Non ci posso credere

L’espressione “non ci posso credere” non rende bene l’idea. Dell’immenso stupore, più forte della rabbia, molto più forte del dolore – quello, è venuto dopo, insieme a vette inesplorate di autocommiserazione – che ho provato di fronte alla constatazione, confortata da confessione, di ieri sera.

L’ha fatto di nuovo.

Pur sapendo quanto era stato doloroso e faticoso e umiliante venire su dal pozzo la prima volta, pur sapendo che NON POTEVA, che non era umanamente possibile che ci fosse una seconda volta, pur sapendo quanto la sofferenza stavolta sarebbe stata proporzionale alla parvenza di felicità azzoppata che cominciavo a concedermi, negli ultimi mesi, l’ha fatto di nuovo.

Di nuovo, scientemente, mi ha mentito su una cosa importantissima, vitale per la mia e la sua salute mentale. Di nuovo, con sprezzo di qualunque dignità, mia e sua, ha inventato luoghi, date, circostanze.

Mi ha dolcemente spinto ad innamorarmi di quella casa, ad amarla alla fine più di me stessa, ad amare ogni singolo minuto passato dentro i vari Bricocenter, Casa della ceramica, IKEA, ad adorare ogni singola contrattazione con i muratori, i falegnami, gli idraulici e tutte le meravigliose maestranze passate per di là. Ha lasciato che facessi una foto col telefonino del citofono con i nostri nomi. Ho passato un venerdì pomeriggio a svuotare scatoloni ed inventarmi decorazioni floreali con i cesti e i rampicanti finti comprati da Ikea. Mi sono regalata un avvitatore a batteria. Mi sono odiata – vedi post precedente – per non essere capace di imporre la mia voglia di stare con lui a tutto il resto del mondo, e adesso magari so anche il perchè.

(segue)

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