Così è la vita

Ho passato una bella serata, ieri.
Mi sono offerta – non so quanto consapevolmente – di raccontare la mia storia di stalking ad un uditorio misto, persone molto conosciute, altre molto meno.
L’ho letta, dopo aver passato tre giorni a rimettere insieme gli appunti sparsi in tutti questi anni di spurgo.
Non mi ricordo molto bene come è andata, tranne che cercavo di dominare il tremito delle mani mentre abbassavo il volume delle casse che avevano fatto andare qualche battuta di quel pezzo che odio, e le facce sgomente, i corpi immobili e gli occhi lucidi degli astanti, psicologa compresa. Nessuno osava muoversi, mentre sciorinavo il rosario della mia sofferenza, e i motivi per i quali penso ancora che un pezzo non piccolo del guasto fosse dentro di me, che sono stata in modo impercettibile ma decisivo carnefice di me stessa. E di come alla fine quello che ha prevalso è stato l’istinto primitivo di sopravvivenza, quello sepolto nell’amigdala, la lotta disperata del topo per sgusciare fuori dalla saettella che si riempie d’acqua, non il ragionamento razionale dell’homo sapiens.

Mi ricordo bene però alcuni abbracci stretti, dopo, diversi, di gente che sa tutto di me eppure non mi aveva mai abbracciato così. E i molti complimenti per lo stile della scrittura, che aveva reso bene, credo, quella lotta disperata.

Mi devo decidere a pubblicarlo, quel racconto.

Colonna sonora gentilmente offerta da Mariella Nava.

La vita, dentro

Incontro un’amica che non vedevo da un bel pò. Mi invita a prendere un caffè, e mi confessa di avere due giorni di ritardo. So che ci stanno provando da tempo, lei ed il compagno, ad avere un figlio, quindi sono felicissima per lei, e incrocio l’incrociabile. Ma c’è qualcosa di più, stavolta: non so, sento un’emozione più forte, di cui ignoro il motivo, forse sono commossa dalla confidenza: mi vengono le lacrime agli occhi e allargo il cuore, nel bar vuoto, a quest’aria dorata da fine primavera, a questo respiro di vita dentro la vita, che ricorderò a lungo, con una acerba inspiegabile nostalgia.

Torno in ufficio. Passo davanti alla fotocopiatrice e vedo una collega. La vedo ogni giorno, più volte al giorno, ma stavolta qualcosa mi spinge a fermarmi e a chiederle come sta. In venti drammatici minuti mi racconta che è suo figlio, quello coinvolto a fine Luglio in questo incidente, assurto alle cronache nazionali per la sua assurdità, incidente che ricordo benissimo, ma non avevo mai focalizzato che uno dei feriti era proprio della mia città, e così vicino a me. La prognosi è ben più seria di quella raccontata dai giornali. La mamma parla a bassa voce, guarda a terra, muove gli occhi senza vedere niente, in realtà, ad ogni frase è sul punto di piangere. Racconta, con un tecnicismo che denota quotidiano studio, i dettagli dei tre interventi che il figlio ha subito, dei problemi psicologici post traumatici, del futuro incerto che lo attende.

Mi faccio un pizzico, mi scuso per aver qualche volta forse scherzato con lei, nei mesi precedenti, mormoro qualche frase di circostanza, l’abbraccio e me ne vado. Per

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sfogare la tensione mi incazzo con la prima collega che mi trovo davanti per non avermi detto niente: cazzo, sta a due porte da me, le stronzate e i pettegolezzi piccanti circolano subito, in questo ufficio di merda, le cose serie, proprio quelle che necessitano di quotidiana solidarietà, restano sepolte.

La vita, dentro: quella che con tutto il cuore prego stia portando già a spasso la mia amica, quella che il figlio della mia collega deve ritrovare, nel freddo della sua anima incidentata.

Aggiornamenti

Ruota libera

Ieri ho stretto per qualche minuto le mani di un fumatore. E’ incredibile quanto possano essere assorbenti i pori della pelle, mi sarò lavata 27 volte le mani ho ancora quell’odore – che ODIO con tutte le mie forze – attaccato alle dita. Anzi mi sembra di averlo anche addosso. Bleah.

Il programma della giornata prevede un surplus di cenerentolità, mia madre è partita per qualche giorno e ho una casa sulle spalle, come dice mia sorella. La scorsa settimana le ho spedito con IBS due libri, che vanno ad aggiungersi agli altri due che già ha, di cui uno è un orario ferroviario, e questa è tutta la sua libreria. Non riuscirò mai a capire come due sorelle che hanno bevuto lo stesso latte e avuto la stessa mamma e padre e respirato la stessa aria e vissuto nella stessa casa stracolma di libri ovunque possano avere un concetto così diverso del piacere della lettura. Bah.

Il mio ex capo non mi ha più invitato a cena, come previsto, forse perchè non gli ho ancora consegnato quel famoso lavoro, ma in una seduta nel suo confessionale non ha perso occasione per dirmi che “per me era molto meglio così”, e non parlava della cena. La sua quasi nuora, che era presente, a momenti se lo mangiava vivo. Brava ragazza.

Cose da fare oggi:
– telefonare ad A. che è una settimana che aspetta di sapere come va (un post su A. prima o poi mi scappa, è una donna fantastica);
– lavorare un paio d’ore per vedere se riesco ad intravvedere la luce in fondo al tunnel di quel famoso lavoro;
– evitare accuratamente le mie amiche più care;
– bicicletta? massì, va, oggi pomeriggio un’ora di bicicletta ci starebbe tutta;
– programmare serata alcolica e adolescenziale, con A. magari, giacchè devo telefonarle, o con Mery, anche se con lei, hhhmmmmm, finisce ad ansia, già lo so.
– che più? ahh si, andare a prendere trionfalmente mamma alla stazione. Prima della serata alcolica, però. Vabbè.

Oggi ci sono tutti

Il quasineopadre di due gemelli, il famigerato Frà che da quando ha fatto quella sparata sui casi miei mi guarda di sottecchi e tenta approcci amichevoli. Non me ne sono accorta, ma si vede che quel giorno l’ho guardato con appena un pizzico di odio. Finge di lavorare e inanella telefonate per invitare ad un incontro con una società di consulenti sulla cui inutilità potrei giocarmi la mia infelicità attuale.

Il neopadre di una vitellina di 4 chili, noto nell’ufficio per il suo gradevole aspetto fisico come il Pierre Cosso dei poveri, che per tutta una vita ha lavorato nell’equo e solidale volontariato terzomondismo et similia e adesso si trova di fronte all’angosciante dilemma fra l’affamare la sua creatura, visto che la di lui consorte pare non avere manco una goccia di latte suo, e il comprare in farmacia latte artificiale che guarda un pò è prodotto dalla Nestlè. Sta studiando la possibilità di costituire un gruppo d’acquisto con Frà e un altro collega due stanze più in là anche lui neopadre per comprare a Santo Domingo latte di cocco addizionato con estratti di placenta di squalo e salvare così la sua anima equa e solidale senza ammazzare sua figlia.

L’esperta di internazionalizzazione, che ha fatto un Master con una delle due Simone rapite in Iraq e piange e deperisce da quel giorno, lavora 5 minuti su 60 e i rimanenti 55 naviga in Internet cercando impossibili notizie in anteprima; non parla ma se interrogata con un filo di voce infila nel discorso almeno un “Al Zarkhawi” e almeno due declinazioni del concetto di pessimismo, angosciandoci tutti.

La sottoscritta, che per non pensare all’allucinante fine settimana di tristezze assortite si è buttata a corpo morto nella risoluzione di un problema procedurale fra due diversi Dipartimenti dell’Ente e una struttura di assistenza tecnica che chiede 100.000,00 euro circa per non aver fatto un cazzo, e in totale assenza di qualsivoglia documento formale che lo autorizzi a farlo. Solo per capire il carteggio intercorso fra i protagonisti, mi ci è voluto un navigatore satellitare.

Buona settimana.