Un sostituto (ancora?)

Sono così stanca che anche chiudere gli occhi mi pesa. Il mio ex capo mi rimprovera di essere sfuggente e quasi del tutto assente fisicamente e anche quando ci sono fisicamente non ci sono con la testa. Avevamo fatto altri patti, dice deluso. I patti però avevano come presupposto l’idea che in un ufficio pubblico non ci si facesse il mazzo che invece ci stiamo facendo, io e Stelvio. E i patti preusupponevano anche che io venissi pagata, cosa che non avviene da luglio scorso. Dobbiamo trovare qualcuno che stia qui full time, dice lui. Qualcuno che capisca mezza cippa di formazione, però, rispondo io. Se dobbiamo cominicare a fare la nave scuola cominciando dalla terminologia tento il suicidio attaccandomi un faldone al collo. L’ex capo concorda. Poi stiamo zitti per 20 minuti scervellandoci a cercare un nome, fra i tanti che sono transitati per questi uffici. Questa no, è bravina ma insopportabile e mi sta sulle palle e la cosa è reciproca e quindi non farebbe mai quello che io le dico di fare. Quella no, perchè costa troppo. Quell’altro no, perchè lavora in un’agenzia pubblica e chi cazzo gliela farebbe fare di venirsi a sderenare per 4 soldi alla XY Spa? Insomma il candidato non spunta. Sarebbe bello chiudere questo post con un colpo di scena umoristico, ma non c’è, accontentatevi, sono in calo di zuccheri.

Aggiornamenti

Ruota libera

Ieri ho stretto per qualche minuto le mani di un fumatore. E’ incredibile quanto possano essere assorbenti i pori della pelle, mi sarò lavata 27 volte le mani ho ancora quell’odore – che ODIO con tutte le mie forze – attaccato alle dita. Anzi mi sembra di averlo anche addosso. Bleah.

Il programma della giornata prevede un surplus di cenerentolità, mia madre è partita per qualche giorno e ho una casa sulle spalle, come dice mia sorella. La scorsa settimana le ho spedito con IBS due libri, che vanno ad aggiungersi agli altri due che già ha, di cui uno è un orario ferroviario, e questa è tutta la sua libreria. Non riuscirò mai a capire come due sorelle che hanno bevuto lo stesso latte e avuto la stessa mamma e padre e respirato la stessa aria e vissuto nella stessa casa stracolma di libri ovunque possano avere un concetto così diverso del piacere della lettura. Bah.

Il mio ex capo non mi ha più invitato a cena, come previsto, forse perchè non gli ho ancora consegnato quel famoso lavoro, ma in una seduta nel suo confessionale non ha perso occasione per dirmi che “per me era molto meglio così”, e non parlava della cena. La sua quasi nuora, che era presente, a momenti se lo mangiava vivo. Brava ragazza.

Cose da fare oggi:
– telefonare ad A. che è una settimana che aspetta di sapere come va (un post su A. prima o poi mi scappa, è una donna fantastica);
– lavorare un paio d’ore per vedere se riesco ad intravvedere la luce in fondo al tunnel di quel famoso lavoro;
– evitare accuratamente le mie amiche più care;
– bicicletta? massì, va, oggi pomeriggio un’ora di bicicletta ci starebbe tutta;
– programmare serata alcolica e adolescenziale, con A. magari, giacchè devo telefonarle, o con Mery, anche se con lei, hhhmmmmm, finisce ad ansia, già lo so.
– che più? ahh si, andare a prendere trionfalmente mamma alla stazione. Prima della serata alcolica, però. Vabbè.

Oggi ci sono tutti

Il quasineopadre di due gemelli, il famigerato Frà che da quando ha fatto quella sparata sui casi miei mi guarda di sottecchi e tenta approcci amichevoli. Non me ne sono accorta, ma si vede che quel giorno l’ho guardato con appena un pizzico di odio. Finge di lavorare e inanella telefonate per invitare ad un incontro con una società di consulenti sulla cui inutilità potrei giocarmi la mia infelicità attuale.

Il neopadre di una vitellina di 4 chili, noto nell’ufficio per il suo gradevole aspetto fisico come il Pierre Cosso dei poveri, che per tutta una vita ha lavorato nell’equo e solidale volontariato terzomondismo et similia e adesso si trova di fronte all’angosciante dilemma fra l’affamare la sua creatura, visto che la di lui consorte pare non avere manco una goccia di latte suo, e il comprare in farmacia latte artificiale che guarda un pò è prodotto dalla Nestlè. Sta studiando la possibilità di costituire un gruppo d’acquisto con Frà e un altro collega due stanze più in là anche lui neopadre per comprare a Santo Domingo latte di cocco addizionato con estratti di placenta di squalo e salvare così la sua anima equa e solidale senza ammazzare sua figlia.

L’esperta di internazionalizzazione, che ha fatto un Master con una delle due Simone rapite in Iraq e piange e deperisce da quel giorno, lavora 5 minuti su 60 e i rimanenti 55 naviga in Internet cercando impossibili notizie in anteprima; non parla ma se interrogata con un filo di voce infila nel discorso almeno un “Al Zarkhawi” e almeno due declinazioni del concetto di pessimismo, angosciandoci tutti.

La sottoscritta, che per non pensare all’allucinante fine settimana di tristezze assortite si è buttata a corpo morto nella risoluzione di un problema procedurale fra due diversi Dipartimenti dell’Ente e una struttura di assistenza tecnica che chiede 100.000,00 euro circa per non aver fatto un cazzo, e in totale assenza di qualsivoglia documento formale che lo autorizzi a farlo. Solo per capire il carteggio intercorso fra i protagonisti, mi ci è voluto un navigatore satellitare.

Buona settimana.

Verbale di riunione

Il giorno 7 del mese di Gennaio dell’anno 2004 alle ore 10:30 si apre la riunione periodica del personale della XY Spa. Sono presenti i signori: Grande Capo, Figlia del Grande Capo, Architetto, Buddista, Segretaria e Lavoratrice (a)tipica. Punto unico all’o.d.g.: cazziatone periodico che il Grande Capo deve fare, con grande spreco di voce e di coronarie, ai suoi aff.mi dipendenti se no non stanno abbastanza sulla corda. Apre la riunione per l’appunto il G.C., che inizia chiedendo con voce flautata a ciascuno dei presenti se sono stati elaborati un centinaio di documenti, il 98% dei quali assolutamente inutili. Alle risposte negative – corredate di debite ancorchè superflue spiegazioni – di tutti i presenti, il G.C. alza la voce di un’ottava e comincia una lunga filippica che si può riassumere come segue:
1. sono stufo di lavorare per mantenervi
2. siete dei mangiapane a tradimento che pensano solo ai fatti propri
3. se questo progetto non pensiamo noi a gestirlo non ci penserà nessuno, quindi è inutile dire “lo sta facendo l’altro partner”
4. siete solo capaci di inventarvi scuse per non lavorare
5. NON SONO STATO IO a dire di non fare questo, di non scrivere quello, di lasciar perdere quell’altro
6. sono stufo di lavorare per mantenervi

(così il cerchio si chiude)
Qualunque tentativo di interruzione per giustificarsi, controbattere, argomentare, negare, ha come unico effetto l’innalzamento di voce di ottave successive, fino a che anche il parrucchiere che lavora sullo stesso piano del nostro ufficio si affaccia per vedere che succede. Ormai il G.C. è paonazzo, l’ossigeno non arriva più al cervello e quindi partono le più efferate minacce, compresa quella di licenziamento in tronco senza liquidazione e quella di citazione per danni.
La riunione – diciamo così – prosegue in un imbarazzato silenzio, nella consapevolezza della inutilità di infierire su un arteriosclerotico, silenzio rotto solo dall’ansimare del G.C. che tenta di ridarsi un tono, e dalle controdeduzioni isteriche – con annesso tremito nella voce – della Figlia del Capo, l’unica nei confronti della quale tutte le accuse e le minacce sono giustificate, visto che è presente in ufficio il 40% delle ore dedotte in contratto, adducendo motivazioni le più fantasiose, tutte legate ad un incolpevole infante che starebbe benissimo anche senza senza la mamma, però è pagata per il 100%, e anche in quel 40% non fa un cazzo.
Non essendovi altro da discutere, la riunione si chiude alle ore 13:40.

Le rogne aspettano al varco

Rientrando in ufficio stamattina trovo ad attendermi le seguenti rogne:
1.  lettera di avvocato in nome e per conto di progettista scassaminchia che vuole 12.000 euro netti per n° 10 giornate di lavoro, e pretende di avere un incarico di coordinatrice pur essendo lei e la sede di progetto distanti 380 km. (forse vuole coordinare con la forza del pensiero);
2.  capo incazzato perchè non si è ancora risolto il problema di affittare una sede aggiuntiva per le attività del Master, e che con mossa tipicamente italiana pretende di chiudere un contratto di fitto con un tizio che non risulta essere proprietario dei locali;
3.  macchinetta del caffè spenta per tutte le vacanze e quindi producente brodaglia nerastra in formato maxi e che – forse perchè incazzata pure lei – si è già fregata n° 2 monete da 50 cent. di euro.

Buona Befana!!!
 

24 hours

L’implacabile scadenzario orario del PLP, ovvero: come si può passare dalla stanchezza alla rabbia alla disperazione al surreale nel giro di nemmeno 24 ore.

19 Agosto, ore 8:00 – Paoletta ha dormito da me, non ce la faceva ieri sera a fare due ore di viaggio e a rifarne due stamattina per essere qui così presto. E’ arrivato il momento di spiegare: Paoletta non lavora nella nostra azienda, ma in un’altra, con la quale abbiamo un accordo per così dire “politico”. L’accordo prevede che noi lavoriamo, e il progetto passerà sotto il nome dell’altra azienda. In cambio, in un’altra area territoriale il progetto potrà essere tutto nostro. La Capa di Paoletta è un altro personaggio da blog, che racconterò un’altra volta. Per ora, basti sapere che è dura, rompipalle, e pignola. Mi offro di ospitare Paoletta anche la notte successiva, l’ultima prima della scadenza. Lei nicchia, si guarda i piedi, poi biascica che lei “vorrebbe partire verso ora di pranzo”. Un lancinante sospetto comincia a farsi strada, ma non indago oltre. Abbiamo troppo da fare.

19 Agosto, ore 11:00 – Comincia lo strazio degli allegati. Gli allegati sono documenti formali, ad esempio – fra gli altri – curricula dei componenti la compagine sociale, che a loro volta sono enti pubblici, o associazioni, o consorzi. Bisogna allegarli, appunto, ma una sintesi del loro contenuto va inserita nel testo. Compito della raccolta degli allegati è dell’altra società. Scopriamo ben presto che finora è stato fatto veramente poco, Paoletta e altre sue colleghe si rimpallano le responsabilità fra loro e con la Capa, non in sua presenza per carità. Dopo stillicidi di telefonate, i curricula cominciano lentamente ad arrivare. Pochissimi via e-mail, la maggior parte via fax. Bisogna TRASCRIVERLI, uno per uno. Abbiamo uno scanner ma funziona male e i refusi che riporta nel testo informatico sono talmente tanti che si fa prima a riscrivere tutto. Lo faccio io, borbottando fra me che la prossima volta ce li possono mandare con i segnali di fumo, visto che nel 2003 ancora la posta elettronica è un tabù. Fra una cosa e l’altra, abbiamo perso tre ore. Paoletta va nel suo ufficio per ripescare altre carte, ma ci saluta come chi è sicura di partire.

Scoppia la rivolta degli schiavi. Andiamo nella stanza del Capo e gli urliamo tutta la nostra rabbia: ma come, il lavoro viene consegnato sotto il LORO nome, e loro SE NE VANNO IN VACANZA??? 24 ore prima della scadenza, non c’è NESSUNO di quella società che controlli? e chi sarà responsabile, se qualcosa va storto? e chi si metterà in moto, se manca un documento? e se ce ne andassimo anche noi oggi, in vacanza, chi consegna? Il Capo è talmente stanco, e ci vede talmente incazzati, che ci dà ragione: prende il telefono, chiama la Capa, la cazzia fieramente per questa debacle dei suoi. Risultato, alle 13:30 Paoletta torna con i documenti, gli occhi gonfi, e furiosa con noi, anche se non può darlo a vedere. Cincischierà ancora inutilmente per un paio d’ore, poi, spalleggiata dalla Capa, se ne andrà comunque. Comincio ad odiare la Capa, che prima di andarsene anche lei in vacanza mi dirà: “A chi mi posso affidare per essere certa che non manchi niente? A chi? A Marta Sofia? Sì, vero? TI ASSUMI TU LA RESPONSABILITA’??” Starei per mettermi a piangere anche io, per la rabbia, ma sono di un’altra tempra, e mi limito ad annuire e a rispondere “Anche perché non c’è nessun altro, dei tuoi” e a sbattere un po’ di cartoleria verso la porta dopo che lei è uscita.

19 Agosto, ore 14:00 – ci interrompiamo per mangiare un boccone, il solito panino con la solita mortadella e la solita mozzarella Posticchia Sabelli, col solito chinotto, passione del Capo, che è andato a fare la spesa. Il bar di fronte ha chiuso prima di Ferragosto e non riaprirà prima del 25, credo. Sono così depressa e l’aria condizionata è talmente a palla che mi si blocca la digestione. Scrivo con la destra e con la sinistra mi massaggio la pancia. Partono le stampe e le copie. Due pagine per ogni copia devono essere stampate a colori. La rete va in tilt, ovviamente, e non si riesce a stampare niente da nessuna parte. Bisogna spegnere tutto e far ripartire. Fatta la prima copia, si fotocopia col fascicolatore. La fotocopiatrice, miracolosamente, non si inceppa neppure una volta. Però surriscalda drammaticamente il corridoio. Passare da lì alla stanza dove stiamo lavorando è come passare da Calcutta a Oslo, con compromissioni serie ai nostri apparati fonatori. Prima di sera, saremo tutti più o meno afoni e con le tonsille gonfie.

19 Agosto, ore 20:30 – una buona notizia: il Consiglio di Amministrazione di una delle società per cui stiamo lavorando ha approvato il progetto “salvo alcune piccolissime modifiche” chiosa l’Architetto, sempre ottimista. Questo vuol dire che il completamento del secondo progetto diventa una faccenda più lunga e più complicata. Telefona uno dei soci della prima società, quella per la quale il PSL è già stampato e fotocopiato, timbrato e firmato, e chiede “se si può fare qualche integrazione”. Approfittando del fatto che lo conosco da anni, lo mando a fare in culo bruscamente.

19 Agosto, ore 23:15 – io e l’Architetto abbiamo finito di inserire le “piccolissime modifiche” e ogni altra integrazione necessaria. Io e la buddista ce ne andiamo, sfinite, l’Architetto, in fase insonne evidentemente, dice che si fermerà ancora un’oretta per inserire nel testo le tabelle con i dati finanziari. A casa mangio una testa di scamorza affogata in tre litri d’acqua, e mi fiondo sul letto quasi senza svestirmi.

20 Agosto, ore 00:15 – squilla il cellulare. Faccio un salto, santiando, e rispondo. E’ l’Architetto. Dal PSL mancano in maniera del tutto misteriosa circa 15 pagine, che avevo inserito io più di un mese fa. Gli dico dove andarle a recuperare, mi riaddormento col telefono in mano.

20 Agosto, ore 7:00 – siamo già in ufficio. Con calma e un po’ di freschezza e lucidità ritrovate – una doccia fa miracoli – facciamo il primo pacco, carta, scotch, ceralacca, timbri, firme. Il secondo progetto viene limato, editato, rivisto, e stampato. Si ripete la trafila del giorno prima per fotocopie e stampe a colori. Anche le macchine sono stanche.

20 Agosto, ore 10:30 – facciamo la check list del secondo progetto e ci rendiamo conto che manca un documento formale, un attestato che è ancora in possesso del Notaio che l’ha redatto. Il Notaio viene rintracciato a telefono, cazziato, uno di noi parte a razzo per andare a prenderlo. Recupera il documento, sta tornando da noi, quando viene raggiunto al cellulare dalla segretaria del Notaio. Gli hanno dato il documento sbagliato, deve tornare indietro e fare il cambio. Si è persa un’ora preziosissima.

20 Agosto, ore 11:45 – non c’è tempo di chiudere anche il secondo pacco, ma il bando prescrive che sia perfettamente sigillato, pena l’inammissibilità. L’Architetto ha un’idea geniale. Mi urla di prendere tutto il necessario per la chiusura del pacco e seguirlo. Chiama al cellulare quello che ha il documento recuperato dal Notaio, del quale occorre una fotocopia, e lo dirotta davanti alla Regione.

20 Agosto, ore 11:55 – Saliamo tutti e tre all’ufficio protocollo. Regna una calma surreale. Entro solo io, con un bottone della camicetta aperto in più e il pacco smembrato sotto il braccio. Piazzo sotto il muso dell’impiegato la lettera di accompagnamento per farla protocollare, e piegandomi un po’ sulla scrivania e sbattendo gli occhioni gli sussurro dolcemente che “ho solo un piccolissimo problema, vede qui il pacco? era stato fatto male, sa, la fretta” sorrido come il pitone quando sta per inghiottire il topolino “e si è rotto, tocca rifarlo, quindi se non le dispiace lo sigillo qui, è questione di un minuto …” Il protocollista basito fa sì con la testa. Intanto l’Architetto si è fiondato in un’altra stanza a fare le fotocopie del documento notarile (18 pagine). Alla 17°, finisce la carta.

Per evitare che si renda conto che non si tratta solo di sigillare, ma di aggiungere un documento, io sto intrattenendo il protocollista con il mio miglior repertorio di smielamenti, approfittando della provvida presenza di un minuscolo acquario piazzato sulla sua scrivania. “Ahhhah ma che carino, è suo?” (e di chi potrebbe essere, visto che è piazzato a dieci centimetri dalla targhetta che porta il suo nome?) “E sopravvivono? voglio dire, l’aria dell’ufficio non li avvelena?? ahahaha!! (rido da sola alle mie battute) “Ahahah, ma vedo anche delle piante! lei è proprio un amante della naturaaa!!” Il protocollista, che si era distratto un attimo alle mie stronzate, si riprende e chiede: “Bè, ma allora ‘sto pacco, lo chiudete o no?” Sto meditando di cominciare a fare la danza del ventre, quando entra il provvido Architetto, con doppia copia di documento in mano. Da allora, tutto sembra svolgersi a ritmo di Charlie Chaplin in Tempi Moderni: integrazione, carta, scotch, timbri, sigilli, ceralacca squagliata con l’accendino del protocollista, che per fortuna è un accanito tabagista, e ustioni di 3° grado del pollice dell’Architetto, che virilmente resiste al dolore, anche se diventa paonazzo.

AAARRRRRGGGGHHHHHHHH!!!!!!

Questa è la trascrizione fonetica più o meno fedele dell’urlo liberatorio lanciato dalla sottoscritta davanti ai cancelli della Regione, dopo aver consegnato gli ormai celeberrimi PSL. L’urlo suddetto ha creato scompiglio nelle guardie giurate che bivaccavano con facce da tonni del Mar Mediterraneo tra la guardiola e l’atrio. Mi ci è voluto un pò per convincerli che non mi sentivo male e non era colpa del caldo (o forse anche) ma solo della stanchezza.

In ufficio, brindisi a rosato del Vulture ghiacciato tra me e i compagni di sventura, più uno stralunato capo vittima dell’aria condizionata e quindi afono.

Raga, ce l’abbiamo fatta. Due dei più bei lavori che io abbia mai fatto in vita mia sono stati impacchettati e diverranno traccia esecutiva di lavoro per due società consortili per i prossimi tre anni. Per i prossimi tre anni almeno venti persone lavoreranno sulla base di cose che io (insieme al mio gruppo) ho scritto. Sono soddisfatta, ci credete?

Adesso vado a casa, mi devo fare una doccia di tre ore e una dormita di dodici.

Stay tuned, non sono ancora partita 🙂

Domani, solo domani ..

Siamo al delirio più puro. Io, l’Architetto e la buddista siamo rimasti soli, perchè tutti i numerosi collaboratori esterni sono ANDATI IN VACANZA

Mi pare  giusto, no? La scadenza è DOMANI, e la gente ha pensato bene di partire OGGI. Così resta nostra la responsabilità dei controlli, della documentazione formale, dei documenti amministrativi da allegare, della regolarità di questi ultimi. Sono troppo arrabbiata e sconvolta e stanca pure per bestemmiare.

Spero di sopravvivere fino a domani, alle ore 12:00, senza appicciare tutto.

Qualunque manifestazione di solidarietà sarà ben accetta.

Perchè lavorare ad Agosto?

Non è tanto umano, diciamo la verità. E poi è Sabato, e fuori si sta d’incanto, aria frizzante a ricordarti le bufere notturne e solicello tiepido a ricordarti che tutto sommato è ancora estate. E pensare che quando ero piccola questo era già il secondo giorno di mare, avevo già fatto amicizia coi bambini delle villette/bungalow/tende vicine e di sicuro mi ero già ustionata nonostante i chili di Coppertone che mia mamma mi spalmava con la pala ed ero già costretta a fare il bagno con la maglietta. Invece l’ufficio dentro è sempre uguale, del tutto impermeabile alle stagioni se non fosse per i già noti fatti relativi alla temperatura aziendale.

Ci siamo solo io, l’Architetto (rimasto solo dopo che moglie e figlie sono partite per il mare) e il Capo, che fosse per lui lavorerebbe anche la notte di Natale, tagliando a mezzanotte un panettone col tagliacarte. Ha provato a farsi il caffè da solo, stamattina, per dare prova di non dipendere poi totalmente dalle sue impiegate/figlie, e nell’ordine:

1. ha ignorato la spia gialla lampeggiante che comunica al mondo che la macchinetta del caffè, come la maggior parte degli esseri viventi, ha bisogno di bere con regolarità;

2. ha infilato la cialdina e spinto l’apposito sportellino-levetta, e non è successo niente. Ovvio. Senz’acqua, la umile ma intelligente macchinetta si blocca, dal momento che l’acqua è guarda caso una delle due indispensabili materie prime necessarie a fare un caffè;

3. ha messo l’acqua brontolando e cominciando a lanciarmi sguardi imploranti;

4. la cialdina, però era ormai stata inghiottita. Recuperarla con mezzi meccanici (tagliacarte, unghie, righelli et similia) può avere due soli risultati certi, e cioè frantumarsi uno o più falangi e scassare uno o più attrezzi di cancelleria, oltre alla macchinetta, ovviamente. Esiste un modo per il recupero, e la mia fronte portava la scritta IO LO SO MA NON TE LO DICO mentre l’implorazione era diventata vocale, con totale perdita della dignità.

Sospirando, della serie “questi uomini non sanno fare nulla ed in più se sono Capi questo interferisce anche sulla loro credibilità professionale” ho provveduto alla realizzazione del miracolo (basta spingere con una seconda cialdina, anche usata, e la prima cadrà nell’apposito cassettino, e potrà essere recuperata) e ho fatto il caffè.

L’ingrato si è lamentato che faceva schifo lo stesso, ma è stato solo per recuperare la suddetta dignità.

Vi bacio, non vi divertite troppo.

La fase creativa

Ieri sera uno spettacolare acquazzone con lampi e tuoni e tutto l’armamentario scenico dell’autunno incombente (lo sapevo, lo sapevo io che il tempo si guastava in proporzione all’avvicinarsi delle mie vacanze) ha fatto abbassare il termometro di quasi dieci gradi. Quindi si lavora col fresco, tanto che io e la buddista abbiamo concordato una chiusura della finestra che ormai era spalancata da circa due mesi (con risultati vani, peraltro, durante il solleone: passare dalla stanza dei tecnici munita di aria condizionata, alla nostra, era come passare dalla Norvegia ad un suk arabo, con la sensazione che qualcuno ti inseguisse per la stanza tenendoti un phon puntato alla tempia).

Il tentativo di stare dietro alle esigenze progettuali dei molteplici gruppi e gruppetti di lavoro che si sono formati per decantazione nel MegaProgettoneMultiplo sta dando risultati grotteschi, talvolta drammatici, spesso surreali. Le riunioni, formalmente convocate o informali o nei corridoi o nei cessi o per strada, telefoniche o e-mailiche o de visu stanno raggiungendo la preoccupante media di 5 al giorno. C’è una mia collega, che non lavora nella nostra società, che fa ogni giorno come una trottola impazzita 150 km.  da casa sua al suo ufficio (in un’altra città), al nostro, ai luoghi di riunione, e ogni giorno è un pò più rincoglionita e bisogna svegliarla a ceffoni e caffè in endovena prima che inizi a carburare un suo contributo. Io ho tenuto anche due riunioni in contemporanea, saltando da una stanza all’altra in due palazzi diversi (per la cronaca, nessuno si era accorto della mia assenza in nessuna delle due riunioni).

La mole di materiale che gira sulle caselle di posta sta raggiungendo proporzioni ministeriali, e siccome i furbi sono sempre in agguato, perchè alla fine si riesca ragionevolmente a dire chi ha lavorato a che cosa, l’Architetto manda tutto solo in formato .pdf senza possibilità di copiatura, più qualche virus ai collaboratori/concorrenti più rompicoglioni 🙂

Si incrociano documenti, lamentele, critiche, cazziatoni, panini caffè gelati, qualche rara preziosa collaborazione reale, occasionali coincidenze di pensiero creativo e strategie di “implementazione delle Azioni” (bello, eh? l’ho usato a profusione nei documenti che ho curato io).

Però lasciate che ve lo dica: questo lavoro creativo, che ti obbliga a spremerti le meningi e capire e sintetizzare e centrare il problema in dieci righi, insieme ad altri cervelli giovani (bè, insomma, media 40 anni) mi piace da impazzire. Oggi che non fa caldo, mi sento viva.

La SPLP si avvicina ….