Gli esaquadri di Max

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I testi purtroppo non si leggono, se non aumentando lo zoom della pagina.
Ma gli esaquadri sono piccoli capolavori innanzitutto per gli occhi (a me la tecnica sembra pazzesca, ma io sono negata anche a fare una O con il bicchiere, come avrebbe detto mio nonno), poi anche per lo spirito: poetici, talvolta malinconici, spesso ironici, sempre con un finale a sopresa.

Una parte della sterminata produzione la trovate QUI, nel blog di Massimo D’Errico.

Memento

Un amico che lavora nel mio stesso luogo pubblico mi dice che deve andare, ha “una riunione con il Presidente”.

Fulminea, mi torna alla mente un’altra amica, che mi raccontava di quando Cecilia andava a bussare alla sua porta e le diceva:

“Ci ha chiamato il Presidente.
(pausa)
Andiamo in bagno a metterci il rossetto!!”

Ecco, quest’episodio restituisce intatto, a chi non ha avuto la fortuna di conoscerla, lo spirito di quella donna meravigliosa: quel filo di humour, di civetteria femminile, di complicità, di ironica declinazione del “mainstreamng di genere”, sul quale nessuno ne sapeva più di lei, e perciò poteva scherzarci.

Quanto mi manchi, ragazza.

Una serata da piccola fan

Venerdì 30 Gennaio lo scrittore ex magistrato oggi senatore PD Gianrico Carofiglio presenta a Matera il suo ultimo libro.  Sono diventata groupie dello scrittore suddetto una piovosa domenica d’inverno, che mi ricordo con bizzarra precisione, anche perchè ne avevo riportato traccia QUI.

In tempi non sospetti, dunque. Da quella domenica ho letto tutto quello che Carofiglio ha scritto, e non mi ha mai deluso. Parto con animo lieto, che si stempera subito in incazzamento a palla quando mi rendo conto che la prestigiosa Fondazione che ha organizzato l’incontro, probabilmente non rendendosi conto dell’appeal del Nostro, ha prenotato una saletta da 80 posti. Dentro ci sono circa 100 persone, aggrappate ai muri, e fuori almeno altrettante. Fra cui io. L’ingresso è impossibile, grappoli umani tappano l’unico minuscolo varco alla sala. Peraltro, sotto la spinta unanime di circa 200 polmoni, e in assenza di ricambio d’aria, l’atmosfera è umida al 100%, greve, e non particolarmente gradevole all’olfatto.

Mentre, appoggiata ad un muretto esterno alla sala, digito furiosamente una nota di protesta su FB , ho modo con la coda dell’occhio di apprezzare il richiamo della foresta che una manifestazione di stampo politico esercita sulla più varia umanità. Alcuni dei presenti non hanno nulla a che vedere col PD, che io sappia almeno, e secondo me non hanno veramente la più pallida idea di chi sia Carofiglio. Però faceva fico / faceva gioco esserci.

Potete forse pensare che la muraglia umana mi abbia fermato?
Aspetto che si fluidifichi temporaneamente (succede sempre così, se uno non è veramente interessato dopo un pò si stufa e se ne va), e con un’azione di forza, pestando forse un pò di piedi e dando qualche gomitata nelle costole, entro dentro, infilo il corridoio centrale fra le due file di sedie, lo percorro velocemente e con sguardo truce sotto gli occhi perplessi di Gianrico Carofiglio, che avrà avuto l’impressione che puntassi dritta su di lui per menarlo, poi scarto a sinistra e mi addosso al muro, praticamente a un metro dal tavolo dei relatori. Ahhh.

Mi godo, pur in piedi, il resto della conferenza, il delizioso humour anglobarese dell’ex magistrato, le sue opinioni decise, il suo dichiarato amore per la lingua italiana. Io ho in borsa due dei suoi libri, quelli che ho amato di più. Quando finisce, approfittando della vicinanza al tavolo, riesco a bruciare sullo scatto le molte signore presenti e a sventolargli sotto il naso penna e libri, con un gran sorriso. Ne ricevo in cambio due belle dediche con autografo, e un identico sorriso, che mi godo tutto, pur pressata alle spalle dalla furia delle autografande.

Una bella serata, dopotutto. Medito di cancellare la nota incazzata su FB ma poi penso che un rimprovero fa sempre bene, al PD di Basilicata.

La magia della notte

Talvolta, di notte non si dorme.
Talvolta per eccesso di ansie, talvolta

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per eccesso di pizza col salame piccante, talvolta per eccesso di felicità.
Talvolta per un incongruo mix delle tre cose, che si alternano nella testa (e nello stomaco), ciascuna tentando di prendere il sopravvento.

Molta acqua minerale risolve rapidamente il problema della pizza.

La consapevolezza della propria impotenza risolve – meno velocemente – il problema delle ansie: non c’è nulla che io possa fare per cambiare le cose, devo prendere serenamente atto di quello che accadrà e vivermela, con il consueto (??) coraggio. Vale per lo stato di salute materno, vale per il futuro lavorativo, vale per tutto.

Quello che non si risolve, è la felicità.
Perchè di notte tutto è più magico, tutto è più pacato e luminoso.
Tutto, alla fine, è possibile.

Inverno

E’ la quarta volta che metto le mani su questo post. Questo dà probabilmente un’idea dell’urticanza. Mò basta, però.

Nessuno si è sognato di nominare un dirigente al posto di Cecilia. I suoi figli professionali si aggirano per i corridoi sbandati e torvi, e per lo più fuggono altrove (un altrove professionale, naturalmente). Tra poco il 4° piano della Giunta sarà un deserto. Girano voci incontrollate ed incontrollabili sui candidati. Chiunque sarà, potrebbe dare una decisiva spinta al concorso per l’assistenza tecnica FESR, oppure fottersene ed affossarlo del tutto. O qualunque via intermedia. Poi bisogna sempre vedere come va, il concorso. Incertezza.

Da due mesi io e Stelvio teniamo un’asta quotidiana fra le multinazionali della consulenza per il bando assistenza tecnica FSE. Tutti i giorni cambiano le proposte, le compagini, le cordate, i vantaggi e gli svantaggi di aderire ad una invece che all’altra. Con ansie che crescono di giorno in giorno. E se sbagliamo cordata? E se.. ? E se .. ?
La scelta fra le diverse compagini di contendenti, peraltro, mi pone delicatissimi problemi di scelta fra lealtà e convenienze, fra coraggio e buon senso, fra affetto e brutti – anzi pessimi – ricordi. Poi bisogna sempre vedere come va, la gara. Incertezza, un filo di vergogna, e dispiacere, e ansia.

La salute di mia madre attraversa un momento un pò delicato. Niente di serio, almeno così pare, però deve affrontare l’ennesimo tour di analisi e cure. E io con lei. E finchè non si sarà del tutto ripresa, non respiro. Incertezza, ed ansia.

Dio è morto, e non perde occasione per specificare che MAI niente c’è stato, nè MAI niente ci può essere, nè MAI ci sarà. 
E va bene, ho capito. E’ inutile che me lo scrivi ogni volta.

E ho pure il coraggio di chiedere a me stessa come mai dormo male, di notte.

Per fortuna mi rimangono i fratelli, in spirito o in corpo, quando proprio non ce la faccio e ho bisogno di un abbraccio, vero, caldo, e di qualcuno che si prenda cura di me e mi porti a cena fuori per distrarmi e mi massaggi la schiena incordata dalla tensione e mi porti il sanguinaccio coi savoiardi e mi dica che comunque alla fine tutto andrà bene.
(MOB, non c’è bisogno che ti agiti  😉

La colonna sonora di stasera è gentilmente offerta da Fabrizio “Faber” De Andrè e Franco Battiato.

 

Il pane fatto in casa

Non c’è dubbio che il must del momento sia “il pane fatto in casa”.

Dovunque ti volti (radio, tv, giornali) puoi sentire storie di garrule signore che magnificano i vantaggi del pane fatto in casa, svelano misteri, trucchi, tipi di farina sconosciuti ai più.

E’ bellissimo, farsi il pane in casa.
Svegliarsi alle 5 del mattino per impastare il lievito madre, perchè tutte, TUTTE le signore suddette vi guarderanno schifate se per caso chiederete “ma il lievito di birra, quello che si compra in comodi panetti al supermercato? non va bene?”. Farlo lievitare. 
E si son fatte le 7.
Poi si impasta il pane vero e proprio. Si impasta a lungo, se no non viene, con i gesti antichi e sapienti delle nostre bisnonne di campagna, ben rappresentate da Irene Papas nel “Cristo si è fermato a Eboli” di Rosi.
Si impasta molto a lungo, un paio d’ore, diciamo.
Si fanno le palatelle, si lasciano lievitare. 
E si è fatta ora di pranzo.
Mentre il pane lievita, quindi, si scende a comprare il pane, e un etto di crudo, se no non si mangia.
Si fanno le forme, oh! la magia di fare le forme con le proprie mani, come bambini che giocano sulla spiaggia! cinguettano estasiate le signore di cui sopra.
Si fa lievitare ancora, ma è l’ultima volta, eh.
Si inforna.
E’ solo a questo punto che ci si rende conto che il comune forno casalingo non potrà mai contenere le 12 panelle che abbiamo preparato, e quindi si dovranno infornare due per volta. Tempo di cottura di ogni infornata: un’ora circa. Tempo totale di cottura del garrulo meraviglioso pane fatto in casa: 6 ore.
Si è fatto buio.
Per fortuna il pane comprato a pranzo basta anche per la cena, friggiamo velocemente un hamburger e ce lo schiattiamo dentro, e via così. Un velo di maionese, magari. Ma sì.
Sforniamo orgogliose le nostre pagnottelle, lasciamo che si intiepidiscano, invadendo casa di un dimenticato odore di pane fresco, e le assaggiamo. E’ notte fonda.
E domani, si ricomincia!!!!

Fare il pane in casa, un must del momento. Si risparmia e si fa un prodotto che almeno sai che ci metti dentro.
Fare il pane in casa. Una cosa meravigliosa.

Per donne che non c’hanno veramente un cazzo da fare.

Respect

Non amo il jazz.
Anzi diciamo pure che lo detesto.
Sono convinta che ognuno di noi si porta dentro, scritta nel DNA, la sua melodia interiore, una successione di note, una musica, un ritmo, che sono suoi e basta. E ognuno di noi amerà quella successione di note, quella musica, quel ritmo che più ricalca la sua melodia interiore.
La mia melodia interiore non ha niente a che fare col jazz, mi spiace.
Lo trovo disarmonico e sgradevole,

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disordinato, ossessivo, irritante e snervante e non riesco nel modo più assoluto a distinguere un pezzo da un altro, e non riesco veramente a capire come si possa suonarli, mi sembrano tutti identici e tutti ugualmente impossibili da ricordare.

Però a sentire Marco and his band ci vado lo stesso.
Perchè il bene che gli voglio non ha niente, ma veramente niente a che fare con la musica che suona. Perchè il clima di complicità e fratellanza che accomuna tutti quelli che vanno a sentirlo, anche quelli come me senza orecchio, incapaci di seguire un ritmo, che trovano irritante la dissonanza, non si vende al mercato. Perchè Marco è vivo e lotta con noi, quando suona.

Play it again, Marcolino.
Un giorno ci capirò qualcosa, forse.

Dare e avere

Ed è così che

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ben due dei miei scrittori preferiti in assoluto mi accettano come amica su FB. E uno dei due addirittura intavola con me una conversazione privata su uno dei suoi libri. Mi sembra il giustissimo contrappeso al secondo funerale cui domani parteciperò, nel giro di 4 giorni, e alla quarta pessima notizia che ricevo, nello stesso lasso di tempo.

Scusate, vado a sistemare il TIR di corni che ho comprato su Ebay.

1999, 11 gennaio

“Ognuno può aggiungere – non sottrarre – eventuali regole che gli sembrino necessarie. Io per esempio, considerando le canzoni di Fabrizio De Andrè alla stregua di un sentimento, non le inserisco nell’elenco.”

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Quando la radio ha dato la notizia, ero in macchina. Facevo in funambolico incrocio a doppio otto vicino casa dei miei. Anime Salve era uscito circa due anni prima. Io ero andata nemmeno due mesi prima alla Questura a mettere in piazza tutte le mie vergogne e a denunciare il mio persecutore. Da circa due mesi, avevo ricominciato con una certa cautela a respirare. Non avevo più un lavoro, ero oggetto della affettuosa devastante commiserazione familiare e degli amici. Negli ultimi due anni, Anime Salve mi aveva tenuto compagnia di giorno e di notte, nei minuti che il mio persecutore mi lasciava liberi per fare altro che non

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fosse occuparsi dei fossi che stava scavando nella mia vita e dentro di me, in generale. E ora uno sconosciuto speaker mi diceva che Fabrizio De Andrè non c’era più. Non ci sarebbe mai più stato un altro cd, altra musica che in qualche modo festeggiasse la mia vittoria, la mia liberazione, come Princesa e Dolcenera avevano sottolineato la mia prigionia. Ero libera, e lui non l’avrebbe saputo, nè festeggiato.

Fermai la macchina, e mi misi a piangere.

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Non riesco a smettere di guardare Dori Ghezzi e la sua faccia paralizzata dal botox. Si ha la sensazione che se ride un pò più forte si strappa. A Fabrizio sarebbe piaciuto, Dori?

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Tutti hanno la loro canzone di Fabrizio De Andrè. Io ho questa, che mi ricorda una estate del 1982 o forse 1983, sentimenti dolcissimi e spietati, carezze furtive e proibite in una casa piena di sole. E una copertina di LP con sopra dipinto un indiano impressionista, che è ancora attaccata al muro nella mia stanza da adolescente.

Le cose finiscono, e non siamo mai pronti

Una fila di istantanee, che continuano a scattarmi davanti agli occhi.

Il nostro primo colloquio, con quella enorme foto di donna velata di rosso alle sue spalle, che non riuscivo a smettere di guardare.
“Quanti anni dura il contratto?”
“Tre”
“Rinnovabile?”
“Per altri tre”
“Ahhheeeeee!!!! E chi v' caccia cchiù, da qua dentro” rise lei.

Il nostro primo Natale da assistenza tecnica, quando le lasciammo sulla scrivania un ramo di agrifoglio con un fiocco e un bigliettino, e lei si commosse.

Quella volta che entrò nella stanza urlando e rimproverandoci per un errore fatto, uscì sbattendo la porta e dopo due secondi riaprì, urlando chiese scusa per aver urlato e richiuse la porta.

Quei viaggi a Roma, ridendo sempre, lavorando moltissimo ma chissà perchè non mi pesava.

E' stata il mio Capo nel periodo più buio della mia vita. E lei aveva un suo modo semplice e piano di aiutare le persone, non mi diceva niente, però capiva che stavo malissimo e mi metteva tutti i giorni un cioccolatino sulla scrivania. Lei, il Dirigente Generale, a me, l'ultima arrivata.

La sua ironia tagliente, le sue irresistibili imitazioni delle dame dell'alta borghesia cittadina fintamente impegnate nel sociale.

Quel viaggio a Lecce, poco più di un anno fa. 

“Non vi fate fregare”, quasi il suo ultimo pensiero. Per noi.
 
Buon viaggio, Cecilia, grande Capo, amica preziosa.
Le cose finiscono, e non siamo mai pronti.

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