi e dice qualcosa, qualunque cosa, con quella sua faccia da chierichetto sodomizzato.
Il vero notista politico starà bene attento non solo a non fare la benchè minima domanda, meno che mai una domanda intelligente, ma baderà anche che nel riportare il pensiero altrui non ci sia nemmeno la più piccola sbavatura di pensiero proprio. Un registratore umano, praticamente, con giacca e cravatta / tailleur rosa, e bloc notes d’ordinanza.

Ore 13:00 – fare il conto delle dichiarazioni ottenute e scoprire che per coprire i 5 minuti di collegamento ne mancano un altro paio. Partire alla caccia dei commentatori di seconda fascia, i leghisti di primo pelo, le piddielline brutte (rare come la volpe albina), la Santanchè. In casi estremi, uscire fuori dal palazzo e braccare i sottosegretari di passaggio mentre vanno a pranzo. In casi disperati, ripresentarsi davanti a Capezzone sperando dica una cosa anche solo leggermente diversa da quella della mattina. Purchè dicano qualcosa, cazzo. Tanto io trascrivo e stop.

Ore 19:00 – riciclare le stesse dichiarazioni della mattina per il TG della sera, cambiando l’ordine degli interventi e anche delle parole dentro gli interventi, tanto i concetti sono di plastica e non ne risentiranno.

Ore 20:30 – distrutti, andare a dormire.

Ne valeva davvero la pena, eh, Bruno?
Era proprio così, che te l’immaginavi, la professione del giornalista?

Old Potenza Pride

Va bene, lo ammetto: mi sono divertita.
Anzi, no: mi sono divertita MOLTISSIMO.

La scena di tanto entusiasmo è la piazza principale della mia città natale. Domani è la festa del Santo patrono e i festeggiamenti, come d’obbligo, iniziano qualche giorno prima e si concluderanno qualche giorno dopo. Ieri sera, musica (popolare) in piazza. E’ quell’aggettivo chiuso tra parentesi che dà il senso a tutto il divertimento.
Tutti i meridionali riconoscono come proprio il ritmo della taranta, il battere ritmico ossessivo delle tammorre e dei tamburelli. E’ musica popolare la pizzica salentina, e tutti ballano, ma il Salento è molto lontano da qui. Sono musica popolare i canti d’amore della provincia, bellissimi, ma appunto, della provincia.

Poi arriva la star della serata, un cantante popolare di cui francamente sapevo molto poco, tranne qualche vaga eco del nome.
E canta canzoni popolari della MIA città. Sono suoni e ritmi e parole che richiamano la cultura del centro contadino che eravamo, e che forse siamo ancora, anche se imbellettato dal modernismo. Suoni ritmi e parole sentite all’alba della mia vita, in feste e sagre e aie dimenticate. Suoni ritmi e parole che non sentivo più da molti, ma veramente molti anni. Era legittimo che me le fossi dimenticate. E invece, dal profondo dell’infanzia tutto riemerge lucido e intatto. Scopro che sono perfettamente in grado di cantare insieme al cantante, tutte le strofe della melodia popolare, nel giusto ordine. E intorno a me stanno cantando e ballando TUTTI, compresi i ragazzini di vent’anni, che secondo me non dovrebbero averle mai sentite, quelle canzoni. Mi è parso un momento (raro) di coralità popolare, un riconoscersi nelle proprie radici, in una identità, in un inno cittadino sepolto da forme forse più raffinate di musica, pur popolare anch’essa, salentina o foggiana o campana.

Foss’ mort’ tata e lo lu ciucc’
lu ciucc’ ggia a ddegna e

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tata nona (*)

Rusina si Di’ vol’, uhè Rusina si Di’ vol’
l’ann’ ca ven’ gn’amma spusà,
mustazzuoli n’amma magnà (**)

A contribuire alla mia commozione e divertimento, la consapevolezza che erano un pò di anni che la festa si era opacizzata, forse per modernizzarla, forse per cambiarla. E invece stasera c’è tutta, proprio tutta la declinazione della festa di paese: le luminarie colorate, le bancarelle (di extracomunitari, beh, almeno questo) che vendono cianfrusaglie di ogni genere, i banchetti che vendono palloni, girandole, animaletti a pila e a molla per i bambini; un lungo bancone in piazza presidiato da molti giovani allegri, i “portatori del Santo”, tutti con la stessa maglietta, che offrono per una modica offerta pane, salsiccia, pecorino, vino rosso. E la gente, tanta: in piazza ci si accalca, si balla l’uno sui calcagni dell’altro, senza che nessuno se la prenda. Bambini sulle spalle dei genitori per vedere meglio il palco. Carabinieri baffuti e bonari che sorvegliano la baraonda.

Sono tornata a casa a notte fonda, le orecchie fischianti e intronate dalle megacasse che sparavano a milioni di decibel le tammorre e i cupa-cupa, le gambe molli dalle tarante ballate insieme a tutta la piazza.

Tutta nostra, la festa, per una volta.

_______________________________

(*) Meglio fosse morto mio padre, e non l’asino
l’asino trasportava legna, mio padre no

(**) Rosina, se Dio vuole, oh Rosina, se Dio vuole,
l’anno prossimo ci sposeremo
e mangeremo mostacciuoli
(dolcetti tipici del matrimoni contadini lucani)

Tutto torna utile, alla fine

Da: Pierre Cosso
A: Signora Cosso, Stelvio, Cambianeve
Data: 28 maggio 2009 – 11.36
Oggetto: Considerazioni

“Un paio di giorni fa un un uccello ha gratificato delle sue abbondanti deiezioni il vetro del finestrino lato guida della mia auto. Non l’ho lavato: sono ottimista, prima o poi pioverà.
Stamani ho parcheggiato, in ritardo, ho chiuso la

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macchina e mi sono allontanato a passo svelto. Dopo un po’ mi sono chiesto: ma avrò chiuso il finestrino?
In lontananza ho guardato: si vedevano le macchie scure e non è stato necessario tornare sui miei passi. Ho risparmiato tempo ed ho capito che anche dalle cose più infime più trarsi una utilità: la merda più essere segnaletica.
Tutto questo mi induce a fare delle riflessioni sul mio attuale rapporto lavorativo.” [che è uguale al mio, N.d.R.]

Commento della signora Cosso: “Almeno qualcuno ti caca!”

Sipario.

Election days

Elezioni Amministrative 2009.

Si vota per eleggere Sindaco e Consiglio Comunale della città capoluogo. Ventuno liste, 840 candidati.
Si volta per eleggere il Presidente della Provincia e Consiglio Provinciale del capoluogo. Diciannove liste, 550 candidati (diversi dai precedenti), di cui un buon 15% residenti nella città capoluogo (circa 80, quindi).
Totale: 1.390 candidati, di cui poco più di 900 residenti nel capoluogo, o comunque aventi nel capoluogo il centro dei propri interessi.
Popolazione della città capoluogo: 68 mila e spiccioli.
Popolazione avente diritto al voto: 57mila circa.
Rapporto fra candidati e popolazione: 1 a 63

Penso di essere fra le pochissime persone dell’intera Regione che non ha un parente candidato, neppure alla lontana. O forse ce l’ho e non me l’hanno detto.
La scena che si presenta a chi come me faccia una canonica passeggiata nel centro storico del capoluogo la domenica mattina è surreale. Un tizio a caso (il signor A) si avvicina con un gran sorriso ad un altro tizio a caso (il signor B), un amico delle elementari del cugino del dirimpettaio, un nome ormai rimosso dal cervello, ma la faccia pare vagamente familiare e quindi perchè no? Dialogo:

A (con gran sorriso): “Carissimo! Come stai? è un pò che non ti vedo”

B (con sorriso uguale e contrario): “Benissimo! e tu? che fai di bello?”

A: “Tuttappò, grazie. Senti.. ti volevo dire … chissà quanti te l’hanno già detto .. io mi candido al Comune /Provincia” (la mano corre veloce alla tasca ed estrae un mazzetto di santini elettorali) “E quindi, se non hai altri impegni .. mi farebbe piacere .. un partito nuovo.. una faccia nuova … “ (che la faccia di A sia nuova per B ci sono pochi dubbi, fino a ieri neppure si salutavano).

B: ” ‘uarda, carissimo, mi farebbe veramente un immenso piacere, io ti conosco, da tanti anni, persona di fiducia / persona seria / persona affidabile / amico mio .. il fatto è che .. mi candido pure io!!!” (estrazione di santini uguali e contrari, stesso formato, stessa stampa, forse stessi colori, sicuramente stessa tipografia, i cui titolari a fine elezioni chissà perchè cambiano sempre la macchina e fanno costruire la piscina nel villone in campagna).

Non è più il caso di perdere tempo in convenevoli, l’elettore utile aspetta, magari solo qualche metro più in là. Guardandosi meglio, in effetti non si ricordano più perchè si sono fermati, sì, pareva una faccia conosciuta, ma ora che ci penso boh, ma chi è questo?
Stretta di mano civile, scambio di santini, che verranno cestinati appena svoltato l’angolo, con furtivo sguardo alle spalle, e via che si va, verso il nuovo elettore consapevole.

Questa scena si ripete molte volte, in molti punti del centro, in molti angoli della grande piazza della Prefettura. Basta guardarsi un attimo intorno e si scorgono scambi di santini (gesto in tutto e per tutto identico a quello dei bambini che si scambiano le figurine), grandi pacche sulle spalle, grandi sorrisi ormai semiparesi.

Non vedo l’ora che passino le elezioni,

per poter tornare ad odiare tutti in rilassatezza.

Colonna sonora del giorno offerta da Fabrizio “Faber” De Andrè.

Una domenica come tante

Innazitutto, è arrivata l’estate. Fa caldo. In genere non amo il caldo, però ho le ossa talmente intrise d’acqua da quasi sei mesi di ininterrotta pioggia mista a neve e tanto freddo, che mi prendo pure i 30° senza fiatare.

Vado in bicicletta sul lago munita di cardiofrequenzimetro, voglio proprio vedere dove vado a parare. Con mia enorme sopresa, le pulsazioni, anche sotto lo sforzo di brevi salite o di gare di velocità coi semiprofessionisti che popolano il lago di domenica, non va oltre i 75-80 battiti al minuto. Possibili ipotesi:
1. non faccio abbastanza fatica, nonostante a me sembra che mi stiano per esplodere i polpacci;
2. il cardiofrequenzimetro è posizionato male, oppure non funziona (questa tesi è avvalorata dalla circostanza che mi fermo per riempire di acqua la borraccia ad una fontanella, e quando risalgo in bici il quadrante segna 160. Cioè secondo lui quando mi spolmono in bici il cuore batte piano e quando mi fermo il cuore sta per esplodere)
3. ho un cuore da atleta, dopo tutti questi mesi e anni di attività aereobiche pressochè ininterrotte anche se non maniacali.

Non so perchè, ma la prima e la seconda tesi mi sembrano leggermente prevalenti sulla terza.

Altre domande domenicali:
– perchè le lucertole aspettano sempre che io stia per passare, per attraversare la strada? ho mozzato almeno un paio di code con le ruote della bici
– perchè i bambini e  i loro genitori si fermano sempre a metà della salita, occupando tutto lo spazio disponibile, in modo che io non possa prendere la rincorsa senza rischiare di arrotare infanti e travolgere biciclettine rosa con le rotelline?
– è davvero così difficile comprendere il concetto di “tenere la destra”?

In realtà sto rimuginando da ore su una cosa successa la mattina. Presto. Sono le 8:30 e io sono ancora a letto, intontita dalle libagioni e bagordi della sera precedente. Bussano alla porta, che è già un avvenimento che ha dell’incredibile, mai nessuno viene a trovarmi a sorpresa. Mi alzo, mi rendo vagamente civilmente presentabile, guardo dalla spioncino.
E’ il ragazzo che abita al piano di sotto. Un ragazzo “figlio della Madonna” come avrebbe detto mia nonna, ovvero con qualche leggero problema mentale, intuibile dal fatto che ride sempre di una risata stridula e forzata, dal tono di voce infantile, dal fatto che ripete spesso due volte le frasi. Io non so nemmeno come si chiami di nome: so che viveva nell’appartamento sotto al mio con la mamma e la nonna, che sono morte entrambe nel giro di qualche mese. Esisterebbe un padre, che però vive altrove. Poche informazioni che mi sono state fornite, senza che le chiedessi, dalla sua padrona di casa, e dopo che tutto era accaduto. Io lo vedo solo una volta ogni due mesi quando sale a portarmi la quota condominiale, e io ogni volta gli dico “Salutami mamma”. L’ho fatto anche l’ultima volta, senza sapere che era già orfano, tanto per dire quanto il farsi i fatti propri può portare a devastanti gaffe condominiali.

E’ presto per portarmi i soldi del condominio, però penso che possa avere bisogno di aiuto, e, anche se un filo inquieta, apro. Il surreale dialogo che ne segue viene trascritto testuale:

IO: “Ciao”
LUI: “Ciao. Senti, siccome non ho nessuno con cui mangiare a pranzo, mangiamo insieme?”
IO: ” …… ”
IO: “Mi spiace, ho già un impegno, a pranzo. Scusami”
LUI: “Vabbè. Ciao”
IO: “Ciao”

Richiudo la porta (a chiave) e torno a letto. Inizia subito un vorticoso dialogo fra me e la mia coscienza, che mi morde a sangue, bastarda.

Ma poveraccio, che pena. Si vede che il padre e tutti i suoi amici se ne sono andati al mare, e gli hanno detto: arrangiati. E forse per scherzo hanno aggiunto: perchè non inviti la signora del piano di sopra? Dovevo dirgli di sì, e trovare una soluzione. Ma sei pazza? Non so manco come si chiama: e se fosse pericoloso? e se anche non lo è, e se poi ti si attacca? potrebbe venire a chiedere di mangiare con te tutti i giorni.  Non mi posso permettere di fare da balia al mezzo scemo, non ci pensa il padre, ci devo pensare io? ma almeno fosse venuto il padre, a chiedermelo! sai che potrei fare? comprargli o preparargli qualcosa da mangiare e portargliela. Ma dai, non ci credo che lo hanno lasciato col frigo vuoto, è proprio che non voleva mangiare da solo! e così mi sento ancora più merda e liquame di fogna. “Tutto quello che farete ad uno di questi miei fratelli sfortunati, lo avrete fatto a me ..” Ma minchia, proprio ora mi deve tornare in mente il Vangelo? Mettiamola sul laico, allora: dove sono i servizi sociali che dovrebbero consentire a ‘sto poveraccio di non andare a fare richieste del genere? Io adesso chiamo la sua padrona di casa, se non mi sbaglio sono mezzi parenti, è per questo che gli ha fittato l’appartamento. Non sono manco le nove, non è ora di chiamare la gente di domenica mattina. E poi ricordati: i gionali sono pieni di gente che voleva fare la caritatevole, ed è finita sgozzata o stuprata. Io vivo sola, non mi posso permettere troppa confidenza con gente che non conosco, e per di più un pò strana. Balle: sei solo una stronza egoista razzista prevenuta, voglio vedere se veniva George Clooney, a farti la stessa proposta, se dicevi di avere un altro impegno. E te ne fotti del tuo prossimo. Te ne lavi le mani. Non è vero: ho solo paura, ecco. “Siccome non ho nessuno con cui mangiare.. ” … Terribile. Nessuno dovrebbe essere costretto a dire una cosa del genere.  Ma infatti nessuno la direbbe, se fosse normale: a riprova del fatto che ‘sto tizio è strano, in effetti. E se tutto questo buonismo fosse inutile? Se il mezzo scemo in realtà fosse un marpione che vuole chiuderti dentro casa sua e seviziarti per tre giorni? Magari con la complicità di altri? Dietro quella facciona inoffensiva, quella vocetta da castrato, potrebbe nascondersi il mostro di Milwakee? E che fai, la leghista, adesso? la nazista? la spartana? lo vogliamo buttare giù dalla rupe, il giovanotto, perchè è praticamente solo al mondo?”

Vi risparmio le tre ore successive di elucubrazioni, tutte sullo stesso tono, e sicura di deludervi enormemente confesso che alla fine non ho fatto assolutamente niente: non gli ho portato roba da mangiare, non ho telefonato alla sua padrona di casa. Ho vissuto la mia domenica come tutte le altre. 

Ma non ho smesso di sentirmi una chiavica.