Non sono grassa

Fra le taglie 38-42 nelle quali abbondano cosucce graziose fashion alla moda, i jeans a tubo le maglie grigie con maniche a pipistrello i giubbini di pelle i baby doll con i merletti i tailleur avvitati le camicie con taglio da uomo aderenti le gonnelline a pieghe

e

le taglie conformate a partire dalla 50 nelle quali abbondano maglione beige squadrate coi collettini e le fantasie a fiori che portava mia nonna i pantaloni con pence con i quali è morta zia Eufrasia nel 1978 i cappottoni con la cinta e la martingala orgogliosamente portati da mia mamma quando sono nata io le camicione di seta a trapezio col bottoncino di perla insomma in una parola, roba da VECCHIE SIGNORE DI CAMPAGNA (con tutto il rispetto)

c’è tutto un dorato mondo di donne fra i 30 e i 50 anni, NORMALI, che indossano taglie tipo la 46 o la 48, che non sono grasse, sono NORMALI, hanno un seno, dei fianchi, niente di abnorme, anzi agli uomini piacciono, a tutti gli uomini tranne che agli stilisti, che hanno in mente solo obese deformi oppure scheletri ambulanti di 15 anni, e quelle donne sono gioiose femmine a cui la moda piace, e vorrebbero anche loro potersi mettere qualcosa di fashion per andare, che so, a lavorare, o per uscire la sera con gi amici, e per trovare quello che cercano sarebbero anche disposte a pagare, perchè molte di loro lavorano e hanno perfino un pò di soldi da spendere in abbigliamento.

Il produttore di abiti che capirà questo, cioè che sarà capace di disegnare una linea di abbigliamento fashion ma solo leggermente più comoda di quella che va addosso si giovani scheletrini taglia 38, diventerà ricco, credete a me.

Questo livido post di stamane è originato dalla circostanza che sabato scorso per poter diventare l’orgogliosa proprietaria di un chiodo di pelle marrone mi sono dovuta provare la 46, la 48, la 50 e umiliarmi a chiedere la 52, prima di poter dire che mi entrava e si abbottonava.  Che senso ha scrivere una taglia su un capo di abbigliamento che in realtà va bene per almeno due-tre taglie meno? Qual è il messaggio? Ciccione, questa roba non fa per voi? E allora perchè esisteva anche la taglia 52, di quel capo? Morirete tutti, Armani del cazzo.

Io e la cavalletta

Storia di un amore impossibile. 

Lei è entrata a casa mia la sera di Ferragosto e ancora ho da capire come ha fatto perchè va bene che le cavallette saltano, ma io abito al terzo piano. 

Ha tentato di fare colpo su di me saltando per tutta la stanza con un orribile rumore secco (ta-tac, ta-tac) e scambiando per manifestazioni di affetto i miei colpi di scopa e riviste illustrate, poi finalmente ha capito che non l’amavo e si è rifugiata nel ripostiglio.

Dopo tre giorni l’ho scovata sulla tenda del soggiorno, in alto ma dalla parte di dietro, quella che guarda verso il vetro. Allora le ho aperto il balcone e le ho parlato per una mezzoretta, cercando di convincerla a fare il salto che l’avrebbe portata verso la libertà.
Il fatto che fosse immobile mi ha convinto che si era arrampicata fin lì per morire guardando verso l’infinito mondo di fuori, con la luce del sole negli occhi.

Ho abbassato la serranda fino a 30 cm. da terra, lasciando aperto il vetro, nella speranza che seguendo la luce andasse a morire altrove. 

Da due gorni non la vedo più.
Sarà morta? Ma allora dov’è?
Sarà uscita, come speravo?
Ogni tanto mi pare di udire ancora il famigerato ta-tac,  è solo rimpianto d’amore? ad ogni buon conto, la porta della camera da letto la chiudo, quando vado a dormire.

Burro e zucchero

E va bene, ragazzi, non ce l’ho fatta. La lavoratrice atipica, tanto tosta e spietata sul lavoro, nel privato ha un cuoricino di burro e zucchero che ha retto 13 ore alla prova della singletudine. Semplicemente non ce l’ho fatta. Avevo ignorato con quella che credevo ammirevole nonchalance le mail accorate, i sms di scuse, le suppliche di una mia parola live, invece della lunga fredda razionale dura mail che avevo mandato per comunicare che non intendevo più considerarmi una coppia.
Ma per la miseria questo benedetto uomo mi è proprio entrato nel sangue, senza che io me ne accorgessi minimamente, e per circa 13 ore mi sono guardata ingrigirmi e smettere di respirare progressivamente. Quando sono stata praticamente in apnea, senza che il cervello lo ordinasse proprio esplicitamente, mi sono guardata prendere in mano il cellulare e fare il solito numero. L’ho sentito squillare facendo finta di niente, ho sentito la voce dall’altra parte che rispondeva, e non mi è parsa mai così bella come in quel momento.
Ho chiesto come se niente fosse se aveva qualche impegno nella serata del giorno dopo o se per caso non potessimo prenderci un aperitivo insieme, solito posto, solita ora, sì, passo io con la macchina, va bene. Ho contato le circa 24 ore che mancavano all’appuntamento come un condannato a morte, perchè non era escluso che anche lui concordasse sul farla finita, e perchè comunque sentivo che qualcosa si era rotto, e perchè chi dice una bugietta non troppo grossa potrebbe poi avere mentito, a valanga, su cose medie, poi su cose enormi, e insomma potevo anche trovarmi di fronte un uomo che mi aveva mentito su TUTTO, negli ultimi due anni. La sindrome Calisto Tanzi, diciamo.
All’ora prestabilita ero lì, parcheggio sghembo multabile, fuori dalla macchina, a (cercare di) respirare l’aria della sera della Riviera di Chiaia e guardare i ragazzini sfilare zuccherosi appiccicati trascinando scatole di Baci Perugina, cuori rossi gonfiabili, orsacchiotti e altre amenità del genere. E’ dura essere adulti e infelici la sera di San Valentino.
Poi l’ho visto arrivare, col solito passo di carica, e ho notato che si sforzava di sorridere. Sono crollata totalmente e senza ritegno. Due minuti dopo singhiozzavo inumidendo in maniera considerevole la spalla destra del suo giaccone imbottito, raccontandogli per quanto la voce me lo consentiva tutta l’atrocità delle 13 + 24 ore passate da quella mail a quel momento, e sentendo nell’orecchio rimasto scoperto tutte le formule di scusa e di richiesta di perdono che la disperazione sa attivare, in momenti così delicati.
E’ finita a champagne nel solito bar   

Progetti per il 2004

1. ho buttato una decina di reti per poter cambiare sede di lavoro – e magari anche lavoro – e forse qualcosina inizia a muoversi (lo dico stringendo un corno grosso quanto un lampione). Quindi è possibile che vi aspettino post drammatico – demenziali che vi descrivono nei dettagli com’è la nuova collocazione, se vi tocca invidiarmi o passarmi qualche spicciolo sottobanco. A proposito, a Natale mi sono fatta sfuggire, pur avendolo visto sul bancone di una libreria, il regalo dell’anno: un mini kit per riti vodoo, con tanto di bambolina e spilloni per malocchio esotico fatto in casa, e ovviamente foglietto di istruzioni, credo onde evitare di voler far venire la sciatica al proprio capo e invece autoazzopparsi;

2. in conseguenza del punto 1., potrei convolare a giusta convivenza per circa un anno, il tempo necessario a far sì che la legge faccia il suo lentissimo fottutissimo corso e io possa passare al punto 3. Vi potrebbero attendere quindi post descriventi la fantastica vita di coppia, inclusa la risposta alla domanda che sempre mi pongo quando sento di storie analoghe: ma è proprio vero che gli uomini lasciano i tubetti di dentifricio strizzati? e una bella urlata non risolverà il problema? e chiuderlo a chiave nel bagno finchè non promette di riavvitare/ridare forma al tubetto famoso?

3. in conseguenza dei punti 1. e 2., a fine 2004 potrei essere travolta nel tour organizzato abito-bomboniere-ricevimento-testimoni-viaggiodinozze-zieinsoddisfatte-mammainlacrime, insomma nei preparativi del mio matrimonio. Prometto post che possano diventare utile guida per le spose attempate, quale io sono, che tentino disperatamente di evitare l’effetto meringa-bambolina, dietro liceo, davanti museo, come diceva quella saggia di mia nonna.

4. il resto, è lasciato alla libera iniziativa della natura e a possibili tentativi di fecondazione autologa, con metodologia tradizionale, naturale ancorchè comunque invasiva. Qui vi tocca solo incrociare le dita per me e sperare che nonostante l’hardware non sia più proprio nuovo di fabbrica, e per certe funzionalità non sia mai stata ancora usato, il software funzioni ancora.

Un anno intenso, come vedete. Buon Anno a tutti dalla Vs. Lavoratrice (a)tipica

Non può essere una cura

Sapevo che prima o poi ne avrei avuta la certezza.
Lo sapevo ma non volevo saperlo.
Ieri sera, serataccia con attacchi di panico ripetuti, con le solite modalità svenereccie, per almeno un’ora. Poi mi sono stesa, mi sono messa a guardare la TV, dopo un pò mi è venuto sonno. Ho dormito benissimo, profondamente, per tutta la notte.
Oggi, una giornata di lavoro pieno nostante fosse sabato. Nel pomeriggio, in giro con la mamma per mostre e incontri culturali. Poi ancora lavoro, pieno, soddisfacente, con rapporti umani di stima e di affetto.
Sto benissimo.
Torno a casa, e mi metto a scaricare la posta. E mentre sono lì, inizia di nuovo a strisciare in sordina un malessere serpeggiante.
Sono disperata.
Non ce la farò a superare una serata così lunga.
Vado a cena, mi trascino controvoglia, tesa, lottando con tutte le mie forze per non cedere ai brividi, al senso di morte imminente.
Mamma ha fatto la pizza. La pizza di mamma è diversa da tutte le altre. Pensa, ha comprato anche la birra.
Guardo la lattina. La stappo e mi verso un bicchiere gelato che appanna il vetro.
Bevo. Mangio. La pizza è buonissima, come sempre. La birra ci azzecca alla perfezione.
Bevo ancora.
E come per magia, piano piano, il malessere decresce, regredisce, mi sprofonda nelle viscere, si nasconde, rimpicciolisce.
Alla fine della cena sono passabilmente allegra, e mi resta solo un leggero senso di peso alla bocca dello stomaco, ma quello può essere anche dovuto alla pizza, fatta in casa è un pò più pesante.
Riempio la lavastoviglie, mi stendo sul letto e mi guardo con sommo piacere Law & Order.
Lo sapevo. L’alcool fa galleggiare alla superficie la parrte migliore di me, quella che vuole vivere, ridere, entusiasmarsi, appassionarsi.
Pochi grammi di alcool e tutto va meglio.
Un bicchere di birra, e il mondo torna a sorridere.
Lo sapevo. Però non volevo saperlo.

E’ festa, ma …

So che non ci crederà nessuno, ma sono in ufficio e sto lavorando. Recupero oggi il giorno di permesso che mi prenderò lunedì perchè domani festeggio un anniversario e vorrei farlo con la calma, le luci soffuse, il Tattinger ghiacciato e la biancheria intima che l’occasione merita. Oltre al meritato sonno del giorno dopo. Ora che ci penso, questo anniversario segna una svolta: l’uomo con il quale lo festeggio è a tutt’oggi la più lunga e stabile relazione della mia vita, nonostante quest’ultimo anno (eh sì, è stato più o meno un anno fa che è scoppiata la prima bomba) sia stato strappato con le unghie e i denti un giorno dopo l’altro, e abbia contribuito a pesare su una situazione nervosa (la mia) non proprio paradisiaca.

Ma ti amo, comunque.

Quando sono entrata, con le chiavi di riserva, una allibita signora delle pulizie che già pensava allo stupratore di Ognissanti mi ha accolto con un “Ma come, lavorate anche oggi?” (pausa) “E vengono anche tutti gli altri?” Dopo averla rassicurata che sarò assolutamente sola, tranne paturnie del Kapo che passa in ufficio molte più ore che a casa sua, soprattutto nei giorni festivi, e dopo aver adeguatamente alzato i piedi per consentirle di passare lo straccio a terra, ho avviato la giornata di lavoro.
Ovvero: ho letto la posta, ho letto Italians di Severgnini, ho aperto i miei blog preferiti e letto le novità. A tal proposito, vorrei avvisare mio fratello che se non aggiorna il suo blog entro 48 ore lo cancello dai miei preferiti.

Dotti medici e sapienti

Sempre nell’ottica di trovare il lato comico della vita, perchè pare faccia bene, sono qui a raccontarvi del conflitto a distanza che si è aperto fra il mio medico curante e la specialista che mi ha visitato qualche giorno fa.

ATTO I – il medico curante mi visita superficialmente nel luogo nel quale lamento i fastidi e constata l’esistenza di una infiammazione. Mi consiglia una visita specialistica, e nel frattempo mi prescrive analisi del sangue e delle urine che manco gli astronauti ne fanno di così complete. Costo: euro 0,00

ATTO II – faccio la pipì nel vasetto e vado a farmi succhiare il sangue. Nonostante la prescrizione medica, mi salasso anche il portafogli. Mando un pensiero affettuoso e riconoscente alla politica di tagli alla Sanità del Ministro Sirchia e a tutto il Nuovo Radioso Governo, come lo chiama un mio amico. Costo: euro 73,80

ATTO III – la specialista mi diagnostica una infezioncina curabile con antibiotici e me ne prescrive due, uno per bocca (prescrivibile), l’altro locale (non prescrivibile). Approva il fatto che mi siano state prescritte tutte quelle analisi, ma sostanzialmente se ne strafotte. Costo: euro 80,00

ATTO IV – torno dal medico curante a farmi prescrivere il prescrivibile. Lui sente la diagnosi della specialista e fa il perplesso. Lo fa così bene, mettendomi tanti di quei dubbi che alla fine mi faccio convincere a non prendere l’antibiotico per bocca (che infatti non mi prescrive) e ad aspettare l’esito degli esami, soprattutto quello delle urine. Chiamerà lui il laboratorio e chiederà in anteprima nazionale come è messa la mia pipì. Mi concede di cominciare ad usare l’antibiotico locale, che vado a comprare in farmacia. Medito di comprare l’antibiotico per bocca anche senza la ricetta, ma la farmacista mi confida che “è molto costoso: perchè non se lo fa prescrivere?”  Costo: euro 21,90

ATTO V – mi chiama il medico curante. Pare che i miei liquidi interni abbiano dichiarato che schiatto di salute, non c’è il minimo appiglio nè per diagnosticare un’infezione nè tantomeno per imbottirmi di antibiotici. Ergo, la specialista è una ciuccia matricolata. Mi consiglia di consultarne un altro, di specialista. Mi biascica un paio di nomi ma fra duemila reticenze, perchè un’altra caratteristica del mio medico curante, oltre alla bravura e alla scrupolosità certosina, è la paura fottuta che chicchessia possa accusarlo di qualunque cosa, in questi tempi di corruzioni sanitarie e peculati sulle aspirine. Chiamo il primo dei due nomi, scelto a caso per simpatia. L’appuntamento è per martedì 11 novembre. Costo preventivato: intorno ai 100 euro, temo.

Costo totale finora sostenuto: euro 275,70 (senza i medicinali che mi prescriverà il luminare dell’11 novembre)

Risoluzione del problema specifico: rimandato a dopo la nuova diagnosi e relativa prescrizione

Risoluzione del problema connesso, sensazioni di svenimenti e cazzi vari: da affidare a cure psicoterapeutiche, anche autoindotte, dopo aver scartato qualunque possibile origine organica (prima di questo tour emato-urinario c’erano stati elettrocardiogrammi, ecografie e un’infinita serie di palpazioni, auscultazioni e misurazioni di pressione. Tutte negative).

“Permettete una parola
io non sono mai andato a scuola
e tra gente importante io che non valgo niente
forse non dovrei neanche parlare
ma dopo quanto avete detto
io non posso più stare zitto
e perciò prima che mi possiate fermare
io lo devo avvisare
di alzarsi e scappare
anche se si sente male
VAI SCAPPA!! SCAPPA!!”

(Edoardo Bennato, 1978)

Un serata di fine Ottobre

Una pizza con due amiche, di quelle che ti conoscono da talmente tanto tempo da non avere bisogno di niente per capirti, un nome, una battuta e le quindicenni che eravamo sono di nuovo lì a ridere come venti anni fa. C’è anche un uomo, un pò estraneo alle nostre chiacchiere di provincia, lui viene dalla capitale, ma mi sembra non si stia annoiando.

Fuori c’è il diluvio. La pizzeria è in campagna, andiamo via ridendo, due per macchina, attenti a non perderci di vista nel torrente che è diventata la strada.

Quando cominci a riconoscere di nuovo i luoghi, piove un pò meno. La strada è lucida, sparpagliata di foglie morte, schizzata della luce gialla dei lampioni. Vai piano, assaporando la sensazione di pienezza e serenità che questa serata ti ha dato. I pensieri fanno un loop ed ecco, così, all’improvviso, fra il muretto della strada e l’incrocio pericoloso, ti rendi conto che stasera nemmeno per mezzo secondo hai pensato ai tuoi malesseri, alle tue paure, non hai paura a tornare a casa, sguazzi tranquilla nelle pozzanghere alzando muri d’acqua con la Cinquecento e ridendo come una bambina.

Ridi pensando alla serata trascorsa, ridi pensando a lui che oggi pomeriggio ti ha fatto ridere fino a sentirti male, per motivi così futili che a spiegarli non riderebbe nessuno.

Ecco, questo dovrebbe essere parte della cura. Ridere, ridere molto, se ci riesce. Aiuta, credetemi.

Qualità totale / 3

La solerte banda di consulenti ha – dopo infinite discussioni e rifacimenti – messo nero su bianco un organigramma dell’azienda, che è in parte specchio dell’esistente, in parte rappresentazione dei sogni aziendali del Kapo. Oggi si trattava di mettere dei nomi nelle caselline, ovvero capire chi fa che cosa, chi sovrintende alla tale funzione, chi ne è – per usare una bruttissima parola che non è più di moda – il RESPONSABILE.

E qui sono iniziati i balletti.

Ad una prima stesura, è venuto fuori che il Kapo assomma in sè cinque o sei funzioni, in alcune è non solo responsabile di area ma anche di sotto area, e quindi riferisce a sè stesso.

Dopo le opportune correzioni, e ri-assegnazioni di ruoli incarichi etc. è venuto fuori che la fidanzata del figlio del capo dovrebbe essere la responsabile dell’Ufficio Gestione Qualità, mansione della quale non ha mai sentito parlare, e che non a caso le è stata assegnata in contumacia. Il figlio del capo, al pensiero che lui è il Rappresentante per la Direzione della Qualità e la sua – immagino – futura moglie è la responsabile dell’Ufficio Qualità, comincia ad eccitarsi.

Per chiudere, si tocca un argomento spinosissimo, già in passato foriero di accesissime discussioni approdanti al nulla più totale, come è giusto che sia: l’argomento “archiviazione della documentazione”. Doverosa premessa:

1. per “documentazione” nel mio ufficio si intende tutto ciò che è cartaceo e suoi derivati (cartoncino, plasticato, lucidi, carta chimica, e così via);

2. il 98% della nostra produzione è cartacea, con i suoi derivati;

3. la storia professionale della XY Spa è ormai lunga 25 anni;

4. ergo, l’ufficio scoppia di carta disseminata ovunque, ammonticchiata sulle sedie, a stento contenuta in faldoni obesi, inutilmente segregata in uno sgabuzzino dal quale deborda fin nel corridoio; gli scaffali, che coprono senza soluzione di continuità tutte le pareti dell’immobile, hanno due, tre, quattro file di cartelle, faldoni e portaprogetti accastati gli uni sugli altri come in una colossale orgia cristallizzata;

5. ognuno di noi ha un suo metodo di archiviazione, personale, originale, mai banale. C’è chi affastella tutto alla rinfusa, chi divide per tipo di progetto, chi divide per “lavori in corso” diversi da “lavori conclusi”, chi chiude tutto in armadi come viene viene perchè meno lo vede meglio è. Esiste un protocollo corrispondenza, ultima zattera del naufrago alla disperata ricerca di una lettera, ma è ben misera cosa rispetto alla mole di carta che ci affoga;

6. se il documento che si cerca non è recentissimo (ma talvolta anche in questo caso) ed è stato “archiviato”, trovarlo diventa un compito per Madre Teresa di Calcutta.

Anche oggi, dopo ore passate a discutere accanitamente di biblioteconomia, codici di archiviazione, registri Access e ordine mentale, sotto gli occhi allibiti della consulente che non osava intervenire, non si è concluso niente. Però si è arrivati alla determinazione che tutta quella carta in giro è pericolosa, e quindi il Responsabile della Sicurezza, che è sempre il figlio del capo, dovrà intervenire.

Lui, al pensiero di poter cumulare ai precedenti anche questo incarico, e di poter dire, per esempio, a me come devo organizzare i miei archivi, era prossimo all’orgasmo. L’ho lasciato con gli occhi vitrei che sistemava la scrivania. Un pò di ordine nelle carte, eccheccazzo.

Il male oscuro / 2

Ha ragione mio fratello (come sempre). Posso recuparere tutto il mio élan vital e la mia gioia di vivere se riesco ad enumerare e vivisezionare con freddezza e precisione i molteplici strati ansiogeni, a farne una carta d’identità, foto, nome, cognome, causa, tempo di permanenza nella mia vita, separarli gli uni dagli altri – intrecci e fusioni sono all’ordine del giorno, e talvolta gli strati sono invecchiati e si sono incancreniti – e affrontarli uno per volta, tentando di mandarli affanculo a pedate.

Cominciamo dalle cose semplici: una visita specialistica mi ha assicurato che ho ancora lunghissima vita davanti, e 5 giorni di antibiotico locale e per bocca risolveranno brillantemente il problema. Quel menagramo del mio medico curante è scettico sulla diagnosi, ma in onore del mio nuovo corso emotivo ho deciso che non me ne strafotte niente. Domani vado a fare un check up generale, e poi vediamo.

Per oggi potrebbe bastare. Stasera ho gli esercizi di respirazione shiatzu, ieri sera mi sono addormentata come un infante davanti a Marco Paolini, per poi risvagliarmi sul finale del monologo, che non mi sarei persa per nulla al mondo.

Un pezzetto al giorno.

Un problema alla volta.