Le cose finiscono, e non siamo mai pronti

Una fila di istantanee, che continuano a scattarmi davanti agli occhi.

Il nostro primo colloquio, con quella enorme foto di donna velata di rosso alle sue spalle, che non riuscivo a smettere di guardare.
“Quanti anni dura il contratto?”
“Tre”
“Rinnovabile?”
“Per altri tre”
“Ahhheeeeee!!!! E chi v' caccia cchiù, da qua dentro” rise lei.

Il nostro primo Natale da assistenza tecnica, quando le lasciammo sulla scrivania un ramo di agrifoglio con un fiocco e un bigliettino, e lei si commosse.

Quella volta che entrò nella stanza urlando e rimproverandoci per un errore fatto, uscì sbattendo la porta e dopo due secondi riaprì, urlando chiese scusa per aver urlato e richiuse la porta.

Quei viaggi a Roma, ridendo sempre, lavorando moltissimo ma chissà perchè non mi pesava.

E' stata il mio Capo nel periodo più buio della mia vita. E lei aveva un suo modo semplice e piano di aiutare le persone, non mi diceva niente, però capiva che stavo malissimo e mi metteva tutti i giorni un cioccolatino sulla scrivania. Lei, il Dirigente Generale, a me, l'ultima arrivata.

La sua ironia tagliente, le sue irresistibili imitazioni delle dame dell'alta borghesia cittadina fintamente impegnate nel sociale.

Quel viaggio a Lecce, poco più di un anno fa. 

“Non vi fate fregare”, quasi il suo ultimo pensiero. Per noi.
 
Buon viaggio, Cecilia, grande Capo, amica preziosa.
Le cose finiscono, e non siamo mai pronti.

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Sabato, 20 Dicembre 2008

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La vita, dentro

Incontro un’amica che non vedevo da un bel pò. Mi invita a prendere un caffè, e mi confessa di avere due giorni di ritardo. So che ci stanno provando da tempo, lei ed il compagno, ad avere un figlio, quindi sono felicissima per lei, e incrocio l’incrociabile. Ma c’è qualcosa di più, stavolta: non so, sento un’emozione più forte, di cui ignoro il motivo, forse sono commossa dalla confidenza: mi vengono le lacrime agli occhi e allargo il cuore, nel bar vuoto, a quest’aria dorata da fine primavera, a questo respiro di vita dentro la vita, che ricorderò a lungo, con una acerba inspiegabile nostalgia.

Torno in ufficio. Passo davanti alla fotocopiatrice e vedo una collega. La vedo ogni giorno, più volte al giorno, ma stavolta qualcosa mi spinge a fermarmi e a chiederle come sta. In venti drammatici minuti mi racconta che è suo figlio, quello coinvolto a fine Luglio in questo incidente, assurto alle cronache nazionali per la sua assurdità, incidente che ricordo benissimo, ma non avevo mai focalizzato che uno dei feriti era proprio della mia città, e così vicino a me. La prognosi è ben più seria di quella raccontata dai giornali. La mamma parla a bassa voce, guarda a terra, muove gli occhi senza vedere niente, in realtà, ad ogni frase è sul punto di piangere. Racconta, con un tecnicismo che denota quotidiano studio, i dettagli dei tre interventi che il figlio ha subito, dei problemi psicologici post traumatici, del futuro incerto che lo attende.

Mi faccio un pizzico, mi scuso per aver qualche volta forse scherzato con lei, nei mesi precedenti, mormoro qualche frase di circostanza, l’abbraccio e me ne vado. Per

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sfogare la tensione mi incazzo con la prima collega che mi trovo davanti per non avermi detto niente: cazzo, sta a due porte da me, le stronzate e i pettegolezzi piccanti circolano subito, in questo ufficio di merda, le cose serie, proprio quelle che necessitano di quotidiana solidarietà, restano sepolte.

La vita, dentro: quella che con tutto il cuore prego stia portando già a spasso la mia amica, quella che il figlio della mia collega deve ritrovare, nel freddo della sua anima incidentata.

Che sei tornato a fare?

Lui torna a primavera. Si piazza sotto le mie finestre, e canta di notte.
L’anno scorso ho ricevuto come un dono quel canto d’amore, l’ho inseguito, sono uscita sul balcone alle 3 del mattino con la neve per ascoltarlo e commuovermi.

Stanotte è tornato. Ha cantato tutta la notte, con punte di virtuosismo fra le 4 e le 5 del mattino. Ho pregato che smettesse, ho messo la testa sotto il piumone, ho alzato il volume della tv accesa sull’ennesima biografia papale pur di non sentirlo. Avrei voluto sgozzarlo con le mie mani. Perchè mi canta tutta la mia disillusione, mi canta l’amore che non sento più, mi dice che si può essere felici mentre io sono sul fondo di un’infelicità pressochè assoluta. Perchè mi ricorda che l’anno scorso di questi tempi tutto mi pareva possibile, ora non mi pare possibile più niente.

Vattene, usignolo o merlo o che cazzo sei della malora. vai a cantarti la tua merla da un’altra parte. Se ritorni ti prendo a bottigliate.

La santa Pasqua!

Mi space per il guru, ma fare la morta mi riesce malissimo.
Questo non vuol dire che io stia bene, l’immagine mentale che più mi gira in testa in questi giorni è quella vignetta di Altan (o ElleKappa? no, Altan) nella quale un personaggio dice “Potrebbe andare peggio” e l’altro risponde “No”.

Mi salverà come sempre la sana ironia / vena umoristica che mi porto dentro come un marchio di fabbrica, ce l’hanno uguale mia sorella, mio nonno buonanima, mio cugino.

Buona Pasqua a tutti.

Elaborare il lutto

Elaborare il lutto, dice il guru.
Visto che è lunedì, prendiamo la settimana santa come riferimento, paradigma culturale, se non spirituale, per farlo. Visto che non credo.
Seppellirsi nella famosa buca del terreno fino a Venerdì.
Morire, dando fondo alle sofferenze, scendendo in fondo al pozzo del dolore che provo.
Sparire dalla circolazione per tutto Sabato.
Domenica, risorgere, concedendomi una passeggiata, aria, sole sulla faccia. 
Lunedì magari mare, amici, “persone che mi facciano stare bene”.

Cambiare scheda al telefono non è obbligatorio ma sarebbe auspicabile.

E’ razionale tutto ciò, lui fa il suo dovere di guru.
Ma mi strazia, si può dire?

Non ci posso credere / 2

… è vero, la cogliona sono io, su questo non c’è dubbio quindi risparmiatevelo. Io l’idiota che ha creduto possibile la redenzione dei rei e soprattutto che ha ritenuto che esiste un limite inferiore alla merdaggine che NON PUO’, NON DEVE essere sorpassato, altrimenti fra l’altro vuol dire che non avete capito un cazzo di una persona con la quale pure avete diviso letto, tavola, auto, perfino il cesso.

Mi fa paura, davvero. Mi fa paura la sua totale mancanza di spina dorsale, il patologico ricoso alla bugia perfetta, al negare l’evidenza, al tingere la realtà di colori virtuali per i quali alla fine io ho vissuto altri sei mesi di perfetta illusione. Mi giro indietro, e non c’è più niente, come Cenerentola dopo la mezzanotte. Mi fa paura pensare di avere diviso con questo folle così tanto tempo e di avere speso con lui e per lui così tante energie. Adesso mi viene da pensare che in realtà una minuscola parte di me sapeva già tutto, questa volta e la precedente. Che però quella parte minuscola ed incoscia trasmetteva alla parte cosciente un messaggio rassicurante, del tipo “ma daaaaai ma non può essere sarebbe veramente un coglione“.

E quindi eccomi qua cari affezionati lettori, un triplo salto mortale carpiato e hop, non c’è rimasta manco la cenere degli ultimi 6 + 0,5 anni. Perchè stavolta non c’è la benchè minima giustificazione che tenga, non c’è amore, paura, vigliaccheria che giustifichino questo imprevisto (ma davvero?) colpo di scena. Eccomi qua, la vostra amata circense a guardare le macerie fumanti della storia d’amore più lunga e viva e calda e intensa della mia vita, i tronconi anneriti dei miei progetti, di quello che volevo fare nei prossimi due, tre, cinque anni.

Per favore, non ve ne venite con roba consolatoria del tipo “sei ancora tanto giovane hai tutta la vita davanti morto un papa se ne fa un altro” perchè mi farebbe girare i coglioni a mille e adesso non voglio litigare con nessuno. Un solo sentimento alberga in questo momento nel mio devastato cervello:

MA VAFFANCULO

(segue, per altri 22 post almeno, rassegnatevi)

Non ci posso credere

L’espressione “non ci posso credere” non rende bene l’idea. Dell’immenso stupore, più forte della rabbia, molto più forte del dolore – quello, è venuto dopo, insieme a vette inesplorate di autocommiserazione – che ho provato di fronte alla constatazione, confortata da confessione, di ieri sera.

L’ha fatto di nuovo.

Pur sapendo quanto era stato doloroso e faticoso e umiliante venire su dal pozzo la prima volta, pur sapendo che NON POTEVA, che non era umanamente possibile che ci fosse una seconda volta, pur sapendo quanto la sofferenza stavolta sarebbe stata proporzionale alla parvenza di felicità azzoppata che cominciavo a concedermi, negli ultimi mesi, l’ha fatto di nuovo.

Di nuovo, scientemente, mi ha mentito su una cosa importantissima, vitale per la mia e la sua salute mentale. Di nuovo, con sprezzo di qualunque dignità, mia e sua, ha inventato luoghi, date, circostanze.

Mi ha dolcemente spinto ad innamorarmi di quella casa, ad amarla alla fine più di me stessa, ad amare ogni singolo minuto passato dentro i vari Bricocenter, Casa della ceramica, IKEA, ad adorare ogni singola contrattazione con i muratori, i falegnami, gli idraulici e tutte le meravigliose maestranze passate per di là. Ha lasciato che facessi una foto col telefonino del citofono con i nostri nomi. Ho passato un venerdì pomeriggio a svuotare scatoloni ed inventarmi decorazioni floreali con i cesti e i rampicanti finti comprati da Ikea. Mi sono regalata un avvitatore a batteria. Mi sono odiata – vedi post precedente – per non essere capace di imporre la mia voglia di stare con lui a tutto il resto del mondo, e adesso magari so anche il perchè.

(segue)

La tana dei conigli

La mia massima aspirazione in questo momento sarebbe scavarmi un buco nella terra, molto profondo, una tana come quella dei conigli, sprofondarci dentro, richiudere da sola il buco come fanno le talpe e sparire. Non per sempre, però per un bel pezzo. Tipo letargo. Tanto fuori piove a dirotto, non ho dove cazzo andare e sono socievole come Hannibal the Cannibal. Non voglio vedere nessuno. Non voglio fare niente. Non voglio che il telefono squilli, infatti per precauzione lo staccherò fra un minuto, e ho spento il cellulare. Voglio che il mondo mi dimentichi, non ci sono, non sono mai esistita, sto nel mio confortevole buco caldo come un utero ed è tutto silenzio. Posso chiudere gli occhi e dormire e sperare che non mi girino in testa sempre le stesse immagini, le stesse frasi, le stesse facce. Non voglio sapere niente, non voglio che mi raggiungano notizie dal mondo. Non me ne frega un cazzo di chi ha fatto cosa, delle date, delle scadenza, sai la novità? Non la so, e non la voglio sapere. Non voglio novità. Voglio essere quello di Castaway, e col cazzo che cercherei di andarmene. Un’isola deserta, ecco quello che ci vorrebbe. Senza facce, senza telefoni, senza citofoni, senza mail, senza sms, senza possibilità di soffrire se non per fatti fisici, corporei e banali, e come unici problemi procurarsi il cibo, fare il fuoco, trovare di che coprirsi e contare le stelle. Problemi come quelli ti tengono impegnata tutto il santo giorno, e dopo dormi, beato come un infante all’alba del mondo, ripieno di noce di cocco e spigola oceanica. Io non sarei mai tornata, fossi stata al posto di Tom Hanks. Il peggio che mi poteva succedere era diventare pazza, e questo avrebbe ancora di più contribuito alla mia pacifica uscita dal mondo. Non avrei potuto nemmeno molestare i bambini davanti alle scuole, non ci sono bambini nè scuole, su un’isola deserta, nè in un buco nella terra. La metafora non è casuale. Quando hai toccato il fondo, non è detto sia finita. Puoi sempre cominciare a scavare, diceva un mio amico.

Ne scrivo di puttanate, il sabato sera.

Chiavi

Ci sono chiavi che non si riesce in alcun modo a buttare. Mi pareva di averlo fatto, e invece sono ancora lì che mi sformano la borsa. Quattro chiavi, attaccate ad un anello di ferro con ciondoli portafortuna. Aprivano la porta del paradiso, un paradiso laico e terreno, del quale conosco ogni respiro e ogni millimetro.  Visto che non riuscivo a buttarle, quelle chiavi, le ho decorate con anelli di gomma colorata per distinguerle, ce n’erano due in particolare che confondevo sempre. Ora non posso confonderle più, anche se non aprono più niente.