1999, 11 gennaio

“Ognuno può aggiungere – non sottrarre – eventuali regole che gli sembrino necessarie. Io per esempio, considerando le canzoni di Fabrizio De Andrè alla stregua di un sentimento, non le inserisco nell’elenco.”

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Quando la radio ha dato la notizia, ero in macchina. Facevo in funambolico incrocio a doppio otto vicino casa dei miei. Anime Salve era uscito circa due anni prima. Io ero andata nemmeno due mesi prima alla Questura a mettere in piazza tutte le mie vergogne e a denunciare il mio persecutore. Da circa due mesi, avevo ricominciato con una certa cautela a respirare. Non avevo più un lavoro, ero oggetto della affettuosa devastante commiserazione familiare e degli amici. Negli ultimi due anni, Anime Salve mi aveva tenuto compagnia di giorno e di notte, nei minuti che il mio persecutore mi lasciava liberi per fare altro che non

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fosse occuparsi dei fossi che stava scavando nella mia vita e dentro di me, in generale. E ora uno sconosciuto speaker mi diceva che Fabrizio De Andrè non c’era più. Non ci sarebbe mai più stato un altro cd, altra musica che in qualche modo festeggiasse la mia vittoria, la mia liberazione, come Princesa e Dolcenera avevano sottolineato la mia prigionia. Ero libera, e lui non l’avrebbe saputo, nè festeggiato.

Fermai la macchina, e mi misi a piangere.

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Non riesco a smettere di guardare Dori Ghezzi e la sua faccia paralizzata dal botox. Si ha la sensazione che se ride un pò più forte si strappa. A Fabrizio sarebbe piaciuto, Dori?

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Tutti hanno la loro canzone di Fabrizio De Andrè. Io ho questa, che mi ricorda una estate del 1982 o forse 1983, sentimenti dolcissimi e spietati, carezze furtive e proibite in una casa piena di sole. E una copertina di LP con sopra dipinto un indiano impressionista, che è ancora attaccata al muro nella mia stanza da adolescente.

Una risposta a “1999, 11 gennaio”

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