Burro e zucchero

E va bene, ragazzi, non ce l’ho fatta. La lavoratrice atipica, tanto tosta e spietata sul lavoro, nel privato ha un cuoricino di burro e zucchero che ha retto 13 ore alla prova della singletudine. Semplicemente non ce l’ho fatta. Avevo ignorato con quella che credevo ammirevole nonchalance le mail accorate, i sms di scuse, le suppliche di una mia parola live, invece della lunga fredda razionale dura mail che avevo mandato per comunicare che non intendevo più considerarmi una coppia.
Ma per la miseria questo benedetto uomo mi è proprio entrato nel sangue, senza che io me ne accorgessi minimamente, e per circa 13 ore mi sono guardata ingrigirmi e smettere di respirare progressivamente. Quando sono stata praticamente in apnea, senza che il cervello lo ordinasse proprio esplicitamente, mi sono guardata prendere in mano il cellulare e fare il solito numero. L’ho sentito squillare facendo finta di niente, ho sentito la voce dall’altra parte che rispondeva, e non mi è parsa mai così bella come in quel momento.
Ho chiesto come se niente fosse se aveva qualche impegno nella serata del giorno dopo o se per caso non potessimo prenderci un aperitivo insieme, solito posto, solita ora, sì, passo io con la macchina, va bene. Ho contato le circa 24 ore che mancavano all’appuntamento come un condannato a morte, perchè non era escluso che anche lui concordasse sul farla finita, e perchè comunque sentivo che qualcosa si era rotto, e perchè chi dice una bugietta non troppo grossa potrebbe poi avere mentito, a valanga, su cose medie, poi su cose enormi, e insomma potevo anche trovarmi di fronte un uomo che mi aveva mentito su TUTTO, negli ultimi due anni. La sindrome Calisto Tanzi, diciamo.
All’ora prestabilita ero lì, parcheggio sghembo multabile, fuori dalla macchina, a (cercare di) respirare l’aria della sera della Riviera di Chiaia e guardare i ragazzini sfilare zuccherosi appiccicati trascinando scatole di Baci Perugina, cuori rossi gonfiabili, orsacchiotti e altre amenità del genere. E’ dura essere adulti e infelici la sera di San Valentino.
Poi l’ho visto arrivare, col solito passo di carica, e ho notato che si sforzava di sorridere. Sono crollata totalmente e senza ritegno. Due minuti dopo singhiozzavo inumidendo in maniera considerevole la spalla destra del suo giaccone imbottito, raccontandogli per quanto la voce me lo consentiva tutta l’atrocità delle 13 + 24 ore passate da quella mail a quel momento, e sentendo nell’orecchio rimasto scoperto tutte le formule di scusa e di richiesta di perdono che la disperazione sa attivare, in momenti così delicati.
E’ finita a champagne nel solito bar   

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