Aggiornamenti di mezza estate

La prima delle molte vie possibili al lavoro futuro si è chiusa. Al bando per l’AT FSE 2007 – 2013 siamo arrivati quarti, con un distacco sonoro dai primi. Immagino ci siano molte motivazioni di ordine politico a questa scelta. Io però non ho potuto non sentirla come una severa bocciatura del mio e dell’altrui lavoro per 5 lunghi anni. Una bocciatura che non mi pareva di meritare, in tutta onestà. Stelvio è in ferie e quindi stamattina è toccato a me andare a sedermi al mio posto come se nulla fosse, pur nella consapevolezza che il mio corpo assume da oggi consistenze diafane di fantasma. E infatti, complice anche l’aria di ferie, sono stata tutta la mattina chiusa nella mia stanza senza che alcuno venisse a disturbarmi, nè di persona, nè telefonicamente. Non c’è ancora il segno degli appestati sulla porta tracciato a lettere nere, ma non ci manca molto.

In compenso, mi sono classificata quinta, su 4 posti disponibili, nella graduatoria dell’assistenza tecnica per i fondi agricoli. Se scorrono la graduatoria, potrei andare ad occuparmi di ruralità. E magari è meglio.

E siamo poi in attesa di sciorinamento delle pratiche per l’assistenza tecnica dei fondi per lo sviluppo industriale, del mega concorsone pubblico, e – udite udite – anche di una proposta di legge per la stabilizzazione dei precari. Nella suddetta legge è stato inserito un articolo 4-bis (inquietantemente somigliante al 41-bis, l’articolo del carcere duro per i mafiosi) che consentirebbe di stabilizzare i precari che hanno già almeno tre anni di contratto negli ultimi cinque, e hanno sostenuto prove selettive per entrare. Siamo in 20, in questa situazione: un numero palesemente troppo ristretto per fare scena, e quindi bocciatissimo dai sindacati. E anche da molti consiglieri regionali, tanto è vero che non si riesce a rintracciare la paternità di questo articoletto spurio.

Beh, sappiatelo: a me di questa stabilizzazione non me ne frega nulla. Mi conosco: tranquillizzata dalle magiche parole “a tempo indeterminato”, a stipendio pressochè dimezzato, scivolerei prestissimo lungo la china del rispetto pedissequo dell’orario e delle mansioni assegnatemi,

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e quindi lungo la china dell’impiegato pubblico che vede il cartellino marcatempo e il giorno 27 del mese come unici regolatori della sua vita lavorativa. Finite le sfide, finiti i progetti sperimentali, finita la rete di contatti professionali, finita la gioia di lavorare, finito tutto quello che esula dalla scrivania e dalla tredicesima a Natale. Io non ho una famiglia da mantenere, devo bastare solo a me stessa: voglio viverlo, il lavoro, non sopravviverlo. Ed è uno dei motivi per i quali mi incazzo quando vengo inserita nel novero dei “precari”: non sono precaria, cazzo, l’ho scelto io, di fare il consulente della Pubblica Amministrazione, e ho anche sudato, per poterlo fare. Basta con questa lagna e basta con l’essere messi nello stesso mazzo degli interinali scelti dall’Assessore di turno. Voglio consulire, ed essere ben pagata per farlo.

Potrei chiudere gli aggiornamenti della settimana raccontando al mondo intero come la gente può essere tanto più tamarra quanto più si dà arie di superiorità intellettuale. Una scoperta non nuova, ma sempre sorprendente. Ma chissenefrega, alla fine: mi limito ad allungare serenamente la lista del club dei marchesi del grillo, e a ripulire gli archivi. Baci a tutti.

Parigi, oh cara .. / 2

Il cibo. Non credo di aver mai visto in vita mia una così massiccia e capillare diffusione della industria del cibo in nessun’altra città di mia conoscenza, nemmeno americana. Almeno nel centro, turistico per definizione. Interi immensi viali sono una lunghissima successione, senza soluzione di continuità, di bar, brasserie, restaurant, charcuterie, creperie, solo per restare sul tipico e tralasciando i vari chioschi di pizza, kebab, le spuntinerie libanesi, messicane, cinesi, i bar à l’huitres che vendono frutti di mare crudi e panini con l’onnipresente jambon et fromage, croques monsieur, crepes dolci e salate.

Io ho avuto difficoltà a  trovare un negozio di elettronica o telefonia, una merceria, un negozio di abbigliamento: il rapporto fra negozi che vendono cibo, in qualunque forma, e i negozi che vendono qualunque altra cosa è 1.000 a 1. E siccome la proporzione è questa, i negozi di “altro” che ho visto non mi sono sembrati all’altezza del centro di Parigi, mi parevano sempre un pò smorti, un pò polverosi, un pò vuoti (è vero anche che Luglio è già bassa stagione, a Paris, e c’erano i saldi, soldes). Mentre i ristoranti e le brasseriese erano tutti scintillanti, spumeggianti di luci e ottoni, con insegne rosse, enormi, neon visibili dalla luna, passamanerie, tovaglie candide, tavolini ben lucidati debordanti sul marciapiede, e pieni di gente a qualunque ora del giorno e della notte, o quasi, che alla fine dà l’impressione che i parigini non facciano altro che sedersi a bere o mangiare: un trionfo dell’opulenza alimentare che non potevo non apprezzare 😉

I parigini e le lingue.  A Parigi si parla francese.
E fin qua.
In modo sorprendentemente frequente, però, a Parigi si parla SOLO francese. Non spagnolo, non italiano (figuriamoci), non tedesco, ma soprattutto non inglese. Non sempre, ma molto spesso. Questo, unito al mio pessimo francese, ha comportato esilaranti siparietti con la signorina del gabbiotto informazioni della metropolitana (fermata Vavin, secondaria, ok, però tu, cara signorina, dai per mestiere informazioni a turisti, che per definizione sono di tutto il mondo), con la tabaccaia per comprare i francobolli (una anziana parigina cotonata che sembrava Crudelia De Mon e si faceva capire a secchi gesti teatrali), con il tassista per capire quanto costava il tragitto fino all’aereoporto, con la femme de chambre tunisina per farle capire che ci serviva un cucchiaino, o che si era portata via gli asciugamani sporchi senza metterci i puliti. Per poi scoprire che “asciugamano” in francese si dice serviette, con la seconda “e” aperta come la pronuncerebbe Bassolino, dettaglio che ci ha tenuti allegri per buona parte dell’ultima serata parigina.

La luce.  Il tempo è stato non troppo buono per tutta la vacanza. Quando però il sole si è degnato di uscire, Parigi la liberty si è rivelata in tutto il suo grandioso splendore.  Indimenticabili il lungo Senna scintillante vicino Notre Dame, il cielo azzurro sul Sacre Coeur, i boulevard colorati di gente nel Quartiere Latino. Una luce del Nord, soffusa eppure protagonista, che faceva risplendere le vetrate infinite della mia amatissima Notre Dame, ventre materno nel quale potrei, come Quasimodo, vivere per sempre.

Gli odori.  In generale il centro di Parigi è pulito. Ho constatato che l’originale sistema di pulizia dei canaletti di scolo, che si ottiene facendovi scorrere acqua di fiume, deviata dove necessario con strategici straccetti arrotolati, è rimasto lo stesso. Quindi, l’odore della città è abbastanza neutro, venato a tratti di odore di cibo (vedi sopra), soprattutto cipolla fritta o brasata e carni variamente arrostite.

In alcuni tratti, però, complice la presenza di chioschetti che vendevano fiori, prendeva il sopravvento il magico acuto odore di lavanda della Provenza, fresca, venduta a secchi oppure piantata in vasi, da portarsi a casa per ornare finestre e balconi. Chiazze verdi e viola chiaro con le quali esorcizzare, almeno un pò, quello che sembrava già un incipiente autunno.

Fatevi salutare dallo stesso irresistibile gnocco di cui sopra. Au revoir Paris.

 

Parigi, oh cara … / 1

Anche stavolta i ben 4 aerei che ho preso per arrivare all’agognata meta e tornare indietro non sono caduti. Si sono sbattuti molto, però, e questo me lo ricorderò, bastardi di piloti crucchi: avermi fatto sudare palesemente freddo ed irrigidirmi come uno stoccafisso, calando il mio sex appeal sotto i livelli minimi storici, davanti ad uno steward che assomigliava a Thor e mi ha fatto un sorrisetto sfottente come a dire “non avrai mica paura, VERO?” , non è stato bello.

Parigi, dunque.
Non vorrei sembrare quella col braccino corto, ma il “cara” del titolo non ha un valore affettivo, ma un valore economico. Parigi costa. Più di Roma, direi. E costa per cose strane, si badi bene. Ho pagato pochissimo il pernottamento in un ottimo albergo, e ho pagato 13 euro al giorno per fare colazione. Un decente pranzo poteva costare anche solo 18 euro, e poi però ho pagato 5,80 un litro di acqua minerale, e mai meno di 4,50 euro una birra alla spina piccola. Nove euro per entrare al Louvre, nel quale puoi girare una settimana senza rivedere mai le stesse sale, e otto euro per entrare al Museo Rodin, che si gira in un’ora, a dire tanto, e per vedere la tomba di Napoleone, che si visita in 30 minuti, se pure ti fermi a farti le foto.

Il Louvre. Le “tre signore” del Louvre: la Venere di Milo, la Nike alata di Samotracia, Monna Lisa. Per quanto siano mozzafiato, tutte e tre (le due signore greche più di quella italiana, vi dirò, forse per eccesso di iconografia che ci fa parere che la Gioconda ce l’abbiamo davanti da una vita), il vero spettacolo è la GENTE. Una folla inimmaginabile, strabocchevole di turisti di ogni nazionalità che invade tutte le sale, tutti i corridoi, tutti i bagni, tutti gli shop’s corner, tutti i ristoranti pizzerie tavole calde del pur immenso Louvre. Una folla che il Re Sole non si sarà mai immaginato di vedere percorrere quei corridoi in nessuno dei suoi più sfrenati sogni. Davanti a Monna Lisa, poi, l’apoteosi: un muro umano sudato e vociante, fotomunito, che scatta flashes a ripetizione, che si accalca pestando costole e piedi per arrivare alla transenna, che comunque è posta alquanto lontana dalla imperturbabile signora del Giocondo col mezzo sorriso. Io, miope confessa, mi sono dovuta mettere gli occhiali. Alcune riflessioni:

a) io davanti al capolavoro voglio un minuto di raccoglimento. Meglio se i minuti sono 30, o 60. Voglio respirare in assoluto silenzio davanti al mito, al segno del genio, farmelo entrare dentro e magari commuovermi, se non proprio tremare e svenire come pare accadde a Stendhal. Se invece devo scansare il gomito del giapponese, pestare svariati piedi e sbrigarmi a prendere una foto, perchè dietro di me c’è lo tsunami mondiale che preme e urla, non mi piace più. Non voglio sembrare fascista razzista e

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antistorica, ma la cultura aperta così alle masse mi deprime e mi irrita.

b) cosa fa di un dipinto così piccolo, con un soggetto così comune, un mito di portata planetaria? le leggende? sarà vero che sembra vi guardi da qualunque angolazione vi mettete (impossibile fare esperimenti, vedi il punto precedente)? sarà vero che è un autoritratto di Leonardo, mascherato da donna? che nasconde messaggi subliminali, che Leonardo era un templare abituato a codificare simboli nelle sue opere, che ci sono misteri non ancora svelati? il libro di Dan Brown? il film? cosa?

La rete metropolitana. Sotto i boulevards si stende un intricato enorme gomitolo di linee sotterranee che si incrociano come maglie di una rete da pesca, e vi porteranno OVUNQUE voi vogliate andare. Uno spettacolo a cui gli italiani non sono abituati e che li paralizza prima, e li fa saltare felici da una linea all’altra come bambini sulla giostra, appena si rendono conto della portata del servizio. Una rete sotterranea abitata a tutte ore del giorno da una popolazione di tutte le razze della terra, di tutti i livelli sociali ed economici, di tutti i mestieri, di tutte le sfumature di pelle ed inclinazione degli occhi. Un magma umano nel quale mi è piaciuto moltissimo perdermi.

nella prossima puntata: il cibo, i parigini e le lingue, la luce, gli odori

Colonna sonora gentilmente offerta da Garou, clamoroso gnocco français che adorerei pure se si mettesse le dita nel naso.

We are the world

Per almeno due motivi.

Perchè era l’inverno ’84/’85 e io e Ross lasciavamo il caldo sicuro rifugio della provincia e della famiglia e delle sicurezze  per tuffarci nella metropoli tentacolare, nella vita adulta, nelle prove da affrontare da sole, senza il paravento del liceo con il busto amico di Quinto Orazio Flacco, del banco, degli amici, della famiglia. Stare attente a non farsi scippare, a non arrivare tardi, a farsi bastare i (pochi) soldi, a studiare, a non farsi male. Alzarsi al buio il lunedì mattina, uscire nel gelo, prendere il pullmann, e all’arrivo il caffè da Mexico, borsoni in spalla, e via andare. E non può non rimanerti impresso, un inverno così.

Perchè era la prima volta che si faceva una cosa del genere, e restammo tutti incantati di fronte a voci così diverse e personalità artistiche così imponenti e multiformi che si fondevano con tanta eleganza. Poi c’era la beneficenza, l’Africa, ammazza ‘sti americani se sò forti.

E mi dispiace per la buonanima, ma a me continuano a rizzarsi i peli sulle braccia quando entrano Bruce Springsteen, o Cindi Lauper, o Bob Dylan o Ray Charles, e non quando entra lui. 

Rest in peace, Michael. Sono sempre i peggiori che se ne vanno per primi.

Thai forever

Un centro di massaggi thailandesi si apre a 20 mt. dal mio portone. Come resistere?
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Oggi, il primo massaggio.

Il luogo è esattamente come te lo aspetteresti: luci basse, incensi, legno, divanetti di velluto, separée di finto bambù, cuscini ricamati, arazzi con ricami di scene di risaie, Buddha di finto avorio ed elefanti di finto ebano dovunque (uno, gigantesco ed un pò inquietante, all’ingresso). La massaggiatrice si presenta con un inchino a mani giunte, mi fa togliere le scarpe e le porta via su un vassoio, dandomi in cambio un paio di babbuccette morbide. Mi dice il suo nome: Chat, o Sciat. Mi porta in uno spogliatoio e mi spiega cosa devo mettermi addosso dopo essermi spogliata dei miei panni occidentali: una camicia di garza leggera e un enorme paio di braghe di cotone, da legare in vita e rivoltare sulla cinta. I miei vestiti e la mia borsa spariscono in un armadietto intarsiato, chiuso con chiavetta con nappina e con l’immancabile elefantino.

Dopo aver lottato un pò con le immense braghe (l’alternativa era uscire dallo spogliatoio reggendole con tutte e due le mani, roba da farmi ridere dietro fino a Bangkok) riesco più o meno a legarle ed esco. Sciat mi accompagna ad una saletta isolata da separé di bambù e mi indica di stendermi. Il luogo dei massaggi è un materassino ampio e duro, livello pavimento, con cuscini colorati. Sciat abbassa la voce fino ad un sussurro, si inginocchia, mi chiede “scusa se dovrò toccare suo corpo” (e come pensavi di farlo, il massaggio con la forza del pensiero?) e inizia.

Il massaggio thailandese non è tutto rose e fiori. Sciat incombe su di me e per massaggiarmi usa i piedi, i gomiti, le ginocchia. Praticamente mi cammina addosso. Quando preme coi gomiti in punti delicati ammetto di sentire dolore, anche se sopportabile. Lei sussurra: “Fa male?” Io stoicamente rispondo di no e lei sospira soddisfatta: “Brava, brava, siniora”. Usa olii profumati alla canfora, che danno una meravigliosa sensazione di fresco sulla schiena (anche se poi lo si paga con un insopportabile penetrante odore oleoso che si stampa sulla pelle e mi porto appresso per mezza giornata). Sciat si alza in piedi, tira braccia e gambe, le torce, le incrocia, le incrocia e le torce. La lascio fare, sempre più rilassata.

Sarebbe tutto perfetto, tutto molto orientale, se non fosse per l’insopportabile cicaleccio che proviene dalla attigua sala estetica: un interminabile insopprimibile gossip in puro put’nzes’ mediante il quale io e Sciat apprendiamo non pochi dettagli su un matrimonio riparatore (nome della sposa, nome dello sposo, famiglie identificate fino al terzo grado ascendente, discendente, collaterale e affine, abito della sposa, quantità e qualità delle portate del pranzo), se sia meglio il pranzo o la cena per un matrimonio, i consigli sui rapporti con i parenti del marito che la linguacciuta ha dispensato alla figlia, a quanto pare senza grosso successo, and so on.

Alla fine, mi rialzo in piedi, mi rimetto la camiciola, mi ricompongo (le braghe si sono scomposte durante il massaggio e torno allo spogliatoio, come era prevedibile, reggendole con le mani), mi rimetto i miei panni, esco dallo spogliatoio. Mi aspetta fumante tisana rossastra, non male, devo dire, da sorbire seduta su divanetto di velluto rosso, mentre Sciat in piedi mi guarda e sorride. “A che serve la tisana?” chiedo.

Sciat si porta le mani giunte al petto, fa un lieve inchino e sussurra: “A fale pipì”.

Ovvio.

Colonna sonora ovvia (anche se imprecisa) offerta da un fascinosissimo David “Duke” Bowie.

 

Freedom!

Andare in bici a Giugno nell’area ciclabile del Pantano è un’esperienza psichedelica. L’aria è satura di odori e colori che stordiscono. L’odore marcio dei fiori dell’edera, l’acuto dolciastro del caprifoglio, il pungente leggero del finocchietto, e il mio preferito, il fresco stordente delle ginestre.

Tutto è blu di un blu intenso, o giallo carico. Il lago spicca in mezzo agli alberi come se fosse dipinto, e la tentazione di fare finta di non avere visto cartelli e divieti ed andarsi a stendere sul molo, come facevamo da ragazzi, per prendere

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il sole o pescare, è fortissima.

Già, i divieti. Come è possibile che “protetto” significho “vietato”? non c’è un controsenso, in tutto questo? 25 anni fa non esistevano barriere di cemento, al lago Pantano: si arrivava

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con i motorini fino sulla riva, in quelle mattine di festa regalata che erano gli “scioperi”, di cui nessuno conosceva il perchè. Si mettevano i piedi nell’acqua, si giocava, si rideva, si mangiava, si faceva l’amore e non ricordo che quando andavamo via il lago fosse più sporco, o meno “protetto” di quanto sia ora.

Faccio bikeschool con un amico semi professionista, e realizzo che sbagliavo tutto coi rapporti del cambio. Forte di rinnovato vigore quadricipite, mi lancio in corsa e quando prendo una discesa, quando posso rilassare la pedalata e alzarmi sul sellino, mi sento padrona del mondo, con il vento che mi fischia addosso senza potermi fermare.

Provavo la stessa sensazione a 15 anni, quando andavo a sciare: dopo l’infame scaletta dei principianti, dopo l’emozionante skilift della prima pista, quella dei semi principianti, il terrorizzante skilift della seconda pista, quella dei quasi professionisti, potevi concederti un minuto di discesa semilibera su una pista larga affiancata dal bosco (le misure di sicurezza sarebbero venute dopo, molto dopo). Il vento in faccia, il cielo azzurrissimo, gli sci che correvano, l’odore di neve e resina di pino, insomma la libertà.

Totale ed incondizionata.

Tesserini rubati all’agricoltura

Il notista politico

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oggi.
Parliamone.

Marco Frittella, Bruno Luverà, quella bionda con caschetto a funghetto, quell’altra con le labbra tumefatte che si mette di 3/4 davanti alle telecamere, al grido di “ma chi cazzo è Lilli Gruber rispetto a me”, e tanti altri.

La giornata tipo del notista politico.

Ore 10:00 – inizia un’altra durissima giornata di lavoro. Entrare al Parlamento esibendo il tesserino RAI e passeggiare nei corridoi spingendosi fino alla bouvette, fino a che non spuntano Cota, o Di Pietro, o la Sereni, o Anna Finocchiaro, o Gasparri, o Schifani, o Bonaiuti e dicono qualcosa, che il notista politico annota politicamente. Capezzone non c’è bisogno che spunti, è sempre lì, dorme sulla moquette e quando vede le telecamere salta in pedi e dice qualcosa, qualunque cosa, con quella sua faccia da chierichetto sodomizzato.
Il vero notista politico starà bene attento non solo a non fare la benchè minima domanda, meno che mai una domanda intelligente, ma baderà anche che nel riportare il pensiero altrui non ci sia nemmeno la più piccola sbavatura di pensiero proprio. Un registratore umano, praticamente, con giacca e cravatta / tailleur rosa, e bloc notes d’ordinanza.

Ore 13:00 – fare il conto delle dichiarazioni ottenute e scoprire che per coprire i 5 minuti di collegamento ne mancano un altro paio. Partire alla caccia dei commentatori di seconda fascia, i leghisti di primo pelo, le piddielline brutte (rare come la volpe albina), la Santanchè. In casi estremi, uscire fuori dal palazzo e braccare i sottosegretari di passaggio mentre vanno a pranzo. In casi disperati, ripresentarsi davanti a Capezzone sperando dica una cosa anche solo leggermente diversa da quella della mattina. Purchè dicano qualcosa, cazzo. Tanto io trascrivo e stop.

Ore 19:00 – riciclare le stesse dichiarazioni della mattina per il TG della sera, cambiando l’ordine degli interventi e anche delle parole dentro gli interventi, tanto i concetti sono di plastica e non ne risentiranno.

Ore 20:30 – distrutti, andare a dormire.

Ne valeva davvero la pena, eh, Bruno?
Era proprio così, che te l’immaginavi, la professione del giornalista?

Old Potenza Pride

Va bene, lo ammetto: mi sono divertita.
Anzi, no: mi sono divertita MOLTISSIMO.

La scena di tanto entusiasmo è la piazza principale della mia città natale. Domani è la festa del Santo patrono e i festeggiamenti, come d’obbligo, iniziano qualche giorno prima e si concluderanno qualche giorno dopo. Ieri sera, musica (popolare) in piazza. E’ quell’aggettivo chiuso tra parentesi che dà il senso a tutto il divertimento.
Tutti i meridionali riconoscono come proprio il ritmo della taranta, il battere ritmico ossessivo delle tammorre e dei tamburelli. E’ musica popolare la pizzica salentina, e tutti ballano, ma il Salento è molto lontano da qui. Sono musica popolare i canti d’amore della provincia, bellissimi, ma appunto, della provincia.

Poi arriva la star della serata, un cantante popolare di cui francamente sapevo molto poco, tranne qualche vaga eco del nome.
E canta canzoni popolari della MIA città. Sono suoni e ritmi e parole che richiamano la cultura del centro contadino che eravamo, e che forse siamo ancora, anche se imbellettato dal modernismo. Suoni ritmi e parole sentite all’alba della mia vita, in feste e sagre e aie dimenticate. Suoni ritmi e parole che non sentivo più da molti, ma veramente molti anni. Era legittimo che me le fossi dimenticate. E invece, dal profondo dell’infanzia tutto riemerge lucido e intatto. Scopro che sono perfettamente in grado di cantare insieme al cantante, tutte le strofe della melodia popolare, nel giusto ordine. E intorno a me stanno cantando e ballando TUTTI, compresi i ragazzini di vent’anni, che secondo me non dovrebbero averle mai sentite, quelle canzoni. Mi è parso un momento (raro) di coralità popolare, un riconoscersi nelle proprie radici, in una identità, in un inno cittadino sepolto da forme forse più raffinate di musica, pur popolare anch’essa, salentina o foggiana o campana.

Foss’ mort’ tata e lo lu ciucc’
lu ciucc’ ggia a ddegna e

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tata nona (*)

Rusina si Di’ vol’, uhè Rusina si Di’ vol’
l’ann’ ca ven’ gn’amma spusà,
mustazzuoli n’amma magnà (**)

A contribuire alla mia commozione e divertimento, la consapevolezza che erano un pò di anni che la festa si era opacizzata, forse per modernizzarla, forse per cambiarla. E invece stasera c’è tutta, proprio tutta la declinazione della festa di paese: le luminarie colorate, le bancarelle (di extracomunitari, beh, almeno questo) che vendono cianfrusaglie di ogni genere, i banchetti che vendono palloni, girandole, animaletti a pila e a molla per i bambini; un lungo bancone in piazza presidiato da molti giovani allegri, i “portatori del Santo”, tutti con la stessa maglietta, che offrono per una modica offerta pane, salsiccia, pecorino, vino rosso. E la gente, tanta: in piazza ci si accalca, si balla l’uno sui calcagni dell’altro, senza che nessuno se la prenda. Bambini sulle spalle dei genitori per vedere meglio il palco. Carabinieri baffuti e bonari che sorvegliano la baraonda.

Sono tornata a casa a notte fonda, le orecchie fischianti e intronate dalle megacasse che sparavano a milioni di decibel le tammorre e i cupa-cupa, le gambe molli dalle tarante ballate insieme a tutta la piazza.

Tutta nostra, la festa, per una volta.

_______________________________

(*) Meglio fosse morto mio padre, e non l’asino
l’asino trasportava legna, mio padre no

(**) Rosina, se Dio vuole, oh Rosina, se Dio vuole,
l’anno prossimo ci sposeremo
e mangeremo mostacciuoli
(dolcetti tipici del matrimoni contadini lucani)

Tutto torna utile, alla fine

Da: Pierre Cosso
A: Signora Cosso, Stelvio, Cambianeve
Data: 28 maggio 2009 – 11.36
Oggetto: Considerazioni

“Un paio di giorni fa un un uccello ha gratificato delle sue abbondanti deiezioni il vetro del finestrino lato guida della mia auto. Non l’ho lavato: sono ottimista, prima o poi pioverà.
Stamani ho parcheggiato, in ritardo, ho chiuso la

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macchina e mi sono allontanato a passo svelto. Dopo un po’ mi sono chiesto: ma avrò chiuso il finestrino?
In lontananza ho guardato: si vedevano le macchie scure e non è stato necessario tornare sui miei passi. Ho risparmiato tempo ed ho capito che anche dalle cose più infime più trarsi una utilità: la merda più essere segnaletica.
Tutto questo mi induce a fare delle riflessioni sul mio attuale rapporto lavorativo.” [che è uguale al mio, N.d.R.]

Commento della signora Cosso: “Almeno qualcuno ti caca!”

Sipario.