Chiavi

Ci sono chiavi che non si riesce in alcun modo a buttare. Mi pareva di averlo fatto, e invece sono ancora lì che mi sformano la borsa. Quattro chiavi, attaccate ad un anello di ferro con ciondoli portafortuna. Aprivano la porta del paradiso, un paradiso laico e terreno, del quale conosco ogni respiro e ogni millimetro.  Visto che non riuscivo a buttarle, quelle chiavi, le ho decorate con anelli di gomma colorata per distinguerle, ce n’erano due in particolare che confondevo sempre. Ora non posso confonderle più, anche se non aprono più niente.

A whiter shade of pale

We skipped the light Fandango
Turned cartwheels ‘cross the floor
I was feeling kind of seasick
But the crowd called out for more
The room was humming harder
As the ceiling flew away
When we called out for another drink
The waiter brought a tray

And so it was that later
As the Miller told his tale
That her face, at first just ghostly
Turned a whiter shade of pale

She said there is no reason
And the truth is plain to see
But I wandered through my playing cards
And would not let her be
One of sixteen vestal virgins
Who were leaving for the coast
And although my eyes were open
They might just as well’ve been closed

And so it was that later
As the Miller told his tale
That her face, at first just ghostly
Turned a whiter shade of pale

And so it was…

Procol Harum, A whiter shade of pale

 

Non ce la faccio, non ce la faccio

La parte morbida, come la chiama il mio psicoterapeuta, è quella che non c’è più.

Se mi viene da piangere nel sottopasso dei garage perchè mi sono vista sfatta e bruttissima e perchè non riesco a vestirmi e mia mamma non enorme sensibilità mi dice che sto malissimo vestita così e perchè questo poi si trascina tutto appresso e mi sento una idiota fallita totale in un mondo di perfetti e sprofondo nelle sabbie mobili e mantenermi a galla mi succhia tutte le energie e non riesco a fare altro e se ormai le lacrime sono un fiume, se i singhiozzi mi impediscono di mettere in moto e quando esco finalmente riesco a uscire dal garage l’impresario delle pompe funebri sotto casa mia mi guarda stupito e quasi commosso e io vorrei poter scendere dalla macchina a farmi abbracciare perfino da lui perchè è dura da sola, nessuno lo capisce tutti sanno solo dirmi quanto è stato stronzo e bugiardo e che devo non pensarci più e tutti a dargli addosso pensando di farmi cosa gradita e farmi stare meglio e io invece vorrei qualcuno che mi dicesse non smettere di pensarci vedrai che ti richiama e ci sarà ancora una possibilità e sarà stato tutto solo un brutto sogno, se tutto questo accade, dicevo, è perchè la mia parte morbida era lui e io senza non so vivere, mi sembra di essere fatta di plastica, rigida, fredda, ma basta poco a spaccarmi e sciogliermi, e oggi mi sono sciolta e sono arrivata in ufficio con due occhi che pareva che mi avessero buttato acido muriatico in faccia e tutti hanno fatto finta di niente, e adesso mi soffio il naso e comincio a lavorare, chè Stelvio almeno mi rilassa, e al resto ci penso domani, come Rossella O’Hara.

La cosa peggiore

La cosa peggiore sono i fine settimana. Ore vuote passate fra pc e divano di casa mia, ore che si rifiutano di gocciolare via e richiedono di essere contate minuto a minuto. E ogni minuto corrisponde ad un preciso ricordo, questa era l’ora delle faccende domestiche, questa l’ora della spremuta d’arancio a Baia, questa l’ora che si buttava la spazzatura, questa l’ora che si guardava la TV e si stava senza fare niente, godendosi la domenica.

Vabbè, basta, finito.

Potrei

…..essere più simpatica di così. E checchè ne pensiate, il mio post precedente non è preso da una collezione Harmony. Potrei fare finta di averlo conosciuto solo l’anno scorso, dopo 4 anni di spensierata vita da single. Potrei darmi fuoco e offrirmi in sacrificio sull’altare di Santa Abboccona, quella che credette che a metterla incinta era stata l’acqua della piscina dove tre giorni prima aveva nuotato un uomo (col costume). Potrei partire per un viaggio in Patagonia, oppure in Nuova Zelanda, ho sempre sognato di fare parte della squadra di rugby di quella nazione per imparare quella danza maori propiziatoria contro il nemico, a me chissà potrebbe essere propiziatoria contro la sfiga. Potrei odiarti. E magari ti odio.

B.G. e la mia adolescenza

” <Adesso devo andare> aveva detto, ed era come se se ne andasse dall’infanzia, dalle lunghe estati comuni e dai suoi stupidi, ridicoli sogni. Nessuno l’aveva trattenuta. Passando il cancello di Villa Ilaria, era certa che sarebbe stata l’ultima volta.

E invece era stata ancora male, ogni volta che ci aveva pensato. Mai più gli aveva risposto: ma era ancora viva la tortura di quelle sere passate dietro i vetri della finestra sopra la darsena, in quel dolce odore di lago e di estate finita, a sentire la voce che chiamava oltre il muro, Sandra, Sandra, Sandra, e il bruciore delle unghie piantate nel palmo. Poi col tempo lui non l’aveva chiamata più, e lei non aveva avuto più bisogno di graffiarsi le mani.”

Brunella Gasperini, 1977

Sono tornata, ma non sono qui

Sono tornata.

Dio solo sa con quale forza. L’estate (anzi, i 15 giorni d’estate) più angoscianti ansiogeni merdosi della mia vita. Sto malissimo, emotivamente mi è passato un TIR sopra e poi, non pago, ha fatto anche marcia indietro. Fisicamente ho addosso un’infezione che deriva da due denti mal curati e da un ovvio calo delle difese immunitarie, e credo di avere la febbre. Ho chiamato il dentista per un appuntamento e mi ha detto che devo prima fare una settimana di antibiotici. Non oso manco pensare che faccia avrò, dopo una settimana di antibiotici.

Ieri sera sono tornata a casa e le crisi di panico acquattate in un angolino per tutta la cosiddetta vacanza si sono fatte vive in tutta la loro turbolenza. Abbiamo quindi nell’ordine: medico curante (che mi farà due palle così per prescrivermi la Rovamicina) – antibiotici – psicoterapeuta – antibiotici – dentista (che ovviamente avrà bisogno di almeno tre o quattro sedute e di metà del mio lauto stipendio per risolvermi il problema).

Solo una buona notizia: credo proprio di essere di nuovo single. E quindi dimenticate tutte le mie farneticazioni su case, convivenze, matrimoni, gravidanze. In un solo colpo sono stati distrutti 5 anni di vita e TUTTI – proprio tutti – i miei progetti di vita, quello che volevo fare e volevo essere. Ho 38 anni. E’ tardi, tardi per tutto, e ormai insieme al resto sono stati travolti anche la fiducia che avevo negli esseri umani, la stima che avevo in QUELL’essere umano, la benevolenza che avevo in generale verso il mondo, per quanto esso mondo si ostinasse ad odiarmi.

Solo un filo di amore resta, tenue e provvisorio come una stella cadente, perchè non sono un rubinetto e non è che l’amore di ieri può finire di colpo, per quanto durissima sia stata la batosta.

La mia attività principale dei prossimi giorni sarà riunire gruppi di parenti ed amici con certosina precisione per non dimenticare nessuno e dire loro la sconcertante verità, e pregarli di soprassedere all’acquisto di un abito da cerimonia, che non ce n’è più bisogno. Spedire mail a quelli che non posso vedere fisicamente. Anzi, sto pendando di buttare giù un testo scritto e recitarlo a memoria, tanto sempre la stessa cosa devo dire. Sopportare con cristiana rassegnazione l’umiliazione, e tutti i perchè, i percome, i “ma come mai”, i “ma come è potuto succedere”. Soppportare con santa pazienza e sprezzo del pericolo i “te l’avevo detto io che non ti dovevi fidare”. Cercare di piangere il meno possibile, tanto non serve.

Il giorno che è morto Pantani

Ho la bocca amara, uno spiacevole retrogusto di cenere che si confà alla faccia grigiastra, segnata sotto gli occhi, che mi rimanda lo specchio. Ho la sensazione che qualcuno mi tenga stretto nel pugno la bocca dello stomaco. Ho voglia di dormire, e se possibile svegliarmi il mese prossimo.

Bisogna guardare le cose da lontano, ogni tanto, per poterle vedere nella loro interezza e con sufficiente lucidità. Ma cazzo se fa male.

Buon San valentino, amore mio.