Ingorghi (su Twitter?)

Si, ecco, sarebbe il caso di scrivere qualcosa di nuovo.

Ma non è stata una settimana travolgente. E’ evidente che non ho lo stesso segno zodiacale del prof. Monti, per dire: per lui sì, che è stata la settimana che ti cambia la vita. La cosa più eccitante che mi è capitata è stata sturare il lavandino del bagno con la soda caustica. Cioè, non lo so se è soda caustica: è un barattolino di pietruzze grige che si compra al discount e risponde al poco originale nome di STUR. Si versano le pietruzze nel buco del lavandino e sopra ci si buttano due litri di acqua bollente, avendo cura di tenere lontana la faccia. Qualche secondo di orribili rumori digestivi da film dell’orrore, qualche rigurgito nei casi più gravi, et voilà, si può far scorrere acqua tiepida nella certezza che scivolerà via senza più intoppi.

Per analogia (o forse no, ma vabbè), rifletto ancora su Twitter.

Come sanno ormai anche le pietruzze di STUR, non mi reputo esperta. Però frequento il web da molti anni, ho fatto i miei errori e con gli anni mi sono fermamente convinta che un massiccio utilizzo del buon senso e di tutta la materia grigia che ci portiamo dentro (poca o molta, quella è, basta farla funzionare al massimo delle sue possibilità) è più che sufficiente per viverci dentro con seremità, nel web, traendone tutto il buono possibile, che è tanto.

[l’ho già detto che il web, essendo uno strumento, come tutti gli strumenti non è nè buono, nè cattivo, buono o cattivo è l’uso che se ne fa? sì, vero? e se non l’ho detto io, l’ha detto di sicuro qualcun altro, e io sottoscrivo]

Prendiamo due questioni molto dibattute in questi giorni: la storia di @palazzochigi e il massiccio arrivo di persone di spettacolo su Twitter (l’onnipresente Fiorello su tutti). Non sto a fare disamine tecniche, le fanno altri molto meglio di me (su @palazzochigi ad es. ne ho letta una  ben fatta e convincente (via Catepol). Dico però che ad utenti con un minimo di esperienza, come la sottoscritta, o semplicemente dotati di un po’ di senso comune, bastavano poche letture per capire che si trattava di un fake – se in buona o in mala fede, se con intenti puramente ironici o addirittura satirici, questo si capiva meno, in ogni caso addirittura chiuderlo mi è parsa misura esagerata, a meno che non l’abbia chiesto il prof. Monti in persona.

Come pure basta poco per capire se il VIP che ha aperto l’account Twitter lo usa in modo proprio o improprio o inutile o addirittura dannoso; se sanno che strumento di comunicazione hanno in mano, o non lo sanno (@BFiorello, ad esempio, secondo me non ci ha capito nulla, ancora, si muove confuso, ovviamente si annoia o si è spaventato e tra poco molla). In genere, io sono abbastanza poco interessata a chi si iscrive solo ed esclusivamente per pubblicizzare iniziative proprie in corso (Fiorello continuerà a mitragliare post anche dopo che il suo spettacolo su RaiUno sarò finito?), come detesto i politici che usano account(s) Facebook o Twitter solo durante la campagna elettorale, e poi spariscono in un buco nero dell’etere. Il che, a ben vedere, è esattamente il contrario delle politiche wikicratiche, la più interessante delle discussioni che imho c’è al momento in rete, insieme a quella degli opendata, con la quale va del resto a braccetto. 

Io del VIP o presunto tale voglio sapere che pensa del mondo che lo circonda, in che mondo vive, che vita fa, che problemi incontra nella giornata media, possibilmente quando NON è sotto i riflettori: ovvero, più o meno le cose che scrivo io (riflettori esclusi).  Dal politico voglio sapere cosa fa tutti i giorni, come si costruisce giorno dopo giorno la sua azione politica, che decisioni prende e perchè. Poi vorrei anche che mi rispondesse, se gli faccio una domanda, invece di limitarsi a sentenziare, però mi rendo conto che questo presuppone un mondo perfetto e ideale del quale al momento non abbiamo tracce.

Sia all’uomo di spettacolo che per al politico, io non chiedo di essere sempre impeccabili, nè di essere tuttologi, come non lo è nessuno di noi. Si possono avere piccole ignoranze, cedimenti, momenti di debolezza, incertezze, si può non avere una opinione su qualcosa (ma promettere di informarsi per farsela). Si può confessare di non resistere alla cioccolata fondente, e di preferire le camicie alle polo. Si può condurre una campagna contro la vivisezione, e restare tiepidi di fronte alla legge sull’editoria che taglia la possibilità di fare sconti nei negozi di libri on line. Una immagine più vera di uomini normali che il caso o la volontà hanno posto sotto una luce diversa da quella sotto la quale siamo tutti noi. Meno immagini leccate, insomma, meno falsità. Ecco cosa mi piacerebbe leggere su Twitter.

Va bene, la smetto.
Ma non ho finito, eh.

Twitter, le cose che ho capito

Consapevole del fatto che le mie riflessioni sono datatissime e sono state già fatte eoni fa da tutti i geek del pianeta, procedo a testa bassa: come per tutti gli Arieti megalomani di questa terra, conta solo quello che capisco io, e quando lo capisco (tardi, in genere). In altre parole: scopro l’acqua calda. Lo so, non c’è bisogno di infierire. Stop.

Mentre su Facebook sono possibili solo due modalità di interazione (amico / non amico), su Twitter le modalità di interazione possibili sono quattro:

  • non ti seguo e tu non mi segui, ergo non ci conosciamo, non ci caghiamo e ci stiamo forse anche un po’ sui maroni. Ci ignoriamo felicemente, insomma;
  • io ti seguo ma tu non segui me: posizione detta anche del “piccolo fan”. Tu mi piaci, io leggo quello che scrivi perchè mi interessa, mi piace, mi diverte, però tu non ritieni di fare altrettanto. Probabilmente sei un personaggio famoso o semifamoso, mi guardi dall’alto in basso, non te ne frega una beneamata ceppa di sapere cosa scrivo io, ti basta sapere sapere che faccio parte del codazzo di millemila umani che leggono le tue esternazioni.
    E vabbè.
  • tu mi segui ma io non seguo te: io non sono un personaggio famoso o semifamoso. Se non ti seguo è perchè cerco di applicare una regola che mi ero posta per Facebook (e che su Twitter è del tutto vana, poi spiego perchè), ovvero che NON ti seguo se non ti conosco personalmente anche nella vita reale, oppure – corollario Twitter indispensabile – NON ti seguo se non sei una persona famosa o semifamosa  della quale mi interessa conoscere il parere, anche se non ti conosco di persona. Ma il fatto che il numero di seguiti e seguenti sulla mia bacheca sia pressochè uguale, significa che non sono poi così rigida, nella gestione di chi seguo.
    Corollario 1: su Twitter non puoi impedire di essere seguita da gente che non conosci, che ti sta antipatica, che non stimi o non apprezzi. Cioè, potresti, però è veramente antipatico e sgradevole cassare qualcuno, a meno che non ti abbia molestato o insultato in modo inequivocabile. Non ne ho la certezza, ma credo che se cancelli qualcuno dai tuoi followers lui lo venga a sapere, a differenza di quanto accade su Facebook, dove le cancellazioni degli amici sono stragi silenziose delle quali l’interessato si accorge forse dopo mesi, potendo pensare che il fatto che non legge più nulla di tuo dipende dal fatto che tu non stai scrivendo, perchè hai altro da fare. E un follower cancellato ci resta male e/o serba rancore, e non è bene. Insomma la regola su Twitter è “fare buon viso a cattivo gioco” con chi ti segue;
    Corollario 2: su Twitter occorre stare molto ma molto attenti a quello che si scrive. E questo per via di un altro diabolico gadget di Twitter, che è il retwit. Un mio follower può essere così colpito dalla stronzata che scrivo, da volerla diffondere al mondo. La retwitta, cioè la rende leggibile anche ai SUOI followers. Che io ovviamente ignoro chi siano, e che possono essere centinaia. Siccome il processo può essere ripetuto potenzialmente all’infinito, in teoria la mia cazzatina può essere letta da Barack Obama, o da un cinese che vive in Australia. O, molto più pericolosamente, dal mio collega del palazzo affianco che non ho fra i miei follower, e del quale ho appena scritto che puzza.  [N.B. l’esempio è fatto a caso, NON HO COLLEGHI CHE PUZZANO]. Quindi attenzione a non fare battute velenose su amici, su politici, a non divulgare questioni personali, notizie di lavoro riservate, giudizi su performances sessuali, insomma scrivete solo cose anonime, notizie di lavoro non riservate, cose che vedete voi ma vedono anche (molte, se possibile) altre persone, tipo commenti su una manifestazione in piazza o su un concerto pubblico.
  • tu mi segui e io seguo te: va tutto bene, ci vogliamo bene, ci stimiamo, ci commentiamo, ci seguiamo con affetto, talvolta discutiamo ma questo non mette in forse la nostra amicizia. Il passo successivo è il bacio in bocca.

Inoltre: a giudicare dai personaggi che sono su Twitter ma non su Facebook, mi sono fatta l’idea che Twitter sia considerato (anche) un mezzo di lavoro, serio, importante, dove si rilasciano dichiarazioni abbastanza serie ed importanti, mentre FB è considerato più un mezzo di puro cazzeggio, per ragazzini che vogliono mettere la foto a torso nudo. Un mezzo più megalomane, che consente di dire molte più cose su di sè con un linguaggio non esclusivamente scritto [le note biografiche, i gusti, le foto, i filmati] e quindi relativamente più facile. Un po’ la stessa differenza che c’è [adesso scateno una battaglia, lo so] fra il Blackberry e l’I-Phone. Col primo soprattutto si lavora, imho, col secondo soprattutto si cazzeggia.  :p

Infine, Facebook non ha limiti alle battute dei post, Twitter sì, e per dire cose degne di attenzione, o semplicemente per raccontare un fatto in 140 caratteri bisogna avere un grande dono della sintesi, e una conoscenza impeccabile, ricca e flessibile della lingua italiana. Bisogna spesso saper essere folgoranti, in altre parole, e non perdere tempo in premesse. Dettaglio che io amo, di Twitter, ça va sans dire.

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Pubblicità Progresso – la Basilicata vista con gli occhi di un cineasta irlandese di 25 anni, dopo 7 giorni passati in giro a filmare. Ci sono altri 6 video in giro, perchè i cineasti, tutti giovanissimi, provenienti da tutto il mondo, erano appunto 7. Lodevolissima iniziativa dell’APT di Basilicata.
Guardate in che posto meraviglioso vivo io, e rosicate.

Il mio lato oscuro

Mettetevi davanti ad uno specchio come l'uomo vitruviano di Leonardo da Vinci.
Guardatevi.
Toccatevi (senza esagerare, il post non è vietato ai minori).
Non sentite che avete una metà diversa dall'altra? Non lo vedete?

Io lo vedo, e lo sento.
Quando scrivo al computer (con 4 sole dita, i due indici e i due pollici perchè non so scrivere a dieci dita) la mano sinistra va molto più veloce della destra. O forse copre una porzione di tastiera più piccola, non lo so, ma insomma i refusi quando scrivo dipendono soprattutto da questo. E questo vuol dire che l'emisfero destro del cervello è più attivo del sinistro, più veloce, più connesso, più reattivo.

L'orecchio sinistro è più a sventola del destro.

L'occhio sinistro è miope come il destro, ma da qualche tempo è anche presbite. Sabato vado dall'oculista e saprò dirvi se è una mia fisima o è vero, che non ci vedo allo stesso modo con tutti e due gli occhi.

Il seno sinistro è leggermente più piccolo ed ha una forma leggermente diversa dal destro.

Il braccio sinistro è più soggetto ad infiammazioni, a dolori muscolari, a tendiniti. Spesso mi fa male, dalla spalla alle dita. Mi hanno detto potrebbe essere un problema di colonna vertebrale. Ok, ma perchè non comprime nervetti che hanno a che fare col braccio destro?

Il grasso sui fianchi è depositato in modo diverso a sinistra e a destra, se ci passo le mani si sente, i rotolini sono leggermente differenti.

La gamba sinistra mi tira di più e i suoi muscoli mi fanno più male, dopo la corsa o comunque dopo l'attività fisica. Il piede sinistro poggia sul terreno in modo leggermente diverso dal destro.

Insomma, il sinistro è il lato sfigato, dolorante, problematico, diverso.
Oscuro.
Ci sarà un latente significato in tutto ciò, se escludiamo che ho sonno e dovrei andare a dormire?
Ci sarà una qualche sostanza allucinogena nei biscottini al cioccolato del discount, che mi fanno partorire questi post assurdi senza capo nè coda?

Bubola – Bennato – “Quello che non ho” – tribute to Fabrizio De Andrè, 2009

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Spotclastìa

“C'è una forza in movimento che attraversa il mondo,

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ed aiuta le aziende di ogni dimensione a crescere,
e ad esprimere al massimo il loro potenziale.
That's the speed of the yellow!
DHL. Excellence. Simply delivered.”

Questo delirante testo viene trasmesso per radio ogni quarto d'ora circa.

Ora.

Supponiamo per un attimo che io abbia 70 anni, o abbia vissuto a lungo in Papuasia, o in un qualunque felice posto non raggiunto dalle delizie della modernità, e quindi supponiamo che io NON sappia cosa è DHL e di cosa si occupa. Se vedo lo spot in tv, più o meno – ma veramente molto più o meno – mi posso fare un'idea di cosa si tratta. Ma se sento lo spot per radio, ma secondo voi, io capisco cosa pubblicizza? Chiudete un attimo gli occhi e riascoltate lo spot senza le immagini. Ma veramente è subito chiaro a tutti di cosa si tratta?

La parte in italiano può promuovere qualunque cosa, da una associazione di categoria ad una banca ad un sindacato all'Istituto per il Commercio con l'Estero fino alle mazzette da dare al politico di turno per ottenere gli appalti (non mi stupirebbe se diventasse spot promozionale, prima o poi). Mettete subito dopo “potenziale” le parole “Banca Intesa” o “Confartigianato” o “Corrompi anche tu, e volerai alto” e il testo precedente non farà una grinza. La parte in inglese, poi, è irritante come poche altre cose al mondo, e spiega ancora meno, ammesso che tutti quelli che stanno davanti alla radio parlino l'inglese so fluently.

Eh, ma lo spot non è diretto alle vecchiette.
Ah.

Ma perchè, gli imprenditori ascoltano con così puntuale attenzione la radio? e soprattutto, è tramite la radio che fanno le loro scelte commerciali sugli spedizionieri? e se lo spot è diretto a me, perchè potrei aver bisogno di un corriere per mandare un pacco a mia zia Matilde a Portogruaro, perchè, dannazione, non deve essere comprensibile?

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Brevi, ma troppo lunghe per Facebook

Breve 1 – Incluso trasporto e montaggio
Su Wired c'è una pagina dedicata al nuovo tapis roulant della Technogym. Il dettaglio nuovo è che ha il quadro comandi touch screen e collegato ad Internet, per cui correndo o camminando puoi guardarti la posta, aggiornare il tuo profilo Facebook, insomma navigare. Credo anche si possa selezionare un panorama da guardare, diverso ad es. dal muro bianco che ho di fronte io, quando corro sul tapis roulant.

Prezzo: 9.980 euro (ah però trasporto e montaggio inclusi, sisi).

Allontano per qualche secondo il giornale allungando le braccia, sono diventata leggermente presbite e non vorrei aver accavallato qualche nove. No no: è proprio novemilanovecentottanta euro. Parenti molto prossime di diecimila.

Scusate, eh: ma se posso spendere 10.000 euro per un tapis roulant, vuol dire che vivo in una villa e posso andare a correre all'aria aperta nel parco di mia proprietà con alberi secolari e squadra di giardinieri messicani che pota le rose lungo la pista da jogging disegnata apposta per me da Renzo Piano. Trasporto e montaggio inclusi. E quindi vai a spalare guano di elefante, cara Technogym (e un poco anche Wired, eh).

Breve 2 – Ma come la tolgono, 'sta polvere?
Stamattina arrivo in ufficio, accendo il computer e mi rendo conto che nel mio quadro visivo manca qualcosa. Nello specifico, manca la card identificativa che ci consente di accedere alla rete aziendale. Card che per i miei colleghi strutturati è anche cartellino marcatempo, e che quindi loro si portano dietro. Io, che non ho tempi da timbrare, dal 2007 – cioè da quando ci è stata consegnata con incomprensibile orgoglio –  la lascio piantata nel suo lettore, sulla scrivania. Non ha alcun valore economico e senza password non potrebbe comunque usarla nessun altro oltre me.

Stamattina, sparita.

La cerco brevemente e mi sono già rassegnata, inveendo contro la stupidità umana, a chiederne una in sostituzione (processo che comporterà una trafila infinita, manco fossi cubana e volessi un visto per Miami) quando la guardia giurata del IV piano entra trionfalmente nella stanza restituendomi la card. Risoluzione del mistero: la giovane signora delle pulizie, che – si badi – è sempre la stessa da almeno tre anni, ha spolverato la scrivania e ha visto la card, che io lascio esattamente nello stesso posto dal 2007, e ha pensato l'avessi dimenticata. Si è quindi premurata di toglierla dal suo alloggiamento e darla alla guardia giurata.
Gentle, per carità.

Ma cara ragazza, permettimi una domanda: come l'hai tolta la polvere, fino ad ora?

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Entropia cellulare

… dove “cellulare” ha a che fare con la telefonia, e non con i pezzi di vita di cui è fatto il nostro corpo.

“Per creare lavoro per 8 persone, basta mettere 4 persone a scavare una buca, e 4 persone a riempire le buche scavate” (J.M. Keynes)

Lo sciopero (sacrosanto) di Wikipedia mi impedisce di rintracciare la citazione autentica, l’ho riportata a memoria, quindi non fate i secchioni con le correzioni, oppure sì, fatelo e datemi la citazione corretta, così la sostituisco. Il buon vecchio John Maynard mi è tornato in mente ripensando alla mia breve ma passionale e tormentata relazione con Fastweb Mobile, descritta poc’anzi.

Stamattina sono andata in un negozio Vodafone One e sono tornata nelle confortevoli braccia del mio primo amore mobile: anzi, siccome tecnicamente sono “una che è passata a Vodafone”, sono tornata con apprezzabili incentivi tariffari. Mi dicono perfino che c’è gente che lo fa apposta: passa per una settimana con la concorrenza, e poi torna al vecchio gestore con lo sconto, che da cliente di vecchia data non riesce ad ottenere. E quindi la mia considerazione – che sto per esporvi – vieppiù si rafforza.

Alla fine, il gioco è a somma zero. Avevo un contratto con Vodafone, continuo ad averlo. Però quante energie sono state impiegate perchè tutto tornasse come prima?

1. gli impiegati del call center mi hanno braccato per alcuni mesi. Anche se non vogliamo considerare le tante telefonate che mi hanno fatto e che sono andate a vuoto, consideriamo solo l’ultima, quella con la quale mi hanno accalappiato: siamo stati a parlare forse un quarto d’ora (nel corso del quale a quanto pare io non ho fatto le giuste domande e il fiore calabro non mi ha dato le giuste informazioni, ma questo non c’entra). Comunque, tempo oggettivamente sprecato.

2. come ho raccontato, mi ha poi chiamato una seconda operatrice del call center, e io ho stessa li ho chiamati almeno quattro o cinque volte, prima perchè non mi erano chiari alcuni passaggi (purtroppo non quelli fondamentali, ok, non infierite), e dopo, per avere info sulla disdetta del contratto. Tempo sprecato.

3. ho fatto delle fotocopie di documenti d’identità. Ho spedito un fax. Mi è stato spedito un plico con corriere. All’interno del plico c’erano copie del contratto (che sono state stampate da qualcuno, che ha anche preparato il plico). Tutte operazioni che hanno un costo, che consumano energie, che fanno spendere tempo, influiscono sul bilancio ambientale, e sono tutte operazioni sprecate.

4. Sono andata di persona da Vodafone One, spendendo benzina, e un’ora della mia giornata. Lì sono stati stampati altri fogli per il nuovo contratto, e la signorina Vodafone mi ha dedicato una mezz’oretta. Risorse – materiali e immateriali – sprecate.

Tutto questo per cosa? Io ho un contratto con lo stesso gestore che avevo 10 giorni fa, e Fastweb ha conquistato e perso un contratto nel giro di dieci giorni. Io ho speso all’incirca 80 euro (ma potrei non aver speso nulla: i 30 euro di contratto mensile con Fastweb al momento non sono stati addebitati sul mio conto corrente, anche se dubito che vorrà regalarmi le telefonate che ho fatto e che farò finchè non subentra Vodafone; e i 50 euro di “anticipo conversazione” dati a Vodafone perchè io ho chiesto l’addebito in c/c avrei potuto risparmiarli se avessi chiesto l’addebito su carta di credito): ma quanto hanno speso Fastweb e Vodafone per tutte le operazioni che ho elencato sopra? Il tutto, ripeto, inutilmente, ai fini della modifica dello stato di cose nel mondo che ci circonda. Una entropia cellulare che trasforma cose in altre cose identiche alle precedenti, disperdendo però energia che non recupera più. Uno spreco.

Il sospetto, come ho scritto nel commento all’altro post, è che chi propone i contratti non approfondisca, se non su richiesta insistente dell’utente, i dettagli: tanto il recesso è una roba molto semplice, se ne occupa direttamente il nuovo gestore a cui ci si rivolge, non comporta particolari fastidi nè spese. E però nel frattempo il ragazzetto del call center ha messo un’altra spunta sul numero dei contratti che ha chiuso quel mese, che forse gli vale una piccola prebenda, chi lo sa.

Insomma, il sistema si autoalimenta gonfiandosi a dismisura e generando un (intollerabile, a mio parere) spreco di risorse, anche se probabilmente lo spreco è necessario per far lavorare più ragazzetti al call center, più signorine Vodafone, più rivenditori di toner delle fotocopiatrici e più corrieri. Più stampatori di circuiti: alla mia domanda a Fastweb: “Devo restituirvela, la SIM card?” l’annoiatissima ennesima signorina del call center con accento milanese mi ha risposto “Nossiora, può tranquillamente buttarla”. Dieci grammi di plastica che hanno avuto 7 giorni di vita (ma che l’ambiente, se la buttassi nel giardino sotto casa, ci metterebbe 700 anni a smaltire) [N.d.R.: senza Wikipedia, anche questa info è a memoria e approssimativa].

E’, per chi lo conosce, il paradosso di molti sistemi pubblici di formazione professionale: pochissimi allievi trovano lavoro grazie ai corsi seguiti, ma in compenso hanno sicuramente lavorato centinaia di docenti, tutor, segretari, coordinatori, consulenti, ricercatori e progettisti. Una macchina che si autoalimenta a prescindere dai risultati: se si facesse formazione ad aule vuote, paradossalmente, i risultati in termini di occupazione sarebbero pressappoco

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gli stessi. Per motivazioni le più varie, che non dipendono quasi mai dalla qualità della formazione erogata.

Finchè le vacche erano grasse, andava tutto bene.
Ma adesso, possiamo ancora permettercelo?

Colonna sonora offerta da Faber / Cecilia Chailly – Inverno

Fastweb Mobile è una sòla (sottotitolo: ma vaffa@@@lo, Clooney)

Cronaca di una sòla annunciata, che parte dall'assunto primo di tutti i servizi commerciali: la fedeltà non è un valore. Ho un numero Vodafone da marzo 1997, e ho lo stesso numero da dicembre 1998. Non ho mai avuto particolari problemi, però con il passare del tempo la quota mensile destinata alla telefonia si è gonfiata. Ok, nel 1997 il telefono lo usavo solo per telefonare, ora lo uso per parlare, chattare, navigare in Internet, però insomma volevo spendere meno.  Ma tutte le proposte con le quali  Totti e Ilary Blasi ci frantumano gli zebedei quotidianamente sono destinate solo – indovinate un po'? – ai nuovi clienti. Per cui se vuoi un'offerta decente devi essere nuovo cliente da qualche altra parte perchè di te, vecchia ciabatta fedele allo stesso gestore da 14 anni, a Vodafone non gliene strafrega una ceppa.

Un giorno che stavo particolarmente incazzata per il mio conto telefonico, mi chiama Fastweb. E' inutile negarlo: quando ti chiama Fastweb, la faccia di George Clooney ti si materializza davanti e le signore diversamente adolescenti come la sottoscritta un po' si sdilinquiscono, anche se il telefonista ha un pesante accento calabrese ed è affascinante come un pittbull. Poi io ho l'ADSL Fastweb a casa, e mi sono sempre trovata passabilmente bene, pochissime interruzioni del servizio, linea efficace e potente. Quindi, why not? non liquido subito il giovinotto, lo sto a sentire.

La proposta è buona: X minuti di telefonate, X sms, 2 GB di traffico Internet per una cifra mensile che è meno della metà di quanto spendo attualmente.  Vi prego, topolini all'ascolto, di prestare attenzione ai 2 GB di traffico Internet, sui quali ci soffermiamo a lungo, col giovane fiore calabro. Faccio tutta la trafila – adesione, invio copie carta di identità, attesa pacco, arrivo pacco, attesa abilitazione, avvenuta abilitazione.

ATTENZIONE: a metà della trafila ricevo un'altra telefonata da gentile signorina la quale mi chiede, TESTUALE, ne sono sicura: “Signora, lei sa che la SIM è attivabile solo con telefono UMTS?” alla quale io rispondo, ne sono CERTISSIMA: “Non c'è problema, HO UN BLACKBERRY“, risposta alla quale la signorina gentile ridacchia e dice “AH, BENE!!! così non ha nemmeno l'obbligo dei due anni!” Quest'ultima frase è misteriosa, ma non mi pare abbia alcuna attinenza, nemmeno alla lonana, con possibili problemi  futuri, anzi mi pare proprio che un “Ah! Bene!” possa essere inequivocabilmente interpretata come un'assenza di problemi di qualunque genere.

Arriva la SIM, oggi me la abilitano.
Chiamo, funziona. Alleluja.
Ricevo chiamate, funziona. Alleluja.
La connessione a Internet, invece, non funziona. Vabbè, potrebbe essere questione di tempo. Però le ore passano e di Internet non c'è traccia. Così, per scrupolo, pronta a farmi ridere dietro per la mia ansia dall'ennesima signorina da call center, chiamo il 192193. Questa la surreale conversazione che ne è seguita:

IO: “Salve, sono appena passata a Fastweb Mobile. Va tutto bene, però il Blackberry non si connette ad Internet. E' solo questione di tempo, o devo fare qualcosa?” Il sorriso mi si sente anche nella voce, sono una smarta, io, sono passata a Fastweb, lo dice pure George Clooney, che ci può essere di meglio? Ah, ah.

LA SIGNORINA FASTWEB (tutta giuliva): “Ah, signora, ma guardi che la SIM Fastweb non funziona con il Blackberry!”

IO (dopo alcuni secondi necessari a che l'informazione passi dalle orecchie al cervello e sia compresa in tutta la sua drammatica concretezza): “Sta scherzando, vero? Io ho sottoscritto un abbonamento con 2GB di traffico Internet, che non posso usare su uno degli smartphone più diffusi al mondo?” (ok, questo non lo so se sia vero, però è verosimile, eccheccazzo)

LA SIGNORINA FASTWEB: “Ehhmm beh.. ecco.. in effetti… si ecco,  funziona con gli smartphone, però non col Blackberry”

A quel punto l'incazzatura è già oltre il livello di guardia e con la giugulare gonfia ho aggredito la signorina spiegandole che il BlackBerry E' uno smartphone, e soprattutto che MAI in nessuno dei millemila passaggi vocali e scritti nessuno mi ha specificato che  non avrei potuto collegarmi ad Internet col Blackberry, e già che c'ero ho menzionato terribili rappresaglie giudiziarie e class action oceaniche e immdiato ri-cambio di gestore, e sputtanamenti via web. I primi due non saprei davvero da dove cominciare, il terzo dovrò farlo e già so che non sarà possibile e mi scorticheranno viva e dovrò giacere con le ginocchia sui ceci per tornare a Vodafone.

Sullo sputtanamento invece non ho problemi, e comincio da qui.

FASTWEB MOBILE E' UNA SOLAAAAAAAAA!!! 
Diffondete ai 4 venti, siate solidali con la povera Cambianeve 🙁

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Questi studi mi faranno ricca, lo sento

Il mio impegno dei prossimi mesi: mettere a punto un algoritmo che mi consenta di mantenere un perfetto equilibrio fra (socievolezza + necessità di mantenimento di relazioni) vs. (sfrantamento di maroni dovuto alle richieste non pertinenti altrui).

Mi spiego meglio.

Sono una persona naturalmente socievole e disponibile verso il prossimo. Faccio amicizia facilmente, sorrido quasi sempre, sono generosa e perlopiù altruista. Inoltre, per una serie di motivazioni legate al mio lavoro (due soprattutto: 1. è un lavoro di relazione, comunque, e 2. è un lavoro precario, che potrei perdere abbastanza facilmente) è mio interesse mantenere viva e vitale una rete di contatti più o meno amichevoli, si sa mai in futuro. Come dice un mio amico, “noi consulenti” (ahah) viviamo di visibilità, ovvero di far capire a quanto più mondo è possibile che siamo bravi, affidabili, leali, onesti, bravi (l’ho già detto?).

Le due cose insieme in sè sono tanto buone: ma accoppiate, come può succedere anche nella procreazione, generano un mostro che si nutre di tempo. Il mio.

Ci sono giorni nei quali a fine giornata mi rendo conto di avere speso più ore a risolvere problemi altrui, a fare piccoli o anche piccolissimi favori, a offrire spalle su cui piangere (e fazzolettini per soffiarsi il naso) che non a farmi gli stracazzacci miei. A fare il mio lavoro. Intendiamoci, è colpa mia: basterebbe dire NO di fronte all’ennesimo “Per favore, potresti?..”. Anzi, vi dirò di più: talvolta mi caccio nei guai da sola, offrendomi di fare cose che non è necessario che io faccia, per poi scoprire che ci voleva molto più tempo di quello che avevo immaginato. E a quel punto è tardi per tornare indietro.

Siccome non voglio soccombere di fronte alle richieste MA voglio mantenenere intatta la mia aura di persona affidabile und disponibile (perchè poi diciamocelo, è bello quando trovi il documento che nessuno sapeva dov’era, scovi l’informazione che nessuno era stato in grado di dare, vedi la luce della consolazione negli occhi dell’amica che ti ha intrattenuto due ore con le sue traversie semtimentali, congedi con pacca sulla spalla il collega che nessuno riesce ad ascoltare più di 3 minuti – tu nemmeno, ma hai avuto pazienza), mi serve un algoritmo, che mi misuri ogni giorno con esattezza quanti minuti posso dedicare ai cazzi altrui, e quanti invece devo lasciare per i miei, in modo che tutti continuino a pensare che sono gentile e disponibile e generosa e garbata ma non mi prendano per il culo, però.

Un algoritmo del perfetto equilibrio fra me e il mondo.
Un algoritmo che preveda delle priorità, che per esempio fra la mamma e il collega di cui sopra faccia prevalere la mamma, che tra la mamma e il moroso faccia prevalere il moroso, che tra George Clooney e chiunque altro al mondo faccia prevalere Geroge Clooney (questo magari ce la faccio da sola, a capirlo), e che tenga quel collega di prima comunque sempre in coda alla classifica.

Questa formula mi farò ricca, lo sento.
Poi la minutazione dovrei rispettarla, comiunciando a dire appunto un po’ di no, ma vabbè, ci porremo questo problema più avanti, miei piccoli fans.
Vado a studiare l’algoritmo.

9/11

Facciamo subito piazza pulita: non credo al complotto. Non credo e non ho mai creduto che un governo di un paese civile possa deliberatamente decidere di uccidere 3.000 suoi cittadini solo per poter dichiarare guerra all’Iraq e all’Afghanistan. Non ci credo e non ci credero’ mai, anche se resto affascinata dai dubbi, soprattutto quando ad esprimerli (indirettamente) e’ Giovanni Minoli. Ma non ci credo, al complotto.

Quando ci penso, quando penso all’11 Settembre, ci sono due cose che ricordo e a cui penso, sempre, quando vedo le Torri Gemelle trapassate come giocattoli, poi in fiamme, poi accartocciarsi su se stesse implose e sbriciolate.

Quel pomeriggio dormivo, un pisolino pomeridiano come milioni di altri, sul letto dei miei genitori, mia madre affianco a me. Mio padre apri’ la porta di botto, la voce alterata: “Venite a vedere che sta succedendo”. In tv, una delle due Twin Towers bruciava nella parte alta, fumo nero che si alzava da quell’edificio alto e snello, sembrava una sigaretta accesa. Non sono in grado di dire quando ho capito cosa stava succedendo, quando lo abbiamo capito tutti. Forse quando ho assistito, impietrita e del tutto incredula, al secondo schianto, e poi ai crolli, inevitabili eppure cosi’ irreali. Ecco, in quel momento un’ondata di paura, rapida e paralizzante, mi e’ salita addosso con un rumore sordo. Ho avuto paura, una paura totale. Perche’ ho pensato: non si fermeranno. Un aereo contro le Twin Towers. No, due. No, anche uno contro il Pentagono. No, ce ne sono quattro. Chi potra’ mai fermare l’escalation? ho pensato, mentre mi bagnavo in un attimo di sudore dalla testa ai piedi. Ho atteso terrorizzata che arrivasse la notizia che altri tre, cinque, dieci aerei stessero colpendo altrettanti monumenti in altrettante grandi citta’ americane. Washington, Dallas, Los Angeles, Las Vegas.
Chicago.
La citta’ dove viveva mia sorella.
Il terrore mi impediva di muovermi e pensare. Ci sono volute alcune ore perche’ realizzassi che era – si fa per dire – finita li’. Mia sorella aveva anche chiamato, pochi minuti dopo il secondo impatto, quando le linee ancora funzionavano, per tranquillizzarci e dirci che stava bene. Ma quando poi ho provato a richiamarla, ore dopo, non c’e’ stato verso. Andai in ufficio e chiesi, con le lacrime agli occhi, il permesso al mio capo di continuare a provare. Riuscii solo a lasciare un accorato tremante messaggio sulla segreteria di casa sua, pregandola di richiamarci. Cosa che poi fece, molte ore più tardi, quando avevo gia’ comunque più o meno ripreso l’uso delle gambe e della parola.

Ero tornata dagli Stati Uniti manco 10 giorni prima. Avevo passato da mia sorella le vacanze, tutto il mese di Agosto 2001. Quindi – ed e’

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la seconda cosa a cui penso sempre – in quella vacanza ho vissuto e salutato, salendo sull’aereo, un’America scomparsa: l’America pre 11 Settembre.
Potrei raccontarla, com’era, quell’America?
Ho cercato di non dimenticare nulla, di quel mese, ma comunque a parte le foto e i miei ricordi non ho altre tracce visibili, solide, e ho paura che tutto prima o poi svanisca, e l’unica America che io riconosca e’ quella ferita a morte dall’odio estremista.

Do you know grattachecca?

Lo ammetto: inizialmente mi sono scagliata anche io, sull'onda dell'indignazione popolare. Stamattina, però, in un felice stato di rilassamento domenicale, che notoriamente consente ai neuroni di vagare liberi e indisturbati e accoppiarsi liberamente fra loro per partorire pensieri inutili, mi è venuta voglia di capire meglio. Il fatto è stato riportato da tutti i giornali (non metto un link ad uno qualunque dei notiziari online che se ne sono occupati per un preciso motivo, che spiegherò fra un attimo) e sarebbe questo: nel test di ammissione  al corso di laurea in professioni sanitarie della Sapienza di Roma ci sarebbe stata una domanda così concepita:

“Nei pressi del noto liceo Tacito di Roma si trova la “grattachecca di Sora Maria”, molto nota tra i giovani romani. Sapresti indicare con quali gusti viene realizzata? Menta, limone, amarena oppure cioccolato…”

Così posta, la domanda è effettivamente assurda. Presuppone che tutti sappiano cos'è una grattachecca, e non si riesce effettivamente a capire – io almeno, se l'avessi avuta davanti così posta non avrei saputo che rispondere – la logica della domanda. E questo perchè il ghiaccio tritato (base della grattachecca) si può mangiare condito con sciroppi di ogni gusto, fra i quali sicuramente rientrano quello alla menta e quello all'amarena, e non escluderei che esista anche lo sciroppo al cioccolato, magari inserito di recente, anche se la granita al cioccolato è meno usuale. Quindi quale sarebbe la risposta esatta? Inoltre, tutti i giornali riportano la questione come inserita nel più vasto problema della serietà / attendibilità / pertinenza dei quesiti di cultura generale riportati nei vari test di ammissione alle facoltà a numero chiuso. Questo, dunque, presuppone che non sarebbe servita nemmeno la logica, a risolvere il quesito: se è una domanda di “cultura generale” si presuppone una accezione per così dire storica della domanda e della risposta; ovvero, per rispondere, io avrei dovuto proprio conoscere QUEL chiosco di granite, proprio quello, e sapere qual è il gusto (uno solo?) col quale si può condire il ghiaccio tritato in QUEL chiosco, a prescindere dai modernismi che possono farmi chiedere – e ottenere, oggi – una granita al gusto puffo.

Attenzione però a quei tre puntini finali. Moltissimi quotidiani on line riportano la domanda così, con quei tre puntini, che dubito possano esistere nella versione originale della domanda. Nella impossibilità di poter leggere il testo dei quiz in versione originale, e siccome non mi fido dei giornalisti, azzardo una ipotesi. In due passi.

1. supponiamo per un attimo che le possibile 4 risposte non fossero “menta, limone, amarena oppure cioccolato”, ma fossero risposte che contenevano 4 GRUPPI di gusti, di cui per piaggeria e comodità i giornalisti (o perchè i giornalisti on line copiano gli uni dagli altri) abbiano riportato solo il primo (gruppo). Supponiamo cioè che la domanda fosse così posta:

“Nei pressi del noto liceo Tacito di Roma si trova la “grattachecca di Sora Maria”, molto nota tra i giovani romani. Sapresti indicare con quali gusti viene realizzata?

a. menta, limone, amarena, cioccolato
b. menta, limone, amarena, benzina
c. menta, limone, amarena, Nutella
d. menta, limone, amarena, cocco

2. Supponiamo inoltre che la domanda non sia stata inserita nella Sezione “Cultura generale”, ma nella Sezione “Logica deduttiva”.

In queste due ipotesi sono in qualche modo confortata da una intervista nella quale un rettore Frati palesemente nervoso dichiara che la domanda serviva “a far ragionare, non a conoscere i gusti della grattachecca” (gli elementi benzina e Nutella li ha introdotti lui, infatti, non me li sono inventati), e da una intervista (minuto 00:31) alla Sora Gabriella, figlia della Sora Maria titolare del chiosco famigerato, che dichiara che “la vera ricetta originale della grattachecca prevede amarena, tamarindo, arancio, con pezzetti di cocco e limone”, quindi un GRUPPO di ingredienti, tutti allegramente mischiati al ghiaccio tritato nello stesso bicchiere.

Se così fosse, la domanda risulta forse un filo meno oscura: devo scartare per logica GRUPPI di gusti, e questo ovviamente per la presenza, in ciascun gruppo, di un gusto impossibile o meno probabile. Scarto quindi la risposta b., la c., resto un attimo incerta fra la a. e la d., poi mi convinco che cocco è un gusto più da granita della cioccolata, e metto la crocetta su d).

Resterebbe intatta la perplessità sul termine “grattachecca”, che effettivamente, in un test a livello nazionale, avrà messo inutilmente in difficoltà i candidati trentini o di Catanzaro: ma siamo nella normale e non so quanto veniale idiozia da test di questo genere.

Non ho la più pallida idea se questa mia ricostruzione dei fatti abbia un minimo di attendibilità, forse no, e forse quindi abbiamo fatto bene, tutti, a prendere per il culo i redattori dei test e il Magnifico Rettore Frati. Resta invariata la mia perplessità, unita a quella di molti altri, sulle tipologie di test e di domande fatte per accedere ad un corso di laurea: ma perchè non metterci invece, per le professioni sanitarie, domande di fisica, chimica, biologia, e magari anche etimologia dal latino e dal greco, dal momento che il 90% dei termini medici deriva da queste due amatissime lingue cosiddette morte? Domande di logica matematica, di competenza linguistica? E poi, sì, anche, certo, un 10% di domande di cultura generale, e un 5%  di domande di attualità, giusto per capire se sai in che mondo vivi, se leggi un giornale ogni tanto, e da che mondo vieni: ma poche, e non influenti sul totale del punteggio.

Resta, infine, un'ultima ipotesi: che la signora Gabriella che ha un chiosco che fa la grattachecca vicino al liceo Tacito a Roma sia parente del rettore Frati, che ha voluto così regalarle un quarto d'ora di insperata nazionale notorietà.

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