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La giornata inizia con l’infamante sospetto che qualcuno sappia dove tengo la chiavetta del caffè e se ne serva in mia assenza. Sono abbastanza certa che ieri erano stati caricati un paio di euro, e stamattina, dopo aver offerto un the

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ad un collega, ho dovuto chiedere 5 cent in prestito all’URP per prendere un caffè. O magari ho offerto più caffè di quanti ne ricordi, ieri.

Vabbè. Non poteva essere comunque una bella giornata, quella nella quale scopro da mio fratello che nevica a PALERMO (Palermo, avete presente? gli aranci in fiore, le pagliette bianche, l’Africa ad un passo) e non nella mia città, 860 mt. s.l.m., una città che possiamo tranquillamente definire di MONTAGNA, porcaccia di una miseriaccia.

La colonna sonora di oggi è dedicata al mio immenso amico Pippo, che una decina di anni fa, più o meno, mi ha fatto scoprire musica a me all’epoca ignota, salvandomi dai Pooh 😀
Il batterista gli somiglia anche abbastanza, direi 😀

Inutilaria

La perplessità è la chiave di lettura prevalente dei miei ultimi giorni.
Quella, e la consapevolezza che per lo più desidero oggetti del desiderio che non mi servono.

Una o-bento box. Una scatola a scomparti, termica, per portarsi il pranzo in ufficio. E’ un oggetto esteticamente delizioso, ce ne sono in legno, con disegni giapponesi incisi a fuoco. Ce ne sono di bambù, leggere come i cestini della merenda di Cappuccetto Rosso. Le apri, e dentro ci sono gli scomparti, per il riso, il pesce crudo, le verdure a vapore. C’è lo spazio per le bacchette o una forchettina. Uno spettacolo.
Il fatto è che io torno a casa, a mangiare, ho tutto il tempo, e quando non lo faccio è per un’emergenza, e dunque non avrò avuto, in quel caso, la previdenza di portarmi il cibo da casa, se no che emergenza sarebbe?

Un casco da moto rivestito di pelle rossa. Ho visto un servizio in tv, li fa una ditta artigianale non lontano da qui. Sono bellissimi, con la pelle cucita a mano, si possono scegliere i colori. Mi sembra di sentire il calore e la consistenza della pelle di vitello sotto le dita, se potessi accarezzarlo, il mio casco.
Io però non ho una moto, nè l’ho mai avuta, se escludiamo il cinquantino della mia adolescenza, che all’epoca si guidava pure senza casco.

Un ASUS EEE, quei mini computer piccoli come un quaderno, bianchi, lucidi, che si infilano in una borsa da donna senza problemi. Fanno tanto manager, o tecnoaddicted smanettona. Poi basterebbe una card per l’accesso ad Internet, e davvero hai il mondo in borsa. Tutte le tue connessioni, la possibilità di scrivere in metropolitana, in autobus, in treno, come una vera scrittrice. Mi ispiro, e scrivo. Chiudo, infilo in borsa, e via.
Si, però, una volta che l’ho infilato in borsa, quando lo uso? A casa ho un pc nuovo, in ufficio ne ho un altro, che funzionano benissimo. In viaggio di lavoro ci vado una volta al mese, se pure, nella mia città non c’è la metropolitana e comunque io uso la macchina, per spostarmi. E ho un blackberry. Sono connessa comunque, per le cose più importanti. Ciononostante, lascio una scia di bava sulla vetrina del Computer Discount del Centro Commerciale  Iperfutura, ogni volta che ci passo davanti.

Perplessa, con tendenza all’acquisto estetico compusivo.
Sto migliorando.

Chiudo messaggi in bottiglie e le lancio dal molo, con ammirevole costanza (o folle accanimento, anche). Rimangono per lo più senza risposta. Altro gesto di cui sono costretta a rilevare l’inutilità. Poi magari una sera  succede che dalle profondità dell’orizzonte la bottiglia ti torna indietro, quasi ti prende in fronte, del tutto inaspettatamente.
E colora timidamente di rosa e azzurro una giornata grigia, ansia e grandine, raffiche di neve e fatica e freddo.

Colonna sonora della serata offerta da Francesco De Gregori, anno 1981 (o 1982?). Le immagini fanno veramente schifo, ma De Gregori ha il pessimo vizio di storpiare e alterare, cantandole dal vivo, le sue canzoni più belle, e io invece amo la versione incisa.

 

Testamento biologico

Se mai un giorno per un qualunque motivo il mio corpo ed il mio cervello dovessero prendere due strade diverse, e mi ritrovassi a vegetare, attaccata ad una macchina, prego chi mi vuole bene di ascoltare i pareri medici. Uno, due, tre, quanti ne volete. Se danno una possibilità anche minima che corpo e cervello ritrovino la strada di casa insieme, provateci, con tutte le vostre forze.

Mettetemi un paio di cuffiette alle orecchie e fatemi sentire 24 ore su 24 The river, Born to run, The ghost of  Tom Joad, No surrender, I’m on fire. Tutto, ma proprio tutto, De Andrè. Tutto Edoardo Bennato. I migliori anni della nostra vita. A whiter shade of pale. La Nona e la Quinta di Beethoven, tutto Mozart, i valzer di Strauss. Tutte le tarante della terra. Raìss e gli Almamegretta. Mina che canta Stasera sono io. Tutte le canzoni napoletane classiche, anche le più antiche. Gli spari sopra e Sally. Baglioni e i Pooh. Tutto, ma proprio tutto, dei Beatles. Battiato e Celentano. Placido Domingo che canta E lucean le stelle. Maria Callas. L’audio della finale del Mondiali del 1982 e del 2006, e di Italia Germania 4-3

Alternatevi vicino a me e leggete ad alta voce, voci che amo, che possa riconoscere. Il canto di Ulisse e quello del conte Ugolino. Il canto di Farinata degli Uberti, di Piccarda Donati, di Ciacco. Tutto Primo Levi. Il punto dell’Iliade (magari in greco) nel quale Achille piange da solo sulla spiaggia e sua madre Teti esce dalla spuma del mare per consolarlo: “Tékhne, tì klaieis?”  (“Bambino mio, perchè piangi?”).  Lucarelli, Dazieri, Carofiglio, Cornwell. Camilleri (questo so già chi dovrebbe leggermelo). L’Odissea. La mano sinistra delle tenebre. Il resto di niente. Il petalo cremisi e il bianco. Benni, Fois, Buccini, Ammanniti.

Toccatemi. Carezze, massaggi, baci, abbracci stretti e prolungati. Lo sapete che amo il contatto fisico, non mi darà fastidio.

Se la possibilità che questo funzioni non è data, e siete sicuri che non soffro, non percepisco, non sento, non vivo, decidete voi. Mettetevi intorno ad un tavolo e decidete come vi sembra più giusto, più umano, più somigliante a me che la strada finisca. Staccare o non staccare, nutrire o non nutrire, fate voi. Allargate il tavolo e fate venire amici, compagni di strada, gente con cui ho lavorato, parenti anche lontani, amori compiuti e incompiuti. Discutete a lungo, scrivete su una lavagna a fogli mobili pro e contro, chi vota a favore chi contro. Prendetevi tutto il tempo che volete, tanto io non avrò nessuna fretta. La mia famiglia (ristretta) abbia l’ultima parola, alla fine.

Mi fido.

E se avrete potuto scegliere ad attuare la decisione in tutta libertà, senza ingerenze del Vaticano, del Governo, di chiunque senta di dover mettere il becco in decisioni così private e personali e dolorose; se avrete potuto scegliere ed attuare la decisione tenendo conto delle mie volontà e della vostra sensibilità, non in nome di un astratto “diritto alla vita” che chissà perchè vale per corpi che vegetano ma non vale per gli immigrati clandestini, per gli operai che cadono dalle impalcature, per i bambini ruandesi, se avrete potuto fare questo, mandate un pensiero riconoscente a Beppino Englaro, e ringraziatelo.

La colonna sonora di oggi è fornita dai Fab Four. Una canzone perfetta.

 

General Hospital

Impressioni sparse di una mattinata passata in ospedale a prestare assistenza morale alla mia mamma.

1. quando si incrociano le strade di due donne, ciascuna delle quali è convinta di gestire una fettina ancorchè minuscola di potere, lo spettacolo è avvincente come una lotta fra iguana. Non c’entra l’ospedale, naturalmente, ma è lì che ieri ho potuto assistere senza pagare il biglietto alla breve ma intensa colluttazione verbale tra la sciura, moglie di un pezzo molto noto negli ambienti della formazione, di professione psichiatra, che tenta di far valere (millanta?) una entratura col primario, e la caposala, che la invita – con violenza, lo ammetto – a restare seduta ed aspettare il suo turno senza agitarsi. Il match, sia detto per la cronaca, si è concluso in parità.

2. in una sala d’aspetto ospedaliera tutti i presenti sono lì che aspettano il loro turno per offrire ad Esculapio una dose più o meno ampia di sofferenza. E’ inevitabile, soprattutto in questo pezzo di mondo nel quale abbiamo la ventura di vivere, che questo conduca ad una forma di empatia, e si socializzi. Se il tempo di attesa è lungo, prima o poi vengono fuori conoscenze comuni, o rapporti di vicinato, se non addirittura lontane parentele. E la sofferenza, un pò, si stempera.

3. abbiamo un bell’ospedale, per quanto un ospedale può essere bello. E’ grande, pulitissimo, curato: ieri – nel molto tempo che ho avuto a disposizione per guardarmi attorno – ho notato pavimenti in linoleum tirati a lucido, fiori freschi, pareti ridipinte da poco a colori vivaci, quadri e poster incorniciati e collocati con gusto. Nessun segno di incuria, non un

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graffio, non una scorticatura, non una carta a terra, cestini collocati dove ce n’è bisogno e semivuoti, segno che vengono vuotati spesso. L’aria ha un odore del tutto neutro, un non – odore, lontanissimo dall’odore acido ed angosciante dei disinfettanti, che normalmente si sente in un luogo di cura. Per quello che mi è dato di conoscere, nella ormai quasi decennale trafila materna di cure per un problema serio, non un’appendice infiammata, ho incontrato sempre medici di ottimo livello, personale paramedico paziente, garbato, umano, disponibile alla socialità senza perdere il distacco professionale. Con alcuni di loro posso ben dire di aver instaurato rapporti di amicizia. E comunque, a mia madre hanno salvato la vita.

4. la sofferenza fisica, se pur ridotta al massimo, di una persona a cui vuoi bene, è uno strazio immensamente più grande di quello che si proverebbe se la stessa dose di sofferenza fisica fosse toccata a te. Mi è uscita barocca, la dico più semplice: avrei voluto farlo io, quell’esame, 100 volte, invece che farlo fare a lei e vederla uscire con gli occhi lucidi dal dolore.

La colonna sonora di oggi è offerta da The Boss. Non è in topic, ma mi piaceva l’aura di rabbiosa malinconia e nostalgia che diffonde.

Gli esaquadri di Max

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I testi purtroppo non si leggono, se non aumentando lo zoom della pagina.
Ma gli esaquadri sono piccoli capolavori innanzitutto per gli occhi (a me la tecnica sembra pazzesca, ma io sono negata anche a fare una O con il bicchiere, come avrebbe detto mio nonno), poi anche per lo spirito: poetici, talvolta malinconici, spesso ironici, sempre con un finale a sopresa.

Una parte della sterminata produzione la trovate QUI, nel blog di Massimo D’Errico.

Memento

Un amico che lavora nel mio stesso luogo pubblico mi dice che deve andare, ha “una riunione con il Presidente”.

Fulminea, mi torna alla mente un’altra amica, che mi raccontava di quando Cecilia andava a bussare alla sua porta e le diceva:

“Ci ha chiamato il Presidente.
(pausa)
Andiamo in bagno a metterci il rossetto!!”

Ecco, quest’episodio restituisce intatto, a chi non ha avuto la fortuna di conoscerla, lo spirito di quella donna meravigliosa: quel filo di humour, di civetteria femminile, di complicità, di ironica declinazione del “mainstreamng di genere”, sul quale nessuno ne sapeva più di lei, e perciò poteva scherzarci.

Quanto mi manchi, ragazza.

Una serata da piccola fan

Venerdì 30 Gennaio lo scrittore ex magistrato oggi senatore PD Gianrico Carofiglio presenta a Matera il suo ultimo libro.  Sono diventata groupie dello scrittore suddetto una piovosa domenica d’inverno, che mi ricordo con bizzarra precisione, anche perchè ne avevo riportato traccia QUI.

In tempi non sospetti, dunque. Da quella domenica ho letto tutto quello che Carofiglio ha scritto, e non mi ha mai deluso. Parto con animo lieto, che si stempera subito in incazzamento a palla quando mi rendo conto che la prestigiosa Fondazione che ha organizzato l’incontro, probabilmente non rendendosi conto dell’appeal del Nostro, ha prenotato una saletta da 80 posti. Dentro ci sono circa 100 persone, aggrappate ai muri, e fuori almeno altrettante. Fra cui io. L’ingresso è impossibile, grappoli umani tappano l’unico minuscolo varco alla sala. Peraltro, sotto la spinta unanime di circa 200 polmoni, e in assenza di ricambio d’aria, l’atmosfera è umida al 100%, greve, e non particolarmente gradevole all’olfatto.

Mentre, appoggiata ad un muretto esterno alla sala, digito furiosamente una nota di protesta su FB , ho modo con la coda dell’occhio di apprezzare il richiamo della foresta che una manifestazione di stampo politico esercita sulla più varia umanità. Alcuni dei presenti non hanno nulla a che vedere col PD, che io sappia almeno, e secondo me non hanno veramente la più pallida idea di chi sia Carofiglio. Però faceva fico / faceva gioco esserci.

Potete forse pensare che la muraglia umana mi abbia fermato?
Aspetto che si fluidifichi temporaneamente (succede sempre così, se uno non è veramente interessato dopo un pò si stufa e se ne va), e con un’azione di forza, pestando forse un pò di piedi e dando qualche gomitata nelle costole, entro dentro, infilo il corridoio centrale fra le due file di sedie, lo percorro velocemente e con sguardo truce sotto gli occhi perplessi di Gianrico Carofiglio, che avrà avuto l’impressione che puntassi dritta su di lui per menarlo, poi scarto a sinistra e mi addosso al muro, praticamente a un metro dal tavolo dei relatori. Ahhh.

Mi godo, pur in piedi, il resto della conferenza, il delizioso humour anglobarese dell’ex magistrato, le sue opinioni decise, il suo dichiarato amore per la lingua italiana. Io ho in borsa due dei suoi libri, quelli che ho amato di più. Quando finisce, approfittando della vicinanza al tavolo, riesco a bruciare sullo scatto le molte signore presenti e a sventolargli sotto il naso penna e libri, con un gran sorriso. Ne ricevo in cambio due belle dediche con autografo, e un identico sorriso, che mi godo tutto, pur pressata alle spalle dalla furia delle autografande.

Una bella serata, dopotutto. Medito di cancellare la nota incazzata su FB ma poi penso che un rimprovero fa sempre bene, al PD di Basilicata.

La magia della notte

Talvolta, di notte non si dorme.
Talvolta per eccesso di ansie, talvolta

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per eccesso di pizza col salame piccante, talvolta per eccesso di felicità.
Talvolta per un incongruo mix delle tre cose, che si alternano nella testa (e nello stomaco), ciascuna tentando di prendere il sopravvento.

Molta acqua minerale risolve rapidamente il problema della pizza.

La consapevolezza della propria impotenza risolve – meno velocemente – il problema delle ansie: non c’è nulla che io possa fare per cambiare le cose, devo prendere serenamente atto di quello che accadrà e vivermela, con il consueto (??) coraggio. Vale per lo stato di salute materno, vale per il futuro lavorativo, vale per tutto.

Quello che non si risolve, è la felicità.
Perchè di notte tutto è più magico, tutto è più pacato e luminoso.
Tutto, alla fine, è possibile.

Inverno

E’ la quarta volta che metto le mani su questo post. Questo dà probabilmente un’idea dell’urticanza. Mò basta, però.

Nessuno si è sognato di nominare un dirigente al posto di Cecilia. I suoi figli professionali si aggirano per i corridoi sbandati e torvi, e per lo più fuggono altrove (un altrove professionale, naturalmente). Tra poco il 4° piano della Giunta sarà un deserto. Girano voci incontrollate ed incontrollabili sui candidati. Chiunque sarà, potrebbe dare una decisiva spinta al concorso per l’assistenza tecnica FESR, oppure fottersene ed affossarlo del tutto. O qualunque via intermedia. Poi bisogna sempre vedere come va, il concorso. Incertezza.

Da due mesi io e Stelvio teniamo un’asta quotidiana fra le multinazionali della consulenza per il bando assistenza tecnica FSE. Tutti i giorni cambiano le proposte, le compagini, le cordate, i vantaggi e gli svantaggi di aderire ad una invece che all’altra. Con ansie che crescono di giorno in giorno. E se sbagliamo cordata? E se.. ? E se .. ?
La scelta fra le diverse compagini di contendenti, peraltro, mi pone delicatissimi problemi di scelta fra lealtà e convenienze, fra coraggio e buon senso, fra affetto e brutti – anzi pessimi – ricordi. Poi bisogna sempre vedere come va, la gara. Incertezza, un filo di vergogna, e dispiacere, e ansia.

La salute di mia madre attraversa un momento un pò delicato. Niente di serio, almeno così pare, però deve affrontare l’ennesimo tour di analisi e cure. E io con lei. E finchè non si sarà del tutto ripresa, non respiro. Incertezza, ed ansia.

Dio è morto, e non perde occasione per specificare che MAI niente c’è stato, nè MAI niente ci può essere, nè MAI ci sarà. 
E va bene, ho capito. E’ inutile che me lo scrivi ogni volta.

E ho pure il coraggio di chiedere a me stessa come mai dormo male, di notte.

Per fortuna mi rimangono i fratelli, in spirito o in corpo, quando proprio non ce la faccio e ho bisogno di un abbraccio, vero, caldo, e di qualcuno che si prenda cura di me e mi porti a cena fuori per distrarmi e mi massaggi la schiena incordata dalla tensione e mi porti il sanguinaccio coi savoiardi e mi dica che comunque alla fine tutto andrà bene.
(MOB, non c’è bisogno che ti agiti  😉

La colonna sonora di stasera è gentilmente offerta da Fabrizio “Faber” De Andrè e Franco Battiato.