Le decisioni veramente importanti

Dopo settimane di angosciosa meditazione, la Segretaria ha preso una decisione: si cambia la macchinetta del caffè. Il mutamento epocale viene annunciato, commentato, si richiedono informazioni tecniche, rilasciate con il contagocce. La macchina comincia ad assumere connotati misteriosi.

L’arrivo della nuova macchina è atteso da un giorno all’altro da ormai un paio di settimane. I continui rimandi, del tutto sproporzionati all’importanza dello strumento che stiamo aspettando, hanno provocato due curiose conseguenze:
 
1. le dimensioni e le prestazioni attese della MACCHINA NUOVA PER IL CAFFE’ si sono accresciute di giorno in giorno in maniera geometrica, arricchendosi di dettagli dettati solo dalla fantasia surreale che regna in questo ufficio, senza alcuna rispondenza con dati oggettivi. A tutt’oggi, a quanto pare aspettiamo un Moloch di venti metri cubi in grado di distribuire caffè, tè russo, tè inglese, cioccolato svizzero, cappuccino, mokkaccino, gelato, merendine, crackers, ciambelline, tarallini, acqua minerale liscia e gassata, in bicchierini di carta, cartoncino, cristallo Swarowsky, ceramica di Capodimonte, con aggiunta di zucchero da barbabietola, zucchero di canna, zucchero di Marte, dolcificante naturale, dolcificante sintetico, miele di ape monaca, sputo di panda (all’eucalipto), scintillante, luccicante, al neon, semovente, autocaricante, parlante, ragionante (almeno lui), che accetta euro, dollari, yen, patache di Macao e pizze di fango del Camerun.

2. la vecchia distribuzione di caffè con umili cialdine si è arrestata, per non rimanere con cialdine inutilizzate quando LA MACCHINA NUOVA PER IL CAFFE’ arriverà e si porteranno via quella vecchia, piccola, metodica, simpatica. Si è dunque creato un mercato nero di cialdine, con aste private, offerte pubbliche di acquisto, pronti contro termine, furti amichevoli e spaccio illegale negli angoli bui verso il bagno. I più onesti disdegnano tutto ciò e vanno a prendere l’espressino al bar di fronte.

I guasti della TV

Scena: il mio ufficio giovedì scorso. Come ricorderete, giorno di telefonate di utenti inferociti – soprattutto padri – che non sanno se i beneamati pargoli sono stati o no ammessi a partecipare alle selezioni del Master che la mia azienda gestisce, insieme all’Università. Provo – arrampicandomi sugli specchi, perchè nemmeno io ho sotto mano la lista degli esclusi, con le motivazioni – ad elencare le possibili cause di esclusione, e lui me le nega ad una ad una. Concludo ammettendo la mia impotenza a dare altre informazioni utili, aspettandomi il solito: “E va bene! Ma non finisce qui! Farò ricorso!” già sparato da un altro paio di padri prima di lui. Ma questo è originale, e si vede che guarda molti TG, e molta tv in generale, perchè mi fredda con un secco: “E va bene! Ma non finisce qui! Farò una INTERPELLANZA PARLAMENTARE!!”

Eh la madonna.
Già me la vedo, Letizia Doppio Giro Di Perle Moratti che risponde in Parlamento al deputato calabrese che vuole sapere come mai il giovane Pinco Pallo non è stato ammesso alle prove di selezione del Master X.

Sarà meglio che io abbia pronta la motivazione, e che sia con le contropalle.

Qualità totale / 2

Primo incontro con l’Ente che ci accompagnerà nel periglioso cammino attraverso la certificazione di qualità (totale, ovvio). Il consulente è un bel giovane con una leggera tendenza alla pinguedine (per questo mi è già simpatico) e per sua sfortuna capita qui in un giorno caldissimo. L’aggettivo non si riferisce alla temperatura, ma alle emergenze scattate già da ieri. Lui parte in scioltezza, rilassato, tutti intorno ad un tavolo, bloc notes pronti ad accogliere appunti, giovani (insomma) menti pronte a recepire e, se del caso, ad obiettare.

Per prima, parte la segretaria. Parte nel senso che si alza e torna al suo posto, dispensata coram populo dal seguire il discorso, perchè lo squillare incessante del telefono la costringe ogni volta a fare il giro del tavolo, sovrapponendo poi la sua voce a quella del consulente, che per il momento ridacchia solo un pò imbarazzato ma fa finta di niente.

E perchè il telefono squilla incessante? Perchè domani ci sono le prove scritte dell’ammissione al Master, e l’Università, che badate bene ci ha scippato di mano di forza qualunque gerenza sulle operazione di ammissione e selezione, non ha ancora pubblicato sul suo sito l’elenco degli ammissibili. I candidati residenti a più di due ore di viaggio dalla sede del Corso, disperati, chiamano tutti i numeri pubblicati sul bando, e l’unico a cui risponde qualcuno è il nostro, perchè l’Università ha pensato bene di staccare TUTTI i telefoni. Riusciamo con qualche affanno e molte urla ad avere questo benedetto elenco e lo pubblichiamo sul nostro sito, che è .com e non .net come compare sul bando, per le ormai note vicende Telecom (altre caterve di telefonate, giustamente).

Il consulente continua a parlare davanti a quello che sembra un teatrino dei pupi: ogni tanto qualcuno si alza, parla al telefono, apre il pc, risolve un problema, torna a sedersi; dopo pochi minuti si alza un altro, e così via. Stiamo però ben attenti a non lasciare mai il consulente completamente da solo, perchè non sarebbe carino. Lui comincia ad avere un tic nervoso all’angolo della bocca, che si accentua quando agli squilli del telefono e alle concitate discussioni si aggiungono gli squilli dei cellulari e le discussioni si moltiplicano.

Verso le undici siamo in stato di emergenza codice rosso: alle telefonate di chi voleva solo sapere se è stato ammesso o no, si aggiungono le telefonate di chi è stato escluso e vuole sapere perchè. Questo si verifica in quanto è stato pubblicato SOLO l’elenco degli ammessi: chi non è in quell’elenco, evidentemente non è stato ammesso, ma chissà perchè. Il consulente per la certificazione parla ormai solo a sè stesso, tentando di conservare un minimo di dignità e di tenere alta la testa (si è alzato in piedi, ottima mossa) sul mare in tempesta di teste che si alzano ormai a gruppi di due o di tre, discutono tra loro, ordinano caffè, lo bevono, sovrappongono soluzioni e pongono nuovi problemi (l’Architetto, ovviamente), sia generali che in tema con la certificazione.  Però chiediamo scusa, ogni volta.

Sicuramente preso dal panico, al consulente scappano un paio di perle che non manco di annotare, diligente:”nell’asso di tempo” (lo dice, non lo scrive, quindi la perla è dubbia, però il fonema parrebbe essere proprio quello);  e la ben più notevole ed inequivocabile “sono un consulente esterno FREELAND” detto con amorevole nonchalance.

La mattinata finisce come era cominciata: siamo tutti dietro un tavolo, buoni buoni, in un silenzio quasi perfetto, dal momento che minacce di denunce e di ricorsi hanno fatto sì che l’Università provvedesse a telefonate a tutti gli esclusi (una trentina) spiegando le motivazioni dell’esclusione. Peccato che quando questo stato di grazia si verifica, ormai il consulente ha finito. E’ quindi in un irreale silenzio carico di attenzione che lui chiude i suoi appunti, ci dà appuntamento per la prossima settimana e va via, scosso da un inspiegabile tremito nervoso.

Eppure non ha preso nemmeno il caffè.

Per titoli ed esami

Riunione del Comitato di Valutazione per l’ammissione dei candidati al Master di II livello coordinato dalla nostra azienda tramite la fulgida figlia del Kapo, quella che lavora 4 ore ma viene pagata per 8, grazie allo squallido paravento di un infante cui badare (classico caso di sfruttamento minorile) e alla ben più concreta realtà di essere la figlia del Kapo.

Siccome sono stata inserita nella Commissione senza che alcuno si degnasse di dirmelo, decido di farmi due risate, e metto a frutto la scuola dell’Architetto, secondo la quale a) un eccesso di informazioni confonde e disorienta l’avversario lasciandolo alla fine nell’ignoranza al pari della penuria delle medesime; b) qualunque argomento è buono per cavillare e rompere i coglioni.

All’ordine del giorno c’è la verifica dell’ammissibilità delle domande pervenute. L’Università si è arrogata il diritto di provvedere in autonomia tramite il suo Ufficio Protocollo. Pianto un casino di un’ora circa tirando fuori norme, regolamenti, accordi ministeriali, questioni di principio e questioni di responsabilità istituzionale (?) Quando hanno tutti gli occhi vitrei, tiro fuori come per caso una possibile soluzione formale, che viene accolta come una scialuppa dai passeggeri del Titanic. Mi guardo le unghie con espressione candida mentre si passa al

Secondo punto all’ordine del giorno: definizione dei criteri di valutazione di titoli ed esami degli ammessi. Interloquisco spocchiosa su ogni singolo concetto espresso, stronco, demolisco, insinuo dubbi normativi che lasciano nel panico i Commissari, poi offro magnanima possibili scappatoie. Mi sto sulle palle da sola, però mi sto divertendo troppo. Verso la fine, quando si tratta di assegnare un punteggio alla conoscenza certificata di una lingua straniera, un Commissario propone di dare un certo punteggio alla conoscenza di inglese e spagnolo, e un punteggio inferiore alla conoscenza di “altre lingue”. Faccio una mozione d’ordine chiedendo che vengano specificate nel verbale quali sono le “altre lingue” da premiare, facendo presente che è stata presentata domanda da parte di una candidata che conosce lo swahili (è vero!). Di fronte alla prospettiva di dover elencare per iscritto tutte le lingue del pianeta, per decisione unanime vengo buttata fuori dalla stanza

Poco prima di andarcene, chiedo sottovoce in separata sede al rappresentante dell’Università se può fornirmi copia dei test di ammissione con le relative risposte, perchè ho intenzione di fare proposte viziose ed oscene ai candidati maschi appetibili. Ho il dubbio che non abbia capito che scherzavo.

Qualità totale / 1

E’ partito il corso di formazione ai dipendenti dell’azienda nella quale mi onoro di prestare la mia opera professionale. Titolo – assolutamente sovradimensionato rispetto a modalità ed obiettivi: “QUALITA’ TOTALE”.

Wow.

Obiettivi (reali): utilizzare i finanziamenti pubblici per certificare l’azienda. Sembra la stessa cosa, e per alcuni versi lo sarà, ma non è proprio la stessa cosa. Modalità: tutti e cinque intorno ad un tavolo, bloc notes con il logo della società, penne bic, lavagna a fogli mobili, un essere umano in piedi che parla e ogni tanto scrive qualcosa sulla lavagna a fogli mobili. Trarrebbe in inganno chiunque, non vi pare?

Stamattina per l’avvio delle attività formative è venuta anche la temibile funzionaria regionale, che ieri mi ha frantumato gli zebedei che non ho in minutissimi cocci, perchè “sull’elenco dei dipendenti da avviare a formazione non c’è la data di nascita, io come faccio a sapere che sono proprio le stesse persone trascritte sul libro matricola?” Ho promesso per stamattina dipendenti sull’attenti con documento di riconoscimento – valido – stretto fra i denti.

Questo il resoconto minuto per minuto della procedura di avvio delle attività formative, che, badate bene, non poteva essere fatto nel pomeriggio per “non costringere agli straordinari, che poi non vengono pagati, e poi siete voi che vi dovete adattare alla Regione, e non il contrario” (che due maroni):

ore 9:00:00 – la funzionaria entra, trova tutti allineati e coperti, compresi docente e responsabile dell’ente di formazione cui è affidato il coordinamento, registri compilati, firme messe, tutto pronto.

ore 9:00:30 – la funzionaria affida a me un documento da compilare, mezza paginetta di generalità del’azienda che lei potrebbe ricavare da altri sette documenti già in suo possesso. Intanto procede al “riconoscimento”: “chièilcoordinatore? ahèleinome? chièilresponsabiledell’ente? ahèleinome? chisonoidipendenti? pincopallonatoilduemaggiosessanta? pallopinconatoilquattroaprilesessantacinque?” e così via, senza mai prendere fiato. Al termine esala la domanda che da sola vale tutto il cabaret: “SIETE PROPRIO VOI?” Tutti annuiscono. I documenti di riconoscimento restano nei portafogli. La fiducia è l’anima del dipendente pubblico.

ore 9:02:00 – la funzionaria infila la porta dopo aver raccomandato: “Iovadomiraccomandoperqualunqueproblemarivolgeteviame”

ore 9:03:00 – tutti affastellano i bloc notes e tornano alle rispettive occupazioni.

Aggiornamenti / 5

1. E’ fatta. In sole 24 ore ho aggiunto alle mie già molteplici personalità due status nuovi: a. studentessa universitaria (mi sa che aprirò un canale o addirittura un blog a parte, perchè anche lì, ce n’è da raccontare); b. lavoratrice dipendente a tempo indeterminato. Eppure mi sembra che la mia faccia allo specchio fosse uguale a quella di ieri …

2. Non abbiamo ancora iniziato l’attività formativa coi fondi pubblici e già la funzionaria regionale che ci deve seguire mi tiene sulle palle. Stamattina l’ho chiamata chiedendole se anzichè venerdì 3 si poteva iniziare lunedì 6 e lei mi ha fatto un pistolotto di mezz’ora sul rispetto delle regole, inquisendomi per un’altra mezz’ora sulla documentazione da presentare e cavillando sulla forma dei medesimi, facendo diventare fondamentali particolari che finora non lo erano e viceversa. Essa funzionaria sottovaluta la mia capacità di farla schiattare in corpo facendo come dico io, pur presentando i documenti che dice lei.

3. Dopo infiniti giri di telefonate e mail ci è arrivato un trionfante messaggio dalla Telecom che ci avvertiva che lo spazio sul web per la pubblicazione del nostro sito era finalmente disponibile. Peccato si facesse riferimento ad un contratto vecchio, su un numero di telefono che non era quello giusto. Su suggerimento del tecnico sedicenne, che ho scoperto essere iscritto all’Università e giocare a rugby (da circa una settimana porta in giro un virile occhio viola e versamenti ematici vari), abbiamo comprato, con la modica spesa di 30 euro, spazio e un dominio .com da un gestore X, e quando fra vari eoni avremo finalmente la disponibilità dello spazio Telecom ci metteremo un bel redirect e vaja con Dios.

Assunta?

Per avviare un corso di formazione interna con finanziamenti pubblici abbiamo bisogno di almeno 5 dipendenti. Quando ho presentato il progetto alla Regione, i dipendenti erano 6. Ma era Luglio 2002. Oggi i dipendenti sono 4. Con 4 dipendenti, il finanziamento decade, sul bando c’era scritto “da un minimo di 5 ad un massimo di 18 allievi, pena l’esclusione”.

Ergo, occorre assumere entro 48 ore un dipendente, anche part time, anche a tempo determinato.

E pare che questa debba essere io. “E non solo, bada bene, perchè ci serve per arraffare soldi” dice con bello stile e con altre parole il Kapo “ma anche per consolidare un rapporto di fiducia ormai scontato bla bla bla impegno a tempo pieno bla bla”.

Sono un pò confusa.

PRO:  tredicesima e quattordicesima, T.F.R., un generale senso di maggiore sicurezza.

CONTRO: minore libertà di movimento, maggiore rispetto di regole (soprattutto di orario), impossibilità di fare altre cose o comunque maggiore rischio nel farle.

E poi, of course, necessità di cambiare l’intestazione di questo blog. Ma che senso ha chiamare un blog “Diario di una lavoratrice dipendente”? Perde tutto l’appeal.

Uffa.

Il mio black out

Mi sveglio con una sensazione strana che non so spiegare. Resto a rigirarmela un po’ nel cervello, intontita ancora dal sonno. Poi realizzo. Nella casa c’è il buio più nero e totale. E ora che ci penso bene, c’è anche il silenzio più irreale mai sentito. Niente ronzio del frigorifero, niente compressore della caldaia. Però neppure un latrato di cane, una macchina che parte, uno sportello che sbatte, niente. Va bene, penso, il fondo è l’alba di domenica mattina. Distinguo nel silenzio fondo un leggerissimo fruscio, la pioggia, penso. Nemmeno i pescatori si alzeranno, stamattina. Sono sola nel letto, come da troppo tempo. Senza quasi pensarci allungo la mano verso la lampada sul comodino.

Clic.

Buio.

Clic clic.

Ancora buio.

Ahh, ma è andata via la corrente. Prendo il cellulare, premo un tasto a caso. La stanza è rischiarata per pochi secondi dalla luce bluastra del visore. Constato che il cellulare è quasi scarico, e che sono le cinque del mattino. Resto lì a rimuginare su quel buio così totale, chiedendomi come mai alle cinque del mattino non si cominci già a vedere la luce del giorno. Sono un filo inquieta, anche se io non ho nessuna paura del buio, anzi, soprattutto per dormire, chiedo porte chiuse e tapparelle abbassate. In America dormire era un incubo, gli yankee ignorano la funzione isolante della tapparella italiana, hanno solo ridicole veneziane ed è come dormire con la finestra spalancata. A poco a poco però mi rilasso. Passa un’auto e i fari squarciano per un secondo il nero. Resto a pensare ai casi miei, in un piacevole stato di semi sospensione da acquario. A poco a poco nel soggiorno una pallidissima luminescenza azzurrognola si fa strada, non è luce, solo un nero un grado meno intenso. Nel pallore dell’alba che avanza, mi riaddormento.

Mi sveglio alle otto, e ci vuole poco a capire che la corrente non è tornata. Mi chiama lui sul cellulare e mi dice che anche a casa sua, una trentina di km. in linea d’aria, non c’è luce. Curioso, penso. Un black out che travolge un’intera città di due milioni di abitanti, e tutto l’hinterland, deve essere una cosa seria. Faccio colazione in penombra, piove a dirotto e la città è più che mai grigia e triste. Solo alle nove del mattino, chiamando i miei, verrò messa al corrente delle dimensioni epocali del problema. Leggo Asimov, mettendomi di traverso sul letto per sfruttare la luce della finestra, fino alle dieci. Fortunatamente non manca l’acqua, né l’acqua calda. Mi faccio la doccia e mi dispongo ad uscire, vado a pranzo a casa di un parente, a cui ho raccontato una balla per spiegare la mia solitudine domenicale. Nella Micra a noleggio accendo la radio e ascolto i bollettini dal fronte black out. Piove, piove sempre, sempre di più. Sulla Tangenziale non c’è nessuno, o quasi, uno scenario irreale per una strada rovente di automobili a tutte le ore del giorno e spesso anche della notte.

Alle due del pomeriggio a casa del parente la luce torna, mentre stiamo mettendoci a tavola. Il cellulare comincia a dare segni di cedimento, vuole energia e io non posso dargliela perché non ho portato con me il caricabatteria. Io dovrei partire con un Eurostar alle cinque del pomeriggio. Chiamo il call center delle Ferrovie dello Stato e una sconsolata Daniela di turno mi suggerisce di “non fare affidamento sui mezzi a rotaia”. Decido di partire con la Micra, a come restituirla penserò domani, come Rossella O’Hara. Ma al bivio fra l’imbocco dell’autostrada e quello della Tangenziale che mi riporta nella mia casetta napoletana improvvisamente mi manca il coraggio. Dovrei giustificare perché ho un’auto a noleggio, e poi come farà domani lui a venirla a riprendere, sono senza cellulare ormai morto del tutto, piove  forte, se la macchina si ferma o succede un intoppo qualunque sull’autostrada, come me la cavo?  Comincia a salire l’ansia, cerco di dominarla elencando le priorità. Primo, trovare il modo di rimettere in funzione il cellulare e non rimanere isolata. Lui può mandarmi solo messaggi, il pensiero di non poterli leggere, né rispondere, mi stringe il cuore in una morsa fredda. Girovago sulla Tangenziale, esco a Fuorigrotta e mi dirigo verso un enorme centro commerciale sperando sia aperto anche di domenica, a prescindere dal black out.

Chiuso, ovvio.

Mi reimmetto sulla Tangenziale e mi viene un lampo di genio.

L’Aereoporto.

Lì c’è un negozio di telefonia, sono sicura, e sarà di sicuro aperto. Tangenziale, parcheggio, porte scorrevoli, scale mobili. C’è caldo, rumore, voci, confusione, luce. Urto gente con i trolley, il pensiero che “è in partenza il volo AZ515 per Berlino imbarco immediato uscita 5” mi scatena complessi sentimenti misti di tensione e invidia, non amo l’aereo e gli aereoporti mi mettono tristezza, però mi piacerebbe vedere Berlino. Il giovane commesso cerca, prima incuriosito poi quasi furioso, si vede che gli ho trasmesso l’ansia. Il caricabatterie originale non ce l’ha, mi offre quello non originale, ma non trova neppure quello, e non ha neppure quello da auto. L’ansia cresce, è quasi panico. Mi guardo in giro e vedo una vetrina di offerte speciali. Ci sono cellulari in vendita a 75 euro. Ne compro uno, col fiato mozzo. Appena fuori dal negozio scopro che le batterie sono già un po’ cariche per i fatti loro, e cerco di mandare un messaggio a lui, per dirgli che non parto più. Dall’altra parte non si è compreso bene il mio stato d’animo, che comincia a tendere al panico puro, e si scherza sulla incomprensibilità dei miei messaggi. E ci credo, cazzo, ‘sto cellulare ce l’ho in mano da tre minuti, se sono riuscita a capire come si invia un messaggio meriterei un premio Nobel. Tento di scrivere “vaffanculo” ma la composizione automatica non riconosce la parola, troppo difficile, mi arrendo. Chiamo i miei e li rassicuro sulla mia sorte. Torno a casa, sotto una pioggia ancora un po’ più insistente.

Cercando di non bagnarmi, apro il lucchetto del paletto del parcheggio, parcheggio, lo richiudo. Mi sento un cane scappato dal canile. Al primo cancelletto mi si chiude lo stomaco in una morsa, ormai sono le otto di sera e sta facendo buio, e io realizzo che non riesco a vedere bene la toppa, segno che sul pianerottolo la luce non c’è.

Entro a casa e ne ho la conferma. A questo punto le residue difese crollano, mi metto a piangere al buio sul divano. La prospettiva di tutta un’altra notte al buio totale, con il cellulare che si spegnerà, prima o poi, dopo tutta la fatica fatta per non rimanere isolata, mi terrorizza. Mando un messaggio di autentica disperazione a lui, che si tormenta in cinque risposte mortificate, ma non può fare niente.

Respiro a fondo, mi impongo di calmarmi.

Mi affaccio alla finestra. Le case sono buie, non c’è dubbio, però i lampioni sono accesi. Mi viene in mente che venendo ho visto parecchi locali con le insegne illuminate. In fondo devo pur cenare, no? Esco di nuovo, dopo aver brancolato a tastoni per tutta la casa per cercare le chiavi che non ricordo più dove ho poggiato. Ritolgo il paletto, esco dal parcheggio, rimetto paletto. La pioggia è diventata bufera. Mi dirigo verso la zona delle birrerie, mi perdo un paio di volte, poi parcheggio davanti all’Osteria del Porto, che conosco bene. Entro semi zuppa, ed elemosino corrente elettrica ad un impassibile barista. Quando infila il caricabatteria nella presa mi sento già un po’ meglio. Mi siedo ad un tavolino nell’ombra davanto alla TV e bevo birra e mangio crocchette di pollo seguendo il Gran Premio di F1. Dopo circa un’ora, la cameriera si sporge dal bancone per avvertirmi che il mio cellulare sta squillando. Ovviamente quando arrivo a prenderlo ha smesso di squillare. Ci sono almeno 3 chiamate perse e un numero indefinito di messaggi di lui, fra il preoccupato e l’incazzato. Salta il collegamento con Indianapolis, decido che la cena è finita, pago ed esco.

Fuori piove così forte che solo per dare la mancia al parcheggiatore mi inzuppo tutto il braccio sinistro. Lo chiamo, sia dove sia, ho bisogno di sentire la sua voce. E quando finalmente la sento, la tensione accumulata rompe gli argini e racconto in cinque minuti di singhiozzi, guidando sotto la bufera, tutto il fottuto pomeriggio passato a cavarmela da sola. Sbaglio per l’ennesima volta strada, faccio un’inversione selvaggia e urto il marciapiede con un rumore secco. Ragazza calmati, se scassi la macchina la noleggio è un casino. Guido a venti all’ora fino a casa, sarei propensa a lasciare l’auto fuori dal parcheggio pur di non dover rifare la trafila palettica. Con la coda dell’occhio vedo però il portone illuminato a giorno, e mi sembra di rinascere. Mi impongo un ultimo sforzo. Lucchetto, palo, parcheggio, palo, lucchetto. Entro a casa illuminata più io di lei, ho lasciato tutti gli interruttori su on e sembra che ci sia una festa. Pianto lo stramaledetto cellulare nella presa di corrente, mi asciugo i capelli col phon, mi metto in pigiama, e passo il resto della serata a guardare la TV e a leggere il libretto di istruzioni del cellulare nuovo.

Prima di andare a dormire riesco a mandare e a ricevere sette o otto messaggi pacificatori.

Poi, il sonno mi rapisce, benevolo.

La luce è tornata.

Lo sport è rischioso

Come tutte le mattine, anche stamattina sono in strada alle 7:25 del mattino, tuta, k-way, cuffiette attaccate alla radiolina. Cammino a passo spedito, non corro perchè se no sarebbe una tortura e invece mi piace che sia una cosa utile ma dilettevole. Il problema è che la mia città, e quindi il mio quartiere, del quale faccio il giro completo per un totale di circa 4 km., non sono minimamente attrezzate per il jogging, il footing, il cammining o qualsivoglia forma di sport povero. Infatti ogni mattina affronto sempre le stesse problematiche:

C come Cani – Ho già più volte dichiarato di non essere particolarmente amante degli animali, e mi piacerebbe poter dire che quelli che di tanto in tanto mi tendono agguati dietro i cassonetti dell’immondizia e gli alberi sono cani randagi, senza responsabilità della loro aggressività ad ignare joggers che vorrebbero solo farsi la loro passeggiatina in pace, ma non lo sono. Sono bestiacce di solito di grossa taglia, con tanto di collare, guardati da lontano da idioti di tutte le età che quando comincio a urlare dalla paura, sul punto di essere sbranata, e già mi vedo nei titoli dei quotidiani, mi gridano – sempre da lontano: “Tranquilla, vuole solo giocare!!” E CHI SE NE FREGA??!!  Ma perchè non lo fai giocare con quella zoccola di tua moglie?!?   Ci sono poi i vecchietti educati, con canilli da salotto sempre rigorosamente guinzagliati, che fanno comunque un sacco di casino ma almeno non mi fanno morire dalla paura. E poi ci sono poi un paio di bestiacce agli arresti domiciliari, che possono solo abbaiare – ma lo fanno, ah, se lo fanno – da dietro robusti cancelli.

O come Operatori Ecologici – Il camion dell’immondizia fa il mio stesso tragitto, alla mia stessa ora. Il “camion dell’immondizia” è un insieme composito, fatto di mezzo semovente a motore, lutulento, vorace divoratore di monnezza, e di esseri umani, uno alla guida e due in piedi sui predellini posteriori, di età compresa fra i 25 e i 35 anni, quindi in grado di apprezzare ancora le gioie della vita, fra le quali indubbiamente vi deve essere una ragazza in k-way rosso che cammina lungo il bordo della strada. Deve essere questo il motivo per il quale non c’è giorno che non mi facciano omaggio dei loro sguardi – quando va bene – dei commenti a bassa voce fra loro – quando va un pò meno bene – e di un commento proprio a me medesima indirizzato – nei giorni no. Sono ragazzi, facciamoli sfogare …

O come Operai edili – vedi alla voce Operatori Ecologici.

C come Carabineri – ad un certo punto del mio tragitto passo davanti ad una caserma dei Carabinieri, una palazzina discreta nella quale ci sono uffici amministrativi e gli alloggi degli ufficiali del locale Comando. Tutte le mattine, esattamente nel momento in cui passo davanti al cancello, sta uscendo un gruppetto di ufficiali in uniforme, compresi cappello e guanti, che va a prendere il caffè al bar all’angolo. Sono sorridenti, distesi, chiacchierano amabilmente a voce bassa, sono profumatissimi (il più delle volte ci passo e meno di un metro di distanza). Hanno un loro fascino, anche perchè la dignità della divisa gli impedisce di fare gli stessi commenti di Operatori Ecologici ed Operai. Magari li pensano e basta. Stamattina ho rischiato l’arresto. Le cuffiette mi rimandano ogni giorno il giornale radio, le condizioni del traffico, le previsioni del tempo, lo sport, l’oroscopo di Linda Wolf, la pubblicità, Fabio e Fiamma. Oggi quando Fiamma è arrivata a “R come Raskolnikhov” (chi l’ha sentito mi capirà) sono scoppiata a ridere. In faccia ai Carabinieri. Ho dovuto fargli vedere le cuffiette, invisibili se non da vicinissimo, per evitare  l’oltraggio a pubblico ufficiale …

Revenge

Ehhh … quando si esagera, poi arrivano i dolci momenti della rivalsa 

Stamattina apprendo che il mio Kapo, che doveva ieri partecipare ad una riunione nello stesso luogo in cui io partecipavo alla mia, è stato lasciato FUORI DALLA PORTA per circa due ore, se scientemente o per distrazione non si sa, dopodichè fumante di rabbia come un toro con le emorroidi se ne è tornato in ufficio. Questo capita, caro Kapo, quando si continua a perseguire la politica degli “accordi interni”, per cui noi lavoriamo, e gli altri compaiono, perchè così è “opportuno politicamente”! Adesso sa anche lui cosa vuol dire arrivare laggiù, dire chi si è e chi si rappresenta ed essere trattati come la tazza del water: utilissima, anzi indispensabile, però da tenere ben chiusa nel cesso. A questo porta una sistematica politica di deminutio del nostro lavoro, in vista di vantaggi futuri; a questo porta non valorizzare MAI i nostri prodotti, e il non trascurabile particolare che quando si tratta di mettere mano ai neuroni e soprattutto di mettere mano alla tastiera e cominciare a scrivere siamo fra i pochi, nel nostro ristretto ambiente geoprofessionale, a saperlo fare.

La figlia del Kapo, che, nonostante pretenda di lavorare solo 4 ore al giorno, mi ha scippato un lavoro prestigioso e di grande valore professionale, è già in pieno panico organizzativo, e oggi trovo sul mio cellulare – che era spento   –  una telefonata, quasi certamente di S.O.S., arrivatami alle ore 15:22, che ho potuto bellamente ignorare. Il professore universitario che rappresenta l’altra metà del coordinamento è passato davanti alla mia stanza ieri e mi ha chiesto con tono supplichevole se era proprio deciso che io mi disinteressassi di questo progetto. “Ordini superiori” ho replicato con il mio più bel sorriso 

Oggi mi sento un pò Crudelia DeMon!