Racconto tutto in terapia di gruppo e il responso che viene fuori dalla Sibilla è che i dolori sono una somatizzazione che contrae fino allo spasimo il diaframma e i muscoli della parte alta della stomaco, che io confondo con il cuore. La contrazione è la mia risposta alla paura di provare emozioni. Emozioni che qualcosa dentro di me ritiene devastanti, evidentemente, tali che ne morirei se mi rassegnassi ad accettarle. Da qui, per la legge del contrappasso, l’angoscia di morte. Il fenomeno di negazione che mi contrae la panza risale alla primissima infanzia, secondo il mio guru. In quel tempo uno o entrambi i miei genitori mi hanno proibito di provare emozioni, o mi hanno indotto a credere che provare emozioni fosse devastante. E siccome ribatto con veemenza che mi sembra abbastanza evidente che non mi sono poi così tanto trattenuta dal provare emozioni nella mia vita, mi viene risposto che il blocco rimosso ovviamente non riguarda TUTTE le emozioni, ma solo alcune, o forse solo una. QUALE o QUALI esattamente, lo sapremo alla prossima puntata.
Sparire nella tana di conigli
E’ servito a poco, ieri sera ho avuto una crisi coi fiocchi, una di quelle che ti devi solo sedere o stendere e aspettare che passi. E infatti dopo un pò, minuti, molti però, è passata. Avevo sempre male al cuore, ma almeno non mi girava più in testa ossessivamente il pensiero oddio oddio sto per morire muoio muoio e nessuno se ne accorgerà fino a domattina.
Mi fa male un braccio, il sinistro, e penso che sia un problema di circolazione e che quindi l’infarto sia in agguato. Sono convinta che il cuore mi si stia ingrossando, miocardiopatia dilatativa si chiama, ho letto su una rivista di divulgazione medica che uno dei sintomi è provare lo stimolo di fare colpi di tosse anche se non si ha la tosse e anche se non ci è andato niente di traverso e io guarda un pò ho proprio una tosse così. Prima o poi mi stenderò a letto e sentirò di non riuscire più a respirare, è così che poi succede.
Poi di solito mi addormento, stringendo convulsamente in mano il cellulare perchè se proprio sto per morire vorrei chiamare qualcuno per salutarlo, il mio primo amore, la mia amica d’infanzia-adolescenza-giovinezza-maturità, vorrei chiamare lui per dirgli guarda lascia perdere ti perdono tanto sto per morire anche se sei stato un vigliacco bugiardo però non venire ai funerali se no mia mamma sviene e mia sorella ti butta fuori dalla chiesa a calci.
Mi addormento come un’idiota facendo scorrere su e giù l’elenco dei nomi nella rubrica, ho scoperto che non so com’è ma mi rilassa e attenua l’ansia, ad un certo punto mi rendo conto che sono ferma sulla C perchè mi sono addormentata, e non faccio in tempo a pensarlo che ridormo. Poi la mattina mi sveglio serena ed energica, talvola molto energica, e dubito che una cardiopatica si sveglierebbe così, quindi mi dico che non ho un cazzo e la devo finire di farmi ‘ste pippe. E non telefono a nessuno, non perdono niente, non ripesco amori di gioventù.
Mio fratello
Andate qui. (1) (2) Leggete quello che scrive mio fratello, discutetene con lui, lasciate commenti e messaggi, litigateci perchè è un polemico rompiballe e mandatelo a cagare poi perdonatelo e tornate a leggere le cose che scrive. Fatelo, perchè adesso ha bisogno di un punching ball grande quanto Porta Capuana per prendere a martellate il mondo.
Grazie, obbligatissima.
(1) ho tentato in tutti i modi di creare il link, ammetto la mia insipienza, del resto sotto terra è difficile manovrare, è buio e sto troppo comoda per mettermi a pensare oltre un certo limite, che serve solo a mantenere le funzioni vitali minime.
(2) vedi a che servono gli amici pazienti 🙂 Grazie, Peppoz
La tana dei conigli
La mia massima aspirazione in questo momento sarebbe scavarmi un buco nella terra, molto profondo, una tana come quella dei conigli, sprofondarci dentro, richiudere da sola il buco come fanno le talpe e sparire. Non per sempre, però per un bel pezzo. Tipo letargo. Tanto fuori piove a dirotto, non ho dove cazzo andare e sono socievole come Hannibal the Cannibal. Non voglio vedere nessuno. Non voglio fare niente. Non voglio che il telefono squilli, infatti per precauzione lo staccherò fra un minuto, e ho spento il cellulare. Voglio che il mondo mi dimentichi, non ci sono, non sono mai esistita, sto nel mio confortevole buco caldo come un utero ed è tutto silenzio. Posso chiudere gli occhi e dormire e sperare che non mi girino in testa sempre le stesse immagini, le stesse frasi, le stesse facce. Non voglio sapere niente, non voglio che mi raggiungano notizie dal mondo. Non me ne frega un cazzo di chi ha fatto cosa, delle date, delle scadenza, sai la novità? Non la so, e non la voglio sapere. Non voglio novità. Voglio essere quello di Castaway, e col cazzo che cercherei di andarmene. Un’isola deserta, ecco quello che ci vorrebbe. Senza facce, senza telefoni, senza citofoni, senza mail, senza sms, senza possibilità di soffrire se non per fatti fisici, corporei e banali, e come unici problemi procurarsi il cibo, fare il fuoco, trovare di che coprirsi e contare le stelle. Problemi come quelli ti tengono impegnata tutto il santo giorno, e dopo dormi, beato come un infante all’alba del mondo, ripieno di noce di cocco e spigola oceanica. Io non sarei mai tornata, fossi stata al posto di Tom Hanks. Il peggio che mi poteva succedere era diventare pazza, e questo avrebbe ancora di più contribuito alla mia pacifica uscita dal mondo. Non avrei potuto nemmeno molestare i bambini davanti alle scuole, non ci sono bambini nè scuole, su un’isola deserta, nè in un buco nella terra. La metafora non è casuale. Quando hai toccato il fondo, non è detto sia finita. Puoi sempre cominciare a scavare, diceva un mio amico.
Ne scrivo di puttanate, il sabato sera.
Un haiku, forse?
Carenza di ispirazione bloggarola
di ispirazione ed espirazione, insoma carenza di ossigeno
di voglia di vedere gente
Quello secchione
Roma, paludata riunione ministeriale.
Fra gli altri è presente, però rappresenta la controparte, un coetaneo conterraneo che io e Stelvio conosciamo bene e abbiamo fieramente sui coglioni. E’ in gessatino e cravatta regimental, tiene gli avambracci accuratamente ed impeccabilmente poggiati sul tavolo, i polsi rialzati, una mano che regge la stilografica. Sguardo talmente concentrato che sconfina nell’assente. Immobile finchè parla chiunque. Appena prende la parola il suo capo, che illustra ciò che la società di consulenza che rappresenta sta facendo nella nostra regione, scatta a prendere appunti. Siccome è LUI il referente della società di consulenza nella nostra regione, in pratica sta prendendo appunti sulle cose che ha fatto lui.
Ad un certo punto il suo capo se ne esce con “.. in effetti ci sono attività ancora da RICOGNIRE”. Appena lo dice, il capo assume la faccia di chi si è reso conto della vongola micidiale che gli è uscita dalla bocca, e si guarda disperatamente attorno per vedere chi se ne è accorto. Tutti ostentano indifferenza, fischiettando – metaforicamente e non – e guardando da un’altra parte. L’unico che prende diligentemente appunti, per cui RICOGNIRE resterà impresso nella carta nei secoli a venire, è il suo junior, che alza la faccia speranzoso dal blocco appunti attendendo il seguito.
L’assioma della lavastoviglie
C’è qualcosa di peggio che dover mettere i piatti sporchi in lavastoviglie, ed è dover togliere i piatti puliti dalla medesima. Anzi, doverli togliere quando hai già in mano i piatti sporchi, apri la lavastoviglie e scopri che i piatti puliti sono ancora lì dalla sera prima.
Aggiornamenti
Ruota libera
Ieri ho stretto per qualche minuto le mani di un fumatore. E’ incredibile quanto possano essere assorbenti i pori della pelle, mi sarò lavata 27 volte le mani ho ancora quell’odore – che ODIO con tutte le mie forze – attaccato alle dita. Anzi mi sembra di averlo anche addosso. Bleah.
Il programma della giornata prevede un surplus di cenerentolità, mia madre è partita per qualche giorno e ho una casa sulle spalle, come dice mia sorella. La scorsa settimana le ho spedito con IBS due libri, che vanno ad aggiungersi agli altri due che già ha, di cui uno è un orario ferroviario, e questa è tutta la sua libreria. Non riuscirò mai a capire come due sorelle che hanno bevuto lo stesso latte e avuto la stessa mamma e padre e respirato la stessa aria e vissuto nella stessa casa stracolma di libri ovunque possano avere un concetto così diverso del piacere della lettura. Bah.
Il mio ex capo non mi ha più invitato a cena, come previsto, forse perchè non gli ho ancora consegnato quel famoso lavoro, ma in una seduta nel suo confessionale non ha perso occasione per dirmi che “per me era molto meglio così”, e non parlava della cena. La sua quasi nuora, che era presente, a momenti se lo mangiava vivo. Brava ragazza.
Cose da fare oggi:
– telefonare ad A. che è una settimana che aspetta di sapere come va (un post su A. prima o poi mi scappa, è una donna fantastica);
– lavorare un paio d’ore per vedere se riesco ad intravvedere la luce in fondo al tunnel di quel famoso lavoro;
– evitare accuratamente le mie amiche più care;
– bicicletta? massì, va, oggi pomeriggio un’ora di bicicletta ci starebbe tutta;
– programmare serata alcolica e adolescenziale, con A. magari, giacchè devo telefonarle, o con Mery, anche se con lei, hhhmmmmm, finisce ad ansia, già lo so.
– che più? ahh si, andare a prendere trionfalmente mamma alla stazione. Prima della serata alcolica, però. Vabbè.
Chiavi
Ci sono chiavi che non si riesce in alcun modo a buttare. Mi pareva di averlo fatto, e invece sono ancora lì che mi sformano la borsa. Quattro chiavi, attaccate ad un anello di ferro con ciondoli portafortuna. Aprivano la porta del paradiso, un paradiso laico e terreno, del quale conosco ogni respiro e ogni millimetro. Visto che non riuscivo a buttarle, quelle chiavi, le ho decorate con anelli di gomma colorata per distinguerle, ce n’erano due in particolare che confondevo sempre. Ora non posso confonderle più, anche se non aprono più niente.
Bella domenica, davvero
Ci sono giornate che sembrano cominciare come molte altre, e la consueta pigrizia domenicale per la quale resterei a letto fino a ora di pranzo non suona come un avvertimento, mentre invece dovrebbe, perchè c’è qualcuno o qualcosa che già sa come andrà a finire e dovrebbe avere il buon gusto di avvertirci, mandarci un segnale, farci capire che sarà una giornata triste e difficile, checcazzo. Invece niente.
Ieri mio padre aveva un pò di raffreddore. Stanotte siamo passati alla misurazione della febbre (37,2 per l’esattezza, non una cosa propriamente da ricovero), stamattina si aggira come uno zombie in vestaglia e barba lunga per casa e la faccia del moribondo. Si è piantato davanti alla TV e sta seguendo da un tempo che mi pare eterno i Mondiali di ciclismo, a volume da discoteca perchè è un pò duro d’orecchi, come si diceva una volta quando si voleva essere garbati per dire che uno è sordo come una campana. Se sento un’altra volta Auro Bulbarelli parlare della bellezza della zona Torricelle di Verona vado di là e spacco il televisore con l’ascia di Jack Nicholson in Shining.
Mia mamma per solidarietà coniugale non ha dormito, ieri non aveva nulla oggi ha l’influenza anche lei, si sente debole e caracolla con lo stesso stile del marito dalla poltrona al letto. Esco per andare a comprare i giornali, cosa che di solito fa lo zombie major. Esco dal garage, arrivo in fondo al tunnel, apro con il telecomando il cancello ed ecco, una sfolgorante Golf parcheggiata DAVANTI al cancello. Non un pò più avanti, dove c’è un apposito spazio per parcheggiare, non un pò più dietro, dove c’è un intero viale vuoto. No, Proprio davanti. Mi attacco al clacson santiando, ma per circa 10 lunghissimi minuti non succede niente. La Golf è chiusa, ovviamente, hai visto mai che qualcuno se lo volesse rubare, il gioiello. Quando sto pensando ad ardite vendette che hanno per strumento un cacciavite a stella, finalmente spuntano i legittimi proprietari, due truzzi drogati di salascommesse, che dichiarano di non essersi resi conto che lì c’era un passaggio auto. Gli faccio simpaticamente notare che il segnale del passo carrabile è grande quanto una ruota di mulino, e che il tunnel è illuminato a giorno e quindi E’ IMPOSSIBILE non rendersi conto che dentro ci sono dei garages da cui normalmente in un mondo che non sia quello del pianeta Nevor escono delle auto. Non replicano manco, togliendomi la possibilità di sfidarli a duello con un cric.
Il chiosco dei giornali da cui va mio padre da 20 anni è gestito da Tonino, un simpatico giovanotto con la barba sempre allegro. Io non ci vado da un pò, forse un paio di anni. Chiedo i soliti giornali e come in un incubo realizzo che Tonino ha lo sguardo spento, ci mette circa due minuti a sollevare i giornali, me li porge con dita contorte e tremanti, ha difficoltà a contare il resto e porgermelo. Vicino a lui una giornalaia giovane che non avevo mai visto che sorride mesta alla mia faccia che cerca di non essere troppo basita ma di fatto lo è. Devo tornare a casa per parlare con mio padre e sapere che a Tonino è stata diagnosticata la sclerosi multipla. Tonino ha pressappoco la mia stessa età e non si sa quanto potrà durare. Sublimo la tristezza ed il dispiacere in una incazzatura con lo zombie mayor per non avermelo mai detto.
La zombie minor non ha voglia di cucinare, evvabbè. Mi metto ai fornelli et voilà gateau de paste avec du formage italien (pasta al forno) e concassé de viande avec des pommes de terre (spezzatino e patate). Impeccabili, non c’è che dire. Ma non c’è niente da fare. La tristezza mi serra la gola, ho voglia di piangere, per la domenica sera, per Tonino, per l’influenza debilitante dei miei, per la depressione mia, per il mondo che riesce a partorire due idioti che parcheggiano davanti ad un passo carrabile, chiudono la macchina e se ne vanno a scommettere sulla Scafatese.
