Monj sembra ricomparsa, però tutta in cirillico.
Di Milla, invece, nessuna traccia visibile pervenuta.
Non fate così 🙁
Non metto i
link, colonna a destra di questa pagina, vi basta girare gli occhi, pigroni.

La risposta è dentro di te, però è SBAGLIATA
Monj sembra ricomparsa, però tutta in cirillico.
Di Milla, invece, nessuna traccia visibile pervenuta.
Non fate così 🙁
Non metto i
link, colonna a destra di questa pagina, vi basta girare gli occhi, pigroni.
Mr. Fiat passa dalla mia città , per firmare un accordo con la Regione. Scatta la sociologia spicciola.
1. la corsa e le subdole untuose manovre a base di amici degli amici all’accaparramento degli inviti per entrare nella sala ove si svolge la sobria cerimonia, interdetta al resto del mondo per motivi di sicurezza, per il puro prisho – come direbbe una mia amica di Matera – di esserci. Me compresa, eh, non è che faccio la snob. Il colpaccio non mi è riuscito, per la cronaca.
2. il mio (??) Assessore che dice automotìve, con l’accento sulla “i” e pronunciando l’ultima “e”, come se fosse una parola italiana, non so, “emotìve”. Percepisco il brivido di disgusto di Marchionne perfino da Youtube.
3. Mr. Fiat ha il solito maglioncino sportivo, un riporto sportivo che se non fosse uno degli uomini più potenti d’Europa sarebbe veramente esilarante, la firma sportiva. Però legge il discorsino da un foglietto. Che delusione. Ok, l’ufficio stampa, etc. etc. e infatti alla fine fa un fuori programma a braccio, però da uno squalo così mi aspettavo di più.
4. il mio (???) Presidente, invece, TUTTO a braccio. E complimenti, dài. Sei carente in un mucchio di cose, però sei veramente fico, soprattutto affianco al riportino sportivo, e sei sobrio, disinvolto ed efficace in una esposizione improvvisata. Bravo.
So che non li avete contati, ma ve lo dico io: questo è il 500° post pubblicato su questo blog, al netto di quelli che ho in qualche modo “ripulito” quando ho cambiato casa virtuale (quindi in realtà ne ho scritti di più). Festeggerò con argomenti seri.
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Sto scrivendo con impegno, da qualche mese. Tutti mi dicono che dovrei farlo, io adoro farlo, e allora lo faccio, spesso sottraendo ore al sonno. Ma mi accorgo, con una certa sorpresa, che non riesco a romanzare.
Mi spiego meglio.
Forse per via della lunga attitudine alla sintesi folgorante, abituata a scrivere su mail, su forum e su blog, le molte storie, o i molti pezzi della stessa storia che mi pare di avere da raccontare mi si fermano a 5, 10 pagine. E mi pare di avere scritto tutto. Non ho il dono del racconto fluido, del piacere di lasciarsi andare alla narrazione, ai dettagli.
Non so scrivere i dialoghi. Non sono capace di entrare nei dettagli di un ambiente. Leggo quello che scrivono gli altri e mi stupisco sempre di quanto ci mettano a descrivere una scena, anche se ovviamente mi piace, che si dilunghino. Gli altri. Io però non ci riesco, anche se ci sto provando. Forse dovrei limitarmi allo stile blog, appunto, raccontare le cose per flash.
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In realtà conosco bene il problema. Io ho sempre fretta. Io vorrei sempre le cose cotte e mangiate, odio aspettare, odio avere pazienza, odio i treni in ritardo, mi snervo subito. Quando vado al cinema uscirei dopo il primo tempo, quando vado al ristorante scelgo cose che non richiedano lunghe cotture, ucciderei i relatori prolissi, quando parto talvolta – non sempre – vorrei essere già tornata. Eppure sono stata capace di lunghissime attese, quando mi pareva ne valesse la pena. E poi alla fine non ne valeva la pena, ma vabbè, è un altro discorso. E così è anche per la scrittura: scrivere 100 pagine è comunque un esercizio di pazienza, devi sapere cosa vuoi scrivere, e non devi saltare i passaggi intermedi, per arrivare subito alla fine. Io invece scrivo e scrivo e alla fine mi accorgo che sono a pagina, che so, 5.
Ma come, pagina 5?
Ma se ho già detto tutto!
Come ci arrivo, ad una lunghezza pubblicabile?
Mi prende lo sconforto e mi fermo.
Il mio lavoro di stamattina prevedeva un sopralluogo ad un luogo. Uso questa orribile allitterazione perchè non ho molte altre parole per descrivere l’ecomostro che ho sopralluogato. Ci provo.
In mezzo a due palazzine lunghe svariate centinaia di metri ed alte 12 piani (quindi ecomostri anche loro, solo molto più vecchi) c’era uno spazio inutilizzato. In questi spazio, occupandolo per intero con effetto fortemente claustrofobico, il Comune ha fatto costruire quella che i tecnici e l’architetto spagnolo appositamente convocato hanno chiamato “la nave”: una sorta di bunker in massiccissimo cemento armato dipinto di rosso pompeiano. Non c’è un pezzo di queste pareti in cemento armato che sia dritto: sono tutte diagonali, o sbilenche, o si interrompono a 50 cm da terra, o spuntano ad altezza uomo. Nel complesso, dà l’idea di un enorme scatola di cemento armato rossa a cui Godzilla abbia assestato un cazzotto, lasciandola così, deforme e contorta.
All’interno, a cui si accede per squarci ovviamente sbilenchi nel cemento armato, il nulla più assoluto. Altri piani sfalsati in cemento, bui, invasi dall’acqua piovana che evidentemente infiltra, senza nulla che somigli a porte, o impianti di un qualche genere. Il tutto è costato svariati milioni di euro, e non è ancora terminato.
Ma non è nemmeno questo, il peggio che ho riportato dal sopralluogo di stamattina. Il peggio si condensa in questa consapevolezza: di questa avveniristica enome costruzione, costata soldi, tanti, incombente sulle case già brutte di quel quartiere, NESSUNO SA QUALE SIA LA DESTINAZIONE FINALE. Nessuno vuol dire nessuno, cioè nemmeno il Comune, i suoi tecnici, il Sindaco, gli assessori. Ovvero nessuno sa perchè è stata costruita, cosa farne quando sarà finita, quale era lo scopo per il quale un progetto è stato approvato, dei milioni di euro spesi, dei cittadini costretti a subire i fastidi temporanei e permanenti del capolavoro.
Prometto foto a breve, se no non mi credete.
Update: un assaggio di immagini, gentilmente fornite dal Beppe Grillo Meetup Group della mia città.
Scena: un istituto di rieducazione minorile
Personaggi: un animatore – educatore che chiameremo Tonino, ed un ospite, un minorenne con una fedina penale lunga 4 pagine, che chiameremo Rocco.
Questa la trascrizione più o meno fedele del dialogo che si è svolto fra i due.
Rocco > Prufessò, ma non lo dare retta a quello, quello è un infame!
Tonino > E perchè?
R. > Ha visto che rubbavano ‘na macchina, ha chiamato i Carabbinieri! E’ nu ‘nfame!
T. > …..
R. > Ma pecchè, prufessò, tu c’avresti fatto? se vedevi che arrubbavano ‘na macchina?
T. > Avrei chiamato i Carabinieri pure io.
Rocco fa un gesto di stizza, manda a cagare Tonino, e borbottando male parole fa per allontanarsi. Poi si inchioda, un’idea brillante in testa. Deciso a dare al professore un’altra possibilità, torna indietro di scatto:
Rocco > Prufessò, la macchina … NON E’ LA TUA!!!!!
Controllo bagagli al metal detector, aereoporto di Napoli Capodichino.
Io passo, senza problemi. Il mio trolley passa.
Poliziotto davanti allo schermo: “Ferma un attimo il bagaglio della signora. Signò, ma che portate, una mozzarella?” e fa cenno al collega di controllare.
Io, già bordeaux: “No, in effetti è un provolone“.
Il poliziotto addetto al controllo apre, tasta, poi tira fuori e annusa davanti a circa 2.000 persone uno splendido caciocavallo podolico di circa un chilo e mezzo. “Si, si, è proprio un provolone” dice al collega, serissimo, mentre le altre 1.998 persone stanno più o meno fra la risatina e lo sganascio, e mentre io mentalmente depenno il provolone dai possibili doni per parenti lontani, come avevo già depennato la soppressata, quando allo stesso punto di controllo un altro poliziotto (o forse lo stesso, chissà), sventolò verso l’universo mondo una busta di salami sottovuoto, mentre io desideravo solo che si aprisse una botola sotto i miei piedi e mi trascinasse nel regno del Bianconiglio.
Il sospetto che una mia foto segnaletica insieme a foto di generi alimentari tipici vari campeggi nei posti di frontiera di tutta Italia è diventata certezza.
Domani anche i più riottosi vacanzieri saranno tornati, e si ricomincia, con gli stessi dubbi, gli stessi inguaribili trasporti umani di prima di andare in vacanza. Solo un filo più abbronzati, e rilassati, forse.
Se non sapete come ricominciare, eccovi una semplice guida che vi potrà essere d’aiuto nei momenti
più difficili dell’immediato post vacanza.

E’ ancora presto.
E’ sabato, non si lavora. Posso stare sdraiata sul letto con i piedi in aria a leggere un giallo italiano su cui non avrei scommesso due centesimi, l’avevo preso solo perchè era in edizione economica, e invece non vedo l’ora di sapere come va a finire, eppure (paradosso notissimo ai lettori accaniti) rallento la lettura e la fermo, addirittura, perchè non voglio che finisca. Anche se temo che il finale non sarà all’altezza delle premesse.
Ho fatto un’ottima colazione, marmellata di arance, la mia preferita.
Tutta la mia famiglia è a 10.000 km da me, stanno bene, non ho doveri particolari di cura. Per di più, le millemila piante di casa dei miei le ho innaffiate ieri sera, per oggi stanno a posto.
Ieri sera ho avuto finalmente il coraggio di aprire il mio conto
corrente on line e mi sono resa conto che la situazione nonostante le folli spese del mese di Agosto non è poi così disperata come temevo. Anzi, un filo sul positivo, direi.
Ieri in un impeto di autolesionismo mi sono tagliata la frangetta con la trinciapolli e stamattina guardandomi allo specchio mi sono resa conto che in effetti non si vede , non sono azzannata come temevo.
C’ è un bellissimo sole fuori, in un cielo azzurro e fresco per la pioggia dei giorni scorsi. La mia stupenda bicicletta mi aspetta, oggi due ore di pedalate non gliele leva nessuno e lo sa. Mi sono affacciata alla finestra, prima, e non mi hanno rubato la macchina, nè il portabiciclette che c’è montato sopra.
Non ho ospiti, quelli verranno domani, ma per stamattina scelgo in totale assoluta libertà come spendere il mio tempo, quando uscire, cosa mangiare e quando.
La felicità è fatta di un insieme di cose veramente banali.
Vabbè, scherzavo. E’ che sono stanziale, il nomadismo non è nei miei geni, e le partenze mi mettono sempre un pò di agitazione. In realtà ho volato senza battere ciglio, riuscendo perfino a non urlare al decollo e al ritorno addirittura scegliendo un posto vicino al finestrino, usandolo, perfino, per guardare fuori. Tzè.
Al mio ex amico di vecchissima data dal cellulare del quale sono partiti ieri a freddo due o tre sms assurdi (non trovo altro termine più adatto, atto a rendere il mio sbalordimento) indirizzati alla mia persona, vorrei tanto poter dire che spero avesse bevuto, e molto, anche, che la sorpresa e la delusione sono immense, che a 42 anni forse – ma forse, eh – sarebbe anche arrivato il momento di crescere. O di sorvegliare meglio il cellulare, perchè quei messaggi sono stati così stonati con la sua persona, così diversi da come lo conosco, così diversi da quelli che ci eravamo scambiati negli ultimi anni, così diversi da come credevo di poter definire i suoi rapporti con me, che spero – ma debolmente – che sia stato un altro a scriverli. O un’altra.
Anche in questo caso, comunque, game over.