I have a (impossible) dream

I sogni vanno c

oltivati anche quando sono impossibili, anzi, soprattutto quando sono impossibili, se no è troppo facile.

Lago Pantano di Pignola, pista ciclabile. Alla curva UnoeOtto (ho dato i nomi alle curve, come nei circuiti di Formula Uno), sulla sinistra girando intorno al Pantano in senso orario, c'è una stradina che sale. Alzando lo sguardo, a metà circa della stradina si scorge, sulla collinetta che domina la pista, un rustico. Non una sfogliatina salata ripiena di ricotta, no: un rustico edile. Ovvero gli inizi di lavorazione di un fabbricato per civile abitazione. Monofamiliare. Elegante, pur nella sua incompletezza (ha le travi, pavimento e solaio, e il tetto, finito da poco). Una vezzosa forma ad elle con una intera facciata corta affacciata verso la pista. Intorno, solo verde, un grande prato verde dove nascono speranze, come cantava Gianni Morandi.

L'ho adocchiato agli inizi dell'inverno, per puro caso, come avviene in tutti i colpi di fulmine, e infatti è stato subito amore. Ogni santa domenica (e anche sabato) che sono passata di là, anche per avere un pensiero che distraesse dalla fatica della corsa, ho mentalmente elencato con dovizia di dettagli le cose che vorrei farci dentro.
Una palestrina privata.
Una cucina quadrata.
Iperconnessa (se si sogna, si sogna in grande).
Il bagno turco.
Nella mia testa quel rustico è stato finito, rifinito, impiantato, arredato, abitato. Da me, ovviamente. Un cane? ma si, anche un cane. Un pastore tedesco, come Blitz, o un labrador nero. So già a chi affiderei la progettazione, e a chi i lavori. Di che colore vorrei i bagni. Come ci passerei le giornate. Quali piante vorrei mettere nel giardino, e di che materiale farei il pavimento del patio. L'odore che vorrei sentire uscendo di sera d'estate in giardino.

Da quando l'ho adocchiata, niente si è mosso, e sono passati già alcuni mesi. Ipotesi probabili:

1. è un manufatto abusivo, e i lavori sono stati fermati dalla pubblica sicurezza;
2. il proprietario ha finito i soldi e aspetta di metterne da parte per continuare i lavori.

Domenica scorsa mi sono fatta coraggio – il vero amore comporta robuste dosi di timidezza, nell'approccio all'amato bene – e pur gocciolando per aver corso quasi un'ora sotto la pioggia battente, sono salita fino al cancello. Volevo saperne di più. Quando si ama, si vuol sapere tutto. Speravo (anzi temevo, per la verità) un cartello che mi dirigesse verso una delle due possibili ipotesi. Il cancello non è propriamente tale: è un pezzo di rete metallica, piuttosto contorta ed arrugginita, in verità, chiusa però con catena e lucchetto pesante. Non c'è un cartello che indichi – come di solito accade – proprietario, inizio e fine dei lavori, impresa edile. Però non ci sono nemmeno i sigilli dei Carabinieri. Dentro, un sentiero sconnesso, e infrastrutture da lavoro: ponteggi semi montati, laterizi vari. Sembra un posto abbandonato dopo una epidemia, piuttosto in fretta.

Vederla da vicino ha reso il mio amore struggente: è più grande di quello che sembrava, e ancora più bella. Allo struggimento si accompagna la nostalgia, e la disperata gelosia dell'amore impossibile: non sarà in vendita. E se anche lo fosse, ci sarà qualche magagna giuridica. E anche se non ci fosse, non avrò mai i soldi per comprarla – elemento direi decisivo. E anche se li avessi (insomma, si tratta di un rustico, in una località che non è propriamente Piazza di Spagna), non avrò mai i soldi per finirla come dico io. Insomma, il classico caso di amore impossibile (un altro? che palle).

Mi sono girata, sospirosa e gocciolante, per ridiscendere a valle, e mi si è mozzato il fiato: da lassù si vede il lago, quasi per intero. Uno spettacolo che sotto la pioggia ha assunto contorni magici, avrei voluto solo piantare lì una tenda e rimanerci fino alla vecchiaia.

Sigh.

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