La cosa peggiore

La cosa peggiore sono i fine settimana. Ore vuote passate fra pc e divano di casa mia, ore che si rifiutano di gocciolare via e richiedono di essere contate minuto a minuto. E ogni minuto corrisponde ad un preciso ricordo, questa era l’ora delle faccende domestiche, questa l’ora della spremuta d’arancio a Baia, questa l’ora che si buttava la spazzatura, questa l’ora che si guardava la TV e si stava senza fare niente, godendosi la domenica.

Vabbè, basta, finito.

Immagino dovrò sopportarne a lungo

di questi meravigliosi dialoghi, che danno un senso alla mia giornata e mi fanno sentire un essere umano realizzato e felice, compreso da chi gli sta vicino.

Io: ‘giorno, Frà (collega di lavoro, NON quello del sms, un altro con cui non ha mai avuto particolare confidenza, ma si vede che le voci girano)
F: uhè (pausa, poi, a freddo) allora, hai mandato definitivamente affanculo gli uomini sposati?
Io: ….. beh, veramente …
F: guarda, è una situazione classica: cinquantenne sposato che prende per il culo ragazze più giovani, ma che vuoi, loro hanno già dato tutto, hanno avuto la loro vita, non lasceranno mai quello che hanno per affrontare qualcosa di diverso, è nmatematico, anche io ho una zia separata che sta con un uomo a sua volta separato ma è diverso, loro hanno figli tutti e due, decidono di vedersi quando ne hanno voglia, (è andato avanti così per una ventina di minuti prima di realizzare che ero diventata cinerea) .. e comunque non è che io ti voglio rompere i coglioni ma non era proprio una storia sostenibile (e giù altri 20 minuti)

Me la sono voluta, immagino. Mai sbandierare la propria felicità per una situazione anche solo di poco fuori dalle righe del consueto e dell’ordinario. Poi la situazione precipita, ed ecco che il normale di turno del cazzo, sensibile come i terroristi di Breslan, ti atterra con discorsi come questi.
Brucia, ragazzi, brucia. Non è colpa mia, ma brucia lo stesso.

M. era solo un pretesto

La verità è che avevo 18 anni e l’estate era bellissima. Il villaggio era fatto tutto di villette e vialetti stretti con giardini pieni di pitosfori in fiore e salici e erba tagliata di fresco e l’odore si mescolava a quello del mare dietro al muretto. Ci conoscevamo tutti, ci ritrovavamo ogni anno. Non mi pareva mai l’ora di andare a dormire, si stava così bene, era tutto così fresco nuovo bellissimo da vivere. M. aveva 18 anni pure lui, e non me ne fregava un tubo, di lui, invece lui era innamorato perso, mi dimenticava durante l’inverno e poi si cuoceva di nuovo a fuoco lento non appena mi rivedeva, ad Agosto, da ormai tre anni. Quell’anno, avevo ceduto. Baci dietro al muretto, sulla barca a motore dei suoi genitori ancorata al largo, baci fra i pitosfori e il campo da tennis, baci di mattina, di pomeriggio, di sera. Non avrebbero dovuto esistere orologi, invece mia mamma l’aveva e implacabile lo usava.

Ma l’estate era troppo estate, e 18 anni erano troppo 18 anni per cedere così alla serietà di un sonno ad ore civili. E quindi, tornavo a casa docile, mi infilavo il pigiamino, buonanotte buonanotte e via dormire in un lettone matrimoniale con mia cugina. Dopo una mezz’oretta, il rito prevedeva aprire gli occhi, silenziosamente scivolare fuori dal letto, vestirsi abbandonando il pigiamino al suo destino, aprire la porta finestra, attraversare il giardino scavalcare il cancello chiuso e via verso la piazzetta, dove c’era M., ma anche tutti gli altri. Giocare, ridere, scherzare, dare qualche bacio a M., VIVERE insomma e verso le 4, le 5 del mattino, quasi chiaro, rifare il percorso inverso, riscavalcare, ripigiaminarmi, dormire beata manco 3 ore e poi andare a fare colazione vispa come un grillo.

Addormentarsi puntualmente in spiaggia, sull’asciugamano, ustionandosi pure le piante dei piedi. M. era solo un pretesto, la verità è che vivevo, in quell’estate bellissima. Vivevo, e la vita aveva un sapore meraviglioso, sapeva di mare, salici, sabbia, brioscine con la nutella e baci voraci e quasi adulti. Ignara di bugie, sofferenze, tutta una vita ancora da vivere, come mi pareva lunga, e come avrei voluto arrivare in fretta e al tempo stesso non arrivare mai.

Meno male, ho avuto 18 anni pure io.

Potrei

…..essere più simpatica di così. E checchè ne pensiate, il mio post precedente non è preso da una collezione Harmony. Potrei fare finta di averlo conosciuto solo l’anno scorso, dopo 4 anni di spensierata vita da single. Potrei darmi fuoco e offrirmi in sacrificio sull’altare di Santa Abboccona, quella che credette che a metterla incinta era stata l’acqua della piscina dove tre giorni prima aveva nuotato un uomo (col costume). Potrei partire per un viaggio in Patagonia, oppure in Nuova Zelanda, ho sempre sognato di fare parte della squadra di rugby di quella nazione per imparare quella danza maori propiziatoria contro il nemico, a me chissà potrebbe essere propiziatoria contro la sfiga. Potrei odiarti. E magari ti odio.

B.G. e la mia adolescenza

” <Adesso devo andare> aveva detto, ed era come se se ne andasse dall’infanzia, dalle lunghe estati comuni e dai suoi stupidi, ridicoli sogni. Nessuno l’aveva trattenuta. Passando il cancello di Villa Ilaria, era certa che sarebbe stata l’ultima volta.

E invece era stata ancora male, ogni volta che ci aveva pensato. Mai più gli aveva risposto: ma era ancora viva la tortura di quelle sere passate dietro i vetri della finestra sopra la darsena, in quel dolce odore di lago e di estate finita, a sentire la voce che chiamava oltre il muro, Sandra, Sandra, Sandra, e il bruciore delle unghie piantate nel palmo. Poi col tempo lui non l’aveva chiamata più, e lei non aveva avuto più bisogno di graffiarsi le mani.”

Brunella Gasperini, 1977

Terremoto / 1

Svegliarsi in piena notte con il letto che balla, i mobili che scricchiolano e i muri che gemono, e il solito cupo rumore di fondo significa che è in atto una scossa di terremoto. Io ho fatto un salto dal letto che mi ha proiettato direttamente nel corridoio, e come ho fatto non lo so, novella Tiramolla sono riuscita contemporaneamente ad accendere la luce sul comodino.

E’ un fenomeno con il quale dalle mie parti abbiamo imparato a convivere. Non mi aspettavo però che la mattina dopo molti mi confessassero di non essersi neppure svegliati

Stelvio mi ha detto di non aver sentito nulla (pausa) però di essersi svegliato di colpo alle 6 del mattino. Ho cercato di convincerlo che l’essersi svegliato a quell’ora, essendo passate ormai 4 ore dalla scossa, non aveva alcuna attinenza col terremoto, ma non mi è sembrato convinto. Mi ha detto che lui è uno che prende le cose con calma.

Ieri nel mio solito tour quotidiano a piedi sono passata sotto ad un balcone, al quale avevano appena appeso il bucato ad asciugare. L’odore del detersivo mi ha colpito come una frustata, evidentemente la signora che stendeva i panni usa lo stesso detersivo che usavo io, in una situazione che mi sembra lontano anni luce, quando avevo ancora intatte tutte le mie illusioni. All’improvviso quel posto e quel detersivo e quella lavatrice mi sono mancati ferocemente, e il dolore mi ha piegato in due, lì, mentre continuavo a camminare. Signore, se fa male.

Le cosiddette migliori amiche / 1

Il brillante esito della mia ultima storia di coppia mi sta facendo riconsiderare molto rapporti affettivi e personali sui quali avrei potuto giurare.

Comunico alla mia migliore amica, in lacrime, quanto è successo. E’ una donna serena ed equilibrata, e per quella sera stessa mi ha organizzato una pizza con altre 3 trentennali compagne di viaggio. Ci vado speranzosa, ho bisogno di affetto e di una pacca su una spalla, magari un abbraccio, come diceva Totentanz. Sono fiduciosa nel fatto che le amiche non debbano giudicare, nè consigliare (quello magari dopo, a bocce ferme), nè tantomeno recriminare. Io non lo farei. E invece le tre arpie mi distruggono. Aggrediscono, mi danno dell’idiota per non aver capito, si dichiarano arcistrasicure che a loro non sarebbe mai successo, che loro avrebbero mollato tutto su due piedi, mentre io quella sera ancora oscillavo, disperata, fra il sapere e il non sapere cosa fare. Sputano veleno sulle mie pochissime residue certezze, riducono ad un cumulo di macerie le mie pochissime residue speranze. Torno a casa in lacrime e con lo stomaco annodato, l’unica che ha cercato di difendermi è stata l’altra, lei sì, mi abbraccia e cerca di mediare: “Lo sai, come sono fatte …” 

Lo so, adesso lo so. Mi convinco che mi hanno segretamente odiato, o perlomeno hanno provato per me qualcosa di molto simile al rancore, alla rabbia all’invidia, e adesso non gli pare vero di poterlo esternare. Aspettavano solo l’occasione. Però fa male, eh.

Quella sera stessa, mi arriva un sms da un collega di lavoro, e un altro da mio fratello. Ve li riporto, sfidando la privacy, tanto per far capire la differenza.
“Mio malgrado stamattina mi sono fatto una valanga di cazzi tuoi, ma ti avverto che entrerò in sciopero se non ricominci subito a sorridere”
“Ho appena letto. Sono a tua disposizione per qualsiasi cosa. Ora devi soffrire fino in fondo e scoprire che non fa poi così male. Poi possiamo parlare. Fidati di te”

Il giorno dopo, sia l’uno che l’altro, in tempi diversi, mi fanno ridere, anche se non ne ho voglia, il primo con il suo fine humour inglese, il secondo con la sua irresistibile ironia  camilleriana e gattopardesca. Stelvio mi stringe forte una spalla e mi sussurra: “Non farmi preoccupare”. Il giovane amministrativo che lavora nella mia stanza alla XY Spa mi guarda preoccupato quando pensa che io non veda e mi lascia cioccolatini sulla scrivania. La mia prof di francese mi chiama e fa la vocina da canarda perchè sa che mi intenerisce e mi fa sorridere. Saya mi scrive lunghe mail sagge, consolanti e affettuose condite di baci “azzeccosissimi”.  I commenti del mio blog sono pieni di cosucce tenere e affettuose.

Tutta gente che conosco al più da 5 anni. Alcuni sono perfetti estranei. Perchè riescono a farmi stare meglio di amiche con cui mi disputavo la merendina all’asilo?

Oggi gira così

Basta coi piagnistei, oggi mi sono svegliata piena di adrenalina fino agli occhi e un curioso stato guerresco-ridanciano a metà strada fra l’incredibile Hulk e Totò. Quindi potrei stendere a morsi e cazzotti il primo che mi dice una parolina storta e poi raccontargli una barzelletta (e pretendere che rida). E’ la mia proverbiale forza d’animo, che tante volte ho ringraziato e tante altre volte maledetto, perchè curiosamente il mondo – ci ho messo 38 anni a capirlo, ma ci sono arrivata – si prenderà sempre molta cura dei lamentosi piagnucolosi e abbandonerà sempre al proprio destino i forti, perchè “tu sei forte, lo so, ce la fai, non hai bisogno di me“.

Eh, vabbuò, sticazzi.

Oggi il palazzaccio governativo nel quale lavoro ha l’onore di ospitare il ministro calderoli (le minuscole sono d’obbligo). C’è uno spiegamento di forze giustificabile solo con una dichiarazione di guerra e visto che il ministro, con enorme sprezzo del pericolo e virile eroismo padano ha deciso:

a. di scendere ben al di sotto del Po
b. in una Regione notoriamente governata e abitata da fottuti bolscevichi mangiabambini monopolizzatori per 30 anni della cultura nazionale
c. per incontrare tutti insieme – ma è pazzo? – i Governatori delle Regioni meridionali
d. per parlare di federalismo

credo che lo spiegamento di forze sia più che altro per difenderlo dai suoi interlocutori, più che da ipotetici manifestanti, che fra l’altro non si sono visti, in linea con il saggio e rassegnato pacifismo di origine contadina che alberga nei miei conterranei.

Il mio mal di denti è passato, il medico curante non ha fatto obiezioni di fronte alla prescrizione di Rovamicina (forse ha visto la mia faccia e ha ritenuto più prudente accontentarmi), oggi c’è la psicoterapia e vai di nuovo col tango dell’umiliante racconto della mia magnifica estate. Un rapido sguardo al mio estratto conto ha tinto pallidamente di rosa il mio orizzonte, ieri,  ho ricevuto il mio primo stipendio da funzionario pubblico e, ragazzi, sono soddisfazioni. Se fate i bravi vi posto qualche foto della vacanza.

Sono tornata, ma non sono qui

Sono tornata.

Dio solo sa con quale forza. L’estate (anzi, i 15 giorni d’estate) più angoscianti ansiogeni merdosi della mia vita. Sto malissimo, emotivamente mi è passato un TIR sopra e poi, non pago, ha fatto anche marcia indietro. Fisicamente ho addosso un’infezione che deriva da due denti mal curati e da un ovvio calo delle difese immunitarie, e credo di avere la febbre. Ho chiamato il dentista per un appuntamento e mi ha detto che devo prima fare una settimana di antibiotici. Non oso manco pensare che faccia avrò, dopo una settimana di antibiotici.

Ieri sera sono tornata a casa e le crisi di panico acquattate in un angolino per tutta la cosiddetta vacanza si sono fatte vive in tutta la loro turbolenza. Abbiamo quindi nell’ordine: medico curante (che mi farà due palle così per prescrivermi la Rovamicina) – antibiotici – psicoterapeuta – antibiotici – dentista (che ovviamente avrà bisogno di almeno tre o quattro sedute e di metà del mio lauto stipendio per risolvermi il problema).

Solo una buona notizia: credo proprio di essere di nuovo single. E quindi dimenticate tutte le mie farneticazioni su case, convivenze, matrimoni, gravidanze. In un solo colpo sono stati distrutti 5 anni di vita e TUTTI – proprio tutti – i miei progetti di vita, quello che volevo fare e volevo essere. Ho 38 anni. E’ tardi, tardi per tutto, e ormai insieme al resto sono stati travolti anche la fiducia che avevo negli esseri umani, la stima che avevo in QUELL’essere umano, la benevolenza che avevo in generale verso il mondo, per quanto esso mondo si ostinasse ad odiarmi.

Solo un filo di amore resta, tenue e provvisorio come una stella cadente, perchè non sono un rubinetto e non è che l’amore di ieri può finire di colpo, per quanto durissima sia stata la batosta.

La mia attività principale dei prossimi giorni sarà riunire gruppi di parenti ed amici con certosina precisione per non dimenticare nessuno e dire loro la sconcertante verità, e pregarli di soprassedere all’acquisto di un abito da cerimonia, che non ce n’è più bisogno. Spedire mail a quelli che non posso vedere fisicamente. Anzi, sto pendando di buttare giù un testo scritto e recitarlo a memoria, tanto sempre la stessa cosa devo dire. Sopportare con cristiana rassegnazione l’umiliazione, e tutti i perchè, i percome, i “ma come mai”, i “ma come è potuto succedere”. Soppportare con santa pazienza e sprezzo del pericolo i “te l’avevo detto io che non ti dovevi fidare”. Cercare di piangere il meno possibile, tanto non serve.

50 minuti

50 minuti, e all’improviso il mondo mi cade addosso. E io non posso scappare.

50 minuti, e non ho più NIENTE, letteralmente, di quello che avevo 50 minuti prima. Davanti solo un vuoto mostruoso, un baratro, nel quale ho buttato 5 anni della mia vita. Sono tentata di buttarmici anche io, in quel baratro.