Sogno / 2

Mi sveglio ed esco sul balcone. Durante la notte il tempo è peggiorato, ma tanto: le nubi e la foschia che si vedevano stando dentro casa, quando esco fuori si rivelano essere una pioggia fredda. Anzi, una pioggia mista a neve, o grandine. I gerani, la malvarosa e le altre piante che ho sul balcone sono sferzate dalla bufera e per buona parte coperte di questa poltiglia nevosa pesante, che le ha gelate, spezzate, semiseccate.

Sono stupita dal brusco cambiamento climatico, dall'inverno arrivato così presto, e sono mortificata: è il secondo anno – penso – che non mi rendo conto per tempo che sta arrivando l'inverno e lascio le piante al gelo. Mentre sto pensando di tagliare via quello che si è gelato e prendere materialmente le fioriere fra le mani per metterle dentro, mi sveglio.
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Abbastanza chiaro, il messaggio, stavolta.

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Intuizione n. 2

Io e il giardinaggio.

Giorni fa ascoltavo Serena Dandini da Fazio che presentava il suo libro. La passione per il giardinaggio come scusa – anche elegante, devo dire – per raccontare pezzi di vita, persone, viaggi, etc. Qualcuno – molti, direi –  l’ha fatto con il cibo, lei l’ha fatto con piante e fiori. Poi il titolo è di De Andrè, quindi figuriamoci. Ho già il portafogli in mano.

Mentre lei parlava, io riflettevo sul mio complesso rapporto con piante e fiori, e il giardinaggio in genere. Premetto subito che sono molte più le piante che ho fatto morire di inedia e desolazione che non quelle che ho salvato. Mia madre ha un terrazzo bellissimo che se ne cade di gerani, lauri cerasi, oleandri, ortensie, perfino more e nespoli e un piccolo melo da vaso. Ha una yucca, un ex tronchetto della felicità che le è stato regalato trent’anni fa ed era alto venti centimetri,  adesso è alto due metri, pesa un quintale e non passa più dalle porte. Il rigoglio regna sovrano: d’estate, quel terrazzo sembra la giungla di Salgari. E non basta: piante ci sono anche in casa, anche sugli altri balconi, anche sul pianerottolo del palazzo dove lei abita. Pare che non le muoiano mai: ma lei annaffia, cura, pota, concima (secondo me droga, ma è una mia malignità), sposta, trapianta e loro, le piante, lo sanno. E ringraziano.

Io gestisco i miei 4 vasi con etica darwiniana. Li butto in un angolo, dove mi pare possano stare bene, e chi è più forte sopravviverà. Gli altri, adieu. E’ un mondo difficile. Mi scordo di bagnarle per settimane (per fortuna ci pensa la mia badante, almeno una volta alla settimana, e la pioggia, d’estate, quando stanno fuori). Le poto a cazzo, quando cominciano a darmi fastidio i rami più lunghi, senza rispetto di tempi e stagioni. Ho un concime a pallini azzurri – che mi ha passato mia madre, of course – e ogni tanto ne butto qualcuno nei vasi, ma senza nessun criterio quantitativo. Ho messo una pianta da interni al sole di agosto, credendo di fare bene, e stava morendo bruciata. Ho lasciato i gerani, e due piante grasse, fuori di notte ad inizio inverno quando la temperatura è scesa più o meno a -10°. La mattina dopo, divorata dai sensi di colpa, le ho tirate dentro, le ho innaffiate con acqua tiepida, le ho messe nei pressi del calorifero.

Ciò nonostante, io non le odio, le piante, altrimenti non ne avrei. E loro, come dice anche la Dandini parlando – credo – di Nanni Moretti, “apprezzano lo sforzo”, cioè sanno che i miei errori sono in buona fede, che la mia incuria è solo frutto di distrazione, che faccio quello che posso: e mi ricambiano con regolari fioriture, e cercando di sopravvivere come meglio possono.

C’è una sola pianta, fra quelle che tengo in casa, che vorrei morisse, per motivi complessi che adesso sarebbe qui lungo spiegare. Però vorrei morisse per colpa, e non per dolo, insomma non voglio buttare la candeggina nel vaso, vorrei morisse di morte naturale, perchè il mio SuperIo perfettino e cacacazzo non mi tormenti poi di notte.  E’ quella che ho messo al sole di Agosto (ecco, quella volta direi che non è stato proprio in buona fede, l’errore, e ci ho messo anche un paio di giorni di troppo a tirarla di nuovo dentro, però alla fine l’ho tirata dentro, come quando si tende la mano a un nemico che hai buttato nel fiume appena lo vedi annaspare).

Oh, sta benissimo. E’ quella che sta meglio di tutte.
E’ cresciuta, ha le foglie nuove, lucide, perfette.
Un amore.
Bastarda.

Agriterapia

Il modo migliore per farsi passare tristezze e paturnie assortite è passare un pomeriggio a fare giardinaggio sul terrazzo di mia madre. L’amatissima anziana signora, infatti, non appena si ritrova nel suo elemento naturale – che non è, come si potrebbe pensare, il consesso umano, ma il mondo vegetale – si anima di un ampio sorriso MA sfodera anche, se ha qualcuno a tiro con cui farlo, il tono autoritario terrore di due generazioni di studenti.

E inizia la tirannia.

L’operazione clou del giorno è trapiantare la yucca (Euphyta Angiospermae). Attualmente la pianta di cui parlo è una bestia più alta di me con un tronco di trenta centimetri di diametro, e temibili foglie allungate dai bordi taglienti come rasoi. Ma quando è stata regalata, circa 30 anni fa, era un’innocua pianticella beneaugurante nota anche col nome di “tronchetto della felicità”. Non so come diavolo ha fatto, considerato che è una pianta tropicale, a sopravvivere a trent’anni di neve, gelo, il terremoto, traslochi, sfighe assortite di varia natura: sta di fatto che ora è un vero albero, e sta in un vaso minuscolo, per cui l’inflessibile mamma ha deciso che è il caso di trapiantarla. Per l’occasione ha acquistato un vaso, un mastello di plastica enorme nel quale potrei comodamente fare il bagno, e 3 sacchi di terriccio che tanto per cominciare il riscaldamento ho portato su io in terrazza a spalle.

Ve la faccio breve: per poter togliere il vaso vecchio, una volta constatato che era praticamente diventato tutt’uno con le radici, e quindi era necessario tagliarlo, siamo ricorsi nell’ordine a:

  1. trincetto (sseeehhhh, vabbè)
  2. forbice (spaccata)
  3. cesoia da giardino (bene, ma si procedeva alla velocità di un millimetro ogni quarto d’ora circa)
  4. coltello da macellaio seghettato (rischio annesso: squartamento umano, abbandonato)
  5. coltello elettrico (schiantato)

Quando finalmente a furia di sbuffare spaccarsi le mani i piedi le ginocchia siamo riusciti a fare a pezzi il vecchio vaso, per mettere quello nuovo e per alzare il tutto in piedi mi sono partite un paio di ernie del disco. E non è finita qui. Operazione collaterale: aggrapparsi come una scimmia alla yucca per tenerla dritta, mentre la mamma versava vezzose palatine di terra nel vaso dall’altra parte.

Vi tralascio per pietà il dettaglio di tutte le altre operazioni di puro facchinaggio che al grido di “una volta tanto che sei qui, e disposta ad aiutarmi”  la cara ma sempre arzilla genitrice è riuscita ad impormi: mettere nastro isolante sui tubicini dell’irrigazione, che perdono; alzare barriere contenitive nelle fioriere, se no perdono acqua dal bordo; spruzzare insetticida anti vespe (questo l’ho fatto con somma gioia, avvelenarne una per punirne cento); caricare e scaricare vasi, sottovasi, sacchi di terriccio; innaffiare lottando con una pompa che ha la tendenza a strozzarsi nei punti dove io non posso vederla, però la vede mia mamma e libera la strozzatura senza che io me ne accorga, in modo che l’acqua trovi il modo di schizzarmi in faccia mentre guardo il tubo per capire perchè l’acqua non arriva, proprio come nelle comiche di Stanlio e Ollio; spostare piante (“questa la mettiamo qui”, e dopo mezz’ora “mah forse però stava meglio lì” e dopo un’ora “alla fine la rimetterei dov’era, tu che ne pensi?”)

Io non penso più, ormai: sono schizzata di fango e terra fino agli occhi, bagnata fino alle mutande e ho graffi di rose e yucca e di ogni forma verde del pianeta dovunque. La dolce genitrice finalmente ne ha abbastanza, si siede a contemplare il suo regno e sospira: “Ahhhhhh ABBIAMO fatto un bellissimo lavoro, vero?”