Telekom Serbia, al confronto ..

L’antefatto: due anni e mezzo fa la nostra azienda ha stipulato un contratto con Telecom chiamato NetEconomy24, che ci consentiva di connettere la rete aziendale ad Internet alla velocità della luce, nonchè di godere dei seguenti strabilianti accessori: due caselle di posta elettronica da un miliardo di mega, con la possibilità di creare almeno 5 alias, il dominio registrato e non so che sterminio di spazio sul web per un eventuale sito (che all’epoca non avevamo). Viste le nostre bollette degli ultimi 5 anni, che da sole bastavano a pareggiare il debito estero del Ruanda, nonchè – credo – a pagare gli stipendi di almeno 6 impiegati Telecom, la Telecom stessa ha ritenuto che noi dovessimo avere l’onore della visita di un area manager, un ragazzino abbronzato in completo scuro che dopo averci appioppato una mezza cartonata di biglietti da visita e il contratto NetEconomy24, si è vaporizzato, lasciando al suo posto un replicante in grado di dire solo “Mi spiace, questo non è di mia competenza. Dovete telefonare al numero” e giù un numero a caso.

Abbaimo cominciato a capire che qualcosa non andava quando abbiamo tentato di attivare gli alias, che dovevano consentire a tutti noi di avere il proprio bell’indirizzino personalizzato, ad es. marta.schender@nomeazienda.it. Dopo circa un mese di tentativi a tutti i livelli, circa 600 telefonate alla Telecom e un esaurimento nervoso della segretaria, ci siamo arresi: il risultato dei nostri sforzi era che tutti scaricavano la posta di tutti, con grande incremento dei pettegolezzi, esponenziale aumento del casino e abissale diminuzione della produttività aziendale.

Ma il bello è arrivato nei giorni scorsi. Abbiamo finalmente un sito Internet, progettato da un tecnico coi ricci rossi dell’apparente età di 16 anni. Però bisognerebbe pubblicarlo. Vorremmo quindi avere accesso al nostro fantasmagorico spazio web, che dovrebbe essere rimasto lì vuoto ad attenderci tristemente per circa due anni. Il tecnico ci comunica di non essere riuscito, con le coordinate e le password trovate sul contratto, ad accedere ad alcunchè. Comincia la tragicommedia in tre atti intitolata TELEFONARE ALLA TELECOM, sottotitolo E CERCARE DI CAPIRCI QUALCOSA.

ATTO I – la segretaria chiama il numero verde e per circa tre giorni viene allegramente rimbalzata a tutti i numeri di tutti gli impiegati degli uffici Telecom, ai quali con pazienza degna veramente di miglior causa spiega SEMPRE DACCAPO il problema. Ad ogni numero che chiama, la nostra situazione peggiora, nel senso che se alla prima interlocutrice “non risulta che abbiamo diritto allo spazio su web”, alla nona “non risulta che abbiamo un contratto TeleEconomy24” e alla quindicesima “non risulta che abbiamo un contratto con la Telecom” e quindi stiamo chiamando con la forza del pensiero.

ATTO II – in realtà si tratta di un interludio dell’Atto I: ad ognuna delle 27 telefonate è presente il famoso tecnico, al quale viene OGNI VOLTA passata la cornetta per spiegare in termini tecnici il problema. Purtroppo il tecnico anche al telefono dimostra l’insicurezza propria dei suoi 16 anni, e quindi esordisce con un vocino da formica e “buonaserasentaiononriescoadentrarenellapaginadellasocietà”: dopo 10 secondi i telecommisti fanno finta di non sentirlo, dicono che il problema non è di loro competenza e danno un altro numero di telefono, sempre a caso, ovviamente. E’ così che oggi si è passati all’

ATTO III – Scena madre. La puerpera di cui ho parlato a Giugno è finalmente rientrata a lavorare (solo la mattina, per carità). Chiamata in causa, si ricorda di essere oltre che mamma anche avvocato, nonchè figlia del Capo, proprietaria di quote azionarie della Società, quindi indossa la toga e chiama lei. Questo il resoconto più o meno fedele della sua telefonata. A voi il piacere di provare a ricostruire le frasi dell’interlocutore.

“Buongiorno, sono l’avvocato XX YY della ZZ Spa. Abbiamo un problema.”

(Houston, avrebbe dovuto aggiungere, ma non è così spiritosa. Segue spiegazione casereccia ma precisa del problema).

“Senta, questo non è un problema nostro. Questo sito doveva essere pubblicato una settimana fa. La Telecom ci sta procurando un danno non da poco, per il quale  mi riservo di chiedere il risarcimento”.

“MA LEI STA SCHERZANDO?? Scusi, posso sapere con chi sto parlando? Certo, voglio il suo nome e cognome e numero di identificazione!”

(peccato che il tecnico non sia un marines, sarebbe stata accontentata).

“COME SAREBBE A DIRE A CHE MI SERVE?? Devo indicarlo negli estremi del reclamo che farò a Telecom!! E nella denuncia per interruzione di pubblico servizio che state perpetrando ai nostri danni!!”

(mai rivelare i piani al nemico).

“CERTO!!”

(pausa)

“CERTO!!”

(pausa)

“CERTO!!”

(tre volte, nell’ultima è prossima alle lacrime)

“CIOE’, LEI MI STA DICENDO CHE NON VUOLE DARMI I SUOI DATI?? MA QUALE PRIVACY!! LEI MI DEVE RISOLVERE IL PROBLEMA!  E SE NON PUO’ RISOLVERLO, PAGARNE LE CONSEGUENZE! SIETE DEGLI IRRESPONSABILI! MA CHE VUOL DIRE SONO SOLO UN POVERO TECNICO? MI DIA I SUOI DATI, SUBITO!!!”

Clic.

“IO NON CI POSSO CREDERE! MI HA SBATTUTO IL TELEFONO IN FACCIA!”

Quando si dice orientamento al problem solving.

Fine dei giochi

Siamo tornati al lavoro da una settimana circa, non posso più continuare a menarla con le vacanze. Poi mi pare di avere raccontato tutto quello che c’era da raccontare. Resterebbe la descrizione di un paio di posti, per esempio Piazza del Soccorso a Forio, bianca, vuota, affacciata per tre lati sul sul mare, spazzata dal vento, indimenticabile. Culmina in una chiesa a strapiombo sui flutti, sicuramente visibile dai pescatori anche durante le tempeste (da qui il nome, suppongo); la mia immaginazione ha visto anche tre o quattro donne vestite di nero, gli scialli che sbattono nel vento, aspettare un ritorno sul sagrato guardando l’orizzonte e pregando. Oppure i profili di Procida e della terraferma (Monte di Procida, la costa puteolana, il Vesuvio) che si accavallano in sfumature diverse di celeste, sempre più sbiadito fino a confondersi col cielo, in un tramonto con la tramontana (perdonate l’allitterazione).

Il ritorno mi ha fatto malissimo, sono nervosa come un gatto durante un tornado, non riesco a concentrarmi e ho ricominciato ad accusare malesseri e dolori psicosomatici. Oggi per esempio ho la nausea, matefora neppure troppo oscura di quello che il mio inconscio pensa della mia attuale situazione lavorativa e personale.

Mi resta da trascrivere un’ultima puntata del diario di guerra, e poi ricominceremo con le storie da lavoratrice atipica. Sono tornati tutti, tranne la buddista che ha problemi di salute più seri dei miei ed è convalescente da un intervento chirurgico. Sono venuti anche i due questuanti da ufficio, col napoletano sono riuscita ad essere più o meno civile ma la vecchietta rompiballe oggi l’ho quasi buttata fuori di peso. Mi sarei meritata che in un lampo turchino e uno sbuffo di fumo fosse scomparsa per ricomparire come principessa degli Elfi che mi avesse detto che per punzione della mia malvagità sarei andata errando raminga per tutti gli uffici della Terra a vendere matite senza punta.

Insomma, raga, un duro ritorno.

Tipi di Ischia / 2

Altra rapida carrellata di tipi da spiaggia isolana.

1.  Il microtassista – Il nome non è riferito alla statura fisica del personaggio, ma al fatto che è l’autista di un microtaxi, ovvero di un mezzo semovente a 3 o 4 ruote che serve essenzialmente a spennare gli incauti turisti. Esistono due categorie di microtassisti: quelli giovani, fra i 30 e 50 anni, che guidano mezzi nuovi, piccoli van con una curiosa punta a rostro forse per speronare meglio gli scooter; e quelli vecchi, oltre i 65 anni, che guidano vecchi ApeCar riverniciati con il vano di carico sventrato con un apriscatole sulla fiancata per consentire la salita, riempito con sedili di sky e chiuso da tendine di plastica sporca per quando piove. Giovani o vecchi non conta: comunque sono esosi e con una inguaribile tendenza al raggiro, incentivata dalla circostanza che essi microtassisti sono TUTTI abusivi, e quindi è loro espressamente proibito rilasciare fatture ricevute o quasivoglia documento che attesti un passaggio di denaro dalle vostre alle sue tasche. Per affrontare questi personaggi sono necessarie alcune regole di base: a. mercanteggiate SEMPRE il costo della corsa, e PRIMA di mettere piede sul mezzo; b. durante il mercanteggiamento, non fate MAI capire che non avete altri mezzi per arrivare a destinazione; c. se avete abbastanza faccia tosta, millantate la conoscenza delle distanze e delle strade; d. ricordate che i pullman sono in giro fino alle due del mattino, che uno scooter costa 20 euro al giorno, che l’isola in fondo non è gigantesca e due passi a piedi, in una bella notte d’estate, non hanno mai ammazzato nessuno.

2.  Le fighette di Posillipo – Anche se andare in vacanza è Ischia è irrimediabilmente out per le vere fighette, che prediligono mete oceaniche ed equatoriali, c’è pur sempre la villona di mammà e papà, e a Settembre può andare bene per rifinire la tintarella. Le fighette hanno tra i 14 e i 16 anni, corpi anoressici privi di forme a malapena coperti da uno straccio indiano negligentemente annodato sull’osso pubico, lunghi capelli biondi spesso tinti, e parlano italiano con un inconfondibile accento partenopeo “bene”, che strascica le vocali e accentua i suoni nasali. Tale tutto sommato attrattività dell’hardware si accompagna quasi sempre ad una deficienza totale del software, per cui è lecito dire che la vera fighetta è scema come una cocuzza, ed è capace di parlare quasi esclusivamente di calorie e diete, in genere mentre si scofana un gelato al bar del parco termale insieme alle amichette, e quando paga lascia la mancia alla cameriera, che ha circa 18 anni più di lei e la guarda nauseata mentre lei si allontana scuotendo la chioma.

3.  Le sovrappeso che vogliono seguire la moda – Le sovrappeso semplici, categoria alla quale mi onoro di appartenere, e che ho scoperto con vera gioia comporre almeno il 50% della fauna da spiaggia ischitana, mantengono un certo sano realismo, e mimetizzanano le proprie sovrabbondanze dentro caffettani arabi,  T-shirt oversize, costumi più o meno castigati e della giusta misura. Le sovrappeso che vogliono seguire  la moda, invece, hanno completamente perso il lume della ragione nonché il senso dell’umorismo, e vanno conciate più o meno così. In spiaggia: costume a due pezzi giallo che tenta disperatamente di arginare i rotoli superiori ed inferiori e di trattenere le cuciture sul punto di schiantarsi; mini pareo con le frange e le perline, di velo bianco, negligentemente annodato subito sotto un ombelico grosso come un raviolo, e attraverso la cui trasparenza si intravede la cellulite del fondoschiena; zatteroni di sughero che gemono ad ogni passo.  A passeggio di sera: miniabito arancione stretch con effetto omino Michelin e sandali altissimi alla schiava con effetto culatello o salama da sugo sui polpacci. Spesso queste signore sono over 40, il che toglie anche quell’ultimo barlume di scusante allo spettacolo offerto alle masse.

Tipi di Ischia / 1

Una breve rassegna di tipi da isola napoletana.

1.    la coppia da concerto: Lei, proveniente dalla periferia del capoluogo (Sant’Antimo, Casavatore, Pollenatrocchia o giù di lì) 40 anni e forse qualcosa in più, arriva caracollando su tacchi alti venti centimetri, sottili come la perfidia, attaccati a scarpe celeste marezzato con onde argentate. Seguono, dal basso verso l’alto, un paio di pantaloni di lino bianco, un top dello stesso materiale cangiante delle scarpe, annodato sul davanti con un gigantesco fioccone che le impedisce parzialmente la visuale, argenti strass brillanti e brillocchi appesi su tutte le superfici corporee appendibili, capelli biondo chimico tirati su in un nodo che vorrebbe imitare quello del top, faccia color cuoio del tutto incongrua con i capelli biondi, rossetto dato con la cazzuola. Lui, coetaneo della moglie, dieci chili di sovrappeso, porta jeans bianchi con due enormi toppe che vanno dalla caviglia all’inguine, una a stelle e l’altra a striscie. Giubbino di tela bianca come i jeans con enormi toppe ai gomiti, una a quadri bianchi e neri, l’altra bianchi e rossi. Completa il capolavoro un cappellino da baseball rosso fuoco di due misure più piccolo che lo fa somigliare a Ciccio di Nonna Papera. Si siedono alle mie spalle, sono habituè dei concerti estivi del Negombo, stasera c’è Massimo Ranieri e non si può mancare. Lei canta a squarciagola tutte le canzoni, spostandomi in modo indicibile la nervatura, visto che ce l’ho a dieci centimetri dai padiglioni auricolari. Durante l’intervallo, discute col marito della presenza scenica del cantante, facendo il suo sfoggio culturale: “Hai visto come si muove sul palcoscenico? E per forza, quello ha fatto la scuola di Streller”.

2.    il milanese medio – Di estrazione culturale impiegatizia, piomba nell’isola convinto che trovandosi essa nel meridione d’Italia, sia un luogo selvaggio da colonizzare, dove la vita costa un cazzo, si mangia, si beve e si scopa alla faccia degli indigeni, che portano un anello al naso e notoriamente accettano specchietti in cambio di oro. Prende la prima fregatura appena sceso dall’aliscafo, sotto forma di vecchietto sdentato che guida un’Ape tre ruote scrostato decorato con i ponpon e attrezzato per il trasporto umano, che si offre di accompagnarlo in albergo; lui sale tutto giulivo, credendola una forma di ospitalità isolana e all’arrivo (in genere 500 mt. più in là) viene depredato di una cifra variabile fra i 25 e i 30 euro. Da quel momento guarderà con sospetto anche le cozze nel piatto, temendo che riprendano vita e gli si avventino sul portafogli, e naturalmente diventerà lamentosissimo riguardo al rapporto qualità/prezzo di qualunque cosa gli venga venduta/fornita/erogata. Questo non gli impedirà di continuare ad essere turpulinato e rapinato fino alla fine della vacanza, al termine della quale non avrà nemmeno scopato.

3.    l’anziana tedesca che viene a fare le cure termali – Un metro e 50, capelli candidi con sfumature viola, leggermente grinzosa, occhiali da vista con montatura metallica, sembrerebbe una innocua vecchietta come tutte le altre ma appena apre bocca la Gestapo si materializza in lei e comincia ad abbaiare ordini a destra e a manca. Si placa, con un mugolio soddisfatto, solo quando arriva nei giardini termali, perché lì la sua vocazione teutonica alla disciplina e alla tortura possono sfogarsi in pieno. Infatti, munita di costumino ascellare e cuffia di gomma con i fiori viola tremolanti, percorre tutto il circuito termale senza battere ciglio, immergendosi alternativamente in acque bollenti che ustionerebbero una salamandra e poi in acqua gelide, camminando sui sassi, arrampicandosi nelle grotte, lasciandosi a bagnomaria per svariate ore, e scuotendo il capino sdegnata di fronte a quei chiassosi di giovani italiani per i quali dentro di sé, ne sono sicura, invoca i campi di sterminio.

4.    l’autista di pullman della SEPSA – Da Aprile a Ottobre guida pullmann larghi due metri su strade larghe un metro e ottanta, con pendenze del 70% e turni di 18 ore, 7 giorni alla settimana. Deve guidare scansando i motorini, i microtaxi, i pedoni, gli spigoli delle case. Deve rispondere a tutte le domande che gli vengono poste, dalle più banali e scontate (“Questo pullmann va a Ischia Porto?” “Devo arrivare a Forio, dove devo scendere?” “Scusi, per l’Hotel Margazzi va bene questo autobus?”) alle più insidiose (“Ma lei è lo stesso di ieri?” “Dove possiamo andare a mangiare una pizza?” “Scusi, ma non sta sbagliando strada?” “Secondo lei non è troppo pieno, questo autobus?” “Devo pagare il biglietto?”). Il tutto sotto 35 gradi e l’80% di umidità. Questo forse giustifica  le perenni gore di sudore sotto le ascelle della camicia azzurra della divisa, il pallore da infartuati e lo sguardo allucinato.

Ecco un tipico dialogo agostano:

Utente (con accento emiliano): “Questo pullman va a Lacco Ameno?”

Autista: “Sì”.  L’utente sale, il pullmann parte.

Utente: “Io devo andare all’Hotel Maria”

Autista: “Allora avete sbagliato pullman. Dovete scendere e prendere il 4 alla fermata all’altro lato della strada”.

Utente: “Ma questo pullman non va a Lacco Ameno?”

Autista: “Si, però ..”

Utente (deciso): “Allora va bene, scusi! Perché devo prenderne un altro?”

Autista (stringendo il volante fra le mani per controllarsi): “Io vado..”

Utente (sempre più deciso, sventolando un opuscolo): “Guardi c’è scritto anche qui: Hotel Maria, Lacco Ameno! Eh!?”

Autista (perdendo definitivamente le staffe): “Sentite, giuvinò: io vivo a Ischia da 40 anni. Lacco Ameno è fatto ‘è COSTA (gesto orizzontale) e ‘e MUNTAGNA (gesto verticale). L’albergo vuosto sta in MONTAGNA, e stù pullmann nun c’arriva. Vui vulite andà a Lacco Ameno? E io ve ce porto! Però in albergo nun c’arrivate!!”

Utente: “Però come siete sgarbati, voi napoletani!”

Ischia portrait

Mio nonno materno faceva il direttore amministrativo di un ente di beneficenza chiamato Pio Monte della Misericordia, a Napoli. Il Pio Monte aveva una sede a Casamicciola, sull’isola d’Ischia, nella quale era possibile per i napoletani piu’ indigenti fare cure termali a spese dell’Ente, che “riciclava”, per così dire, le profumatissime rette che pagavano, per fare le stesse cure, gli ospiti della I Classe. Mio nonno veniva mandato in missione a Casamicciola nei mesi estivi, e con la missione medesima poteva permettersi di portare in vacanza li’ la sua famiglia, affittando una casetta.

Il Pio Monte a Casamicciola, un gigantesco edificio di tufo, oggi e’ un rudere semi abbandonato di cui si conserva a stento la facciata, e la targa di marmo, imponente: il resto e’ invaso dai rovi, dalle erbacce, semi cadente, sfondato, dimenticato.

 
Ho passato una mattinata intera a girovagare fra i ruderi che, come e’ noto, sono tra l’altro una mia passione personale. E’ difficile raccontare l’emozione che ho provato a salire le stesse scale, a toccare le stesse porte, a calpestare gli stessi basoli che deve avere calpestato mio nonno, ogni estate per 15 anni, piu’ di 40 anni fa. Ho provato ad immaginare come doveva essere il palazzo quando aveva ancora i suoi stucchi, i suoi intonaci, quando i portoni erano lucidi e incorrotti, come doveva essere camminare per quelle stanze, che dovevano essere strutturate a meta’ fra il sanatorio – ospedale e l’ostello – collegio, visto che i candidati alle cure avevano diritto anche a vitto ed alloggio. Ho provato a sentirmi una di loro, una pensionante, a spasso per quei cortili dopo aver fatto fanghi curativi e inalazioni, a passeggio per quella via la sera, dopo aver messo il vestito buono ed essersi assicurate di avere con se’ un ventaglio.

L’edificio è interamente ricoperto di ponteggi, il che farebbe ben sperare per una qualunque ristrutturazione verso un qualunque riutilizzo, stazione termale, ostello della gioventu’, grande albergo. Ho fermato un indigeno e l’emozione si e’ fatta nodo alla gola quando gli ho spiegato perche’ ero li’ e perche’ chiedevo spiegazioni, e lui – il mondo e’ davvero piccolo – mi ha dichiarato di essere il figlio dell’ex custode del complesso, e di ricordarsi perfettamente di mio nonno. Neppure lui, pero’, ha saputo dirmi cosa vogliono farne, del vecchio e malandato Pio Monte: pare che il Comune avesse avuto fondi sia per Italia 90, sia per il Giubileo, ma non ha saputo o voluto utilizzarli. I ponteggi, non si faccia illusioni, signora, sono li’ da almeno dieci anni.

Mio nonno e’ morto nel 1985 e il suo mito di uomo buono e colto, esperto enigmista, che mi teneva sulle ginocchia insegnandomi i nomi delle cose mentre lui risolveva le sciarade (10 lettere, Mi sembra il Dio bifronte = Parmi Giano), che scriveva lettere su una enorme Olivetti e fogli di carta velina con la carta carbone in mezzo, ha aleggiato su tutta la mia infanzia felice.

E poi mia madre: mia madre in quegli anni e’ stata adolescente. Ho ripercorso la stessa passeggiata che doveva fare lei la sera, quando andava a prendere il gelato da Calise, in Piazza Marina, con quei vestiti stretti stretti in vita e la gonna larga, a campana, i tacchi a spillo, il seno bene in vista (“la Sophia Loren dei poveri” la chiama quella irriverente di mia sorella dopo aver visto le foto di mia mamma a 17 anni), la borsetta col manico corto. Mi saro’ seduta nelle stesse sedie da bar? Avro’ preso il sole sullo stesso pezzetto di spiaggia? Avro’ guardato gli stessi panorami? Il passato mi affascina, mi attira, mi ricorda chi sono e da dove vengo.

E non e’ una fortuna da poco.
Dunque, ritorno da Ischia.

L’Isola Verde, culla vulcanica di acque termali.

La prima cosa che ti colpisce a Ischia sono gli odori. Che sono essenzialmente tre, spesso si mescolano fra loro ma non tanto da non poterli distinguere:

 gelsomini. Una nuvola, una valanga di gelsomini avvolge l’isola e fa sì che all’improvviso vi giunga, soprattutto nelle ore serali e notturne, un odore speziato, dolce, antico, che vi avvolge e impedisce di pensare.
 fichi, per lo più caduti da alberi incolti, spiaccicati ai bordi delle strade e quindi fermentati. Un odore vinoso, mostoso, dolciastro, ma tutto sommato non sgradevole, se non si pensa alle mosche che banchettano sopra alle poltiglie appiccicose scure semidisciolte
 purtroppo, merda, a causa probabilmente di un sistema fognario dalla ventilazione non impeccabile. Ad ogni angolo di strada, è sempre in agguato la zaffata mortale, che guasta fatalmente la poesia dell’angolo di paesino, il muro di tufo a secco, la glicine, gli aranci e i limoni che circondano la chiesetta di campagna.
C’è poi per tutta l’isola un vago sentore di agrumi, una nota secca e amarognola carica di promesse non mantenute, di quello che l’isola potrebbe essere e non è.

Per esempio, potrebbe essere un posto dove puoi fidarti ciecamente di quello che ti viene detto, e affidarti agli isolani che gestiscono i servizi, tutti i servizi ai turisti. Sarebbe bello, ma non è così. Insieme ai microtaxi, sui quali mi dilungherò in seguito, è sempre in agguato la microfregatura, mai troppo grossa tanto da chiamare i Carabinieri, mai tanto piccola da potertene dimenticare.

Un piccolo campionario:

 decido, in un impeto di autoerotismo, di voler fare un ciclo di massaggi antistress-riattivatori della circolazione-curativi dei dolori alla cervicale. Chiedo quanto costano, e una gentile signora mi dichiara: 18 euro a massaggio. Quando pagherò, alla stessa gentile signora, scoprirò che c’è un sovrapprezzo “per il consumo della crema canforata”. Perché non mi è stato detto? Oppure perché il prezzo non è di 20 euro, comprensivi della crema canforata?
 noleggio uno scooter. Dopo 1 km. si accende la spia dell’olio. Certo, potrei tornare indietro, farlo notare al noleggiatore, chiedere un altro motorino, ma la pigrizia isolana e vacanziera ha il sopravvento: mi fermo ad un distributore, e metto l’olio più economico che c’è, che nonostante questo è migliore di quello che nell’albergo che mi ospita usano per condire l’insalata.
 in uno scicchissimo parco termale da sceicchi c’è il guardaroba-spogliatoio, con armadietti dotati di chiave per custodire gli effetti personali. L’armadietto funziona così: per chiuderlo, bisogna mettere nell’apposita fessura 1 euro. Ogni volta che lo si apre, per richiuderlo bisogna mettere 1 euro. Il milanese di turno non ci crede, a tanta esosità, e decide di fare la prova, perdendo subito il primo euro. Conviene quindi avere un’ottima memoria o un’organizzazione ferrea, e non lasciare NIENTE che vi serva, durante la giornata, dentro l’armadietto. Oppure non usarlo.
La vacanza, come la vita, andrebbe fatta due volte, per non ripetere nella seconda gli errori della prima.

Saluti dal mare

Si, lo so, avevo detto che in queste due settimane volevo solo mare, sole, gabbiani e silenzio, ma il destino cinico e baro, complice la noia (nel mio albergo i simpatici – diciamo così – se ne sono andati e sono arrivati solo famigliuole di carabinieri e tedeschi) mi si è parato davanti sotto forma di Internet Cafè con ventilatore perfettamente funzionanti (sia il ventilatore che la postazione pc), il che a Casamicciola Terme (Ischia) è da Guinness dei primati.

Potevo resistere? Ho letto le novità, e mando un bacino a tutti accompagnato dalla minacciosa dichiarazione che il mio quaderno di Emergency si sta lentamente ma inesorabilmente riempiendo, e ce n’è per tutti i gusti … e trascriverò, sì, trascriverò, anche perchè sto prendendo solo appunti sparsi.

F.to: la lavoratrice atipica in vacanza tipicissima

Vacaaaanza, finalmente!!

Da tre giorni sono in uno stato semi catatonico, non spiacevole però strano. Per le prime 12 ore dopo la fine del lavoro ho continuato, per inerzia, suppongo, a muovermi diciamo normalmente, uscire, fare la spesa, etc. etc. Poi piano piano mi sono rallentata fino a fermarmi quasi del tutto. Stamattina non sono nemmeno uscita, ancora. Anche se sembra che non abbia fatto niente, ho realizzato i seguenti piccoli capolavori:

1. comprato nuovi bloccaserrande in acciaio ottonato e sostituiti ai vecchi: buttato quelli rotti e messo quelli recuperabili a finestre finora sguarnite. Risultato: tutto il lato nord – nordovest della casa, il più vulnerabile, è ora più o meno protetto. Certo, se arrivano ladri con tenaglie da Genio Guastatori e bazooka non ci faccio niente, ma fido di scoraggiare almeno i balordelli. Il proprietario del negozio di ferramenta mi ha chiesto: chi deve montarli? Ora, a parte l’idiozia della domanda (esistono forse bloccaserrande da uomo e da donna, o da esperti e da principianti?) alla risposta “Io” mi ha guardato stralunato e mi ha detto “MA NON C’E’ UN UOMO CHE POSSA AIUTARLA?”. Per farvi capire il livello di sfiducia maschilista nelle mie capacità di bricoleuse, vi ricordo che un bloccaserrande si monta avvitando n° 2 viti allo stipite in legno della finestra, dal lato interno. Attrezzo occorrente: n° 1 cacciavite. Tempo occorrente: n° 3 minuti. Certo, c’è il rischio di montarli dal lato sbagliato (destra e sinistra non sono intercambiabili), c’è il rischio di voler usare un cacciavite normale mentre invece le viti sono a stella, e ovviamente c’è il rischio di cascare di sotto. Nel mio caso, c’è anche il rischio di essere guardonata dai Vigili Urbani che hanno gli uffici di fronte casa mia, come infatti è puntualmente successo. Io ero in maglietta e mutande, ho dovuto interrompere il lavoro per mettermi una tuta e abbassare la serranda, sdegnata. Nonostante la non straordinarietà dello spettacolo, mi è parso di sentire chiaramente un “ohhh” di delusione.

2. fatto bucato di tutto ciò che era lavabile a casa mia e segnatamente nel mio armadio, visto che starei preparando la valigia per il mare. Il tutto miracolosamente senza far assumere colorazioni inedite ai capi messi a lavare. Sono proprio una donna di casa.

3. cucinato con somma gioia, anche se a momenti svenivo per il caldo, in tutta rilassatezza e solo per me: a. pizza per metà con cipolle e capperi e per metà con pomodorini e origano; b. crema di verdure à la bourguignonne; c. fettuccine con i funghi; d. trenette al pesto. Non nello stesso giorno, era chiaro?

4. andata in libreria a fare scorta di sopravvivenza per le vacanze: comprato 4 libri, e nonostante le edizioni quasi economiche mi sono purgata ben 41 euro. Ho dato preferenza a testi semi scientifici su argomenti per i quali vado pazza: disturbi alimentari, casi clinici socio-psichiatrici freudiani commentati, poi un poliziesco americano e un affare rilassante, che parla comunque di cibo. Inoltre, mi porto Simenon e Simone de Beauvoir in lingua originale che mi ha regalato la mia insegnante di francese verso Natale e ancora non ho nemmeno aperto. Comprato anche un quaderno di Emergency rosso per scrivere mio diario di vacanze. La mancanza di supporto informatico non mi fermerà, al mio ritorno vi sciropperete racconti e riflessioni, volente o nolente.

5. caricato il lettore di MP3 di scorta di musica sempre per serate di mare davanti al tramonto o sulla spiaggia intenta a scottarmi (non mi illudo, succederà anche quest’anno).

6. comprato in erboristeria profumo e latte corpo al tè verde & cedro, combinazione deliziosamente fresca ed estivissima che consiglio a tutte le signore in ascolto, la prima volta che l’ho usato la gente mi veniva dietro annusandomi, maschi o femmine che fossero.

Per il resto, dormito, letto, visto televisione fino quasi alla nausea, sentito radio, lavorato a maglia (a proposito, mi devi ricordare di portarmi pure ferri e gomitolo), innaffiato piante con spreco abnorme di acqua e schizzando di terra balconi, terrazza e inondando pure piano di sotto, per fortuna momentaneamente disabitato e anche quando abitato, abitato da fratello e sorella più giovani di me molto tolleranti al limite del menefreghismo e che si fanno i fatti loro.

Mi manca solo la depilazione. Questa però ve la risparmio, potrebbero esserci in ascolto orecchie innocenti.

24 hours

L’implacabile scadenzario orario del PLP, ovvero: come si può passare dalla stanchezza alla rabbia alla disperazione al surreale nel giro di nemmeno 24 ore.

19 Agosto, ore 8:00 – Paoletta ha dormito da me, non ce la faceva ieri sera a fare due ore di viaggio e a rifarne due stamattina per essere qui così presto. E’ arrivato il momento di spiegare: Paoletta non lavora nella nostra azienda, ma in un’altra, con la quale abbiamo un accordo per così dire “politico”. L’accordo prevede che noi lavoriamo, e il progetto passerà sotto il nome dell’altra azienda. In cambio, in un’altra area territoriale il progetto potrà essere tutto nostro. La Capa di Paoletta è un altro personaggio da blog, che racconterò un’altra volta. Per ora, basti sapere che è dura, rompipalle, e pignola. Mi offro di ospitare Paoletta anche la notte successiva, l’ultima prima della scadenza. Lei nicchia, si guarda i piedi, poi biascica che lei “vorrebbe partire verso ora di pranzo”. Un lancinante sospetto comincia a farsi strada, ma non indago oltre. Abbiamo troppo da fare.

19 Agosto, ore 11:00 – Comincia lo strazio degli allegati. Gli allegati sono documenti formali, ad esempio – fra gli altri – curricula dei componenti la compagine sociale, che a loro volta sono enti pubblici, o associazioni, o consorzi. Bisogna allegarli, appunto, ma una sintesi del loro contenuto va inserita nel testo. Compito della raccolta degli allegati è dell’altra società. Scopriamo ben presto che finora è stato fatto veramente poco, Paoletta e altre sue colleghe si rimpallano le responsabilità fra loro e con la Capa, non in sua presenza per carità. Dopo stillicidi di telefonate, i curricula cominciano lentamente ad arrivare. Pochissimi via e-mail, la maggior parte via fax. Bisogna TRASCRIVERLI, uno per uno. Abbiamo uno scanner ma funziona male e i refusi che riporta nel testo informatico sono talmente tanti che si fa prima a riscrivere tutto. Lo faccio io, borbottando fra me che la prossima volta ce li possono mandare con i segnali di fumo, visto che nel 2003 ancora la posta elettronica è un tabù. Fra una cosa e l’altra, abbiamo perso tre ore. Paoletta va nel suo ufficio per ripescare altre carte, ma ci saluta come chi è sicura di partire.

Scoppia la rivolta degli schiavi. Andiamo nella stanza del Capo e gli urliamo tutta la nostra rabbia: ma come, il lavoro viene consegnato sotto il LORO nome, e loro SE NE VANNO IN VACANZA??? 24 ore prima della scadenza, non c’è NESSUNO di quella società che controlli? e chi sarà responsabile, se qualcosa va storto? e chi si metterà in moto, se manca un documento? e se ce ne andassimo anche noi oggi, in vacanza, chi consegna? Il Capo è talmente stanco, e ci vede talmente incazzati, che ci dà ragione: prende il telefono, chiama la Capa, la cazzia fieramente per questa debacle dei suoi. Risultato, alle 13:30 Paoletta torna con i documenti, gli occhi gonfi, e furiosa con noi, anche se non può darlo a vedere. Cincischierà ancora inutilmente per un paio d’ore, poi, spalleggiata dalla Capa, se ne andrà comunque. Comincio ad odiare la Capa, che prima di andarsene anche lei in vacanza mi dirà: “A chi mi posso affidare per essere certa che non manchi niente? A chi? A Marta Sofia? Sì, vero? TI ASSUMI TU LA RESPONSABILITA’??” Starei per mettermi a piangere anche io, per la rabbia, ma sono di un’altra tempra, e mi limito ad annuire e a rispondere “Anche perché non c’è nessun altro, dei tuoi” e a sbattere un po’ di cartoleria verso la porta dopo che lei è uscita.

19 Agosto, ore 14:00 – ci interrompiamo per mangiare un boccone, il solito panino con la solita mortadella e la solita mozzarella Posticchia Sabelli, col solito chinotto, passione del Capo, che è andato a fare la spesa. Il bar di fronte ha chiuso prima di Ferragosto e non riaprirà prima del 25, credo. Sono così depressa e l’aria condizionata è talmente a palla che mi si blocca la digestione. Scrivo con la destra e con la sinistra mi massaggio la pancia. Partono le stampe e le copie. Due pagine per ogni copia devono essere stampate a colori. La rete va in tilt, ovviamente, e non si riesce a stampare niente da nessuna parte. Bisogna spegnere tutto e far ripartire. Fatta la prima copia, si fotocopia col fascicolatore. La fotocopiatrice, miracolosamente, non si inceppa neppure una volta. Però surriscalda drammaticamente il corridoio. Passare da lì alla stanza dove stiamo lavorando è come passare da Calcutta a Oslo, con compromissioni serie ai nostri apparati fonatori. Prima di sera, saremo tutti più o meno afoni e con le tonsille gonfie.

19 Agosto, ore 20:30 – una buona notizia: il Consiglio di Amministrazione di una delle società per cui stiamo lavorando ha approvato il progetto “salvo alcune piccolissime modifiche” chiosa l’Architetto, sempre ottimista. Questo vuol dire che il completamento del secondo progetto diventa una faccenda più lunga e più complicata. Telefona uno dei soci della prima società, quella per la quale il PSL è già stampato e fotocopiato, timbrato e firmato, e chiede “se si può fare qualche integrazione”. Approfittando del fatto che lo conosco da anni, lo mando a fare in culo bruscamente.

19 Agosto, ore 23:15 – io e l’Architetto abbiamo finito di inserire le “piccolissime modifiche” e ogni altra integrazione necessaria. Io e la buddista ce ne andiamo, sfinite, l’Architetto, in fase insonne evidentemente, dice che si fermerà ancora un’oretta per inserire nel testo le tabelle con i dati finanziari. A casa mangio una testa di scamorza affogata in tre litri d’acqua, e mi fiondo sul letto quasi senza svestirmi.

20 Agosto, ore 00:15 – squilla il cellulare. Faccio un salto, santiando, e rispondo. E’ l’Architetto. Dal PSL mancano in maniera del tutto misteriosa circa 15 pagine, che avevo inserito io più di un mese fa. Gli dico dove andarle a recuperare, mi riaddormento col telefono in mano.

20 Agosto, ore 7:00 – siamo già in ufficio. Con calma e un po’ di freschezza e lucidità ritrovate – una doccia fa miracoli – facciamo il primo pacco, carta, scotch, ceralacca, timbri, firme. Il secondo progetto viene limato, editato, rivisto, e stampato. Si ripete la trafila del giorno prima per fotocopie e stampe a colori. Anche le macchine sono stanche.

20 Agosto, ore 10:30 – facciamo la check list del secondo progetto e ci rendiamo conto che manca un documento formale, un attestato che è ancora in possesso del Notaio che l’ha redatto. Il Notaio viene rintracciato a telefono, cazziato, uno di noi parte a razzo per andare a prenderlo. Recupera il documento, sta tornando da noi, quando viene raggiunto al cellulare dalla segretaria del Notaio. Gli hanno dato il documento sbagliato, deve tornare indietro e fare il cambio. Si è persa un’ora preziosissima.

20 Agosto, ore 11:45 – non c’è tempo di chiudere anche il secondo pacco, ma il bando prescrive che sia perfettamente sigillato, pena l’inammissibilità. L’Architetto ha un’idea geniale. Mi urla di prendere tutto il necessario per la chiusura del pacco e seguirlo. Chiama al cellulare quello che ha il documento recuperato dal Notaio, del quale occorre una fotocopia, e lo dirotta davanti alla Regione.

20 Agosto, ore 11:55 – Saliamo tutti e tre all’ufficio protocollo. Regna una calma surreale. Entro solo io, con un bottone della camicetta aperto in più e il pacco smembrato sotto il braccio. Piazzo sotto il muso dell’impiegato la lettera di accompagnamento per farla protocollare, e piegandomi un po’ sulla scrivania e sbattendo gli occhioni gli sussurro dolcemente che “ho solo un piccolissimo problema, vede qui il pacco? era stato fatto male, sa, la fretta” sorrido come il pitone quando sta per inghiottire il topolino “e si è rotto, tocca rifarlo, quindi se non le dispiace lo sigillo qui, è questione di un minuto …” Il protocollista basito fa sì con la testa. Intanto l’Architetto si è fiondato in un’altra stanza a fare le fotocopie del documento notarile (18 pagine). Alla 17°, finisce la carta.

Per evitare che si renda conto che non si tratta solo di sigillare, ma di aggiungere un documento, io sto intrattenendo il protocollista con il mio miglior repertorio di smielamenti, approfittando della provvida presenza di un minuscolo acquario piazzato sulla sua scrivania. “Ahhhah ma che carino, è suo?” (e di chi potrebbe essere, visto che è piazzato a dieci centimetri dalla targhetta che porta il suo nome?) “E sopravvivono? voglio dire, l’aria dell’ufficio non li avvelena?? ahahaha!! (rido da sola alle mie battute) “Ahahah, ma vedo anche delle piante! lei è proprio un amante della naturaaa!!” Il protocollista, che si era distratto un attimo alle mie stronzate, si riprende e chiede: “Bè, ma allora ‘sto pacco, lo chiudete o no?” Sto meditando di cominciare a fare la danza del ventre, quando entra il provvido Architetto, con doppia copia di documento in mano. Da allora, tutto sembra svolgersi a ritmo di Charlie Chaplin in Tempi Moderni: integrazione, carta, scotch, timbri, sigilli, ceralacca squagliata con l’accendino del protocollista, che per fortuna è un accanito tabagista, e ustioni di 3° grado del pollice dell’Architetto, che virilmente resiste al dolore, anche se diventa paonazzo.

AAARRRRRGGGGHHHHHHHH!!!!!!

Questa è la trascrizione fonetica più o meno fedele dell’urlo liberatorio lanciato dalla sottoscritta davanti ai cancelli della Regione, dopo aver consegnato gli ormai celeberrimi PSL. L’urlo suddetto ha creato scompiglio nelle guardie giurate che bivaccavano con facce da tonni del Mar Mediterraneo tra la guardiola e l’atrio. Mi ci è voluto un pò per convincerli che non mi sentivo male e non era colpa del caldo (o forse anche) ma solo della stanchezza.

In ufficio, brindisi a rosato del Vulture ghiacciato tra me e i compagni di sventura, più uno stralunato capo vittima dell’aria condizionata e quindi afono.

Raga, ce l’abbiamo fatta. Due dei più bei lavori che io abbia mai fatto in vita mia sono stati impacchettati e diverranno traccia esecutiva di lavoro per due società consortili per i prossimi tre anni. Per i prossimi tre anni almeno venti persone lavoreranno sulla base di cose che io (insieme al mio gruppo) ho scritto. Sono soddisfatta, ci credete?

Adesso vado a casa, mi devo fare una doccia di tre ore e una dormita di dodici.

Stay tuned, non sono ancora partita 🙂

Domani, solo domani ..

Siamo al delirio più puro. Io, l’Architetto e la buddista siamo rimasti soli, perchè tutti i numerosi collaboratori esterni sono ANDATI IN VACANZA

Mi pare  giusto, no? La scadenza è DOMANI, e la gente ha pensato bene di partire OGGI. Così resta nostra la responsabilità dei controlli, della documentazione formale, dei documenti amministrativi da allegare, della regolarità di questi ultimi. Sono troppo arrabbiata e sconvolta e stanca pure per bestemmiare.

Spero di sopravvivere fino a domani, alle ore 12:00, senza appicciare tutto.

Qualunque manifestazione di solidarietà sarà ben accetta.