Detesto le nonnette della città bene con i colli di volpe e gli anelli con brillanti che vengono ai concerti di musica classica solo per avere l’occasione di incontrarsi e poter spettegolare fra loro, non solo prima, o dopo il concerto, ma anche e soprattutto durante, causando quel fastidiosissimio bisbiglio alle mie spalle, che invece vorrei solo rilassarmi con Listz e Chopin e Wagner. E ti guardano pure storto se le guardi storto.
Detesto le mamme illuminate che portano i bambini ai concerti di musica classica perchè “devono educarsi alle cose belle fin da piccoli”. I bambini dopo 5 minuti – talvolta anche prima – si rompono le palle e cominciano a alzarsi sedersi, alzarsi, sedersi, fare il dondolo sulla sedia con il sedile a ribalta, chiedere una penna, chiedere una caramella, scartare la caramella, chiedere alla mamma quando finisce, chiedere alla mamma se possono uscire dalla fila, uscire dalla fila facendo alzare tutti, ritornare al loro posto facendo ri-alzare tutti, sedersi, alzarsi, sedersi e così via fino alla fine del concerto (un’ora e quaranta circa). Detesto anche questi bambini, anche se non è tutta colpa loro. Ho cambiato posto, nell’intervallo, per non averla almeno nel mio campo visivo, la piccola rompipalle di turno. Oh, non ha cambiato posto pure lei (con la mamma?). Ma allora ce l’hai con me.
Detesto quelli che arrivano in ritardo e non si rendono contro che su un Notturno chopiniano suonato con passione, sfiorando i tasti, anche chiedere sussurrando “E’ libero quel posto?” e togliersi il cappotto è un rumore molesto. Detesto quelli che vengono ai concerti con la raucedine e passano tutto il tempo a tossire o scatarrarsi (e ce ne sono, eh, pochi ma ce ne sono, e sono molestissimi).
Guardo le tessere della CGIL Ospedalieri di mio nonno, datate 1945 e seguenti, rosse, dense di una falce e martello che non era ancora diventato un simbolo tabù, e penso che non gli sarebbe piaciuto niente di quello che sta succedendo. Che non gli sarebbero piaciute le ragioni del si, nè
La macchinetta del caffè (o presunto tale) è al 3° piano.
Mi alzo per andare a prendere un caffè e caracollando sulle mie meravigliose scarpe alte salgo spedita al 5° piano.
Realizzo l’errore, mi interrogo brevemente sui motivi dello stesso, scendo al 3° piano.
Prendo il caffè, e rimestando con l’apposita bacchetta di plastica nella brodaglia scura faccio per tornare nella mia stanza.
E scendo al 2° piano.
Sono così concentrata che – aiutata dalla circostanza che i piani sono identici, quanto a disposizione delle stanze – vado avanti imperterrita lungo il corridoio. Il mio cervello avvolto nella bambagia registra fuggevolmente una guardia giurata diversa da quella che avevo visto al mio piano, e un albero di Natale enorme, molto più grande di quello che ricordavo. Comincio a rallentare solo mentre leggo i nomi sulle stanze, e mi fermo definitivamente quando dalla MIA stanza esce un collega che so benissimo essere appartenente ad altro Dipartimento (che mi sfotte, pure: “Ti sei persa?”)
… comprati un vestitino corto. Quando il mondo ti dà scacco, comprati un paio di scarpe col tacco (possibilmente alto).
Sono tutte applicazioni della felice terapia zen insegnatami tempo fa, che prevede il mettersi al centro di una piazza o luogo affollato, chiudere gli occhi, respirare molto a fondo per alcuni minuti, raggiungere il massimo della concentrazione senza badare alla gente che cominicia a fermarcisi intorno, e quando si è raggiungo l’apice, dire a sè stessi, a voce alta
“ma che cazz’ sto facenn'”
riaprire gli occhi, e andare a comprarsi qualcosa di nuovo, possibilmente di frivolo e personale (trucco, abbigliamento, scarpe, un gioiello – per le più fortunate).
Ed è così che un fiammante paio di decolléte di camoscio grigio, punta tonda, plateau e tacco 10 mi hanno accompagnato al mio trionfale rientro in ufficio dopo la Befana (qualunque battuta in merito sarà considerata inopportuna). Sono veramente strafiga, oggi.
Colonna sonora offerta da Rita Hayworth, per non farci mancare niente.
2 – i lavori che ho cambiato. Ok, il secondo tecnicamente è stato un ritorno al passato, ma le cose cambiano, da una stanza all’altra. Contro ogni mia pessimistica previsione, sono cambiate in meglio. Assegno alla dr.ssa Cambianeve una medaglia d’oro al valor civile con la seguente motivazione: “In ottemperanza al proprio dovere e seguendo con encomiabile coraggio il proprio istinto, in spregio della sua stessa fottuta paura di trovare la fregatura al di là del guado, saltava il fosso contribuendo così a recuperare un filo di serenità e perfino – crepi l’avarizia – qualche soddisfazione professionale“. Clap clap.
6 – i chili che ho perso da Agosto a Dicembre. Ma siccome da Gennaio ad Agosto ne avevo presi 7, il bilancio definitivo è +1 (uffa).
7,300 – i km che corro tutti in una tirata, dopo 4 mesi di allenamenti (abbastanza) costanti. Obiettivo: 10 km entro i primi di Marzo, e magari la partecipazione ad una qualche 10 km non competitiva in giro per l’Italia.
54,2 – la percentuale di aumento del mio – diciamo così – stipendio. Di questo numero sono particolarmente fiera. Naturalmente non sono affatto più ricca, perchè ho pensato bene di aumentare proporzionalmente le spese. I soldi sono un mezzo, non un fine.
49 – i post scritti in un anno su questo blog. Dai 13 scritti a Dicembre (compreso questo) agli zero scritti a Ottobre, chissà che mi girava, o che NON mi girava in testa, quel mese. Pochini, in media nemmeno uno a settimana. Il dato al momento non si presta a commenti particolari, proverò ad analizzarlo meglio dopo ilcotechino con le lenticchie.
Poi naturalmente ci sono tutte le cose che non entrano in contabilità: gli amici trovati e ritrovati, quelli persi, le occasioni mancate, quello che poteva essere e non è stato, le notti insonni, le brutte figure e le preoccupazioni, le discussioni
fatte, quelle che non faccio più, la voglia di stare da sola e la paura di starci, i desideri incistati e perciò ormai inamovibili – maledetti loro – le speranze, i biglietti del Superenalotto che NON ho giocato, quelli che ho giocato e perso, e lo scrivere, unico vero balsamo per tutte le mie ferite.
E c’è un’altra cosa che non mi piace, di FB: esiste solo il presente. Ci avete fatto caso? Sarà per difficoltà dovute alla mole mostruosa di iscritti, al peso biblico dei byte che ognuno ci vomita dentro, a non so che, ma non esiste un modo veloce per potersi rileggere le proprie cazzate, ad es., di un anno prima. Nessun motore, nessuna possibilità di impostare date, niente. Potete solo, con certosina pazienza, andare indietro, e poi indietro, e poi ancora indietro cliccando su “Post precedenti” in fondo alla vostra pagina. Ma se siete postatori assidui, ve lo dico io, che ci ho provato: massimo un paio di mesi a ritroso e già vi siete rotti le balle.
Sono molto stanca stasera e quindi non ho voglia di mettermi a fare le riflessioni filosofiche che la scoperta – si fa per dire – meriterebbe: roba tipo il passato non è più, il futuro non è ancora, il presente è lo zero fra numeri positivi e negativi e quindi non esiste, insomma su FB il tempo non esiste? etc. etc. Eppure le foto che mettiamo sul nostro profilo, se Facebook resisterà, fra venti anni saranno diverse, diverse da quelle di oggi. Ecco, le foto: le foto forse sono gli unici componenti di FB che stanno lì a testimoniare con facilità di riscontro che il tempo, comunque, passa.
La prima volta che ho letto su FB “Tizia ha commentato una foto in cui ci sei anche tu” sono andata di corsa a vedere, metà felicemente stupita, metà preoccupata di essere in una foto di una Tizia che non conoscevo. Ci ho messo qualche tempo per rendermi conto di cosa era veramente il tag: una segnalazione di qualcosa che altri (che non necessariamente conoscevo) volevano che a tutti i costi io andassi a vedere: una foto (dove non necessariamente c’ero anche io), un video (idem), una nota (nella quale non necessariamente si parlava di me o ero nominata). Il sentimento è stato velocemente derubricato da “preoccupazione” a “vediamo un po’”, talvolta a “ancora? che due palle!”.
Ma è durante le feste comandate che il fenomeno assume proporzioni angoscianti. Spero non si offendano quelli che l’hanno fatto, ma i veri socialforumisti del web 2.0 (incoscienti, o che non si sono studiati la netiquette) prendono un bel biglietto natalizio, con le candeline, il vischio, nei casi estremi la vignetta satirica sul Natale, o la grotta con la Sacra Famiglia, e poi taggano TUTTI. Per tutti intendo proprio tutti; tutti i contatti che hanno nella lista, spesso alcune centinaia (ma anche se siete taggati solo in venti, la rottura di zebedei è identica). Gli sventurati, per lo più, rispondono: e quindi io mi ritrovo 30 notifiche di “Illustre Sconosciuto ha commentato una foto in cui ci sei tu“. Se avete 5 amici siffatti (e ce li avete, lo so che ce li avete) è l’Armageddon: siete coinvolti in un turbine di auguri di gente di cui ignoravate felicemente l’esistenza fino a due giorni prima.
Esiste una tenue, strettissima via di uscita: andare sulla pagina dell'”amico” – ma sarebbe serio cominciare a riflettere, sulla portata di quest’amicizia – che ha fatto una cosa del genere, e nella caterva di nomi taggati cercare il vostro. Impresa non così semplice, perchè i nomi non sono in ordine alfabetico, ma elencati a capocchia, nella maggior parte dei casi: ma insomma, quando vi sarete fatti gli occhi a spillino vederete, vicino al vostro nome, la magica scritta “rimuovi tag”: la cliccate, e per quel giorno, e per quell’amico, sarete salvi.
Esiste però la cattiveria pura, la malvagità insospettabile, la perversione demoniaca, mascherata da cortese intimità: il messaggio privato urbi et orbi. Gli effetti sono gli stessi del tag, ma il dramma è privato e soprattutto permanente: se qualcuno ha mandato su Facebook un messaggio privato di auguri a 30 persone, fra le quali ci siete voi, nella vostra casella di posta si incroceranno 200 ringraziamenti (“Grazie, anche a te!” – “Che bello! grazie, Tizia!” – “Ma ci vediamo a Poggibonsi?” – “Eh non so, a Natale sto coi miei” – e potrei continuare all’infinito) di persone che non conoscete e che non volete conoscere, ben sapendo che non sono in programma viaggi a Poggibonsi nel prossimo futuro. E il dramma è permanente perchè dal messaggio privato NON SI SFUGGE. Potete cancellarlo, ma il primo che “risponde a tutti” per disattenzione o per pura malvagità, ricomparirà beffardo nella vostra casella di posta scatenando un nuovo tsunami di risposte e controrisposte, delle quali peraltro avrete nel frattempo scordato il capo iniziale, e quindi dovrete solo arrendervi alla violenza e aspettare proni che Natale passi.
L’unica nota positiva di tutto ciò è che Facebook ha cannibalizzato le altre due modalità urbi et orbi di invio auguri imperanti fino a ieri: la mail, e l’sms. Ne ricevo molti molti di meno, da uno o due anni, e sono mirati, quindi più graditi. Certo, gli sms “In questa beata notte di serenità e letizia ti giungano fervidi i miei auguri per un sereno e Santo Natale, di amore e fratellanza nella gioia del Signore“, senza firma, nei quali il mio nome non compare, indizio certo di sms mandato a raffica a tutti i numeri della propria rubrica, ancora mi arrivano, ma non ci faccio più caso. Nessuno di noi è proprio normale normale, se analizzato fino in fondo.
Non vi offendete: io non rispondo a nessuno, se solo posso.
Se davvero voglio bene a qualcuno, lo chiamo a telefono e gli faccio gli auguri.
E vi voglio bene lo stesso, anche se gli auguri non me li fate, anche se non arrivano mail, nè sms, nè tag di qualunque genere.
Ma non mi mettete in una lista.
Non mi taggate.
BUON NATALE!!!
La colonna sonora è dedicata a quelli che c’erano, e si ricordano quei capelli, quei pantaloni a vita alta, e quelle facce.
Pensiero n. 1 Sulla mia scrivania si accumulano lentamente ma inesorabilmente progetti provenienti dai soggetti più disparati, tutte con una sola richiesta: dateci qualche milioncino di euro, e faremo di quell’angolo remoto di regione un Centro! Di! Formazione! coi controcazzi che non ce ne sarà più per nessuno. Se dovessimo esaudire le richieste di tutti, saremmo l’unica regione nella quale i posti aula sarebbero di più della popolazione residente, compresi lattanti e moribondi allettati. A me tocca quasi sempre lo sgradito compito di:
a. leggermi i progetti suddetti, facendomi scendere lo scendibile con le terminologie fantasiose (mai che le cose vengano chiamate con lo stesso nome, o con un nome corrente in italiano, in due progetti diversi)
b. trovare l’errore, cioè capire dove i tecnicissimi manaGGers che hanno redatto il progetto hanno esagerato con le richieste
c. dichiarare che si, il progetto è molto interessante, ma solo se lo fate costare 10 volte di meno, o se lo facciamo in un prossimo futuro, magari nel 2030.
Talvolta anche leggerli è faticoso, o noioso, nella maggior parte dei casi, in casi estremi irritante. Sono paper nei quali è possibile trovare un indice così strutturato:
2.4 – IDEAS FACTORY
2.4.1. Building & Planning
2.4.2 Developing & Testing
2.4.3. Modelling & Launching
😐
Per questo si accumulano. Perchè apro la prima pagina, leggo un indice così composto, e la richiudo subito.
Pensiero n. 2 Non sono soddisfatta del menù per la sera della Vigilia di Natale. Si prospettano paccheri col pescespada, orata e gamberoni al forno, patate novelle, cassata, mandarinello fatto con le mie manine sante. Tutto buono, ma volevo un colpo d’ala, non so, per esempio un raviolo con la crema di noci. Non so perchè questo piatto, che non appartiene nella maniera più assoluta alla tradizione di famiglia, che non ha la componente di pesce minima necessaria a farla dichiarare “piatto di Natale”, mi si è piantato in testa. Perfino le ricette che ho trovato in rete non mi ispirano più di tanto, ma sento che se non lo faccio Natale non sarà Natale, ecco.
E poi, non so, uno sformato di salmone e zucca con aceto balsamico, un carpaccio di qualcosa, un trionfo di sconcigli su letto di ceci al Campari, insomma una cosa sicuramente vomitevole ma almeno che facesse impressione, quando mi chiederanno “e a Natale che mangiate?” invece niente. Sono depressa. Se trovo il pecorino fresco faccio le seadas sarde.
Pensiero n. 3 E’ tempo di auguri. Anche e soprattutto istituzionali. Ognuno immancabilmente accompagnato da buffet rustico e dolce e da prosecco per i brindisi. Fra gli auguri delle sfere altissime e quelli della sfere medio alte, sono tre giorni che vaghiamo per le stanze tutti leggermente alticci, che il prosecco a diguno fa questo effetto, pare. Lo stato di leggera ebbrezza ha provocato ilarità incontrollata, o inizio di risse e strascini sedate dall’intervento della vigilanza. Non un bello spettacolo per l’utenza che ogni tanto gira per i nostri corridoi, nono.
Colonna sonora offerta da quella meravigliosa donna di Annie Lennox. E’ un palese plagio, mi dicono, ma pace, io l’adoro lo stesso.
La presente per notificarvi che – come è in uso fra persone civili in questo pizzo di mondo – mi è arrivato un biglietto di ringraziamento da parte del destinatario del mio telegramma di condoglianze così faticosamente inviato. Ne deduco brillantemente che il mio telegramma è giusto a destinazione, non potendo la persona in questione ringraziarmi solo per le buone intenzioni. E sull’estratto conto della carta di credito ci sono in bella vista i 3,60 euro addebitatimi per il servizio.
E dunque mi rimangio il giudizio iniziale: è stata molto dura, sì, ma ce l’abbiamo fatta. Fido nel fatto che la prossima volta invece che 56 minuti ce ne possa mettere solo 10, avendo già passato le forche caudine dello sverginamento della pagina dei “Servizi ai Privati” di Poste Italiane, e avendo io astutamente stavolta preso nota di nome utente, password, codici e codicilli e istruzioni per l’uso.
Ne approfitto per rendere merito anche al sistema di trasporti integrati che ha consentito a mia sorella di giungere nella città natale da 10.000 km. di distanza con soli 20 minuti di ritardo: 4 coincidenze 4, di cui 1 aerea e ben 3 ferroviarie (Ferrovie dello Stato, eh, capiamoci) imbroccate senza una piega, con valige consegnate intatte (e proprio quelle) e a tempi di record, controlli passaporti effettuati con rapidità svizzera, e treni partiti ed arrivati in orario, ai binari giusti. Non ci sono più i disservizi di una volta, penso. Hai avuto culo, ri-penso, dopo aver visto i servizi tv della gente rimasta bloccata 18 ore sull’autostrada innevata al valico appenninico, e ricordando le peripezie dell’anno scorso, così drammatiche che mi rendo conto solo ora di non averle neppure raccontate (ero ancora nel tunnel di Facebook, dal quale sto
Alzarsi all’alba per farsi 6 chilometri di corsa 4 volte la settimana, costa, vedete voi quanto.
Equilibrare i carboidrati con le proteine, farsi venire a nausea la maggior parte degli ortaggi e e pensarci 3 volte prima di accettare un cioccolatino, costa, più o meno quanto i 6×4 km di corsa, forse di più.
Entrare perfettamente in un paio di jeans taglia 46 NON HA PREZZO 😀
Colonna sonora gentilmente offerta da Bruce Springsteen (prima o poi …)