Resistenza alla cura

La mia vita è un casino. Non c’è una fetente di cosa che quadri con tutto il resto e/o che sia regolare come lo era prima. Il corpo mi si rivolta contro più che mai, adesso siamo ai ritardi strategici nei cicli, strategici nel senso che non ho idea a che cosa siano dovuti, e quindi sospetto la psicosomaticità, che avrebbe in questo caso trovato un modo particolarmente subdolo per farmi capire che non apprezza il mio lavoro terapeutico, un pò come Linda Blair che faceva tremare i muri di fronte alle spruzzate d’acqua santa ne L’Esorcista.

Ma prima di arrivare a questa ardita conclusione, ovviamente, dovrò fare un altro tour medico-ospedaliero.

Che cuglia, come si dice dalle mie parti.

Concorso pubblico

La notizia è giunta, come sempre, circondata da un alone di particolari contradditori e sospetti: stamattina stessa c’è stata selezione in infermeria; la percentuale è stata del sette per cento del totale, del trenta, del cinquanta per cento dei malati. A Birkenau il camino del Crematorio fuma da dieci giorni. Deve essere fatto posto per un enorme trasporto in arrivo dal ghetto di Posen. I giovani dicono ai giovani che saranno scelti tutti i vecchi. I sani dicono ai sani che saranno scelti solo i malati. Saranno esclusi gli specialisti. Saranno esclusi gli ebrei tedeschi. saranno esclusi i Piccoli Numeri. Sarai scelto tu. Sarò escluso io.
(da Primo Levi, “Se questo è un uomo”)

Lo scenario è infinitamente meno drammatico, ma non so perchè mi sono tornate in mente queste parole, ieri, mentre su un gigantesco piazzale insieme ad altri 1.100 candidati circa, aspettavo di entrare a fare le selezioni per un concorso pubblico. Ascoltavo i loro discorsi e le infinite piccole certezze che ogni canddiato aveva di essere escluso o di essere ammesso sulla base di considerazioni poco più che cabalistiche. Mi guardavo intorno e vedevo tutto il campionario del caso: trentenni con la faccia seria gli occhiali e le dispense che ripassavano freneticamente le ultime nozioni, ragazze della provincia infagottate e immusonite, quaranta-cinquantenni in cerca solo di una collocazione diversa oppure con in faccia la disperazione di una vita da precari. Una tristezza, insomma.

Poi siamo entrati e come al solito la lente dissacrante e ironica che mi porto sul naso ha preso il sopravvento.

La società che ha vinto l’appalto per gestire il mega-concorsone pubblico ha assoldato una quarantina di giovani interinali per la sorveglianza e per la bassa manovalanza. C’è il naziskin, nerissimo di carnagione, rapato a zero, porta 5 anelli all’orecchio destro in bella evidenza e quando indirizza i candidati verso i banchi abbaia con evidente piacere come se stesse indirizzando gli ebrei alle camere a gas. Ci sono tre o quattro signorine che con tutta evidenza aspirano a fare le veline, jeans aderenti a vita bassa, pancino scoperto, capello lungo che ad ogni scuotimento di testa copre maliziosamente metà faccia, trucco abbondante, e hai visto mai che fra i mille candidati c’è un agente in incognito o un miliardario matto, quando devono attraversare la sala per andare a fare rifornimento di matite copiative mettono i piedi uno davanti all’altro scuotendo tutto lo scuotibile, come in passerella. Ci sono quelli che indossano il cartellino di riconoscimento con la stessa fierezza di un pass della stampa alle Olimpiadi, attaccato al collo, quelli più fighetti alla cintura dei pantaloni. Ci sono quelli che parlano nel walkie talkie facendo finta di essere il commissario Pettenella. C’è quello con la faccia da studente universitario che palesemente vorrebbe essere dovunque tranne che qui, e sbuffa con regolarità. Ci sono le due signore sulla cinquantina – queste però mi sa che non sono interinali, devono essere impiegate dell’ente pubblico che bandisce il concorso, punite da un sorteggio sfigato ad essere qui – che si siedono in un angolo e si raccontano per tutto il tempo i cazzi loro, i mariti, i figli, la pensione e così via.

Ci sono i Carabinieri, numerosi armati ed in tenuta antisommossa, hai visto mai qualche nucleo di precari combattenti volesse fare un blitz armato di matite copiative.

Poi la selezione parte, e finisce in tempo rapidi, gli interinali sono ben addestrati e nessuno cerca di copiare, siamo troppo vecchi e troppo depressi.
Non sono entrata in graduatoria utile, sono appena sotto.

Contenti, invidiosi?

Sindrome PreMestruale

Oggi sono in piena SPM.

Per i maschietti all’ascolto, la SPM è una sindrome che colpisce le donne in età fertile circa 48 ore al mese, e si presenta con la seguente sintomatologia:

1. ci si sveglia e appena si mettono i piedi fuori dal letto semba di pesare una tonnellata. Ci si trascina in bagno ci si guarda allo specchio e si passano 3 minuti a cercare di capire chi è l’alieno che ci sta guardando. Non posso essere io, quella, ci sono almeno 4 chili che ieri non c’erano, e almeno 3 nuove rughe scolpite col bulino sotto gli occhi dove – sono sicurissima – ieri sera c’era una palpebra liscia che pareva quella della Pietà di Michelangelo.

2. già di pessimo umore, iniza a questo punto una serie di piccoli incidenti, domestici e non, che limano la già instabile nervatura. Niente di grave, cazzatelle, ma fastidiose come unghie sulla lavagna. Non c’è caffè, bisogna farlo. La gonna che pensavate da ieri sera di mettervi oggi è macchiata. Dopo che vi siete già vestite (slip, body, collant, gonna – un’altra, che odiate ma non c’è tempo per pensare a nuove mise – maglioncino, stivali (perchè non si abbottonano più? avrò sognato di essere Cassano e mi sono allenata per il derby nel sonno?) e pronte per uscire, rigorosamente in ritardo, mammina vi insegue trillando gioiosa: “Hai le calze sfilate!”.  E’ vero, porca puttana, e non c’è modo di nasconderlo. Rispogliati tutta la parte inferiore, cerca un paio di calze a tinta possibilmente sane e rivestiti. I ritardo ormai è galattico.

3. fuori fa un caldo boia, ma come cazzo è possibile che faccia un caldo umido così porco il 2 dicembre in una località a 900 metri sul mare?

4. tanto ormai ho fatto tardi, chiamo in ufficio inventando un improbabile traffico e passo in banca, ho un bel rosso su uno dei miei conti correnti – non vi gasate, ho due conti correnti perchè le banche sono ladre, ve la racconto un altro giorno – e mi tocca coprirlo. In banca non c’è nessuno in coda, TRANNE la temibile vecchietta che deve riscuotere la pensione, sbaglia sei volte a compilare il modulo senza che quella stronza della cassiera di anni 22 si senta in dovere di aiutarla, e quando finalmente si passa alla fase informatica il computere di blocca “non c’è la linea” cantilena la stronzetta e altri 15 preziosi minuti se ne vanno così;

5. il caffè al bar sotto l’ufficio ha un piacevole retrogusto di impepata di cozze, che sentite solo voi, care sindromate.

Buongiorno!

Scandali locali

E vediamo se mi riesce di pubblicarlo, ‘sto cavolo di post.

Da una settimana circola nel mio ufficio pubblico una fotocopia pirata dell’ordine di custodia cautelare per 51 persone che ha sconvolto la mia pacifica cittadina nei giorni scorsi e di cui suppongo abbiate sentito parlare. L’ho studiata con una certa attenzione, arrivando alle seguenti conclusioni:

1. se si addizionano tutte le somme di denaro menzionate nel corposo documento, si arriva alla stratosferica somma di Euro 7.500,00
2. i politici coinvolti avrebbero chiesto, in cambio di spintarelle su appalti, in qualche caso la “sistematizzazione di LSU”, si dice tecnicamente, ovvero l’assunzione di cinque, o sette, o due poveri cristi disoccupati cronici; in altri casi assunzioni tout court di altri poveri cristi, in uan Regione in cui la disoccupazione tocca punte del 25%
3. gli appalti di cui si parla non sono per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, ma nemmeno di un centro commerciale a Roma o di una villetta al mare; sono appalti per la pulizia di Enti Pubblici, o ospedali. Insomma gli assunti con raccomandazione non vanno a fare i direttori generali della FIAT, ma vanno a pulire cessi
4. una buona parte dei reati descritti non sono in alcun modo collegabili fra loro. Uno dei “capi mafia” è un piccolo pregiudicato accusato di ricettazione, spaccio di droga, prostituzione (la descrizione di questo capo d’accusa tocca punte di comicità degne di nota), usura. Il caso vuole che quest’uomo sia il titolare di una impresa di pompe funebri sotto casa mia; delle sue attività diciamo così non cristalline sapeva tutto il quartiere ma probabilmente anche tutta la città: come mai solo ora la magistratura scopre “il sistema mafioso?” a me l’idea che quell’omino non intelligentissimo andasse a imporre scambi affaristici al Presidente della Giunta Regionale mi pare verosimile come una banconota da 22 euro.

La mia conclusione è che esiste sicuramente un insieme di piccoli episodi di malaffare, certamente condannabili non solo moralmente ma anche giudiziariamente. Ma per derivare da questo la “rete di collusioni mafiose”, le “infiltrazioni a livello di sistema della mafia nel mondo politico” credo che gli inquirenti si siano addormentati davanti al telefilm su Borsellino, e non si siano più svegliati.

Un sostituto (ancora?)

Sono così stanca che anche chiudere gli occhi mi pesa. Il mio ex capo mi rimprovera di essere sfuggente e quasi del tutto assente fisicamente e anche quando ci sono fisicamente non ci sono con la testa. Avevamo fatto altri patti, dice deluso. I patti però avevano come presupposto l’idea che in un ufficio pubblico non ci si facesse il mazzo che invece ci stiamo facendo, io e Stelvio. E i patti preusupponevano anche che io venissi pagata, cosa che non avviene da luglio scorso. Dobbiamo trovare qualcuno che stia qui full time, dice lui. Qualcuno che capisca mezza cippa di formazione, però, rispondo io. Se dobbiamo cominicare a fare la nave scuola cominciando dalla terminologia tento il suicidio attaccandomi un faldone al collo. L’ex capo concorda. Poi stiamo zitti per 20 minuti scervellandoci a cercare un nome, fra i tanti che sono transitati per questi uffici. Questa no, è bravina ma insopportabile e mi sta sulle palle e la cosa è reciproca e quindi non farebbe mai quello che io le dico di fare. Quella no, perchè costa troppo. Quell’altro no, perchè lavora in un’agenzia pubblica e chi cazzo gliela farebbe fare di venirsi a sderenare per 4 soldi alla XY Spa? Insomma il candidato non spunta. Sarebbe bello chiudere questo post con un colpo di scena umoristico, ma non c’è, accontentatevi, sono in calo di zuccheri.

Riccione

E per la cronaca, Shel è a Riccione da tre giorni per un corso di specializzazione di nuoto subacqueo.
In giorni feriali, ovvio.
Riccione a Novembre deve essere allegra come un cimitero sotto la pioggia coi cani che ululano. Shel e qualche viados a Viale Ceccarini.
Io invece l’ho vista e passeggiata alle 6 di un mattino di tarda primavera, ed era bellissima. Sono passata vicino al porto ed era tutto così fresco e pulito che pensavo non me lo sarei scordato.
Era dieci anni fa, però.

Che post del cazzo.

Però è dura

Appena scavalchi un muro, o lo abbatti a testate, o scavi con le unghie un varco per passare, scopri che dietro ce n’è uno più alto.
Lo diceva anche Murphy: “Dietro ogni grana piccola ce n’è una più grande che sta lottando per venire fuori”.

Che palle, però.

E come se non bastasse, il monito tardo cattolico angosciante del guru: “Ricordatevi che non sapete nè il giorno nè l’ora”. Sgrat.

Terapia di gruppo

In realtà non è che non ho niente da scrivere. Di roba ne avrei. E’ che non riesco più ad organizzarla, perchè non l’ho ancora chiara, è una valanga di pensieri scoperte supposizione dimostrazioni. Sto facendo un ottimo lavoro, dice il guru. In gruppo più che in individuale. Stasera per esempio sono sfinita, oggi c’era il gruppo del mese e per me era la prima volta. Venti persone in un capannone industriale gelido e spoglio, in tuta e calzini di spugna. Mezz’ora a respirare, facendosi aiutare (sembra assurdo, dover essere aiutati a respirare, ma è così). Mezz’ora a respirare e tirare fuori la voce, a bocca aperta, fino a che il capannone non sembra pieno di indemoniati da esorcizzare. Il diaframma si contrae, la gola si serra, e allora tenere duro, apri la bocca, urla, insisti, fino a che non viene la tosse o l’urto del vomito. E insieme a quelli una valanga di emozioni, di pensieri, che non riesci ad afferrare tutti. Ma non importa, se sono venuti fuori si piazzeranno in testa e prima o poi verranno fuori uno alla volta ordinati come soldatini alla parata.

Aver imparato a non fare soffrire nessuno.
Aver contrabbandato l’eccezionale intelligenza con esibizioni da scimmietta ammaestrata, per coprire altre emozioni più devastanti.
Avere imparato a fare finta di non capire, a seppellire discorsi, a deviare fiumi in piena con la forza delle mani.
L’anoressia infantile diventata bulimia, riempire la bocca per non urlare, per non esprimere emozioni che fanno soffrire sè stessi e gli altri e quindi mortali.
Aver ricacciato in gola pezzi importanti della costruzione della propria autonomia, del proprio sè.
Essere speciale, indossare la maschera del genio (“ma tu quanti giga hai nella testa?” mi diceva un mio ex socio che pure non posso dire mi amasse alla follia) per essere considerata viva e meritevole di affetto.
Pretendere il massimo da sè stessi per poter essere apprezzati dagli altri, non concedersi mai una pigrizia, rispettare ossessivamente i rituali se no il mondo frana.
Non dire mai no.

Stasera sono distrutta dalla fatica, ma la mia faccia allo specchio mi sembra diversa.
Non so, forse sono gli occhi, più morbidi, più luminosi.
Forse sono solo stronzate e ho bisogno di dormire.

Regredire

Sono lì, io adulta, in piedi. Nell’angolo della stanza che ricordo in ogni dettaglio – la libreria svedese, le poltrone colorate, la scrivania – c’è una bimba di tre anni con i codini biondi a cavaturacciolo come Buffy di Tre nipoti e un maggiordomo. Giocava con un tagliacarte, forse cercava di forzare qualcosa, forse l’ha fatto apposta, forse è stata solo maldestra, insomma si è ferita profondamente alla mano destra. Esce sangue, ma lei non piange, non urla, non corre di là cercando la mamma che sta cambiando i pannolini ad una sorellina nuova di zecca. Forse ha troppa paura per muoversi, forse è solo curiosa di capire che le sta succedendo, forse – insinua il guru – le è stato insegnato a non mostrare emozioni forti, a non disturbare se sa che la mamma è impegnata.

L’io adulta si sente sciogliere di tenerezza di fronte a quell’io bambina tremante e sanguinante. Spinta dal guru, avanza verso di lei, la prende in braccio, le dice di non avere paura, di non preoccuparsi, che non è niente. La fa ridere, le disinfetta e fascia il dito. La stringe forte, le dice che è tutto passato.

Crescerai, ma non farà male. Te lo prometto. Ci sarò io, ad abbracciarti.