Mi appresto a prendere due aerei nel giro di 48 ore, con due amabili persone di 70 anni circa ognuna, due tonnellate di valigie di cui due partono, una si ferma a Milano, una torna con me, esattamente la sera dopo un mega disastro aereo nella civile Europa non nella lontana Papuasia, l’annullamento dei biglietti RyanAir, tempo incerto, cavallette, fiumi mutati in sangue, Sodoma e Gomorra.
Già mi vedo con la flebo di Lexotan al braccio e i capelli dritti che cerco di convincere il poliziotto al controllo bagagli che una pinzetta per i peli non può essere usata assolutamente come arma di offesa.
Beijing 2008
Non è perchè non ne parlo che io mi stia disinteressando della manifestazione sportiva dell’anno. Una Olimpiade, al contrario, fa venire fuori la sportiva non tifosa che è in me: sono stata capace di massima attenzione anche durante le eliminatorie del kayak, o del tiro al piattello, penso una delle specialità meno televisive dell’universo, che può essere riassunta in tutta la sua interezza con la frase: “uomo / donna che spara e sbuffi rosa che compaiono / non compaiono sullo schermo, e non capire un cazzo di come sta andando la gara se non dalle facce – per lo più impenetrabili – degli/lle atleti/e”. Una roba da tagliarsi le vene, quanto a pathos, in qualunque altro momento dell’anno, ma durante le Olimpiadi non riesco a staccarmi dalla tv.
Riesco a digerire, in nome dello sport, perfino Ivana Vaccari e il pool di esperti che commenta le gare, e digerisco Galeazzi, del quale riconosco il rosico, inconfondibile: tu volevi stare là, e
invece stai qua, costretto per di più a svegliarti alle 4 del mattino, e perciò sei così acizzo e rintronato, quando ti chiedono qualcosa da Pechino, e spari commenti a minchia.
E’ poi noto al mondo – almeno, a quello che mi conosce – che io sono incapace di trattenere la commozione quando sento l’Inno Nazionale e quando vedo gente gioire sullo schermo per un traguardo raggiunto. Se le due cose sono combinate insieme (un oro della Vezzali, per dire) posso arrivare a piagnucolare come una fontanella. Però me ne vergogno anche un pò e quindi cerco disperatamente di trattenermi, mediante acrobazie del respiro e del diaframma, di solito senza alcun successo. Dopo i primi imbarazzanti tentativi di soffiarmi il naso nelle tende del salotto, e preoccupata che potessi morire in apnea nel tentativo di trattenere il
singhiozzino, mia mamma ha messo un rotolo di Scottex a portata di mano nel soggiorno.
Nuovi amori
Ci consoliamo con questi, chè gli altri tacciono, è vacanza per tutti.
E’ o non è il più splendidissimo mezzo a due ruote che abbiate mai visto?
L’ho ottenuto facendomi dissanguare da un rivenditore con una faccetta da bravo ragazzo e una laurea in psicologia, perchè il mio smodato ego non ha resistito alle frasi “Si vede che sei pratica di bici, c’è gente che non sa nemmeno come salirci” e “E’ bello vedere che la cultura della bicicletta si diffonde fra le donne” che prese separatamente ed in un momento di lucidità avrebbero dovuto provocarmi conati di vomito, e invece ho tirato fuori la carta di credito.
In allegato, ma non in omaggio, anche l’accrocco per montare la bici sulla macchina e via verso nuove avventure. Da tre giorni pedalo come una forsennata, lei è leggera, docile, silenziosa, ergonomica, uno stupore continuo, per me che ero abituata ai ferrivecchi a noleggio, cigolii, tremori, pezzi che si staccano, e Coppi e Bartali messi insieme per fare 20 metri di falsopiano.
Senza contare la riscoperta della gioia infantile della “bicicletta nuova”. Avevo forse 8 anni, l’ultima volta che mi è stata comprata una bicicletta. Sono cose.
Soonooooo stata al maaareeee … / 3
E chiudo in bellezza (si fa per dire) parlandovi delle ragazze della reception del villaggio vacanze, il cui modello comunicativo di riferimento è il vigile urbano a cui Totò e Peppino chiedono informazioni a Milano.
Le facce sono impassibili – se vi va bene – ma più spesso sono scocciate o incazzate. Ho capito che avete 25 anni, è estate, il mare è a un passo e voi invece dovete stare tutto il giorno chiuse in una stanza a risolvere il problema della sciura che ha affittato il monolocale e non trova lo scolapasta che gli era stato promesso, però state lavorando, giusto? un lavoro front office, per di più, nel quale l’immagine se non tutto è molto: un sorriso, magari, che ne dite, eh? Un minimo di disponibilità? chiedere all’interlocutore “come posso aiutarla?” come gorgheggiano negli States (ma mi sarei accontentata anche di un “si, che c’è?”), invece di aspettare che il cliente si stanchi di fissarvi negli occhi in silenzio e faccia la sua richiesta?
In quei torridi giorni, sono stata da voi pochissime volte, per fortuna, ma ogni volta ho avuto l’impressione di parlare una lingua sconosciuta: qualunque richiesta (la più difficile delle quali era “dove si noleggiano le biciclette?”) ha avuto come risposta un paio di sopracciglia aggrottate, silenzio, smarrimento, ripetizione della domanda all’interlocuore, come a sincerarsi di aver capito bene, poi ripetizione della domanda fra sè, poi alla collega, faccia smarrita anche della collega, ricerca di qualche carta sotto al bancone, e poi finalmente una smozzicata risposta da interpretare, che comunque rimandava sempre a qualcun altro e ad un altro tempo che non fosse il qui ed ora (“faccia il 9 e le mandiamo l’assistenza”, “chieda al custode all’ingresso”, “”devo chiedere al responsabile, torni più tardi/nel pomeriggio/domani”).
E’ il turismo, bambine! Se non lo volete fare, restate a casa a fare le orecchiette!
Sooooono stata al mareeee …. / 2
Nell’estate 2008 il must dell’abbigliamento da spiaggia sono le Crocs, vere o pezzottate, gli orribili ciabattoni di gomma che riescono a trasformare le gambe di qualunque Nina Moric in quelle di Siusy Blady, all’istante. Figuriamoci se si parte già dallo status Siusy Blady, come nel caso della sottoscritta. Ne ho visti di tutti i colori, ma anche zebrati, a fiorelloni, a pois, e – horresco referens – ai piedi di uomini e donne di tutte le età, settantenni comprese. Un voto di sufficienza, per incoraggiamento, solo a quelle minuscole, per bimbi al di sotto dei 5 anni, riciclabili come portachiavi (le ciabatte, non i bimbi).
Due cents di riflessione sociologica dell’acqua calda del giorno 5 Agosto: il sovrappeso sembra essere sempre di più un portato del sottosviluppo culturale, al contrario di quanto avveniva negli anni dell’immediato dopoguerra. Le donne che scendono in spiaggia sono di tutte le taglie, dall’anoressico spinto al semirotolino al rotolone all’armadio a due ante, ma c’è una netta prevalenza del troppo, rispetto al troppo poco. Tra l’altro, il sovrappeso è indipendente dall’età: generalmente le ragazze giovani sono più magre, ma la regola soffre di numerosissime eccezioni. Quasi sempre le più grasse non si esprimono in un italiano intelleggibile, ma solo nell’idioma del luogo ove sono nate (la periferia di Napoli, quella di Bari). E’ un caso? Inoltre, essere bene in carne non trattiene – ma questo l’avevo già notato a Ischia, anni fa – dal seguire la difficile moda del 2008: e quindi vai con i pareo allacciati sotto ombelichi della dimensione di ravioli, vai con i bikini a striscia pericolosamente sul punto di cedere, vai con i gonnellini con le paillettes, con inevitabile effetto circo. Vai, soprattutto, con le zeppe altissime, unica alternativa alle Crocs di cui sopra, con serissima messa a rischio di caviglie e menischi, sulle instabili lastre di cemento della viuzza che conduce al mare.
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Vado a comprare il giornale. Il giornalaio mi confessa che il giorno prima aveva preso 70 copie, 40 gli sono rimaste come reso. In un villaggio composto da 82 camere d’albergo e circa 150 appartamenti, tutti pieni, solo 30 persone hanno comprato il giornale. In compenso, le due giovani signore mie vicine di ombrellone, che non si conoscevano, in 10 minuti si sono raccontate tutta la loro vita, e siccome non l’hanno fatto a voce bassa, l’hanno raccontata anche a me. Il potere dell’oralità rispetto a quella della stampa.
Soooono stata al mareeee ….
.. e mi sono dedicata al mio sport preferito: la sociologia occulta, ovvero osservare la fauna umana che mi circonda e cercare di capire che gli passa per la testa e come evolve o involve l’uomo in situazioni estreme (e la vita di un villaggio turistico E’ una situazione estrema).
Appunti sparsi.
Prima di partire.
Mia sorella: “Attenta a non scottarti, che lì il sole picchia forte“
Mia mamma: “Hai comprato l’Autan? Ci saranno un milione di zanzare, laggiù“
Mio padre: “Ho sentito che il mare da quelle parti è pieno di meduse“.
E vabbè. Mi volete predire pure la grandine, le cavallette, le piaghe del bestiame e la tramutazione dell’acqua in sangue?
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Forse per via dell’Armageddon previsto dai miei familiari, devo avere davvero uno sguardo truce se perfino gli animatori, incoscienti ventenni caricati a Duracell, rotti a relazioni umane con qualunque tipologia di vacanziero, mi si tengono a debita distanza. E parliamo di gente capace di cantare e ballare – con acconcia coreografia – almeno otto volte al giorno, sotto qualunque condizione atmosferica (sole a picco, notte fonda) e su qualunque superfice (sabbia, cemento), una “sigletta” composta dal seguente testo:
Io amo l’estate
I love summer
I giochi i sorrisi coi tuoi animatori
mi ricordano te
Io amo la notte
I love night
Sarà il tomentone di questa avventura
vissuta con te
Peperere-rere-rere
Peperere-rere-rere
Ho le prove.
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Al tavolo della sala di pranzo di fronte a me ci sono due persone. Un uomo più o meno della mia età, e una ragazzina di 13-14 anni. Palesemente padre e figlia, si somigliano, hanno la stessa forma degli occhi, lo stesso modo di camminare. Probabilmente lui è separato dalla mamma di lei, e questa settimana al mare è una delle poche occasioni che hanno di passare un pò di tempo insieme. I rapporti però non devono essere idilliaci, perchè per 7 giorni, 21 pasti, i due si siederanno a tavola, si serviranno al buffet, mangeranno, berranno, si alzeranno per andarsene senza mai rivolgersi la parola, senza mai sorridere, senza mai guardarsi in faccia. Angosciante. Stare seduti di fronte a qualcuno riuscendo a guardare dappertutto tranne che – appunto – di fronte richiede allenamento, e una fermissima volontà di evitare qualunque contatto umano con il proprio interlocutore. Forse la ragazzina odia il padre, per aver fatto soffire la madre? Forse l’alternativa a questa noiosissima vacanza con papà era andare in un posto dove c’era il fidanzato, o gli amici? Negli occhi di entrambi colgo un fondo di sofferenza, lei la maschera da strafottenza – che palle, tutti ‘sti bambini, i balletti, i giochi, io non sono più una bambina, vorrei essere dovunque tranne che qui – lui non riesce a mascherarla troppo bene. Io che li guardo preferirei che si prendessero a ceffoni ribaltando i tavoli, invece di stare così, muti, gli angoli della bocca in giù, le sopracciglia aggrottate, guardando altrove. E invece lui fosse vedovo? Se l’astio sprezzante che ogni tanto traspare negli occhi di lei, affossando l’indifferenza, fosse contro la vita, e non contro il padre? Perchè siamo qui, a cercare di divertirci, e lei invece non c’è più? E se fosse la prima estate che passano senza di lei?
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Le mamme, i bambini. Devo dare ragione a mia sorella che dice che lo stile della mamma italiana è inconfondibile, e diversissimo dallo stile, ad es. della mamma statunitense, che spesso rasenta l’incoscienza. I bambini italiani sono seguiti, assillati, torturati, tenuti da una invisibile briglia cortissima a base di dove vai? fermati! non ti allontanare! stai qui! dai la mano a mamma/papà/nonno! e soffocati da cure parentali probabilmente non necessarie, come sciacquare il bambino in continuazione perchè non si sporchi di sabbia (al mare??), portarlo in braccio se no si scotta i piedi (al mare??), aiutarlo – di più: fare in modo che non ci pensi neppure, a farlo da solo – a togliersi e mettersi magliettine, ciabattine, cappellini, calzoncini, anche se hanno più di 5 anni. Risultato: il bambino dell’ombrellone davanti al mio, che forse ha anche qualche problema in più della media, ha PAURA di girarsi di schiena sul lettino, di mettere i piedi nella sabbia, di fare il bagno a mare, di togliersi il costume. E paura significa che piagnucola terrorizzato finchè la mamma non lo prende in braccio e lo costringe. Prevedo un futuro da nevrotico, o forse da omosessuale.
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Il bambino di 6 anni si è tolto il costume – anzi, glielo ha tolto la mamma, ovviamente – per cambiarselo, e si avvia trionfante col pisellino di fuori alle docce. La bambina dell’ombrellone affianco, 5 anni, che rideva e giocava fino ad un attimo prima, ad un tratto tace, lo sguardo calamitato da questa del tutto inattesa e probabilmente traumatica scoperta. Fissa gli occhi dilatati dallo stupore sul pisellino, serissima, lo segue con lo sguardo per tutto il tragitto fino alle docce e ritorno, e
si tocca il davanti del costumino, furtivamente, quasi ad assicurarsi che lei quella strana proboscidina non ce l’ha. Forse l’invidia del pene – ammesso che zio Sigmund ci abbia preso – comincia così.
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Le scoperte di quest’estate: l’immmenso silenzioso lungomare di N. la mattina presto, la granita di ananas corretta al rhum (modestamente, invenzione della sottoscritta), l’amore incondizionato che comincio a provare per l’attrezzo a due ruote e pedali, il piacere insostituibile di una compagnia di un certo tipo.
TomTom
“Ok, vado avanti io e voi mi seguite”
“Va bene”
“Perfetto”
Seguiamo un’auto con retro a furgoncino blu per alcuni metri. Poi la piazza del paesino, la curva a gomito, il traffico, il vigile, il casino, un gruppo di turisti disabili, le cavallette, la grandine, Sodoma e Gomorra.
“Eccolo lì, ha girato a sinistra”
“Ha messo la freccia, vai a destra”
“Certo da soli non ci saremmo arrivati mai, eh?”
“Siamo arrivati, si sta fermando”
“Scendiamo a salutarlo”
E’ quando scendo dalla macchina con il mio miglior sorriso e la mano tesa che mi accorgo che sto per baciare un vecchietto di settant’anni, che è sceso da un’auto col retro a furgoncino blu che – ormai si sarà capito – NON E’ QUELLA CHE AVREMMO DOVUTO SEGUIRE, e che la sera racconterà ai nipotini di essere stato pedinato nel centro del paese da un SUV con a bordo tre malepersone che niente niente aveva caccià ‘u fucile.
Un niente, infatti: tanto è il tempo occorso agli abitanti del SUV per risalire precipitosamente in macchina e chiudere gli sportelli. Per smettere di sghignazzare col singhiozzo e le lacrime, invece, ci è voluto un discreto quarto d’ora.
Idroavventure / 2
Cambianeve batte Scarico del Lavandino 2 – 0.
La partita si è giocata con accanimento agonistico da ambo le parti. Fino a metà del primo tempo Scarico del lavandino, meglio posizionato in campo, manteneva l’iniziativa del gioco, resistendo con accanimento all’attacco di Cambianeve e del suo terzino di punta, Sturalavandini, anzi sbeffeggiando quet’ultimo con rigurgiti di scoria di varia origine e natura, ma soprattutto tricotica, e facendoli ricadere nel buco prima che Cambianeve avesse il tempo di liberarsene.
Il necessario trucco di otturare il troppopieno altrimenti non c’è risucchio, e contemporaneamente risucchiare, risultava difficile da attuare con sole due mani (gli svantaggi della singletudine), ma Cambianeve metteva in campo la riserva Straccio, con il quale astutamente veniva ottenuta l’otturazione necessaria. Il primo tempo si chiudeva quindi con un secco vantaggio da parte di Cambianeve.
Durante il secondo tempo la squadra in vantaggio decideva però di mettere al sicuro il risultato e faceva entrare in campo praticamente Maradona, ovvero un avanzo di Idraulico Liquido, con il quale la partita è terminata con il risultato di due a zero, fra i gurgle gurgle di vittoria degli astanti.
Si segnalano alcuni danni collaterali: un bagno ridotto a palude di Comacchio.
Freedom
E’ stato quando sono passata dalla cucina al salotto, e ho aspirato con voluttà il profumo di cumino e spezie che il mio cous cous in cottura spargeva per le stanze, che ho pensato che adoro avere una casa mia. In camera da letto il profumo è di erba tagliata, i vicini hanno passato la falciatrice e quel meraviglioso aroma fresco e secco mi penetra nel naso facendomi sentire in pace con il mondo. L’idea di dormirci dentro, in quell’odore, mi entusiasma, e sorrido.
La mia casa, la mia cena, le lenzuola di bucato che ho deciso io di che colore dovevano essere, i soprammobili che ho autorizzato uno per uno a stare esattamente lì dove sono. I libri, ammonticchiati nel loro meraviglioso disordine, tutti letti, molti amati, alcuni adorati. Il terrazzino con i gerani dove lasciar sciogliere in bocca un pezzetto di cioccolato di Modica, sentendo sulla pelle la tramontana fresca, guardando le stelle e le luci di Pignola in lontananza, metà giallo scuro (il centro storico) metà bianche (la parte più recente).
La mia casa, e nessuno che rompe i coglioni.
Un deciso senso di rilassamento si fa lentamente strada nelle viscere annodate dagli stress quotidiani, una mano calda ed esperta che massaggia la pancia e distende, calma, rassicura. Sono ancora tutta intera, sono viva, sono io, e sto benissimo. Alla fine, ho vinto io. Questo pensero mi culla mentre scivolo piano verso il sonno. Ho vinto io.
Il pane e i denti /2
Leggo da qualche parte, cercatevelo da soli, di Angelina Jolie – che, vi vorrei far notare per inciso, ha per marito BRAD PITT – per avere i suoi gemelli ha fatto ricorso alla inseminazione artificiale per “evitare lo stress dei tentativi di concepimento”.
Ora.
A me Brad Pitt non piace particolarmente, ma ANGELINA!!! Ti rendi conto che i “tentativi di concepimento” significa un tot di sbracamenti e andirivieni con BRAD PITT??? ma che te lo sei sposato a fare, per la ricchezza della sua conversazione? per come strapazzava le uova al mattino? per avere qualcuno con cui giocare a Risiko nelle fredde sere d’inverno? per avere qualcuno che ti mettesse le valigie sulla reticella del treno, come diceva una mia amica, elencando le uniche due cose per le quali secondo lei serve un uomo – e la prima era appunto lo sbracamento di cui sopra?
“Bambini? Preferisco cominciarne cento che finirne uno!” diceva Paolina Bonaparte. Altre tempre di dive.








