Integralismi

Basta, da oggi in poi non mi modero più.

Lo scambio di commenti del post precedente a questo mi induce – mio malgrado – a non essere più tollerante. Succede sempre più spesso: articoli di giornali anche prestigiosi, servizi di telegiornali pubblici e privati, post su blog, interventi nei forum (peggio che andar di notte) contengono – sempre più spesso – una o più vongole grammaticali o sintattiche, talvolta veniali, talvolta serie, talvolta mostruose.

Mi rendo conto che è una forma di razzismo, la mia: ma non lo tollero. E' una forma di razzismo perchè, come nascere nero o gay non è colpa del nero o del gay, così sbagliare congiuntivi o apostrofi o pronunce spesso non è colpa di chi commette l'errore. Sono, a mio parere, le avanguardie di un esercito che ci invaderà nei prossimi anni: l'esercito di chi proviene, per un fatto generazionale, da una scuola elementare che non insegna più la grammatica e la sintassi, ma insegna a sviluppare la fantasia, le libere associazioni, il lavoro di gruppo e le esperienze fattuali. Tutte ottime cose: però siccome il tempo della scuola è quello è,  non lo si può dilatare a dismisura, non si insegnano più la grammatica e la sintassi. Almeno, non con la durezza e la mortale noia di un tempo. Sì, era noioso, molto noioso: ore e ore passate a fare analisi grammaticali e logiche di frasi, di brani, di intere pagine dei Promessi Sposi, per dirne una. Me lo ricordo benissimo: una roba da tagliarsi le vene, niente fantasia, niente lavoro di gruppo (anzi, era una sofferenza spietatamente individuale). Dure punizioni per chi sbagliava, nelle “gare di verbi”. Sofferenze che però mi regalavano una capacità che ad oggi ritengo preziosa: scrivere senza errori, anche se scrivo di fretta, anche se sotto pressione, anche nei banali post su Facebook, anche negli sms (non userò mai e poi mai xchè invece di perchè, perdonatemi, e metterò sempre la punteggiatura, anche nei 140 caratteri).

[a questo proposito, consiglio di leggere gli ottimi libri di Paola Mastrocola, in particolare l'ultimo, “Togliamo il disturbo – Saggio sulla libertà di non studiare” – ed. Feltrinelli, che rende e descrive questa incongruenza di fondo della scuola italiana, soprattutto primaria, in modo molto più completo di quanto non sia stata capace di fare io].

Scrivere bene, con espressività, usando toni e stili diversi a seconda di quello che si scrive, scrivere con proprietà di linguaggio, senza alcuna paura del foglio bianco,  e senza errori, è una delle mie pochissime skills (sarà femminile? sì, se lo traduco con “abilità”) e intendo vantarmene. E intendo avere un filo di stima in meno per chi – fosse pure il Ministro della Pubblica Istruzione (hhhhmmmm.. mi sa che ho sbagliato l'esempio) – scrive su un giornale “va ad ingrossare le file dell'opposizione” oppure mette il punto interrogativo alla fine di una interrogativa indiretta (“Molti amici mi chiedono cosa penso della manovra finanziaria?“), tanto per dirne due che ho sentito o letto nella sola giornata di oggi.

Poi, possiamo essere amici, eh, e posso stimarvi per mille altre cose.

Però resto integralista, scusatemi.

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Caso Celli, considerazioni sparse

Il caso, lo ricorderete, è questo (non ho voglia di mettermi a fare il riassunto).

I commentatori a questo punto si dividono (come è evidente anche dall'articolo postato, e dal furioso dibattito che si sta sviluppando in rete) in due categorie contrapposte: i Fustigatori e i Difensori.

Il mio pensiero, anzi i miei pensieri in proposito:

1. è vero che i “figli di” o anche i “parenti di” stanno sempre sotto una lente d'ingrandimento per cui qualunque cosa facciano, qualunque risultato raggiungano, si pensa sempre che ci sono arrivati perchè appunto “figli di” o “parenti di”. Una sorta di pregiudizio alla rovescia per il quale nessuno guarda più ai meriti personali, che possono essere posseduti solo se non hai parenti in politica: se ce li hai, non puoi mai essere bravo, sarai sempre e solo raccomandato. A parte il giovane Celli, ho sotto il naso il caso di una persona che conosco abbastanza bene, che stimo molto come essere umano, e che si occupa di stampa e comunicazione (peraltro secondo me brava nel suo lavoro, anche se non sono in grado di giudicare), e che era (era) impiegato in una pubblica amministrazione. Il caso vuole che suo fratello si sia candidato a governare quella stessa pubblica amministrazione, e abbia vinto le elezioni. Da quel giorno, il povero esperto di comunicazione non solo ha dovuto precipitosamente lasciare l'ufficio stampa nel quale lavorava, e ci lavorava, si badi bene, da prima che il fratello si candidasse (ma questo ci può anche stare, è una questione di opportunità istituzionale, e va bene) ma gli è di fatto sistematicamente impedito di partecipare a qualunque concorso pubblico nel settore, e soprattutto di vincerlo o piazzarsi ai primi posti, perchè immediatamente gli si scatena contro una “campagna mediatica”, come si usa dire ora, ancorchè locale. Insomma, puoi essere bravo quanto vuoi, ma se hai un fratello in politica, non puoi mai essere giudicato per quanto vali, sarai uno sporco raccomandato a prescindere. E questo a me pare assurdo: talvolta sarà vero, talvolta no, ma possiamo avere almeno il dubbio che uno sia bravo, a prescindere da chi è parente?

2. se veramente il giovani Celli è così brillante (e non abbiamo motivo di dubitarne, appunto, i risultati parlano da sè), papi Celli poteva pure evitarsela, la lacrimevole lettera aperta contro il sistema italiano che non concede possibilità ai giovani studiosi e capaci, tanto che se ne devono (anzi, è consigliato che lo facciano) andarsene all'estero. Mi pare che il ragazzo le possibilità se le stia creando con le sue mani, e in Italia, come è giusto, e quindi il teorema paterno viene un po' a cadere. Nella migliore delle ipotesi, il brillanter Celli junior sta facendo fare una brutta figura da piagnone al padre.

3. “un altro 110 e lode” si scrive senza l'apostrofo. Questo lo dico allo sconosciuto (a me) autore del post che ho linkato, Stefano Casertano. Se vuoi fare giornalismo d'attacco – il blog si chiama nientemeno che Radio Berlino, dentro ad un sito che si chiama nientemeno che LINKIESTA, tutto maiuscolo – e visto lo stratosferico curriculum che ti porti dietro, e cazzo, un po' di analisi grammaticale studiatela, però.

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Storage

Per la modica cifra di 99 USD,  ho comprato una versione deluxe di dropbox.com, il sito che stiva nell'etere i nostri files e li sincronizza per farceli trovare freschi freschi e aggiornati da qualunque postazione li apriamo, perfino dal palmare. Adesso ho un magazzino di 52 GB, un hangar, praticamente, e presa dall'euforia ci ho buttato dentro TUTTI i miei files, ma proprio tutti, comprese tutte le foto e tutta la mia musica. Siccome spesso mi ero portata lavoro e svago da casa all'ufficio e viceversa, all'inizio è stato il caos: cartelle diverse ma con contenuti uguali, files con lo stesso nome ma con contenuti leggermente diversi, cartelle duplicate ma inserite in ramificazioni differenti. Scatoloni e scatoloni hanno riempito l'hangar, e non tutti avevano il nome sopra. A complicare le cose, la mia innata tendenza a conservare (che vale per il files ma non per i vestiti , ad esempio, che regolarmente butto perchè mi paiono vecchi e regolarmente vado a cercare una o due stagioni dopo), e un pervicace bug di cui devo ringraziare i tecnici informatici del mio ufficio, che non fidandosi di me – è evidente – hanno bloccato tutti i files vecchi quando mi hanno fatto il backup da una postazione all'altra, ormai 14 mesi fa. Non avevo l'autorizzazione per gestirli, mi diceva beffardo un messaggio di errore che compariva insieme alla crocetta rossa e a quell'odioso rumore che fa Windows quando vuole dirti che stai cercando di fare una cazzata. Mi sono servite ben quattro telefonate all'ufficio tecnico – spiegando ogni volta daccapo il problema – prima di riuscire a farmi riabilitare a spostare o cancellare i miei files. Se pensiamo che è Agosto, non mi è andata manco male. Poi ho scambiato tre mail con Todd, del servizio clienti dropbox.com, che sicuramente avrà non più di 16 anni ma mi ha aiutato a risolvere altri problemi con una chiarezza invidiabile: fai questo, clicca questo, scegli quest'altro, non ti preoccupare se fa così, però questo dovrebbe risolverti il problema. E infatti.

Per fare ordine ho dovuto aprire un sacco di files il cui nome non mi diceva niente, buttati alla rinfusa nella cartella “personali” nella quale come è ovvio va a finire qualunque nefandezza. A casa avevo addirittura una cartella che si chiamava “varie momentanee” perchè detesto i files sparsi sul desktop e quindi qualunque cazzatina ho prodotto (confronto fra i prezzi degli albergi nell'estate 2007, foto del Tenerone da spedire ad un amico per scherzo, bozze di post, avvisi condominiali, tanto per farvi capire la miscellanea) non è stata buttata, oh noo, ma è andata a finire sotto il tappeto di quella cartella. Potete immaginare che troiaio c'era dentro.

Però alla fine ci sono più o meno riuscita. Tutta la mia vita informatica occupa 26 GB, quindi metà circa dell'hangar, ben ordinata e compatta. La signorina Rottenmeier che è in me è molto soddisfatta, la Bridget Jones che è in me rimugina e non dorme e ritorna su vecchi files che ho dovuto aprire e purtroppo leggere. Post che ho cancellato (e non me lo ricordavo) però ho salvato in formato word. Post che ho scritto in bozza e mai pubblicato. Lettere d'amore di cui avevo dimenticato l'esistenza (alcune spedite, altre no). Ragionamenti fra me e me per cercare di capirci qualcosa, quella volta che ho proprio perso la testa (per la cronaca: non sono mai arrivata a capo di niente, non ci avevo capito un cazzo e la cosa acquista una tale palese chiarezza, vista così a distanza, che non ci posso veramente credere, a quanto scrivevo). Non bisognerebbe innamorarsi mai, si perde troppo il controllo della propria lucidità. Se poi l'amore non è corrisposto, o peggio lo è solo in parte, la lucidità decade definitivamente a favore di allucinazioni bastarde che ci fanno vedere l'acqua in mezzo al deserto, e i vichinghi seduti sulla finestra (questa la capiranno in poche).

Vorrei poterli cancellare, quei files. Ma alcuni di essi, credetemi, sono roba veramente bella, non dovrei dirlo io che l'ho scritta, ma se non mi fanno vomitare dopo due anni e dopo che ho riacquistato il ben dell'intelletto vuol dire che è roba buona. A parte il fatto che mi identificano come una perfetta idiota, naturalmente. Mi faccio anche un bel po' di tenerezza, devo dire, una me stessa tenerella e vulnerabile che mi è piaciuto ritrovare, anche se talvolta penso che se ci fosse stato qualcuno a darmi un bel paio di schiaffi o buttarmi una secchiata di acqua fredda mi avrebbe fatto un gran bene.

Colonna sonora della serata offerta da Gary Jules. Triste quanto basta.

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Ingiustizia

Ingiustizia è chiudere, ogni santa volta che ci passo vicino, da anni, la fontanella del Pantano, perchè gli incivili bevono e poi la lasciano aperta, a sprecare ottima preziosa acqua della Sellata; passare ieri e provare a chiuderla per l'ennesima volta, constatando però che il rubinetto si è un po' ingottato e io con le mie forze non riesco a stringere bene per cui, si, un pochino resta aperto; fare pochi passi ed essere apostrofata da un ciclista di passaggio (che non ha visto i miei sforzi) con un secco “Chiudere il rubinetto fa troppa fatica, vero?”. E non avere il tempo di replicare, che intanto è già arrivato dietro la curva.

🙁

Ecco, questa è un'ingiustizia.

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Bisognerebbe stare più attenti

Bisognerebbe stare più attenti.

Bisognerebbe dedicare più tempo ai rapporti umani, molto di più di quanto non facciamo.

Bisognerebbe pensarci, quando si saluta un amico-collega, e non dare per scontato che tanto (domani? un altro giorno?) lo vedremo ancora. Da quando ho saputo che Adriano non c'è più, sto cercando di ricordare quando è stata l'ultima volta che ci siamo visti. Credo di poter dire con certezza che è stato forse a Febbraio, o Gennaio: faceva freddo, io quella mattina avevo di sicuro fatti i miei chilometri di corsa, perchè non avevo fatto in tempo a fare colazione, avevo freddo e fame. Ci siamo incontrati al bar, e mi ha offerto la colazione. Poi, certo, ci saremo incrociati ancora, lungo i corridoi, ma di quella volta ho un ricordo abbastanza preciso: come stai, che fai, il suo solito garbo sorridente, il suo modo schivo di parlare di sè e del suo lavoro, quella sottile invisibile amarezza che sempre lo accompagnava. Però adesso vorrei ricordare con ancora maggiore precisione le parole, ricordare cosa ha consumato lui, cosa ci siamo detti parola per parola.

Vorrei averlo salutato con più calore, vorrei averlo, che so, abbracciato.

Perchè ci distraiamo, perchè non stiamo più attenti alle persone che incontriamo, con cui parliamo?

Perchè non mi è più capitato di cercarlo? Bisognerebbe stare più attenti, bisognerebbe trovare il tempo di stare di più insieme. E' successo così anche con Cecilia. Quello che mi ronza in testa in queste ore è proprio questo monito, questo “teniamoci stretti, perchè la notte è buia” che forse è evangelico, non me lo ricordo, o forse no, però mi pare il paradigma perfetto dell'idea che se ci muore un amico siamo un poco più soli, lui resta indietro e noi continuiamo la strada, un po' più tristi, con un po' più di difficoltà. “Teniamoci stretti” è quello che ho detto a tutti gli amici che ho abbracciato in queste ore, quelli che condividevo

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con Adriano, e non volevo intendere solo “in questa circostanza”, “per lenire il dolore”: volevo proprio dire “teniamoci stretti”, frequentiamoci di più, stiamo di più a contatto gli uni con gli altri. Stiamo più attenti alle cose che ci vengono dette, ai gesti che facciamo e che ci vengono fatti.

Buon viaggio, Adriano.

Scusami, se non ti ho più cercato, e scusami, se non ricordo bene cosa ci siamo detti, quella mattina fredda che mi hai pagato il cappuccino e il fagottino di pasta sfoglia.

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Matera 2019: la presentazione del Comitato Promotore e del logo

Borsino blogger:

– HyperBros è presente e mette in piedi un Facebook livestream da palazzo Lanfranchi.  Sono seduta due sedie più in là e avrei scritto più o meno le stesse cose. Mi diverto molto a commentare i suoi post, che è un po' l'equivalente tecnomediatico 2011 del chiacchierare con l'amichetta del cuore durante la Messa.

– Clarita, in avanzato stato di allattamento (a proposito: auguri di cuore, cara) commenta insieme a me e poi piazza l'affondo da vera blogger, reperendo e pubblicando su un blog di notizie materane online il documento del Comune di Matera, che spiega molto bene i come e i perchè della candidatura. Grande Clarita!

– Giovanni Calia: non pervenuto (ancora). Eppure c'era 😉

– Catepol: assente giustificata (al mare? beata lei)

– Tra cielo e mandarini: non pervenuto. Non c'era e non mi ha fatto pervenire messaggi (occhio, c'era il tuo capo, però) 😉

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Io sono la solita ingenua sentimentale entusiasta, ma a me la cerimonia è piaciuta molto, mi è sembrata ben riuscita. Vedere ad un solo tavolo parlare con accenti unanimamente incoraggianti il Governatore, i due Presidenti di Provincia, i due Sindaci dei Comuni capoluogo, il Presidente di Unioncamere e il rettore dell'UniBas, credetemi, non è cosa da tutti i giorni. Mi è piaciuto in particolare chi ha detto che anche se alla fine la candidatura dovesse non andare a buon fine, almeno qualcosa avremo imparato: una nuova modalità di fare le cose, di confrontarsi, di rapportarsi, nei bui palazzi delle amministrazioni pubbliche. E già questo mi sembrerebbe un grosso passo avanti.

Note di colore e gossip della mattinata: le magliette con il logo (che vedete riprodotto qui a sinistra) sono andate a ruba come se fossero di Armani, ed erano veramente brutte. Il logo – che già deve essere diciamo così metabolizzato, imho – era stampato piccolissimo in alto a sinistra su magliette candide. Questo ha reso la foto ricordo del Comitato Promotore – tutti con le magliette – una simpatica rimpatriata fra gelatai.

Ci sono stati inoltre un certo numero di imbucati a Palazzo Lanfranchi che hanno aspettato pazientemente la fine dei discorsi per poi fiondarsi sul buffet offerto dall'amministrazione comunale e scroccare un pranzo. Vabbè, capita.

Infine, siccome poi a pranzo mi è toccare subire due ore di noiose battute campanilistiche fintamente scherzose, mi vendico su queste pagine dichiarando che la figura migliore in assoluto per tono e freschezza dei discorsi l'hanno fatta il MIO Presidente della Provincia (che ha 35 anni, vi vorrei dire) e il MIO Sindaco, che ha creduto a questa candidatura ben prima di altri. Tiè.

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Matera 2019: si parte! (e una proposta per i blogger)

Per una volta abbandono il tono semi intimista del mio blog per parlare di una iniziativa pubblica, che mi appassiona come tutte le sfide (apparentemente) impossibili. Cercherò di dirlo con il minimo di enfasi necessaria, una roba poco evidente, e poco appariscente:

Matera si candida a

Capitale Europea per la Cultura

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per il 2019!!!

Ovviamente, essendo la nostra una regione di veramente 4 ma 4 gatti (non arriviamo ai 600.000 abitanti, un quartiere di Napoli, e manco il più popoloso) è evidente che la sfida non è municipale, ma regionale. Anche perchè le concorrenti sono di tutto rispetto (ne cito solo due per farvi capire la verticalità della sfida: Venezia e Ravenna).

Domani alle 11:30 a Matera (Palazzo Lanfranchi) c'è la conferenza stampa di presentazione ufficiale della candidatura, del Comitato Promotore, e del logo scelto dopo una selezione pubblica. L'iter di candidatura sarà lungo e complesso, e il risultato finale, come ho già detto testè in altre salse (ma apprezzate, perdinci, la mia capacità di dire le cose 4 volte con parole diverse) è tutt'altro che scontato: ne darà conto su queste pagine ogni volta che potrò, perchè se non noi (lucani), allora chi?

E a questo proposito, vorrei sommessamente lanciare una proposta. Anzi, un appello.

Questo blog è letto in media da circa 100 persone alla settimana. Numerini.
Però in regione ci sono blogger ben più letti e ben più autorevoli di me, a cominciare da Catepol The Queen 🙂
Oltre a lei, ne conosco personalmente alcuni altri: Giovanni Calia, HyperBros, Clara Longo, Giuseppe Melillo. E di sicuro ce ne saranno altri.
Che ne dite di fare una sorta di “comitato blogger”, un gruppo di persone che segue il processo e poi lo racconta in rete? Siamo tante voci diverse: ognuno di noi lo racconterà come meglio crede e sa, con il linguaggio che ha, libero di esprimere critiche, di individuare punti deboli, indicare eventuali possibili correzioni di rotta. Liberi di chiacchierarne fra di noi, di litigarne, di scambiarci pareri, post e commenti. Sono certa che alcuni di voi intedevamo già farlo, io vorrei solo che la cosa fosse un minimo “organizzata”, pur nella totale libertà di ciascuno di noi di scrivere quello che ritiene più opportuno.

A me, l'idea piace.

A voi? 🙂

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E' che anch'io detesto i talenti sprecati

Scrivo questo post in risposta a Margherita Dolcevita, che ha parlato della morte di Amy Winehouse e dei tanti commenti girati sui social forum. Ne scrivo qui perchè lei ha detto che avrebbe – per una volta – censurato i commenti di chi non la pensava come lei, e siccome non la penso come lei – e forse è la prima volta – non volevo subire l'onta di una censura 😀

Io credo di far parte della sua ultima categoria, quella del “Se l'è andata a cercare“. Mi pare di capire che MD se la prenda, oltre che con il contenuto dei commenti, anche con la non utilità dei medesimi. Ok, fin qui posso essere d'accordo. E' che nella mia bacheca – e immagino nella sua – sono cominciati  a piovere i commenti dei fan, che come è fisiologico per dei fan tendevano a nascondere il come ed a esaltare il perchè: incompresa, fragile, troppo giovane, sballottata, etc. Quasi un'eroina.

(per inciso: almeno nella mia bacheca, i commenti dei fan e quindi le esaltazioni o comunque le dichiarazioni di dispiacere e tenerezza sono di gran lunga più numerose delle stroncature. Commenti del tipo da 1 a 4 di MD io non ne ho letti. Fine inciso.)

Eh no, però, eroina no (e da qui un mio “inutile” post su FB). Come sanno anche i muri, non amo particolarmente la religione cattolica. Però l'idea che il talento è un dono, e non va sprecato, ecco, quello mi piace, anche se in una accezione laica che non prevede necessariamente che il dono e il talento vengano da Nostro Signore. Non mi piace e non apprezzo l'autodistruzione con giochi pericolosi, alcool, droga e altri mezzi sintetici, la trovo una mossa poco intelligente per chiunque, figuriamoci per chi avrebbe il famoso talento da far brillare. Intendiamoci: sulla stessa barca di Amy Winehouse ci sono Maradona, Pantani, Janis Joplin, Michael Jackson e tutti i mostri sacri citati a iosa in questi giorni.

Non verso lacrime. Anche se questo non vuol dire che le star in questione non mi piacciano, o non mi piaccia la loro musica. E non verso lacrime perchè dall'altra parte ci sono quelli che avevano talenti e non li hanno sprecati, non ci hanno pensato proprio a fare i ribelli maledetti, si sono presi la loro bella voce o la loro bella capacità di gesti sportivi o di produzioni letterarie e l'hanno usata per farci godere. Senza droga, senza alcool, senza esagerazioni. E dall'altra parte ci sono anche – categoria che apprezzo ancora di più, se possibile – quelli che stavano sprofondando e poi invece sono risaliti più o meno in superfice, i Joe Cocker, gli Eric Clapton, gli Elton John.

Ho il massimo del rispetto per chi piange per Amy Winehouse, ma non chiedetemi di essere partecipe.
Io piangero' quando muore Mina, se permettete.

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Like / dislike

Mi è piaciuto:

  • poter spedire una lettera, cambiare un assegno (o altre semplici operazioni bancarie), prelevare soldi al bancomat, ordinare un caffè o un panino (e riceverli) senza scendere dalla macchina
  • farsi il conto della spesa al supermercato e pagare senza necessità che ci sia una cassiera
  • uscire al Gate 2 di Chicago O’Hare e vedere mia sorella che aspettava
  • poter sorpassare a destra in autostrada
  • il Moccaccino Coconut & Coffee di Starbucks
  • passare quasi ogni giorno quel quarto d’ora di pomeriggio seduta sul muretto del patio con mio padre ad aspettare l’arrivo della Ford Escape color crema
  • il saganaki del ristorante Olimpia
  • i fuochi d’artificio del 4 di Luglio e tutto il mondo a stelle e strisce
  • la skyline di Chicago, di notte dal lago (rima involontaria)
  • l’aria condizionata a palla nei locali chiusi quando fuori c’erano 40°
  •  fare la spesa alle dieci di sera di domenica
  • i vicini di sinistra (collocazione spaziale, non politica)
  • il ragazzo che correva sotto il sole paonazzo in volto alle due del pomeriggio con i 40° di cui sopra (ti stimo, fratello)
  • i prati rasati (ettari ed ettari)
  • Eero Saarinen e il Gateway Arch Riverfront, da sotto e di fianco
  • il Grande Padre Mississippi che scorre placido e maestoso mangiandosi le rive
  • la risata di Sandy
  • il tostapane e il pane tostato a colazione con la marmellata di fragole fatta in casa
  • comprare donoughts appena fatti la domenica mattina
  • montare mobili e mettere ordine
  • la folla di tifosi dei St. Louis Cardinals in uscita dallo stadio dopo che la squadra ha perso: una fiumana ordinata e silenziosa di gente di tutte le età con le stesse magliette, le stesse bandiere, le stesse facce tristi però “andrà meglio la prossima volta”
  • la pizza margherita da manuale
  • scoiattoli, cerbiatti, opossum e coniglietti a spasso nei giardini e nei parchi

Non mi è piaciuto:

  • dover fare i conti della mancia, scriverla sulla ricevuta della carta di credito, fare la somma (in genere, accade al ristorante, dopo un pasto, nel quale potresti anche aver bevuto un bicchiere di più)
  • fermarsi allo stop anche quando non c’è nessuno all’incrocio
  • abbracciarsi prima del metal detector, ultimo diaframma prima del quale non c’è altro che separarsi
  • l’aria condizionata a palla nei locali chiusi quando fuori c’erano 40°
  • il vicino di destra (collocazione spaziale, non politica)
  • la luce fioca nei ristoranti, come se il cibo avesse ritegno a farsi vedere per quello che è
  • il gelato, il pane: per la decenza minima sindacale c’è ancora tanta strada da fare, sweethearts


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Spazi immensi

Quando i pionieri sono arrivati in questa terra benedetta, la prima cosa di cui si sono resi conto e' che avevano a disposizione spazi IMMENSI. E si sono dati da fare per occuparli, da Est verso Ovest. Beh, non l'hanno fatto bene, o non l'hanno fatto fino in fondo, per la fortuna dei posteri. Qui tutto e' sconfinato, soprattutto se si lasciano i grandi centri urbani e ci si inoltra nella provincia. Campi di granturco a perdita d'occhio, sulla Route 55 fra Chicago e St. Louis, ma anche piu' a nord, verso il Minnesota. Non una montagnella, una collina, un rialzo del terreno ad interrompere la schiacciante e un po' angosciante piattezza infinita. Pero' provo ad immaginare cosa debba significare veramente vivere in una delle farm che puntinano le immense distese di verde del granturco, e mi viene un senso di oppressione, invece che di liberta'.

Poi si arriva in citta', e qui lo spazio diventa motivo di devastante invidia. Campi da golf, parchi e parconi, con boschi, laghetti, panchine e soprattutto curatissime piste per il jogging e la bici lunghe decine di chilometri, tutte immerse nel verde. Correre nel parco e' per tutti una possibilita' quotidiana a portata di mano, o di automobile, ma basta davvero girare l'angolo. I prati fra un bosco e l'altro sono curati, falciati, puliti, offrono al depressissimo turista italiano la possibilita' di allungare lo sguardo e vedere solo verde intorno a se'.  Fra l'altro, rarissime le salite, e perfino le curve sono disegnate ad arte. Per me, che per praticare una specie di pista in mezzo ai gas di scarico che sia piu' o meno adatta a correre devo fare venti minuti di auto e attorno vedo pochissimo verde, e anche sporco per di piu', e' una specie di miracolo e vivrei qui solo per questo. Se avessi i soldi per mantenermi senza lavorare, beninteso.

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