Morning rage

STRESS… e siccome per lo più non dormo, macino e rimacino sempre sulle stesse cose e mi accorgo che monta la rabbia. Un gigantesco VAFFANCULO compare come fumetto sulla mia testa ogni volta che qualcuno degli uomini che ho amato e poi mi hanno preferito un’altra, meno problematica probabilmente, mi parla per raccontarmi di quanto sia insoddisfatto della sua donna attuale, cercando comprensione e una spalla sui cui piangere. E chi se ne fotte, penso io – e glielo dico pure. Vi è piaciuta la bicicletta? e mò pedalate. Trovo giustissimo che anche loro vivano male, mi pare un equo prezzo da pagare per la infelicità inflitta a me, anche se superata, anche se sono storie lontane. Poi mi odio, per questi pensieri meschini.

La precarietà mi aggredisce da tutte le parti. Il lavoro è precario, non solo nel senso del contratto, ma anche nel senso della sostanza del mio lavoro, mi piace sempre meno e non so come fare ad uscire da questo stallo. La casa è precaria, ho un contratto dei puffi, scaduto, in teoria posso barricarmi dentro e non voler uscire mai più ma anche essere buttata fuori senza preavviso. I rapporti personali non ne parliamo. Niente e nessuno mi si concede come io vorrei, pienamente, liberamente, ampiamente, devo sempre lottare come un cane arrabbiato per aggiudicarmi una fettina di qualcosa, o di qualcuno, e la sensazione predominante che vivo per lo più è quella del rifiuto.

Ma la rabbia fa male. Gonfia la pancia, che poi diventa un ulteriore elemento di rabbia contro me stessa, per non essere capace di controllarmi, e perdere 5 chili, che adesso forse sono diventati 10. Mi guardo allo specchio e mi odio. Forse dovrei montarmi un sacco da pugilato a casa.

Del perchè non amo più di tanto i bambini

(almeno, finchè non avrò i miei)

L’amorevole frugoletto biondo accompagna la sua mamma in visita a casa mia.
Nemmeno il tempo di togliergli l’amorevole cappottino e lui, silenzioso, deciso ed efficiente come un killer, si avvicina al mio presepe peruviano e stacca con un solo colpo bue e asinello, buttandoli sotto al divano.
Mentre io sbuffo a 4 zampe per recuperarli, già meditando di arrossargli le amorevoli guancine a forza di ceffoni, la mamma con inflessibile severità bisbiglia ridacchiando: “Ma che fai, stupidino! Non si fa!

Evidentemente colpito da tanto rimprovero, il piccolo delinquente, dopo aver disdegnato i cubi di legno che avevo preparato apposta per lui, riesce, nel giro di 10 minuti, a:

– staccare 4 delle 5 foglie di una pianta grassa che ho sul tavolino e farle a pezzi;
– usare i sassi che ho in una ciotola sullo stesso tavolino per fare il tiro a segno contro lo schermo del televisore;
– ingozzarsi di cioccolatini che gli ho fornito sperando che ci si strozzi o in subordine che abbia almeno le mani impegnate per 10 secondi.

Il tutto mentre la mamma fa finta di nulla e conversa pacificamente con me che non la ascolto, impegnata come sono a cercare di prevedere le mire del killer e spostare, alzare, parare sassi, recuperare carte di cioccolatini e oggetti d’arredo scaraventati per ogni dove.
E pensare che avevo insistito io perchè venisse a trovarmi con l’amorevole piccino.

Delirio, ovvio

Ho difficoltà a respirare. Ho il naso sempre un pò chiuso, e un peso allo sterno in corrispondenza del cuore. Sono convinta che sia la primavera, un’allergia a chissacchè.

Epperò.

Non ci si può salvare da sè stessi, come dice la culatellolombardina e come diceva, in tempi non sospetti, anche mio fratello, che peraltro esprime una cultura che alberga nel punto opposto della penisola. Questa corrispondenza di amorosi sensi nord – sud mi commuove, però non vorrei diventasse un alibi comodo per giustificare le mie cazzate.

Vabbè, non sono concentrata.

(segue ..)

Non ci posso credere / 2

… è vero, la cogliona sono io, su questo non c’è dubbio quindi risparmiatevelo. Io l’idiota che ha creduto possibile la redenzione dei rei e soprattutto che ha ritenuto che esiste un limite inferiore alla merdaggine che NON PUO’, NON DEVE essere sorpassato, altrimenti fra l’altro vuol dire che non avete capito un cazzo di una persona con la quale pure avete diviso letto, tavola, auto, perfino il cesso.

Mi fa paura, davvero. Mi fa paura la sua totale mancanza di spina dorsale, il patologico ricoso alla bugia perfetta, al negare l’evidenza, al tingere la realtà di colori virtuali per i quali alla fine io ho vissuto altri sei mesi di perfetta illusione. Mi giro indietro, e non c’è più niente, come Cenerentola dopo la mezzanotte. Mi fa paura pensare di avere diviso con questo folle così tanto tempo e di avere speso con lui e per lui così tante energie. Adesso mi viene da pensare che in realtà una minuscola parte di me sapeva già tutto, questa volta e la precedente. Che però quella parte minuscola ed incoscia trasmetteva alla parte cosciente un messaggio rassicurante, del tipo “ma daaaaai ma non può essere sarebbe veramente un coglione“.

E quindi eccomi qua cari affezionati lettori, un triplo salto mortale carpiato e hop, non c’è rimasta manco la cenere degli ultimi 6 + 0,5 anni. Perchè stavolta non c’è la benchè minima giustificazione che tenga, non c’è amore, paura, vigliaccheria che giustifichino questo imprevisto (ma davvero?) colpo di scena. Eccomi qua, la vostra amata circense a guardare le macerie fumanti della storia d’amore più lunga e viva e calda e intensa della mia vita, i tronconi anneriti dei miei progetti, di quello che volevo fare nei prossimi due, tre, cinque anni.

Per favore, non ve ne venite con roba consolatoria del tipo “sei ancora tanto giovane hai tutta la vita davanti morto un papa se ne fa un altro” perchè mi farebbe girare i coglioni a mille e adesso non voglio litigare con nessuno. Un solo sentimento alberga in questo momento nel mio devastato cervello:

MA VAFFANCULO

(segue, per altri 22 post almeno, rassegnatevi)

Non ci posso credere

L’espressione “non ci posso credere” non rende bene l’idea. Dell’immenso stupore, più forte della rabbia, molto più forte del dolore – quello, è venuto dopo, insieme a vette inesplorate di autocommiserazione – che ho provato di fronte alla constatazione, confortata da confessione, di ieri sera.

L’ha fatto di nuovo.

Pur sapendo quanto era stato doloroso e faticoso e umiliante venire su dal pozzo la prima volta, pur sapendo che NON POTEVA, che non era umanamente possibile che ci fosse una seconda volta, pur sapendo quanto la sofferenza stavolta sarebbe stata proporzionale alla parvenza di felicità azzoppata che cominciavo a concedermi, negli ultimi mesi, l’ha fatto di nuovo.

Di nuovo, scientemente, mi ha mentito su una cosa importantissima, vitale per la mia e la sua salute mentale. Di nuovo, con sprezzo di qualunque dignità, mia e sua, ha inventato luoghi, date, circostanze.

Mi ha dolcemente spinto ad innamorarmi di quella casa, ad amarla alla fine più di me stessa, ad amare ogni singolo minuto passato dentro i vari Bricocenter, Casa della ceramica, IKEA, ad adorare ogni singola contrattazione con i muratori, i falegnami, gli idraulici e tutte le meravigliose maestranze passate per di là. Ha lasciato che facessi una foto col telefonino del citofono con i nostri nomi. Ho passato un venerdì pomeriggio a svuotare scatoloni ed inventarmi decorazioni floreali con i cesti e i rampicanti finti comprati da Ikea. Mi sono regalata un avvitatore a batteria. Mi sono odiata – vedi post precedente – per non essere capace di imporre la mia voglia di stare con lui a tutto il resto del mondo, e adesso magari so anche il perchè.

(segue)

Non ne posso piùùùùù

Non so, uno squilibrio ormonale, una congiunzione astrale negativa, uno ZOT partito dalle Alpi che ha deciso di scaricarsi sulle fertili (??) montagne meridionali, certo è che oggi il mondo sembra essersi messo d’accordo per farmi venire i nervi.

Il mio uomo mi ha trionfalmente annunciato che l’ipotesi di non passare le vacanze insieme è diventata certezza. Per una serie di motivi che non vi sto a dire, questa lampante verità non può essere resa nota al grande pubblico, quindi mi tocca FARE FINTA di partire con lui, in realtà organizzandomi la vacanza da sola, sfoggiando una gioia di vivere falsa come una banconota da 25 euro.  Tempo fa un’amica mi aveva invitato ad andare da lei in Scozia. Cerco di capire che aereo potrei prendere e scopro che sarebbe più facile arrivare in Papuasia in monopattino che da Napoli ad Edimburgo in aereo; per soprappiù l’amica è irreperibile a tutti i suoi numeri da stamattina, segno che giudico sommamente negativo per una possibile ospitalità. Comincio ad accarezzare l’ipotesi di una pensioncina familiare nelle isole del Golfo di Napoli, e lancio lì senza convinzione un paio di prenotazioni on line. Mi richiama l’uomo tutto contento e mi dice che mi ha trovato posto su un aereo per Edimburgo che parte da ROMA. Però bisogna confermare entro domani.  Comincio a gonfiarmi e a diventare bordeaux, soffiando fumo dalle narici  come il toro dei cartoni animati. NON HO VOGLIA di confermare domani un volo, senza sapere se B. può ospitarmi, e senza sapere se ho veramente voglia di andare in Scozia. E ammesso anche che riesca a parlare con B., NON HO VOGLIA di elemosinare un invito che non mi è stato rinnovato nell’ultimo mese! Lui “sarebbe molto più tranquillo a sapermi in Scozia con B.” che da qualunque altra parte da sola. Il colore da bordeaux diventa paonazzo, vorrei scoppiare e urlargli che lo so di che ha paura, che incontri un altro con meno pippe familiari da scontare, ma riesco miracolosamente a trattenermi.

Quando chiudo il telefono mi metterei a piangere per la rabbia e la frustrazione.

Il telefono risquilla e un assicuratore che deve farci una fideiussione per un finanziamento pubblico mi dice che ha bisogno di un atto che ha il notaio. Chiamare il notaio e farglielo spedire per fax. Chiamo il notaio e la segretaria mi dice che l’atto non può essere spedito perchè “è troppo lungo, è fronte retro, bisognerebbe fare le fotocopie e poi spedirlo e si perde troppo tempo”. Le faccio notare, tentando di sbriciolare la cornetta, che questo è appunto il suo lavoro, ma la ragazzina è irremovibile. Bisogna andare lì (in centro, ovviamente), prendere il documento e portarlo all’assicuratore. Vado. Quando arrivo lì, l’atto non si trova. Quindi la segretaria NON POTEVA SAPERE quanto era lungo, visto che non l’aveva davanti (infatti, è lungo 4,5 pagine. Tempo di fotocopiatura e spedizione via fax: 3,5 minuti). Ergo, mi ha preso per il culo solo perchè non aveva voglia di lavorare.

La buddista e l’Architetto mi hanno rotto i coglioni oggi con domande, richieste di correzioni,  menate varie e 50.000 dettagli inutili, confondendo i file e stampando i file sbagliati. Un gruppo di collaboratrici esterne con le quali ho perso circa 3 ore di tempo a spiegare come andava fatto il lavoro mi hanno trionfalmente mandato una mail dalla quale si evince che non hanno capito un cazzo, e anche loro hanno fatto confusione fra due file diversi. Mettiti e rispiegagli tutto daccapo, per telefono. Mi ha telefonato stamattina una funzionaria che vuole da me una lettera che doveva volere tre mesi fa, o non volere più, e invece no, la vuole per lunedì. Ho aperto 16 volte un file per lavorarci su, perchè serve per domani, e sono stata interrotta 17 volte. Alla 18°, il pc è andato in blocco, ovviamente. Il Capo chiede alla segretaria di terminare un lavoro che ho iniziato a seguire io; perdo un’ora per poter dare alla segretaria le coordinate giuste. Sono già le 19:31 e non so quando potrò finire.

Per strada mi pareva che tutti mi guardassero, anche con un filo di ammirazione, anche un pò più che un filo, e già il morale mi si stava rialzando quando mi sono accorta che avevo due bottoni della camicetta di cotone thailandese sbottonati, e quindi praticamente giravo in stile pornosoft, con reggiseno Triumph rinforzato in bella vista.

Maiali.