Parigi, oh cara … / 1

Anche stavolta i ben 4 aerei che ho preso per arrivare all’agognata meta e tornare indietro non sono caduti. Si sono sbattuti molto, però, e questo me lo ricorderò, bastardi di piloti crucchi: avermi fatto sudare palesemente freddo ed irrigidirmi come uno stoccafisso, calando il mio sex appeal sotto i livelli minimi storici, davanti ad uno steward che assomigliava a Thor e mi ha fatto un sorrisetto sfottente come a dire “non avrai mica paura, VERO?” , non è stato bello.

Parigi, dunque.
Non vorrei sembrare quella col braccino corto, ma il “cara” del titolo non ha un valore affettivo, ma un valore economico. Parigi costa. Più di Roma, direi. E costa per cose strane, si badi bene. Ho pagato pochissimo il pernottamento in un ottimo albergo, e ho pagato 13 euro al giorno per fare colazione. Un decente pranzo poteva costare anche solo 18 euro, e poi però ho pagato 5,80 un litro di acqua minerale, e mai meno di 4,50 euro una birra alla spina piccola. Nove euro per entrare al Louvre, nel quale puoi girare una settimana senza rivedere mai le stesse sale, e otto euro per entrare al Museo Rodin, che si gira in un’ora, a dire tanto, e per vedere la tomba di Napoleone, che si visita in 30 minuti, se pure ti fermi a farti le foto.

Il Louvre. Le “tre signore” del Louvre: la Venere di Milo, la Nike alata di Samotracia, Monna Lisa. Per quanto siano mozzafiato, tutte e tre (le due signore greche più di quella italiana, vi dirò, forse per eccesso di iconografia che ci fa parere che la Gioconda ce l’abbiamo davanti da una vita), il vero spettacolo è la GENTE. Una folla inimmaginabile, strabocchevole di turisti di ogni nazionalità che invade tutte le sale, tutti i corridoi, tutti i bagni, tutti gli shop’s corner, tutti i ristoranti pizzerie tavole calde del pur immenso Louvre. Una folla che il Re Sole non si sarà mai immaginato di vedere percorrere quei corridoi in nessuno dei suoi più sfrenati sogni. Davanti a Monna Lisa, poi, l’apoteosi: un muro umano sudato e vociante, fotomunito, che scatta flashes a ripetizione, che si accalca pestando costole e piedi per arrivare alla transenna, che comunque è posta alquanto lontana dalla imperturbabile signora del Giocondo col mezzo sorriso. Io, miope confessa, mi sono dovuta mettere gli occhiali. Alcune riflessioni:

a) io davanti al capolavoro voglio un minuto di raccoglimento. Meglio se i minuti sono 30, o 60. Voglio respirare in assoluto silenzio davanti al mito, al segno del genio, farmelo entrare dentro e magari commuovermi, se non proprio tremare e svenire come pare accadde a Stendhal. Se invece devo scansare il gomito del giapponese, pestare svariati piedi e sbrigarmi a prendere una foto, perchè dietro di me c’è lo tsunami mondiale che preme e urla, non mi piace più. Non voglio sembrare fascista razzista e

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antistorica, ma la cultura aperta così alle masse mi deprime e mi irrita.

b) cosa fa di un dipinto così piccolo, con un soggetto così comune, un mito di portata planetaria? le leggende? sarà vero che sembra vi guardi da qualunque angolazione vi mettete (impossibile fare esperimenti, vedi il punto precedente)? sarà vero che è un autoritratto di Leonardo, mascherato da donna? che nasconde messaggi subliminali, che Leonardo era un templare abituato a codificare simboli nelle sue opere, che ci sono misteri non ancora svelati? il libro di Dan Brown? il film? cosa?

La rete metropolitana. Sotto i boulevards si stende un intricato enorme gomitolo di linee sotterranee che si incrociano come maglie di una rete da pesca, e vi porteranno OVUNQUE voi vogliate andare. Uno spettacolo a cui gli italiani non sono abituati e che li paralizza prima, e li fa saltare felici da una linea all’altra come bambini sulla giostra, appena si rendono conto della portata del servizio. Una rete sotterranea abitata a tutte ore del giorno da una popolazione di tutte le razze della terra, di tutti i livelli sociali ed economici, di tutti i mestieri, di tutte le sfumature di pelle ed inclinazione degli occhi. Un magma umano nel quale mi è piaciuto moltissimo perdermi.

nella prossima puntata: il cibo, i parigini e le lingue, la luce, gli odori

Colonna sonora gentilmente offerta da Garou, clamoroso gnocco français che adorerei pure se si mettesse le dita nel naso.

2 risposte a “Parigi, oh cara … / 1”

  1. Sono d’accordo sul fatto che per apprezzare certe cose siano necessari tempo e tranquillità, ma in certi casi come si può fare?
    Ingresso su appuntamento (e conseguentemente prenotazioni da oggi fino al 2087)? Selezione all’ingresso con test di storia dell’arte?
    Purtroppo non vedo facili soluzioni, se non cercare di visitare il museo in periodi di bassa stagione

  2. no, infatti non c’è nessuna soluzione, la mia non era una critica alla organizzazione del Louvre che anzi, considerate le sterminate masse, di meglio veramente non potrebbe fare: bene o male si riesce a vederla, la Gioconda 🙂

    però sono stata ad es. a Milano a vedere il Cenacolo, a Santa Maria delle Grazie, ed è stato bellissimo, tutt’altra atmosfera

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