Una normale giornata

La riunione è fissata alla ore 10 del mattino; tu arrivi alle 10 e 20 minuti già con la paranoia del ritardo, con un ventaglio di possibili scuse valide che vanno dal traffico al problema informatico al trucco da rifare, e scopri che non c’è ancora NESSUNO. Ma non è finita qui. Quello che ha convocato la riunione – era qui, seduto affianco a me, me lo ricordo benissimo quando ha detto “CI vediamo domani mattina, vogliamo fare verso le dieci? ok, bene per le dieci” – è chiuso nella sua stanza impegnato in una lunga discussione con utenti con i quali aveva APPUNTAMENTO. Ti affacci bussando timorosa, gli dici “Noi siamo arrivati” e lui risponde con un mezzo giro del dito indice e un “Cominciate, arrivo”.

Con chi comincio, se non c’è nessuno? Mi tocca andare a ripescare ad uno ad uno i membri del cosiddetto Gruppo di Lavoro nelle stanze in cui sono infrattati. Quando siamo più o meno seduti intorno ad un tavolo, sono le 11 e un quarto. E comunque manca sempre qualcuno, che arriverà intorno a mezzogiorno e per il quale bisognerà fare un riassunto speed di quello che è stato detto fino a quel momento.

L’Architetto deve avere dormito col culo scoperto, perchè ricama una serie di questioni scassacazze e più gli astanti si sforzano di trovare risposte, più lui si infogna nel fraseggio polemico, alzando progressivamente il tono della voce e la velocità con la quale vengono sparate le obiezioni. Al solito, alla fine parliamo tutti insieme e non ci si capisce più una sega. Gli do un calcio sotto il tavolo e si placa come d’incanto.

La ciliegina sulla torta finale è il Convocatore (che è arrivato, finalmente) e che mi impone di cancellare il nome della nostra azienda (ma di lasciare la sua) dai lucidi in Power Point sui quali ho lavorato due giorni in splendida solitudine per presentare il Bando agli imprenditori agricoli. “Io non sono d’accordo” sibilo, lo sguardo ridotto a una fessura. “Sono accordi interni” pigola lui, senza guardarmi.  L’Architetto mi dà un calcio sotto il tavolo. Cancello real time, come richiesto. “Puntate i piedi” mi dice Paoletta fuori dalla stanza. “Paolè, è un problema politico. Se il MIO capo – interpellato telefonicamente – mi dice che è una questione di opportunità, e non mi tutela, cazzo me la prendo a fare con te o con il Convocatore?” Mi chiedo però perchè i lavori da vietcong, dove bisogna farsi il mazzo senza poter neppure dire come ci si chiama, tocchino sempre a me e all’Architetto, mentre i lavori di rappresentanza e presenza scenica toccano alla figlia del Capo (che domanda idota, nevvero?).

Perdonate lo sfogo.

Anche questa riunione è finita. Sono le 13 e 25.

Let’s together!

La riunione tipo è quella nella quale ci sono 5 persone: io, quello che dirige la riunione, quello che non la dirige ma parla in continuazione, quello che interloquisce solo con quello che parla in continuazione, quella che non capisce niente e fa tornare tutti indietro a chiedere di rispiegare, quello che piazza una frase ogni tanto, per lo più rivoluzionaria, e lascia che si scateni il pandemonio per dieci minuti. Quando si rifà silenzio, ripiazza una seconda frase, e si ricomincia.

Livello di produttività di questa riunione: prossima allo zero.

Sta per partire un nuovo bando, e siamo ancora in cordata con quelli che sono andati in ferie un giorno prima della scadenza del megaprogettone estivo. Ieri, riunione fra i “responsabili” per definire almeno una bozza di modi, tempi, compiti, documenti da preparare. Il bando, che non è stato ancora pubblicato, è frutto (come al solito, anzi più del solito) di una mente collettiva perversa e per lo più sgrammaticata che prende il nome di “funzionari regionali”. Quindi ieri era il tempo di porsi problemi interpretativi: che vuol dire questo? come si dimostra quest’altro? e siccome è un bando destinato agli imprenditori agricoli singoli o associati, ecco che i due agronomi del gruppo si sono scatenati in faziose e perverse sigle e acronomi dei quali mi è assolutamente oscuro il significato: OP, ULU, SAL, e così via. Io facevo margheritine sul bloc notes, come al solito, visto che non ho ancora letto i bandi e che nessuno mi faceva domande, e prendevo appunti mentali per questo post. C’è stato un momento in cui tutti parlavano insieme, tacevano tutti insieme e poi riprendevano a parlare tutti insieme, con serio nocumento della comprensibilità, nonchè, come detto, della produttività della riunione.

E’ finita a racconti umoristici e crasse risate. L’Architetto ha raccontato di quando è andato in Nepal e la sera gli hanno dato da fumare qualcosa, e la notte non ha dormito perchè sentiva i grilli a 7 chilometri di distanza.

La vedo complessa, questa collaborazione, però non priva di verve.  

And the winner is …

Odio l’incensamento in generale e l’autoincensamento in particolare, ma GIURO questo risultato ha stupito anche me. Ho fatto la prova di selezione per accedere al Diploma di Laurea Breve in Scienza della Comunicazione. Sessanta domande a risposta chiusa, fatte insieme a circa altri 230 ragazzini il cui anno di nascita è inchiodato su 1984  (c’era qualche 1979, o 1972, anche un 1961, ma insomma pochissima roba). Le domande, giuro, non erano facilissime, non tutte almeno, e mentre rispondevo mi chiedevo come potevano, ragazzi appena usciti dalla scuola superiore, sapere certe cose. Domande di geopolitica, di storia, di educazione civica, di letteratura, di grammatica e sintassi, di inglese, di logica. Mi sono calata nel personaggio “concorrente a telequiz a premi” e ho cercato di ragionare sulle risposte che proprio non sapevo.

Un punto per ogni risposta esatta, zero punti per ogni risposta non data o sbagliata.

Insomma, oggi sono usciti i risultati.

Sapete a che posto sono in graduatoria?

Ahemmm ….

Sono la prima …  

Sono subentrati sentimenti vari, abbastanza inaspettati. Gli scrupoli (ho rubato il posto ad un ragazzino per il quale questa laurea poteva essere il futuro). I sensi di colpa (io una laurea ce l’ho già, come mi è venuto in testa?). Le incertezze (ne varrà la pena? riuscirò a conciliare con il lavoro? sarà uno sforzo inutile? mi costerà una barca di soldi e non concluderò niente?  chi me lo fa fare? sarò ridicola in mezzo alle matricole?). La sottovalutazione del risultato (vabbuò, era un test tarato per ragazzini di 18 anni, se manco arrivavo  nei primi dieci mi dovevo solo sparare – però quello del 1961 è arrivato  120°). Insomma niente che assomigli nemmeno da lontano ad un legittimo sacrosanto ORGOGLIO di aver superato brillantemente una prova e di poter cominciare a fare una cosa che mi piace, orgoglio rimasto sullo sfondo lontano lontano sotto forma di occhio più brillante del solito.

Ma perchè??

Digital divide

Una novità strabiliante ci attendeva al rientro dalle vacanze: sulla scrivania del Kapo, un monolite nero perennemente coperto su tutta la superficie da pile assurde di carta, in mezzo alle quali può esserci qualunque cosa, da bollettini Telecom dell’anno scorso a taralli col pepe di due anni fa, troneggia un pc portatile ultima generazione. Tanto per far vedere che non si scherza, il pc è perfino connesso alla rete elettrica, quindi può essere acceso e – meraviglia delle meraviglie – è connesso alla rete aziendale e quindi ad Internet.

Il Kapo sta prendendo lezioni di informatica.

Le potenzialità collegate alla navigazione sul web, unite alla scoperta che scrivere un documento su Word, salvarlo, correggerlo e stamparlo richiede le stesse energie mentali di uno sbadiglio, hanno trasformato il pacioso studioso di economia agraria in un invasato, che rimane in ufficio fino a tarda notte a smanettare come un ragazzino, impazzito al pensiero che TUTTE le informazioni prima così difficili da reperire – dati ISTAT, i resoconti periodici della Banca d’Italia, i documenti INEA – sono lì, proprio lì, a portata di mano, anzi di mouse. Di giorno, capelli dritti, occhio vitreo, gira per il corridoio chiedendo a chiunque gli indirizzi web di qualunque cosa, e mormorando frasi sconnesse tipo “Devo cercare su GUGL”, oppure “Chi ha preso il mio MAUSS??”

Gli inevitabili fallimenti propri del neofita si traducono in un interno che squilla, e nella voce del Kapo che miagola “Nessuno mi vuole aiutare” perchè già la segretaria e un altro paio di dipendenti gli hanno detto che in quel momento hanno da fare e no, non possono aiutarlo a scaricare TUTTI i documenti pubblicati dall’UNESCO sulla desertificazione. E’ una voce che commuoverebbe una montagna, quindi ci si alza e si va dietro il moloch a vedere che cavolo ha combinato e “perchè la freccetta è ferma immobile” e “perchè lo schermo è diventato tutto nero”.

A domani!

Perle

1. Stiamo lavorando ad un Bando che scade domani, io e l’Architetto, ormai indissolubilmente legati a lavorare insieme per l’eternità. Facciamo la spunta di quello che manca – non manca mai un quadro sinottico, vera perversione notturna dell’Architetto, che sospetto metta quotidianamente in un quadro sinottico anche la storia della sua vita e delle sue prestazioni sessuali – quando ad un tratto lui esclama: “Ah aspetta! Manca anche il flosh kart!”  (prima che maliziose interpretazioni facciano capolino nella vostra testolina, vi comunico che il misterioso documento altro non è che il flow chart, in una personalissima pronuncia architettesca).

2. Per lo stesso bando, ci serve un curriculum corredato di copia del documento di identità del celebre Avvocato, già assurto agli onori di questa rubrica come il “rimestatore di pozzanghere”, ovvero il nulla spinto, ma molto ben vestito (si fa per dire). Dopo averlo tampinato per tre giorni, finalmente viene in ufficio e consegna il curriculum. Naturalmente manca la copia del documento di identità. “Dammelo” sospiro paziente “Te la faccio io, la copia”. Fruga in una tasca. Poi nell’altra. Tasche della giacca. Taschino della camicia. Tira fuori un quadratino di carta blu ed esala: “La carta d’indentità non la porto mai, con me.. questo non va bene?”  Il quadratino blu è il tesserino di riconoscimento dell’Ordine degli Avvocati della mia città, una prestigiosa istituzione seconda solo al Peppino Gagliardi Fan Club. Abbiamo dovuto tampinarlo altri due giorni per avere un fax con la famosa fotocopia. Ovviamente è pressochè illeggibile.

3. Questa è di Peppe Barra, non c’entra niente ma è fantastica:  “Il pero fa la pera, il melo fa la mela, il fico fa … ECCEZIONE!!”

Telekom Serbia, al confronto ..

L’antefatto: due anni e mezzo fa la nostra azienda ha stipulato un contratto con Telecom chiamato NetEconomy24, che ci consentiva di connettere la rete aziendale ad Internet alla velocità della luce, nonchè di godere dei seguenti strabilianti accessori: due caselle di posta elettronica da un miliardo di mega, con la possibilità di creare almeno 5 alias, il dominio registrato e non so che sterminio di spazio sul web per un eventuale sito (che all’epoca non avevamo). Viste le nostre bollette degli ultimi 5 anni, che da sole bastavano a pareggiare il debito estero del Ruanda, nonchè – credo – a pagare gli stipendi di almeno 6 impiegati Telecom, la Telecom stessa ha ritenuto che noi dovessimo avere l’onore della visita di un area manager, un ragazzino abbronzato in completo scuro che dopo averci appioppato una mezza cartonata di biglietti da visita e il contratto NetEconomy24, si è vaporizzato, lasciando al suo posto un replicante in grado di dire solo “Mi spiace, questo non è di mia competenza. Dovete telefonare al numero” e giù un numero a caso.

Abbaimo cominciato a capire che qualcosa non andava quando abbiamo tentato di attivare gli alias, che dovevano consentire a tutti noi di avere il proprio bell’indirizzino personalizzato, ad es. marta.schender@nomeazienda.it. Dopo circa un mese di tentativi a tutti i livelli, circa 600 telefonate alla Telecom e un esaurimento nervoso della segretaria, ci siamo arresi: il risultato dei nostri sforzi era che tutti scaricavano la posta di tutti, con grande incremento dei pettegolezzi, esponenziale aumento del casino e abissale diminuzione della produttività aziendale.

Ma il bello è arrivato nei giorni scorsi. Abbiamo finalmente un sito Internet, progettato da un tecnico coi ricci rossi dell’apparente età di 16 anni. Però bisognerebbe pubblicarlo. Vorremmo quindi avere accesso al nostro fantasmagorico spazio web, che dovrebbe essere rimasto lì vuoto ad attenderci tristemente per circa due anni. Il tecnico ci comunica di non essere riuscito, con le coordinate e le password trovate sul contratto, ad accedere ad alcunchè. Comincia la tragicommedia in tre atti intitolata TELEFONARE ALLA TELECOM, sottotitolo E CERCARE DI CAPIRCI QUALCOSA.

ATTO I – la segretaria chiama il numero verde e per circa tre giorni viene allegramente rimbalzata a tutti i numeri di tutti gli impiegati degli uffici Telecom, ai quali con pazienza degna veramente di miglior causa spiega SEMPRE DACCAPO il problema. Ad ogni numero che chiama, la nostra situazione peggiora, nel senso che se alla prima interlocutrice “non risulta che abbiamo diritto allo spazio su web”, alla nona “non risulta che abbiamo un contratto TeleEconomy24” e alla quindicesima “non risulta che abbiamo un contratto con la Telecom” e quindi stiamo chiamando con la forza del pensiero.

ATTO II – in realtà si tratta di un interludio dell’Atto I: ad ognuna delle 27 telefonate è presente il famoso tecnico, al quale viene OGNI VOLTA passata la cornetta per spiegare in termini tecnici il problema. Purtroppo il tecnico anche al telefono dimostra l’insicurezza propria dei suoi 16 anni, e quindi esordisce con un vocino da formica e “buonaserasentaiononriescoadentrarenellapaginadellasocietà”: dopo 10 secondi i telecommisti fanno finta di non sentirlo, dicono che il problema non è di loro competenza e danno un altro numero di telefono, sempre a caso, ovviamente. E’ così che oggi si è passati all’

ATTO III – Scena madre. La puerpera di cui ho parlato a Giugno è finalmente rientrata a lavorare (solo la mattina, per carità). Chiamata in causa, si ricorda di essere oltre che mamma anche avvocato, nonchè figlia del Capo, proprietaria di quote azionarie della Società, quindi indossa la toga e chiama lei. Questo il resoconto più o meno fedele della sua telefonata. A voi il piacere di provare a ricostruire le frasi dell’interlocutore.

“Buongiorno, sono l’avvocato XX YY della ZZ Spa. Abbiamo un problema.”

(Houston, avrebbe dovuto aggiungere, ma non è così spiritosa. Segue spiegazione casereccia ma precisa del problema).

“Senta, questo non è un problema nostro. Questo sito doveva essere pubblicato una settimana fa. La Telecom ci sta procurando un danno non da poco, per il quale  mi riservo di chiedere il risarcimento”.

“MA LEI STA SCHERZANDO?? Scusi, posso sapere con chi sto parlando? Certo, voglio il suo nome e cognome e numero di identificazione!”

(peccato che il tecnico non sia un marines, sarebbe stata accontentata).

“COME SAREBBE A DIRE A CHE MI SERVE?? Devo indicarlo negli estremi del reclamo che farò a Telecom!! E nella denuncia per interruzione di pubblico servizio che state perpetrando ai nostri danni!!”

(mai rivelare i piani al nemico).

“CERTO!!”

(pausa)

“CERTO!!”

(pausa)

“CERTO!!”

(tre volte, nell’ultima è prossima alle lacrime)

“CIOE’, LEI MI STA DICENDO CHE NON VUOLE DARMI I SUOI DATI?? MA QUALE PRIVACY!! LEI MI DEVE RISOLVERE IL PROBLEMA!  E SE NON PUO’ RISOLVERLO, PAGARNE LE CONSEGUENZE! SIETE DEGLI IRRESPONSABILI! MA CHE VUOL DIRE SONO SOLO UN POVERO TECNICO? MI DIA I SUOI DATI, SUBITO!!!”

Clic.

“IO NON CI POSSO CREDERE! MI HA SBATTUTO IL TELEFONO IN FACCIA!”

Quando si dice orientamento al problem solving.

Fine dei giochi

Siamo tornati al lavoro da una settimana circa, non posso più continuare a menarla con le vacanze. Poi mi pare di avere raccontato tutto quello che c’era da raccontare. Resterebbe la descrizione di un paio di posti, per esempio Piazza del Soccorso a Forio, bianca, vuota, affacciata per tre lati sul sul mare, spazzata dal vento, indimenticabile. Culmina in una chiesa a strapiombo sui flutti, sicuramente visibile dai pescatori anche durante le tempeste (da qui il nome, suppongo); la mia immaginazione ha visto anche tre o quattro donne vestite di nero, gli scialli che sbattono nel vento, aspettare un ritorno sul sagrato guardando l’orizzonte e pregando. Oppure i profili di Procida e della terraferma (Monte di Procida, la costa puteolana, il Vesuvio) che si accavallano in sfumature diverse di celeste, sempre più sbiadito fino a confondersi col cielo, in un tramonto con la tramontana (perdonate l’allitterazione).

Il ritorno mi ha fatto malissimo, sono nervosa come un gatto durante un tornado, non riesco a concentrarmi e ho ricominciato ad accusare malesseri e dolori psicosomatici. Oggi per esempio ho la nausea, matefora neppure troppo oscura di quello che il mio inconscio pensa della mia attuale situazione lavorativa e personale.

Mi resta da trascrivere un’ultima puntata del diario di guerra, e poi ricominceremo con le storie da lavoratrice atipica. Sono tornati tutti, tranne la buddista che ha problemi di salute più seri dei miei ed è convalescente da un intervento chirurgico. Sono venuti anche i due questuanti da ufficio, col napoletano sono riuscita ad essere più o meno civile ma la vecchietta rompiballe oggi l’ho quasi buttata fuori di peso. Mi sarei meritata che in un lampo turchino e uno sbuffo di fumo fosse scomparsa per ricomparire come principessa degli Elfi che mi avesse detto che per punzione della mia malvagità sarei andata errando raminga per tutti gli uffici della Terra a vendere matite senza punta.

Insomma, raga, un duro ritorno.

Tipi di Ischia / 2

Altra rapida carrellata di tipi da spiaggia isolana.

1.  Il microtassista – Il nome non è riferito alla statura fisica del personaggio, ma al fatto che è l’autista di un microtaxi, ovvero di un mezzo semovente a 3 o 4 ruote che serve essenzialmente a spennare gli incauti turisti. Esistono due categorie di microtassisti: quelli giovani, fra i 30 e 50 anni, che guidano mezzi nuovi, piccoli van con una curiosa punta a rostro forse per speronare meglio gli scooter; e quelli vecchi, oltre i 65 anni, che guidano vecchi ApeCar riverniciati con il vano di carico sventrato con un apriscatole sulla fiancata per consentire la salita, riempito con sedili di sky e chiuso da tendine di plastica sporca per quando piove. Giovani o vecchi non conta: comunque sono esosi e con una inguaribile tendenza al raggiro, incentivata dalla circostanza che essi microtassisti sono TUTTI abusivi, e quindi è loro espressamente proibito rilasciare fatture ricevute o quasivoglia documento che attesti un passaggio di denaro dalle vostre alle sue tasche. Per affrontare questi personaggi sono necessarie alcune regole di base: a. mercanteggiate SEMPRE il costo della corsa, e PRIMA di mettere piede sul mezzo; b. durante il mercanteggiamento, non fate MAI capire che non avete altri mezzi per arrivare a destinazione; c. se avete abbastanza faccia tosta, millantate la conoscenza delle distanze e delle strade; d. ricordate che i pullman sono in giro fino alle due del mattino, che uno scooter costa 20 euro al giorno, che l’isola in fondo non è gigantesca e due passi a piedi, in una bella notte d’estate, non hanno mai ammazzato nessuno.

2.  Le fighette di Posillipo – Anche se andare in vacanza è Ischia è irrimediabilmente out per le vere fighette, che prediligono mete oceaniche ed equatoriali, c’è pur sempre la villona di mammà e papà, e a Settembre può andare bene per rifinire la tintarella. Le fighette hanno tra i 14 e i 16 anni, corpi anoressici privi di forme a malapena coperti da uno straccio indiano negligentemente annodato sull’osso pubico, lunghi capelli biondi spesso tinti, e parlano italiano con un inconfondibile accento partenopeo “bene”, che strascica le vocali e accentua i suoni nasali. Tale tutto sommato attrattività dell’hardware si accompagna quasi sempre ad una deficienza totale del software, per cui è lecito dire che la vera fighetta è scema come una cocuzza, ed è capace di parlare quasi esclusivamente di calorie e diete, in genere mentre si scofana un gelato al bar del parco termale insieme alle amichette, e quando paga lascia la mancia alla cameriera, che ha circa 18 anni più di lei e la guarda nauseata mentre lei si allontana scuotendo la chioma.

3.  Le sovrappeso che vogliono seguire la moda – Le sovrappeso semplici, categoria alla quale mi onoro di appartenere, e che ho scoperto con vera gioia comporre almeno il 50% della fauna da spiaggia ischitana, mantengono un certo sano realismo, e mimetizzanano le proprie sovrabbondanze dentro caffettani arabi,  T-shirt oversize, costumi più o meno castigati e della giusta misura. Le sovrappeso che vogliono seguire  la moda, invece, hanno completamente perso il lume della ragione nonché il senso dell’umorismo, e vanno conciate più o meno così. In spiaggia: costume a due pezzi giallo che tenta disperatamente di arginare i rotoli superiori ed inferiori e di trattenere le cuciture sul punto di schiantarsi; mini pareo con le frange e le perline, di velo bianco, negligentemente annodato subito sotto un ombelico grosso come un raviolo, e attraverso la cui trasparenza si intravede la cellulite del fondoschiena; zatteroni di sughero che gemono ad ogni passo.  A passeggio di sera: miniabito arancione stretch con effetto omino Michelin e sandali altissimi alla schiava con effetto culatello o salama da sugo sui polpacci. Spesso queste signore sono over 40, il che toglie anche quell’ultimo barlume di scusante allo spettacolo offerto alle masse.

Tipi di Ischia / 1

Una breve rassegna di tipi da isola napoletana.

1.    la coppia da concerto: Lei, proveniente dalla periferia del capoluogo (Sant’Antimo, Casavatore, Pollenatrocchia o giù di lì) 40 anni e forse qualcosa in più, arriva caracollando su tacchi alti venti centimetri, sottili come la perfidia, attaccati a scarpe celeste marezzato con onde argentate. Seguono, dal basso verso l’alto, un paio di pantaloni di lino bianco, un top dello stesso materiale cangiante delle scarpe, annodato sul davanti con un gigantesco fioccone che le impedisce parzialmente la visuale, argenti strass brillanti e brillocchi appesi su tutte le superfici corporee appendibili, capelli biondo chimico tirati su in un nodo che vorrebbe imitare quello del top, faccia color cuoio del tutto incongrua con i capelli biondi, rossetto dato con la cazzuola. Lui, coetaneo della moglie, dieci chili di sovrappeso, porta jeans bianchi con due enormi toppe che vanno dalla caviglia all’inguine, una a stelle e l’altra a striscie. Giubbino di tela bianca come i jeans con enormi toppe ai gomiti, una a quadri bianchi e neri, l’altra bianchi e rossi. Completa il capolavoro un cappellino da baseball rosso fuoco di due misure più piccolo che lo fa somigliare a Ciccio di Nonna Papera. Si siedono alle mie spalle, sono habituè dei concerti estivi del Negombo, stasera c’è Massimo Ranieri e non si può mancare. Lei canta a squarciagola tutte le canzoni, spostandomi in modo indicibile la nervatura, visto che ce l’ho a dieci centimetri dai padiglioni auricolari. Durante l’intervallo, discute col marito della presenza scenica del cantante, facendo il suo sfoggio culturale: “Hai visto come si muove sul palcoscenico? E per forza, quello ha fatto la scuola di Streller”.

2.    il milanese medio – Di estrazione culturale impiegatizia, piomba nell’isola convinto che trovandosi essa nel meridione d’Italia, sia un luogo selvaggio da colonizzare, dove la vita costa un cazzo, si mangia, si beve e si scopa alla faccia degli indigeni, che portano un anello al naso e notoriamente accettano specchietti in cambio di oro. Prende la prima fregatura appena sceso dall’aliscafo, sotto forma di vecchietto sdentato che guida un’Ape tre ruote scrostato decorato con i ponpon e attrezzato per il trasporto umano, che si offre di accompagnarlo in albergo; lui sale tutto giulivo, credendola una forma di ospitalità isolana e all’arrivo (in genere 500 mt. più in là) viene depredato di una cifra variabile fra i 25 e i 30 euro. Da quel momento guarderà con sospetto anche le cozze nel piatto, temendo che riprendano vita e gli si avventino sul portafogli, e naturalmente diventerà lamentosissimo riguardo al rapporto qualità/prezzo di qualunque cosa gli venga venduta/fornita/erogata. Questo non gli impedirà di continuare ad essere turpulinato e rapinato fino alla fine della vacanza, al termine della quale non avrà nemmeno scopato.

3.    l’anziana tedesca che viene a fare le cure termali – Un metro e 50, capelli candidi con sfumature viola, leggermente grinzosa, occhiali da vista con montatura metallica, sembrerebbe una innocua vecchietta come tutte le altre ma appena apre bocca la Gestapo si materializza in lei e comincia ad abbaiare ordini a destra e a manca. Si placa, con un mugolio soddisfatto, solo quando arriva nei giardini termali, perché lì la sua vocazione teutonica alla disciplina e alla tortura possono sfogarsi in pieno. Infatti, munita di costumino ascellare e cuffia di gomma con i fiori viola tremolanti, percorre tutto il circuito termale senza battere ciglio, immergendosi alternativamente in acque bollenti che ustionerebbero una salamandra e poi in acqua gelide, camminando sui sassi, arrampicandosi nelle grotte, lasciandosi a bagnomaria per svariate ore, e scuotendo il capino sdegnata di fronte a quei chiassosi di giovani italiani per i quali dentro di sé, ne sono sicura, invoca i campi di sterminio.

4.    l’autista di pullman della SEPSA – Da Aprile a Ottobre guida pullmann larghi due metri su strade larghe un metro e ottanta, con pendenze del 70% e turni di 18 ore, 7 giorni alla settimana. Deve guidare scansando i motorini, i microtaxi, i pedoni, gli spigoli delle case. Deve rispondere a tutte le domande che gli vengono poste, dalle più banali e scontate (“Questo pullmann va a Ischia Porto?” “Devo arrivare a Forio, dove devo scendere?” “Scusi, per l’Hotel Margazzi va bene questo autobus?”) alle più insidiose (“Ma lei è lo stesso di ieri?” “Dove possiamo andare a mangiare una pizza?” “Scusi, ma non sta sbagliando strada?” “Secondo lei non è troppo pieno, questo autobus?” “Devo pagare il biglietto?”). Il tutto sotto 35 gradi e l’80% di umidità. Questo forse giustifica  le perenni gore di sudore sotto le ascelle della camicia azzurra della divisa, il pallore da infartuati e lo sguardo allucinato.

Ecco un tipico dialogo agostano:

Utente (con accento emiliano): “Questo pullman va a Lacco Ameno?”

Autista: “Sì”.  L’utente sale, il pullmann parte.

Utente: “Io devo andare all’Hotel Maria”

Autista: “Allora avete sbagliato pullman. Dovete scendere e prendere il 4 alla fermata all’altro lato della strada”.

Utente: “Ma questo pullman non va a Lacco Ameno?”

Autista: “Si, però ..”

Utente (deciso): “Allora va bene, scusi! Perché devo prenderne un altro?”

Autista (stringendo il volante fra le mani per controllarsi): “Io vado..”

Utente (sempre più deciso, sventolando un opuscolo): “Guardi c’è scritto anche qui: Hotel Maria, Lacco Ameno! Eh!?”

Autista (perdendo definitivamente le staffe): “Sentite, giuvinò: io vivo a Ischia da 40 anni. Lacco Ameno è fatto ‘è COSTA (gesto orizzontale) e ‘e MUNTAGNA (gesto verticale). L’albergo vuosto sta in MONTAGNA, e stù pullmann nun c’arriva. Vui vulite andà a Lacco Ameno? E io ve ce porto! Però in albergo nun c’arrivate!!”

Utente: “Però come siete sgarbati, voi napoletani!”

Ischia portrait

Mio nonno materno faceva il direttore amministrativo di un ente di beneficenza chiamato Pio Monte della Misericordia, a Napoli. Il Pio Monte aveva una sede a Casamicciola, sull’isola d’Ischia, nella quale era possibile per i napoletani piu’ indigenti fare cure termali a spese dell’Ente, che “riciclava”, per così dire, le profumatissime rette che pagavano, per fare le stesse cure, gli ospiti della I Classe. Mio nonno veniva mandato in missione a Casamicciola nei mesi estivi, e con la missione medesima poteva permettersi di portare in vacanza li’ la sua famiglia, affittando una casetta.

Il Pio Monte a Casamicciola, un gigantesco edificio di tufo, oggi e’ un rudere semi abbandonato di cui si conserva a stento la facciata, e la targa di marmo, imponente: il resto e’ invaso dai rovi, dalle erbacce, semi cadente, sfondato, dimenticato.

 
Ho passato una mattinata intera a girovagare fra i ruderi che, come e’ noto, sono tra l’altro una mia passione personale. E’ difficile raccontare l’emozione che ho provato a salire le stesse scale, a toccare le stesse porte, a calpestare gli stessi basoli che deve avere calpestato mio nonno, ogni estate per 15 anni, piu’ di 40 anni fa. Ho provato ad immaginare come doveva essere il palazzo quando aveva ancora i suoi stucchi, i suoi intonaci, quando i portoni erano lucidi e incorrotti, come doveva essere camminare per quelle stanze, che dovevano essere strutturate a meta’ fra il sanatorio – ospedale e l’ostello – collegio, visto che i candidati alle cure avevano diritto anche a vitto ed alloggio. Ho provato a sentirmi una di loro, una pensionante, a spasso per quei cortili dopo aver fatto fanghi curativi e inalazioni, a passeggio per quella via la sera, dopo aver messo il vestito buono ed essersi assicurate di avere con se’ un ventaglio.

L’edificio è interamente ricoperto di ponteggi, il che farebbe ben sperare per una qualunque ristrutturazione verso un qualunque riutilizzo, stazione termale, ostello della gioventu’, grande albergo. Ho fermato un indigeno e l’emozione si e’ fatta nodo alla gola quando gli ho spiegato perche’ ero li’ e perche’ chiedevo spiegazioni, e lui – il mondo e’ davvero piccolo – mi ha dichiarato di essere il figlio dell’ex custode del complesso, e di ricordarsi perfettamente di mio nonno. Neppure lui, pero’, ha saputo dirmi cosa vogliono farne, del vecchio e malandato Pio Monte: pare che il Comune avesse avuto fondi sia per Italia 90, sia per il Giubileo, ma non ha saputo o voluto utilizzarli. I ponteggi, non si faccia illusioni, signora, sono li’ da almeno dieci anni.

Mio nonno e’ morto nel 1985 e il suo mito di uomo buono e colto, esperto enigmista, che mi teneva sulle ginocchia insegnandomi i nomi delle cose mentre lui risolveva le sciarade (10 lettere, Mi sembra il Dio bifronte = Parmi Giano), che scriveva lettere su una enorme Olivetti e fogli di carta velina con la carta carbone in mezzo, ha aleggiato su tutta la mia infanzia felice.

E poi mia madre: mia madre in quegli anni e’ stata adolescente. Ho ripercorso la stessa passeggiata che doveva fare lei la sera, quando andava a prendere il gelato da Calise, in Piazza Marina, con quei vestiti stretti stretti in vita e la gonna larga, a campana, i tacchi a spillo, il seno bene in vista (“la Sophia Loren dei poveri” la chiama quella irriverente di mia sorella dopo aver visto le foto di mia mamma a 17 anni), la borsetta col manico corto. Mi saro’ seduta nelle stesse sedie da bar? Avro’ preso il sole sullo stesso pezzetto di spiaggia? Avro’ guardato gli stessi panorami? Il passato mi affascina, mi attira, mi ricorda chi sono e da dove vengo.

E non e’ una fortuna da poco.
Dunque, ritorno da Ischia.

L’Isola Verde, culla vulcanica di acque termali.

La prima cosa che ti colpisce a Ischia sono gli odori. Che sono essenzialmente tre, spesso si mescolano fra loro ma non tanto da non poterli distinguere:

 gelsomini. Una nuvola, una valanga di gelsomini avvolge l’isola e fa sì che all’improvviso vi giunga, soprattutto nelle ore serali e notturne, un odore speziato, dolce, antico, che vi avvolge e impedisce di pensare.
 fichi, per lo più caduti da alberi incolti, spiaccicati ai bordi delle strade e quindi fermentati. Un odore vinoso, mostoso, dolciastro, ma tutto sommato non sgradevole, se non si pensa alle mosche che banchettano sopra alle poltiglie appiccicose scure semidisciolte
 purtroppo, merda, a causa probabilmente di un sistema fognario dalla ventilazione non impeccabile. Ad ogni angolo di strada, è sempre in agguato la zaffata mortale, che guasta fatalmente la poesia dell’angolo di paesino, il muro di tufo a secco, la glicine, gli aranci e i limoni che circondano la chiesetta di campagna.
C’è poi per tutta l’isola un vago sentore di agrumi, una nota secca e amarognola carica di promesse non mantenute, di quello che l’isola potrebbe essere e non è.

Per esempio, potrebbe essere un posto dove puoi fidarti ciecamente di quello che ti viene detto, e affidarti agli isolani che gestiscono i servizi, tutti i servizi ai turisti. Sarebbe bello, ma non è così. Insieme ai microtaxi, sui quali mi dilungherò in seguito, è sempre in agguato la microfregatura, mai troppo grossa tanto da chiamare i Carabinieri, mai tanto piccola da potertene dimenticare.

Un piccolo campionario:

 decido, in un impeto di autoerotismo, di voler fare un ciclo di massaggi antistress-riattivatori della circolazione-curativi dei dolori alla cervicale. Chiedo quanto costano, e una gentile signora mi dichiara: 18 euro a massaggio. Quando pagherò, alla stessa gentile signora, scoprirò che c’è un sovrapprezzo “per il consumo della crema canforata”. Perché non mi è stato detto? Oppure perché il prezzo non è di 20 euro, comprensivi della crema canforata?
 noleggio uno scooter. Dopo 1 km. si accende la spia dell’olio. Certo, potrei tornare indietro, farlo notare al noleggiatore, chiedere un altro motorino, ma la pigrizia isolana e vacanziera ha il sopravvento: mi fermo ad un distributore, e metto l’olio più economico che c’è, che nonostante questo è migliore di quello che nell’albergo che mi ospita usano per condire l’insalata.
 in uno scicchissimo parco termale da sceicchi c’è il guardaroba-spogliatoio, con armadietti dotati di chiave per custodire gli effetti personali. L’armadietto funziona così: per chiuderlo, bisogna mettere nell’apposita fessura 1 euro. Ogni volta che lo si apre, per richiuderlo bisogna mettere 1 euro. Il milanese di turno non ci crede, a tanta esosità, e decide di fare la prova, perdendo subito il primo euro. Conviene quindi avere un’ottima memoria o un’organizzazione ferrea, e non lasciare NIENTE che vi serva, durante la giornata, dentro l’armadietto. Oppure non usarlo.
La vacanza, come la vita, andrebbe fatta due volte, per non ripetere nella seconda gli errori della prima.