C’è grossa grisi

La voce che Stelvio ed io abbiamo costituito un gruppo di lavoro che parteciperà al prossimo bando per l’assistenza tecnica al FSE 07-13 (lavoro e stipendio assicurati per tre -quattro anni) si è sparsa.

E’ arrivata distorta, naturalmente, e i più pensano che il lavoro dipenda direttamente da noi, sopravvalutando il nostro ruolo, sottovalutando le incognite di un bando,  e attribuendoci un potere che non abbiamo, o che non abbiamo più. In ogni caso, costituiamo una possibilità.

Da tre giorni bussano con regolarità alla nostra porta non già solo i precari del Dipartimento, per  lo più timidi, uno o due addirittura minacciosi, ma i colleghi. Quelli “incardinati”. Quelli che pensavi più fortunati di te perchè hanno un contratto a tempo indeterminato.
E infatti non vengono per sè, ovviamente, ma per i figli.

Non so dirvi la tenerezza e l’annodamento allo stomaco che mi provocano queste visite. Uomini e donne che frequento in tutt’altra veste, con i quali magari talvolta ho avuto interlocuzioni severe, che bussano ed entrano, resi improvvisamente timidi probabilmente dalla vergogna, e vengono a spendersi un residuo di dignità per una via al lavoro per ragazzi che hanno quasi tutti intorno ai 30 anni.

Per consolarli – ben magra consolazione – dico loro che anche io, passati i 40, ho un futuro incerto, almeno in questa Pubblica Amministrazione. Abbiamo detto di sì a tutti, con le dovute cautele, anche se i posti nel gruppo sono ormai occupati da tempo. Questo è un altro dei motivi per il quale avremmo dovuto condurla diversamente, la trattativa con le cordate: adesso avremmo una rete di contatti alle quale provare a cedere curricula, espressione atroce  se penso che si tratta di giovani per lo più qualificati, talvolta brillanti, e siamo costretti a trattarli come merce, millantando, per far sentire meglio i padri e le madri, un potere che non possediamo.

Credo che quando ci ripenserò la crisi per me si condenserà in questo: colleghi diventati all’improvviso padri e madri, costretti a chiedere, e per di più a chi non ha veramente che minime possibilità di dare.

L’elastico spezzato

Facebook, come ha detto qualcuno, molla l’elastico teso delle nostre vite, e le fa tornare bruscamente indietro, riavvolgendo il tempo, chiudendo cerchi. Talvolta con esiti rattristanti.

F. lo conosco da quando avevamo 14 anni, abitavamo a 100 mt. di distanza, facevamo parte dello stesso gruppo di adolescenti del parco, in cerca di mattoni per costruirci quello che sarebbe venuto dopo. Alto e snello, fico, una bella faccia, un incisivo accavallato che aggiungeva fascino al sorriso. Una montagna di ragazzine ai suoi piedi, me compresa, ovviamente. Solo che a quei tempi ero molto meno spudorata, e credo lui non l’abbia saputo mai. Mi giocavo la carta dell’amicizia, eravamo spessissimo insieme.
Spianare la terra battuta di un ex cantiere dietro casa per ricavarne un campo da pallavolo in mezzo a putrelle di gru abbandonate. Gare di bob rossi nella neve, a coppie, lui davanti, tutto il peso a valle, io dietro che spingevo i concorrenti per farli deragliare o cappottare (la correttezza olimpica non era proprio fondamentale, a 15 anni). Andare a tornare insieme da scuola in autobus, in motorino, talvolta a piedi. La gita scolastica a Venezia. Scrutare insieme i nuvoloni compatti, d’inverno, intravedere il colore rossastro del cielo a neve e sognare che 5 metri compatti potessero cadere tutti insieme, di colpo, sploff, e tutto sparisce, e domani usciamo di casa dai balconi.

Intorno ai 18 anni ci siamo persi di vista, era fisiologico. L’Università fuori sede, amori adulti che cancellano le infatuazioni da ragazzini, un fiume che scorre e trascina via.

Lo ritrovo qualche mese fa. E – shock violento – non è più lui. Non somiglia manco un pò al ragazzo che era, a cominciare dalla foto. Non è solo questione di invecchiare, è scavato dentro, mostra al mondo una facciata di solitudine amara e cattiva e tristissima, che non riconosco. Si difende da qualcosa, la paura, forse, ma in modo patetico ed isterico, con armi spuntate. Praticante ai limiti del beghinaggio. Apparentemente estremista di destra, offensivo quando si parla di politica, ma in modo infantile e superficiale, come fanno i bambini. Ora leggo che è

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sulla via del ripensamento, in nome di un’etica individuale che non riesce nemmeno bene a chiarire, in omaggio a principi interiori che sicuramente hanno a che fare con le cose che gli sono piovute addosso, alcune anche devastanti, che giustificano – per carità – molto del suo atteggiamento.

E infatti il punto non è che non lo riconosco, che non scorgo più neppure un barlume del mio amico F. delle corse in bob. Il punto è avere sotto gli occhi il modo violento con il quale il tempo e le esperienze negative possono deragliare e schiantare vite, senza che il mondo intorno se ne accorga. Percepire con la chiarezza di un teorema matematico che se lasci qualcuno al punto A quando vai a riprenderlo al punto B dopo 25 anni di silenzio puoi trovare un altro. Con un’altra faccia, un altro modo di pensare, che ti è del tutto estraneo.

Un altro.
Solo con lo stesso nome.

Colonna sonora gentilmente offerta da Zucchero ed Eric Clapton.

La forma è sostanza (per le Poste, almeno)

Devo spedire un pacco negli Stati Uniti.
Contenuto: 3 libri in edizione economica, un etto di caramelline sfuse, una guarnizione di ricambio per una macchinetta da caffè. Valore della merce: 20 euro, si e no.
Faccio diligentemente un bel pacchetto utilizzando una scatola con le proporzioni di una scatola di scarpe (ma un bel pò più piccola). Vado giuliva alle Poste.
La signora prende il pacco, lo pesa, poi mi spara la tariffa: 50 euro.

Glom. 

E’ vero che l’America è lontana, ma una spedizione che costi una volta e mezza il valore del pacco mi sembra un filo eccessiva. Chiedo senza grosse speranze se non ci sia una forma di spedizione più economica, visto che non ho fretta che il pacco arrivi (purchè arrivi).

C’è.

Si può fare una raccomandata. Però – c’è un però surreale – siccome la raccomandata generalmente serve a spedire documenti, ecco che la raccomandata va fatta con una busta. Una di quelle buste gommate e imbottite. Anche grande, sì.

Vado a comprare la busta. La riempio.

Contenuto: 3 libri in edizione economica, un etto di caramelline sfuse, una guarnizione di ricambio per una macchinetta da caffè. Valore della merce: gli stessi 20 euro di prima.
Vado allo sportello, la signora prende la busta, la pesa (stesso identico peso della volta precedente), mi dice la tariffa: 8 euro.

😐

Morale: se della merce viaggia affastellata fino ad avere uno spessore consistente, sarà un pacco e costerà una cifra. Se la stessa identica merce viaggia distesa, con spessore minimo, sarà una raccomandata e costerà 6 volte meno.
Arrivando naturalmente nello stesso identico posto. 

La forma è sostanza, almeno per le Poste Italiane.

Non voglio crescere più

Oggi è una giornata così, con le pezze colorate al culo e i piedi nudi.
Una giornata che si ride delle difficoltà, una giornata che si dice la verità, una giornata che  ce la spassiamo in città.

Come ieri sera: tre belle distinte signore sulla quarantina che mangiano la pizza, viste da fuori. Tre ragazzine di 15 anni, viste da dentro, che si rubano le patatine dal piatto, ridono fino alle lacrime di stronzate, come fra i banchi di scuola, e nel frattempo aggiornano un romanzo infinito di gioie e piccoli dolori, di dettagli di vite conosciute così a fondo che se ne potrebbero raccontare a vicenda l’una quella delle altre.

E’ impossibile separare le tre signore da quelle ragazzine che tornavano a casa col motorino cantando a squarciagola e ridendo, in giornate di autunno iniziate con la nebbia e finite con il sole splendente e terso di Ottobre. Una sorta di anossia dovuta alle grandi aule blindate tutta la giornata, allo sforzo di capire e partecipare (all’epoca non era un delitto, stare attente in classe) ci rendevano euforiche e predisposte alla ridarella, quando poi uscivamo all’aria aperta e il cervello si inondava di ossigeno.  Una selvaggia voglia di vivere, che non è calata di un millimetro.

Colonna sonora di oggi offerta da Fiorella Mannoia & Enrico Ruggeri.

 

8 Marzo

Una breve raccolta di frasi e concetti che mi ricordano la strada fatta, quella ancora da fare.
E che talvolta non siamo manco partite.

Dialogo telefonico con il manutentore di caldaie.
Io: “Guardi, la caldaia è bloccata. Ho provato a spegnerla e farla ripartire, ma niente. Dovrebbe venire a dare un’occhiata.”
Lui: “Signo’ scusate, una domanda. Il gas, è aperto?”

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Otto marzo.  Mentre sono piegata a pulire il cesso, arriva mio marito e dice “Amore, vado in palestra. Ti porto una mimosa?”
(copyright Lea Swashbuckler)

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In assenza di una interpretazione autentica, a cui forse avrei avuto diritto, mi sono dovuta trovare da sola una motivazione ad un rifiuto di una qualunque forma di intimità con la mia persona. In assenza di contraddittorio, mi sono data la spiegazione che più mi faceva comodo.
E mica ci dobbiamo sempre prendere a bottigliate nelle palle. 

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Un premio postumo, assegnato oggi a Cecilia. Le motivazioni grondano zuccherosa retorica, insopportabile se si pensa a come era lei, così ironica, così capace di rendere facili le cose difficili. E se si pensa a quello che le hanno fatto passare quando era in vita, e lavorava, e come da Dio lavorava.

Io so solo che lavorando al progetto di cui lei era responsabile,  io e Ros ogni tanto alziamo la testa, ci guardiamo in faccia e facciamo un piccolo sospiro. Troppe cose da spiegare, a chi – anche incolpevolmente – ha pensato che sedere sulla sua sedia significasse prendere il suo posto.

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Trailer del giorno affidato all’indimenticabile performance di Meg Ryan.
Eh, si. Che lo crediate o no, succede  😉

 

Eccheccevo’

Il corto del mio amico Rocco Messina è sulla prima pagina di Youtube.
Una intelligente deliziosa satira sulla difficoltà di accesso al mondo del lavoro, un surreale colloquio di selezione nel quale si condensano tutti gli incubi dei precari (meridionali, diciamo la verità). Un messaggio amaro, declinato in pochi minuti: per quanto infima sia la posizione lavorativa occupata, in questi anni difficili non c’è limite alle difficoltà che bisogna affrontare per accedervi.
E nel corto, a rendermelo ancora più caro, un buon 50% delle mie relazioni umane quotidiane. Visibile Stelvio, e uno strepitoso Pierre che fa il delirante presidente di Commissione.

Noi l’abbiamo sempre saputo.
Ora lo sapete anche voi.
Bravo, Rocco  😉

 

Ho visto cose che voi umani … / 2

Il battesimo.
Semplice cerimonia di instradamento di incolpevoli infanti verso la china della religione cattolica. Gesù si è fatto battezzare da Giovanni nelle acque del Giordano, erano tutti e due seminudi e la faccenda ha portato via – suppongo – pochi minuti.

Non così nell’opulenta società italica di due millenni dopo.
Innanzitutto i genitori del battezzando sono gli stessi protagonisti delle nozze del secolo che forse qualcuno dei miei fan ricorderà. Questo per dire che la sobrietà non è proprio il punto forte della famiglia in questione.
Il bimbo è maschio, figlio unico -per ora- di un figlio unico di genitori messinesi, siciliani fin nel midollo [MOB non te la prendere]  😉  Verga, Pirandello e Sciascia impressi nelle carni a sangue.  Grandeur, anzi immenseur.  Al bimbo è stato imposto, senza che alcuno del resto della famiglia potesse sognarsi di metterlo minimanente in discussione, il pesantissimo arcaico difficile nome del nonno paterno. La mamma del bimbo fa di mestiere il NOTAIO. Gli invitati alla piccola cerimonia sono all’incirca QUARANTA. E credo basti per dare un’idea di quello che mi aspetta.

La creatura – un bambino da pubblicità, roseo paffuto meraviglioso – viene vestita con molteplici strati di vesti bianche, l’ultima delle quali, unita alla cuffietta, lo fa sembrare una femminuccia. E’ tutto firmato, dalla testa ai piedi. Come è giusto che sia, sbavazza sul voile Trussardi 5 minuti dopo averlo indossato.

I padrini sono la nonna paterna e il nonno materno. Scelta bizzarra: una volta, i padrini erano persone della stessa età – più o meno – dei genitori, perchè il senso era che in caso di impossibilità dei genitori, per un qualunque motivo, a prendersi cura dei pargoli, avrebbero dovuto pensarci i padrini. Sospetto anche qui una questione di vincolo alla dispersione di patrimoni. Maligna. I padrini regalano al battezzando un berlocco d’oro zecchino gigantesco con impressa una figura sacra, la data e – purtroppo – il nome. Munito di un laccio d’oro della dimensione di cavo di funivia viene appeso al collo della creatura, che rischia immediatamente le fragili giovanissime vertebre cervicali.

Prima di arrivare in chiesa, in un altro paese, passiamo a prendere una persona in un terzo paesino, che sta di strada.
Il paesino: situato alle pendici delle Alpi, siamo già in Piemonte. In mezzo al bosco. Nebbia. Nuvole basse. Stradette tortuose assolutamente deserte (e sono le 10 del mattino). Se solo fosse il tramonto, non farei nessuna fatica ad immaginare Freddy Krueger che sbuca da un vicolo con una sega elettrica grondante sangue e un urlo di donna che squarcia il silenzio. O di notte, i lupi ululare a ombre di vampiri.
Un posticino rassicurante, ecco.

La cerimonia si svolge senza intoppi. La creatura viene unta e innaffiata come si conviene, poi tutti verso il ristorante.

Il ristorante.  Bello, intimo e caldo senza essere pretenzioso, è senza dubbio un posto di montagna. Stufone di ceramica accese. Travi di legno a vista (belle). Vista sui monti innevati. Camerierine biondissime coi polpacci robusti e le gote rosse. Montagna, direi.
Specialità del locale?  Ebbene sì: PESCE. Potevate forse pensare che non ci fosse un coup de theatre?
Ora.
A fine pasto – durato circa 3 ore, media rispettata – posso dire che abbiamo mangiato veramente bene. Un cuoco che sapeva il fatto suo, e il pesce era effettivamente di ottima qualità e freschezza.
“Si va a prenderlo a Milano, c’è un ottimo mercato del fresco“.
Io non ne dubito. Ma perchè scendere dalla montagna per arrivare a Milano – o Genova, o non so dove – a comprare una merca rara e costosa, col problema di farla arrivare in ottime condizioni, quando a due metri ci saranno sicuramente fornitori di funghi, cinghiali, caprioli, tartufi, farina per polenta, lardo di maiale? Ehh? perchè? So che adesso tutti mi direte che ne esistono, ma non è come aprire un ristorante a Trieste specializzato in canederli e cassoeula?

Io, recidiva, ho sempre lo stesso problema: coniugare la classe di un paio di tacchi a spillo 12 – possiamo mai fare brutta figura con gli isolani? – con i dolori lancinanti di un paio di piedi a pianta larga abituati a scarpe sportive e forse, sì, devo ammetterlo, un pò difficili. Ma stavolta li ho fregati: elegante borsina di pelle con lacci portata discretamente appresso et voilà: scarpe di ricambio con tacchi quadrati 8.

Alla fine mi fanno male pure quelle, ma la serata è salva.