Regredire

Sono lì, io adulta, in piedi. Nell’angolo della stanza che ricordo in ogni dettaglio – la libreria svedese, le poltrone colorate, la scrivania – c’è una bimba di tre anni con i codini biondi a cavaturacciolo come Buffy di Tre nipoti e un maggiordomo. Giocava con un tagliacarte, forse cercava di forzare qualcosa, forse l’ha fatto apposta, forse è stata solo maldestra, insomma si è ferita profondamente alla mano destra. Esce sangue, ma lei non piange, non urla, non corre di là cercando la mamma che sta cambiando i pannolini ad una sorellina nuova di zecca. Forse ha troppa paura per muoversi, forse è solo curiosa di capire che le sta succedendo, forse – insinua il guru – le è stato insegnato a non mostrare emozioni forti, a non disturbare se sa che la mamma è impegnata.

L’io adulta si sente sciogliere di tenerezza di fronte a quell’io bambina tremante e sanguinante. Spinta dal guru, avanza verso di lei, la prende in braccio, le dice di non avere paura, di non preoccuparsi, che non è niente. La fa ridere, le disinfetta e fascia il dito. La stringe forte, le dice che è tutto passato.

Crescerai, ma non farà male. Te lo prometto. Ci sarò io, ad abbracciarti.

Shel e i rapporti di coppia

Ufficio, interno giorno

Stelvio >devo andare, mia moglie mi aspetta
Shel >ah, sei sposato .. (rivolto a me) e tu?
Io >io no …
Shel >hai qualche problema? non ti piacciono gli uomini? sei lesbica? a me puoi dirlo, non mi scandalizzo mica, io, sai! sono un artista, se non sei finocchio non vai avanti in questo ambiente

e giù una sfilza di nomi di gente che secondo lui è gay perchè gli hanno messo le mani addosso durante le vacanze a Porto Cervo. Fra i tanti: Pippo Baudo, Fiorello, Pino Daniele, Bonolis. Quando arriva a Stefano Bettarini io e Stelvio, ma soprattutto io, rompiamo gli indugi e dichiariamo con forza la nostra convinzione che ci stia raccontando una cofana di stronzate. Bettarini sarà scemo come una cucuzza, ma non può essere gay, mi cade un mito, cazzo.

Passano dieci minuti.

Shel >sapere mantenere un segreto?
Io e Stelvio > … dipende.
Shel >allora mi fido. Se mi aveste detto “sì” non ci avrei creduto, ma visto che mi avete detto “dipende”, e visto che non avete creduto alla storia di Bettarini gay [ah, ecco, mi pareva] mi posso fidare.
Io e Stelvio > …..
Shel >dal mio apparecchio telefonico si possono fare telefonate interurbane, intercontinentali, ai cellulari e dove cazzo vi pare. E potete usarlo, se volete.

Siamo svenuti dalla gioia.

Sempre la stessa storia

.. e alla fine, quando ti rendi conto che anche l’ultima battaglia è persa, anzi che non ti viene data neppure la possibilità di cominciarla, la battaglia, che sei messa da parte come una ragazzina troppo piccola per capire, faccio io che tu non ci riesci, anzi faccio io che tu sei scema, e ricordati che lo faccio per il tuo bene, e senza manco dirtelo, che non c’è nessuna possibilità di mediazione, e che ancora una volta implacabilmente l’errore viene condannato senza nessunissima possibilità di appello, e non c’è la benchè minima possibilità di provarci una seconda volta, anzi anche solo di provarci, a mettere una toppa, quando ti rendi conto desolata che nessuno di quelli che dovrebbero si sforza di capire e sostenerti, almeno per permetterti di prendere una decisione con la TUA testa, allora non ti resta più niente che una sconfinata voglia di piangere, di annegarti nelle lacrime, di annullarti nelle nuvole che anche loro, finalmente, dopo dieci giorni di scirocco africano, si sono decise a piovere.

Recito da quasi venti anni sempre la stessa tragedia, sempre la stessa parte della stessa tragedia, sempre con lo stesso prevedibile epilogo dal quale riemergerò di nuovo da sola e di nuovo pronta a ricominciare dall’Atto I, Scena I, fino a che non mi romperò seriamente i coglioni e deciderò di dare fuoco al teatro.

Signor e signori, stasera in scena Il Fallimento, accorrete numerosi.

Shel fisioterapista

Shel si è informato sul nostro stato di salute e quando ha saputo che Stelvio ha problemi di schiena senza dire una parola si è alzato, gli si è messo alle spalle, lo ha abbrancato sotto le ascelle e lo ha sollevato di peso urlando “RILASSATI!! RILASSATI!! LASCIATI ANDARE!!”

Stelvio aveva lo sguardo dell’impiccato, la guardia giurata che si è affacciata sulla porta aveva già la mano alla fondina, io mi rotolavo a terra dalle risate. E’ iniziata un’altra bella giornata di lavoro.

Cambiamenti

Ho tagliato i capelli. Non cortissimi, ma un bel pò più corti di prima.

Grazie alle amorevoli cure del mio dentista, sto ricominciando a masticare dal lato destro, e sento il collo che scricchiola, si vede che masticare solo a sinistra mi aveva storto qualcosa nella postura vertebrale, che adesso torna a posto.

Ricomincio a fare jogging, 4 km. al giorno ogni giorno alle 7 del mattino. Mi fanno male tendini, i calli, le ginocchia, però respiro.

Qualcosa ricomincia a muoversi, dentro, dopotutto.

Ineccepibile

Stamattina mi viene dato l’incarico di prenotare una saletta riunoni per il giorno 10 Novembre. Vorrei far notare che fra le sei stanze che compongono la nostra fetta di ufficio pubblico ce n’è una destinata ad una SEGRETARIA,  un essere di età indefinita con gli occhi perennemente sbarrati da un indefinibile terrore e non mi vorrei sbagliare ma fra i compiti delle segretarie POTREBBE esserci anche quello di prenotare una saletta riunioni, soprattutto se la saletta in oggetto è sul nostro stesso piano, non è che dobbiamo prenotare la Royal Albert Hall, eh??? No, devo farlo io. Vabbè. Pierre Cosso si offre di accompagnarmi dall’UomoChePrenotaLeSaletteRiunioni, un piano più sotto.

Arriviamo davanti alla sua porta alle ore 10:12, muniti di regolare domanda scritta formata timbrata e tutte le madonne santissime che la burocrazia impone. A uan mia precisa richiesta di mandargli na mail mi ha rispsoto che non si può, “serve il documento cartaceo. E ah, signorì, arrivate SUBITO, perchè se nel frattempo mi arriva un altro documento cartaceo io devo dare la precedenza a quello.” Oh Madonna. 

Lui non c’è. Alle 10:18 cediamo alla fatica e ci sediamo sul divano del corridoio. Alle 10:25 arriva. Presentazioni, bla bla, passaggio di carta. Esamina la domanda lettera per lettera, non mi preoccupo perchè le parole contenute sul foglio di carta, intestazione compresa, saranno forse 20. Ci fa ripetere tredici volte, nonostante siano scritti bene in chiaro, giorno e ora della riunione. Si piazza davanti al computer e armeggia e smanetta per circa 10 minuti. Esita prima di dare invio a qualunque cosa come se temesse che invece di lanciare, chessò, una stampa, stesse comandando l’apertura degli hangar di sicurezza a Cape Canaveral e il successivo lancio di missili nucleari su Cuba.

Quando alla fine (ore 10:42) ci rilascia quella che potrebbe sembrare una ricevuta, scopriamo trattarsi invece di UNA COPIA (sembra un dettaglio trascurabile, ma non lo è) del calendario di occupazione della ormai famosa saletta, una griglia di Excel con tre colonne: data,  ufficio che chiede l’utilizzo della sala, orario per il quale si chiede l’utilizzo. La SECONDA COPIA, il solerte impiegato la prende con sè. Si alza e attraversa tutto il corridoio, sale un piano di scale e attacca il foglio A4 con due puntine sulla porta della saletta. L’operazione, ci dice con malcelato orgoglio, viene compiuta OGNI VOLTA che qualcuno chiede l’utilizzo della sala ed essa viene accordata. Quindi, se nella giornata ci sono dieci richieste, anche per date successive di un mese o due, lui si alza, percorre tutto il corridoio, sale un piano di scale, appiccica, ridiscende un piano di scale, ripercorre il corridoio e torna trionfalmente al suo posto. Pronto al prossimo aggiornamento.

Ora. Bambini, un momento di attenzione, prego.

Se tirassimo una ipotetica linea di frazione, e al denominatore mettessimo il tempo in minuti impiegato per compiere l’operazione, e al numeratore un numero indice che indica l’importanza, per i processi produttivi dell’azienda – ente pubblico, dell’output ottenuto (in questo caso il numero indice oscilla fra 0,000 e 0,001) ne ricaviamo un secondo numero indice che potrebbe essere scritto a caratteri cubitali sulla porta di ciascuno degli impiegati, in modo da farne oggetto di pubblico ludibrio e malevoli commenti da cesso. Eeh?

Ah, per concludere: il nome dell’ufficio a cui appartengo, richiedente la saletta, sulla ricevuta, è sbagliato.

Ne vedremo delle belle

Stamattina il nostro nuovo compagno di stanza, ribattezzato a maggioranza Shel Shapiro (l’alternativa era Antoine, ma Antoine è anche il nome di un celeberrimo bar cittadino, e non volevamo confondere le acque), forse resosi conto di avere un pò esagerato ieri e che nè io nè Stelvio passeremo il tempo a buttargli i documenti nel tritacarte, nonostante tutto, ci ha fatto un bel sorriso e ci ha proposto – con la massima serietà – di aprire insieme a lui un banchetto al mercato per vendere prodotti artigianali equadoregni.

“Tanto siete precari. Si possono guadagnare fino a 500 euro a sera” è stata la sua stringente – e sconfortante – logica.

Poi ci ha chiesto se può portare nella stanza il suo organo elettrico Hammond perchè ha bisogno di esercitarsi un pò, ogni tanto. Ma niente paura, lo fa con le cuffie quindi non disturba. A proposito, abbiamo visto da quale parte i suoi spartiti? Nel trasloco di stanza li ha persi.
Voci di corridoio purtroppo fondate ci informano che la sua posizione amministrativa è D6. Insoma, ragazzi, Shel Shapiro è un dirigente.

Ci sarà da divertirsi, ma per motivi molto diversi da ieri 

Vi presento Shel

Dopo mesi di insistenze e una sorta di sciopero bianco, la Direzione Generale ha tratto me e Stelvio dal sottoscala nel quale eravamo collocati

(dialogo pluriquotidiano di quest’estate:
> Interlocutore: “Beh, però qui almeno si sta freschi! no?”
> Io e Stelvio: “.. Grrr ….”
> Interlocutore: “Freschi! nooo?”
> Io e Stelvio: “NON CE NE SBATTE UNA CIPPA SE SI STA FRESCHI!! E’ UMIDO! BUIO! E’ UN SOTTANO!!!!”*)

e ci ha assegnata una calda luminosa stanza del piano ingresso.  Ne prendiamo possesso in mattinata e constatiamo che dovremo dividerla con un terzo collega. E che problema c’è? dichiariamo, ingenui. Gli altri impiegati ci guardano con una puntina di commiserazione della quale non ci rendiamo subito conto. La Dirigenza sa quello che fa e sta facendo la punta al citrulo che deve piazzarci fra le chiappe. Spostiamo le tre scrivanie in modo da razionalizzare lo spazio. Ad un tratto si apre la porta ed entra il nostro cosiddetto collega. Ultracinquantenne, robusto, capelli un tempo biondi lunghi fino alle spalle e legati con un elastico, occhi azzurrissimi e spiritati, jeans strappati, giubbotto multitasche. Una indefinibile aria di unto. Un incrocio fra un figlio dei fiori, un clochard e un poliziotto infiltrato nel giro dello spaccio di droga sotto copertura. Esordisce così:
Lui: Chi cazzo vi ha dato il permesso di spostare la MIA scrivania?”
Noi: ” ..beh veram..”
Lui: “Questa scrivania DEVE RESTARE ESATTAMENTE DOVE IO L’AVEVO MESSA. E mettiamo in chiaro un’altra cosa: qui c’è un solo telefono e serve a me. Non potete usarlo nè per fare nè per ricevere telefonate. Io non sono collegato alla rete del Diaprtimento perchè non voglio che qualcuno controlli quello che faccio. Per Internet uso un modem [ehhhh??? in un ufficio pubblicooo?? ma è pazzo???] Se vi manca qualcosa potete chiedere alla VOSTRA Dirigente di procurarvela, basta che non rompete a me”.

Io E Stelvio siamo troppo basiti per obiettare che se lavora in questo Dipartimento, la Dirigente è UNA ed è anche la sua. Ma si vede che la marjiuana dà poteri medianici, perchè mi legge nel pensiero e aggiunge:
“Io non mi riconosco come dipendente di questa Amministrazione”
“Però lo stipendio te lo fotti” pensiamo all’unisono io e Stelvio.

E’ troppo. Urliamo tutti e tre come un sol uomo facendo accorrere la vigilanza. Sdegnato, il cocainomane abbandona la piazza. Come molti uomini, sottovaluta la capacità che ha una donna di farlo schiattare in corpo, e di applicare raffinate tecniche di mobbing, procedura che conto di applicare a partire da domani.

Qualche esempio cui ho pensato nel pomeriggio:
1. arrivare in ufficio prima di lui e staccare tutti i collegamenti del suo pc. Alla sua richiesta di spiegazioni, dire che non ne sappiamo niente, è entrato un uomo con la barba e ha staccato tutto dicendo che doveva portare via il pc, poi se ne è andato e boh. Ripetere una o due volte al mese, cambiando ogni volta il pezzo da smontare, qualcuno portandolo via davvero.
2. redigere una falsa circolare dipartimentale nella quale si fa ASSOLUTO DIVIETO ai dipendenti di portare i capelli oltre i 3,5 cm. Citare sentenze della Corte d’Appello di Culatello Milanese nelle quali ai trasgressori è applicata poco meno che la pena di morte. Dichiarare che è stato sempre il solito uomo con la barba a entrare e posare quelle circolari sulle nostre scrivanie.
3. discutere con Stelvio in sua presenza sulle tecniche di archiviazione secretata e dichiarare di avere un programmino cinese che rintraccia QUALUNQUE password in 10 secondi netti.

Ci sarà da divertirsi, babies.

 

* sottano (o suttano) = termine dialettale locale per indicare abitazioni proletarie proprie del centro storico della nostra città, alle quali si accede scendendo alcuni gradini, e quindi sono al di sotto del piano stadale, soggette perciò ad allagamenti, e prendono luce solo dalla porta d’ingresso. Corrispondono più o meno al basso napoletano e al catojo siciliano.

Parallelismi

Ho scoperto che la segretaria dello psicoterapeuta è stata una sua cliente (io per la verità sospetto che sia anche l’amante, ma è una mia pippa personale). Per sapere se vale anche per la segretaria del dentista dovrei guardarle in bocca. Ma se ci provo quella mi stacca il naso con un morso, non ho mai visto nessuno preparare con tanta brutale efficienza e satanico ghigno i ferri per la trapanazione e la siringa di anestetico.