Il male oscuro / 1

Quando ho letto questo meraviglioso libro avevo una quindicina d’anni, e ricordo distintamente che i malesseri di origine psicosomatica ma drammaticamente reali del protagonista mi sembravano banali e facilmente risolvibili. Come si fa a cadere in depressione per un male fisico che in realtà non c’è? Può la paura avere tutto questo potere? Ma no, dai. Un bel respiro e la vita sorride. Le persone che passano di questi guai devono essere già un pò squilibrate per i fatti loro. E comunque, come è scritto bene, Berto è bravissimo. Ecco, questi erano più o meno i pensieri con i quali liquidavo il problema.

Non la penso più così.

Ho scoperto sulla mia fragile pelle che la paura dell’ignoto può trasformare una cazzata in un serio problema, con il quale non si riesce più a convivere, perchè la paura e la depressione che ne consegue si installano dentro, si annidano un atomo alla volta negli angoli più nascosti del nostro io, e a lì cominciano a rosicare, come tarli.

E’ fuori tema, lo so, ma spero che scriverlo mi basti a mettere ordine nei pensieri, e liberarmi un poco dalla morsa dell’angoscia, anche se per farlo compiutamente devo dire cose che avrei preferito non dire. Vabbè, le accennerò soltanto, so io che cosa sto dicendo.

Ho un problema fisico recidivante, iniziato un paio di anni fa e che si ripresenta con diabolica costanza un paio di volte all’anno. Curato con prodotti locali, ogni volta si è ripresentato in una forma leggermente più seria della volta precedente, fino a richiedere cure antibiotiche. In questi giorni è tornato, e insieme a lui un effetto secondario che apparentemente non c’entra nulla, ma che invece deve entrarci per forza, perchè le due cose arrivano sempre insieme. Tutto ad un tratto sento una specie di grosso brivido, che mi prende tutta, e per un paio di secondi sento che sto per svenire. Subito dopo il cuore comincia ad andare all’impazzata. Dopo pochi minuti tutto torna normale.

Però.

Però non posso dirlo a nessuno, perchè non voglio spaventare i miei; l’ansia cresce, ho paura di stare in piedi perchè potrei sbattere a terra. Ho paura di mettermi a letto e ho paura di chiudere gli occhi e cercare di dormire perchè ho paura di non svegliarmi più. Si ingenera un circolo vizioso che contribuisce ad iniettare altra ansia, e sto sempre peggio.

Come faccio a dire che è un fatto psicosomatico? Per una serie di considerazioni empiriche:

1. la crisi mi viene SEMPRE quando sono a casa. E la “casa” e la “famiglia” sono per me foriere di ansie di ogni genere: ho paura che i miei possano ammalarsi, ho paura che ci possano portare via la casa per un problema di debiti, mi mette ansia l’atteggiamento lassista di mio padre nei confronti dei problemi – sempre rimandare, mai affrontare, finchè non è troppo tardi – mi mette ansia questa vita da figlia di famiglia dalla quale non so staccarmi per complicatissmi motivi consci e inconsci.

2. la crisi non mi viene MAI quando lavoro, quando esco con gli amici, quando ho ospiti a pranzo o a cena, quando sono fuori città il fine settimana, anche se in queste ultime occasioni sono sola anche di notte e quindi a rigore ci dovrebbero essere molti più motivi di preoccupazione per me stessa e per la mia salute.

3. sono quasi alla fine di un periodo nel quale si sono stratificate molte sofferenze e preoccupazioni, quelle già descritte, più altre personali, e come ho già detto anche in questo blog, fare il cuscinetto ammortizzatore, e fare l’olio lubrificante per fare in modo che tutti possano essere felici, mi sta ammazzando.  Nascondo segreti: cose mie che non posso dire ai miei genitori nè agli amici, se non a pochissimi, tristezze e ansie altrui che non posso socializzare, che mi devo tenere per me, facendomene carico, un colpo al cerchio e uno alla botte, mediare, mediare sempre, non rompere mai, fare in modo che altri possano non rompere fra loro.

Va bene, se lo sai, che è un fatto psicosomatico, metà del problema è risolto, giusto?

Non lo so.

Il brivido mi prende a tradimento, quando non me lo aspetto, e ogni volta non so quanto durerà. Come una scossa di terremoto: iniziano a vibrare i vetri, il lampadario oscilla, tu sai che è il terremoto e la cosa può finire lì, oppure aumentare, i vetri spaccarsi, i muri creparsi, la casa crollare in un rombo senza fine.

Come farò a guarire dal male oscuro? Appurato che il mio problema fisico è una stupidaggine, cambiato magari specialista e trovatone uno che mi risolva il problema di queste infezioni periodiche, passeranno anche le crisi di ansia? Ho bisogno di psicoterapia? di yoga? di cambiare vita? cambiare casa? abbandonare la mia famiglia al suo destino? fregarmene della felicità universale? e saprò farlo?

Ho paura a spegnere il pc e tornare a casa, stasera. E se chiamassi un’amica e andassi a bere una birra? Mi imbriaco, torno a casa e mi schiatto a letto con un salto, op. Ma posso fare questo tutte le sante sere? Ho bisogno di un diversivo per imbrogliare e confondere l’ansia, e tenerla relegata in un angolino, inoffensiva.

Aiuto.

Personaggi e interpreti / 5

Si contendono quest’oggi gli onori della cronaca del mio blogghino due personaggi che spesso l’azienda ha avuto modo di ospitare: l’avvocato camorrista e la funzionaria artista incompresa.

L’AVVOCATO CAMORRISTA – non vorrei che la denominazione vi spaventasse: l’avvocato in questione ha capito fin troppo bene che il mondo dell’avvocatura è pieno di camorristi per così dire dal di dentro, senza necessità di arrivare agli assistiti, e si è adeguato. In realtà, è l’uomo più buono, generoso, e innocuo del mondo. Però si comporta come se Tano Badalamenti fosse suo compare d’anello. Quarantenne, grosso, anzi massiccio, di aspetto gradevolmente maschio, porta perenni Ray-Ban neri. Non sorride, ha una voce profonda baritonale con la quale interpella, con pesante accento campano, gli astanti: “Signori, buongiOrno”, con una O aperta come la bocca dello Squalo di Spielberg. Veste sportivo, non di rado in jeans, camicia fuori dai pantaloni, maglioncino e smanicato, sotto il quale si sospetta la fondina della pistola, e invece ha la Barbie che la figlia gli ha affidato, entrando all’asilo. Uomo pieno di certezze, apparentemente sempre assolutamente sicuro di sè, sempre apparentemente pieno di livore e disprezzo – o, al contrario, senza vie di mezzo, di lubrico rispetto meridionaleggiante – per chi si trova davanti, ha sempre una sentenza, nel senso di giudizio definitivo, per ogni situazione personale o professionale che gli capiti. Sembra un orco. Ma vi basterà soccorrerlo una volta che si troverà con l’auto in panne, per avere diritto alla sua stima eterna.

LA FUNZIONARIA ARTISTA INCOMPRESA – personaggio realmente esistente, anche se credo in unico esemplare (ed è capitato a me), fa la funzionaria pubblica, per di più in un servizio di tipo ispettivo, perchè bisogna pur campare: ma la sua vera natura era calcare le scene. Si interessa di arte, cultura, soprattutto teatro, ha fatto il critico per l’Eco di Bancone di Sopra, vanta corrispondenze da trionfali tournée di Paola Borbone, foto con dedica di immortali artisti del palcoscenico. Una così, non può girare in tailleur. In questo ufficio è entrata nell’ordine con: a. completo di pelle nera pantaloni e giacca, soprabitone di lana bianco a bottoncioni lungo fino ai piedi, basco rosa; b. pantaloni di velluto prugna, giacca di velluto bordeaux, boa di finto struzzo avvolto intorno al collo e mollemente cascante sul soprabito coccodrillato. Ovviamente è bionda, ovviamente NON somiglia a Claudia Schiffer,  ovviamente non è giovanissima e il tempo e la vita dissoluta (??) le hanno lasciato cospicui segni coperti a suon di stucco a presa rapida. Ovviamente non si è mai sposata. Ovviamente si sente del tutto incompresa e fuori posto nell’asfittico ambiente di provincia in cui le tocca vivere, e soffoca letteralmente nel ruolo di impiegata destinata a scartoffie e al pubblico servizio, che le danno da mangiare. Ha dimenticato più volte i nostri appuntamenti scusandosi poi con l’aria di Lia Zoppelli che dice “Oh CIELO! Mio marito!!” offrendo il profilo destro e portandosi il pugno alla fronte. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, quando poi è arrivata, la sua ispezione è stata tostissima, se pur intrammezzata da colpi di teatro e aneddoti di tournée, forse perchè non aveva precisa cognizione di quanto stava facendo e, nel dubbio, calcava la mano. Ci siamo scambiate i numeri di telefono, adesso ci diamo del tu e non è escluso che qualche volta andremo a teatro insieme. 

La smania spostereccia

Ogni tanto – diciamo all’incirca ogni sei mesi – mi prende. Devo cambiare qualcosa nella disposizione dei mobili, se no non riesco a lavorare. Oggi è quel giorno. Il problema è che lo spazio a disposizione è limitato, e soprattutto ci sono dei vincoli oggettivi dovuti alla disposizione – assurda – delle prese di corrente e dei pin della rete. Ma credetemi, non c’è niente che mi soddisfa di più che smontare tutta la postazione, già che ci sono dare una pulita, che ci sono angoli di cui la signora delle pulizie non sospetta neppure l’esistenza, rimontarla in modo anche solo leggermente diverso, verificare che la cosa sia possibile rispettando i vincoli suddetti, riaccendere tutto e scoprire che tutto funziona. Riprendo a lavorare conl massimo dell’entusiasmo.

Oggi è stato più difficile del solito anche perchè, come nel kamasutra, c’è un limite alle posizioni che si possono provare senza rischiare di rimanere storpi. Il pc prima era al centro della scrivania. Ora è tutto a sinistra, e la colonna, che prima era sul tavolo, ora è sotto il tavolo. Così ho molto più spazio a disposizione sulla destra, per studiare – roba di ufficio o roba di scienze della comunicazione.

Però ho dovuto spostare la cassettiera, che era a sinistra, e ora è è tutta a destra; in questo modo il cassetto dell’attrezzatura – spillatrice, levapunti, gomme, matite, pinza, trincetto, cacciavite – non è più  a portata di mano. Vabbè,  ma la sedia ha le rotelle, un colpetto di piede e sono lì. Stesso discorso per il telefono. Ma quello ha anche il filo estensibile, quindi no prob. Ora il ficus benjamin, amorevolmente curato da circa tre anni  a botte di acqua, potature periodiche con forbici da ufficio, chiacchieratine amorevoli e drogamento con fondi di caffè e concime appositamente acquistato, ce l’ho propro dietro le spalle, e mi sembra di essere all’ombra di un albero, bellissima sensazione bucolica, però devo stare attenta quando mi alzo a non spingermi troppo indietro con la sedia rotellata, se no lo abbatto e addio cure amorevoli.

Sono più lontana pure dalla collega buddista, il che potrebbe essere un problema perchè spesso essa collega, quando parla con me, non so se per via della filosofia buddista o per una innata ristrosìa, tende a mormorare, e non di rado devo chiederle di ripeterle perchè non ho sentito.

Mi sa che passerò la giornata a fare dest-sinist con la sedia rotellata. Facciamo così: sperimentiamo per un paio di giorni.

Se non mi abituo, rimetto tutto come era prima.

Oppure, potrei spostare la postazione pc tutta sulla destra, però a questo punto bisognerebbe togliere il mobiletto a due ante perchè se no non ho spazio, e metterlo all’ingresso della stanza, sostituendolo con la cassettiera marrone, che non mi serve più ….

(e così via)

E infatti …

.. non è durata manco ventiquattr’ore. Troppe difficoltà dovute al fatto che sono destra – come ha argutamente rilevato la buddista – e quindi devo avere il mouse a destra. Quindi, i documenti da consultare mentre lavoro devono stare a sinistra. Adesso ho spostato la postazione pc tutta a destra. Ho potuto quindi rimettere dove stavano prima molte delle mie attrezzature vitali: la cassettiera (a sinistra) il telefono (a destra). Ho sloggiato una vecchia stampante guasta – basterebbe chiamare il tecnico, ma non l’ha fatto nessuno finora e a me non serve – e ho recuperato posto per telefono, guida telefonica, carta riciclata per disegnare fiorellini o cazzucci nei momenti di stanca della creatività.

La chiudo qui, mi sono fatta due palle così da sola e quindi immagino anche i miei affezionati lettori 

Off Topic

Apro la posta di stamattina, e la giornata si tinge subito di grigio. Mi trascino per tutta la mattinata questo nodo alla bocca dello stomaco, fatto di amore ansia e rabbia, scrivo una mail di risposta alquanto incazzata, poi penso a lei al di là dell’oceano che la legge e si mette a piangere, con lo stesso nodo nello stesso punto della bocca dello stomaco e mi sento un verme. Cerco con tutti i mezzi a mia disposizione di risolvere il problema ma posso fare ben poco. Nel pomeriggio provo a scrivere un mail consolatoria allegrotta, che suona falsa come un biglietto da 12 euro.

Quanto si può volere bene ad una sorella?

Quanto si può essere il punto di riferimento, quella-che-risolve-i-problemi, non solo per lei ma per tutta una vasta compagine familiare, senza avere poi sempre la sensazione di stare per crollare? Per quanto tempo si può stare in perenne movimento per tenere sempre tutti allegri, non far pensare ai guai, assorbire i problemi, dare sempre i giusti contributi per risolverli? Per quanto ancora si può essere ago della bilancia, il Prozac delle depressioni altrui, il cuscinetto ammortizzatori di tutti gli attriti? Per quanto tempo si può non dormire la notte per pensare alle soluzioni dei problemi degli altri, sacrificando sempre la soluzione dei problemi propri? Senza poter mai raccontare un cazzo a nessuno, perchè ognuno ha le sue paturnie personali e familiari, e chi ha voglia di sentire quelli degli altri? E poi, a che servirebbe?

Tutta la vita, dite? Se il fisico regge, dico io.

E oggi, sono proprio stanca.

Le decisioni veramente importanti

Dopo settimane di angosciosa meditazione, la Segretaria ha preso una decisione: si cambia la macchinetta del caffè. Il mutamento epocale viene annunciato, commentato, si richiedono informazioni tecniche, rilasciate con il contagocce. La macchina comincia ad assumere connotati misteriosi.

L’arrivo della nuova macchina è atteso da un giorno all’altro da ormai un paio di settimane. I continui rimandi, del tutto sproporzionati all’importanza dello strumento che stiamo aspettando, hanno provocato due curiose conseguenze:
 
1. le dimensioni e le prestazioni attese della MACCHINA NUOVA PER IL CAFFE’ si sono accresciute di giorno in giorno in maniera geometrica, arricchendosi di dettagli dettati solo dalla fantasia surreale che regna in questo ufficio, senza alcuna rispondenza con dati oggettivi. A tutt’oggi, a quanto pare aspettiamo un Moloch di venti metri cubi in grado di distribuire caffè, tè russo, tè inglese, cioccolato svizzero, cappuccino, mokkaccino, gelato, merendine, crackers, ciambelline, tarallini, acqua minerale liscia e gassata, in bicchierini di carta, cartoncino, cristallo Swarowsky, ceramica di Capodimonte, con aggiunta di zucchero da barbabietola, zucchero di canna, zucchero di Marte, dolcificante naturale, dolcificante sintetico, miele di ape monaca, sputo di panda (all’eucalipto), scintillante, luccicante, al neon, semovente, autocaricante, parlante, ragionante (almeno lui), che accetta euro, dollari, yen, patache di Macao e pizze di fango del Camerun.

2. la vecchia distribuzione di caffè con umili cialdine si è arrestata, per non rimanere con cialdine inutilizzate quando LA MACCHINA NUOVA PER IL CAFFE’ arriverà e si porteranno via quella vecchia, piccola, metodica, simpatica. Si è dunque creato un mercato nero di cialdine, con aste private, offerte pubbliche di acquisto, pronti contro termine, furti amichevoli e spaccio illegale negli angoli bui verso il bagno. I più onesti disdegnano tutto ciò e vanno a prendere l’espressino al bar di fronte.

I guasti della TV

Scena: il mio ufficio giovedì scorso. Come ricorderete, giorno di telefonate di utenti inferociti – soprattutto padri – che non sanno se i beneamati pargoli sono stati o no ammessi a partecipare alle selezioni del Master che la mia azienda gestisce, insieme all’Università. Provo – arrampicandomi sugli specchi, perchè nemmeno io ho sotto mano la lista degli esclusi, con le motivazioni – ad elencare le possibili cause di esclusione, e lui me le nega ad una ad una. Concludo ammettendo la mia impotenza a dare altre informazioni utili, aspettandomi il solito: “E va bene! Ma non finisce qui! Farò ricorso!” già sparato da un altro paio di padri prima di lui. Ma questo è originale, e si vede che guarda molti TG, e molta tv in generale, perchè mi fredda con un secco: “E va bene! Ma non finisce qui! Farò una INTERPELLANZA PARLAMENTARE!!”

Eh la madonna.
Già me la vedo, Letizia Doppio Giro Di Perle Moratti che risponde in Parlamento al deputato calabrese che vuole sapere come mai il giovane Pinco Pallo non è stato ammesso alle prove di selezione del Master X.

Sarà meglio che io abbia pronta la motivazione, e che sia con le contropalle.

Qualità totale / 2

Primo incontro con l’Ente che ci accompagnerà nel periglioso cammino attraverso la certificazione di qualità (totale, ovvio). Il consulente è un bel giovane con una leggera tendenza alla pinguedine (per questo mi è già simpatico) e per sua sfortuna capita qui in un giorno caldissimo. L’aggettivo non si riferisce alla temperatura, ma alle emergenze scattate già da ieri. Lui parte in scioltezza, rilassato, tutti intorno ad un tavolo, bloc notes pronti ad accogliere appunti, giovani (insomma) menti pronte a recepire e, se del caso, ad obiettare.

Per prima, parte la segretaria. Parte nel senso che si alza e torna al suo posto, dispensata coram populo dal seguire il discorso, perchè lo squillare incessante del telefono la costringe ogni volta a fare il giro del tavolo, sovrapponendo poi la sua voce a quella del consulente, che per il momento ridacchia solo un pò imbarazzato ma fa finta di niente.

E perchè il telefono squilla incessante? Perchè domani ci sono le prove scritte dell’ammissione al Master, e l’Università, che badate bene ci ha scippato di mano di forza qualunque gerenza sulle operazione di ammissione e selezione, non ha ancora pubblicato sul suo sito l’elenco degli ammissibili. I candidati residenti a più di due ore di viaggio dalla sede del Corso, disperati, chiamano tutti i numeri pubblicati sul bando, e l’unico a cui risponde qualcuno è il nostro, perchè l’Università ha pensato bene di staccare TUTTI i telefoni. Riusciamo con qualche affanno e molte urla ad avere questo benedetto elenco e lo pubblichiamo sul nostro sito, che è .com e non .net come compare sul bando, per le ormai note vicende Telecom (altre caterve di telefonate, giustamente).

Il consulente continua a parlare davanti a quello che sembra un teatrino dei pupi: ogni tanto qualcuno si alza, parla al telefono, apre il pc, risolve un problema, torna a sedersi; dopo pochi minuti si alza un altro, e così via. Stiamo però ben attenti a non lasciare mai il consulente completamente da solo, perchè non sarebbe carino. Lui comincia ad avere un tic nervoso all’angolo della bocca, che si accentua quando agli squilli del telefono e alle concitate discussioni si aggiungono gli squilli dei cellulari e le discussioni si moltiplicano.

Verso le undici siamo in stato di emergenza codice rosso: alle telefonate di chi voleva solo sapere se è stato ammesso o no, si aggiungono le telefonate di chi è stato escluso e vuole sapere perchè. Questo si verifica in quanto è stato pubblicato SOLO l’elenco degli ammessi: chi non è in quell’elenco, evidentemente non è stato ammesso, ma chissà perchè. Il consulente per la certificazione parla ormai solo a sè stesso, tentando di conservare un minimo di dignità e di tenere alta la testa (si è alzato in piedi, ottima mossa) sul mare in tempesta di teste che si alzano ormai a gruppi di due o di tre, discutono tra loro, ordinano caffè, lo bevono, sovrappongono soluzioni e pongono nuovi problemi (l’Architetto, ovviamente), sia generali che in tema con la certificazione.  Però chiediamo scusa, ogni volta.

Sicuramente preso dal panico, al consulente scappano un paio di perle che non manco di annotare, diligente:”nell’asso di tempo” (lo dice, non lo scrive, quindi la perla è dubbia, però il fonema parrebbe essere proprio quello);  e la ben più notevole ed inequivocabile “sono un consulente esterno FREELAND” detto con amorevole nonchalance.

La mattinata finisce come era cominciata: siamo tutti dietro un tavolo, buoni buoni, in un silenzio quasi perfetto, dal momento che minacce di denunce e di ricorsi hanno fatto sì che l’Università provvedesse a telefonate a tutti gli esclusi (una trentina) spiegando le motivazioni dell’esclusione. Peccato che quando questo stato di grazia si verifica, ormai il consulente ha finito. E’ quindi in un irreale silenzio carico di attenzione che lui chiude i suoi appunti, ci dà appuntamento per la prossima settimana e va via, scosso da un inspiegabile tremito nervoso.

Eppure non ha preso nemmeno il caffè.

Per titoli ed esami

Riunione del Comitato di Valutazione per l’ammissione dei candidati al Master di II livello coordinato dalla nostra azienda tramite la fulgida figlia del Kapo, quella che lavora 4 ore ma viene pagata per 8, grazie allo squallido paravento di un infante cui badare (classico caso di sfruttamento minorile) e alla ben più concreta realtà di essere la figlia del Kapo.

Siccome sono stata inserita nella Commissione senza che alcuno si degnasse di dirmelo, decido di farmi due risate, e metto a frutto la scuola dell’Architetto, secondo la quale a) un eccesso di informazioni confonde e disorienta l’avversario lasciandolo alla fine nell’ignoranza al pari della penuria delle medesime; b) qualunque argomento è buono per cavillare e rompere i coglioni.

All’ordine del giorno c’è la verifica dell’ammissibilità delle domande pervenute. L’Università si è arrogata il diritto di provvedere in autonomia tramite il suo Ufficio Protocollo. Pianto un casino di un’ora circa tirando fuori norme, regolamenti, accordi ministeriali, questioni di principio e questioni di responsabilità istituzionale (?) Quando hanno tutti gli occhi vitrei, tiro fuori come per caso una possibile soluzione formale, che viene accolta come una scialuppa dai passeggeri del Titanic. Mi guardo le unghie con espressione candida mentre si passa al

Secondo punto all’ordine del giorno: definizione dei criteri di valutazione di titoli ed esami degli ammessi. Interloquisco spocchiosa su ogni singolo concetto espresso, stronco, demolisco, insinuo dubbi normativi che lasciano nel panico i Commissari, poi offro magnanima possibili scappatoie. Mi sto sulle palle da sola, però mi sto divertendo troppo. Verso la fine, quando si tratta di assegnare un punteggio alla conoscenza certificata di una lingua straniera, un Commissario propone di dare un certo punteggio alla conoscenza di inglese e spagnolo, e un punteggio inferiore alla conoscenza di “altre lingue”. Faccio una mozione d’ordine chiedendo che vengano specificate nel verbale quali sono le “altre lingue” da premiare, facendo presente che è stata presentata domanda da parte di una candidata che conosce lo swahili (è vero!). Di fronte alla prospettiva di dover elencare per iscritto tutte le lingue del pianeta, per decisione unanime vengo buttata fuori dalla stanza

Poco prima di andarcene, chiedo sottovoce in separata sede al rappresentante dell’Università se può fornirmi copia dei test di ammissione con le relative risposte, perchè ho intenzione di fare proposte viziose ed oscene ai candidati maschi appetibili. Ho il dubbio che non abbia capito che scherzavo.

Qualità totale / 1

E’ partito il corso di formazione ai dipendenti dell’azienda nella quale mi onoro di prestare la mia opera professionale. Titolo – assolutamente sovradimensionato rispetto a modalità ed obiettivi: “QUALITA’ TOTALE”.

Wow.

Obiettivi (reali): utilizzare i finanziamenti pubblici per certificare l’azienda. Sembra la stessa cosa, e per alcuni versi lo sarà, ma non è proprio la stessa cosa. Modalità: tutti e cinque intorno ad un tavolo, bloc notes con il logo della società, penne bic, lavagna a fogli mobili, un essere umano in piedi che parla e ogni tanto scrive qualcosa sulla lavagna a fogli mobili. Trarrebbe in inganno chiunque, non vi pare?

Stamattina per l’avvio delle attività formative è venuta anche la temibile funzionaria regionale, che ieri mi ha frantumato gli zebedei che non ho in minutissimi cocci, perchè “sull’elenco dei dipendenti da avviare a formazione non c’è la data di nascita, io come faccio a sapere che sono proprio le stesse persone trascritte sul libro matricola?” Ho promesso per stamattina dipendenti sull’attenti con documento di riconoscimento – valido – stretto fra i denti.

Questo il resoconto minuto per minuto della procedura di avvio delle attività formative, che, badate bene, non poteva essere fatto nel pomeriggio per “non costringere agli straordinari, che poi non vengono pagati, e poi siete voi che vi dovete adattare alla Regione, e non il contrario” (che due maroni):

ore 9:00:00 – la funzionaria entra, trova tutti allineati e coperti, compresi docente e responsabile dell’ente di formazione cui è affidato il coordinamento, registri compilati, firme messe, tutto pronto.

ore 9:00:30 – la funzionaria affida a me un documento da compilare, mezza paginetta di generalità del’azienda che lei potrebbe ricavare da altri sette documenti già in suo possesso. Intanto procede al “riconoscimento”: “chièilcoordinatore? ahèleinome? chièilresponsabiledell’ente? ahèleinome? chisonoidipendenti? pincopallonatoilduemaggiosessanta? pallopinconatoilquattroaprilesessantacinque?” e così via, senza mai prendere fiato. Al termine esala la domanda che da sola vale tutto il cabaret: “SIETE PROPRIO VOI?” Tutti annuiscono. I documenti di riconoscimento restano nei portafogli. La fiducia è l’anima del dipendente pubblico.

ore 9:02:00 – la funzionaria infila la porta dopo aver raccomandato: “Iovadomiraccomandoperqualunqueproblemarivolgeteviame”

ore 9:03:00 – tutti affastellano i bloc notes e tornano alle rispettive occupazioni.