Le cose finiscono, e non siamo mai pronti

Una fila di istantanee, che continuano a scattarmi davanti agli occhi.

Il nostro primo colloquio, con quella enorme foto di donna velata di rosso alle sue spalle, che non riuscivo a smettere di guardare.
“Quanti anni dura il contratto?”
“Tre”
“Rinnovabile?”
“Per altri tre”
“Ahhheeeeee!!!! E chi v' caccia cchiù, da qua dentro” rise lei.

Il nostro primo Natale da assistenza tecnica, quando le lasciammo sulla scrivania un ramo di agrifoglio con un fiocco e un bigliettino, e lei si commosse.

Quella volta che entrò nella stanza urlando e rimproverandoci per un errore fatto, uscì sbattendo la porta e dopo due secondi riaprì, urlando chiese scusa per aver urlato e richiuse la porta.

Quei viaggi a Roma, ridendo sempre, lavorando moltissimo ma chissà perchè non mi pesava.

E' stata il mio Capo nel periodo più buio della mia vita. E lei aveva un suo modo semplice e piano di aiutare le persone, non mi diceva niente, però capiva che stavo malissimo e mi metteva tutti i giorni un cioccolatino sulla scrivania. Lei, il Dirigente Generale, a me, l'ultima arrivata.

La sua ironia tagliente, le sue irresistibili imitazioni delle dame dell'alta borghesia cittadina fintamente impegnate nel sociale.

Quel viaggio a Lecce, poco più di un anno fa. 

“Non vi fate fregare”, quasi il suo ultimo pensiero. Per noi.
 
Buon viaggio, Cecilia, grande Capo, amica preziosa.
Le cose finiscono, e non siamo mai pronti.

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A Ilaria

L’ultima volta che ti ho visto avrai avuto forse 5 anni, avevi una gonnellina corta ed eri in in braccio a tuo padre, sul sedile di dietro di una macchina, e ridevi mentre lui ti faceva le coccole e ti pungeva con la barba. Ti ho comprato il gelato, almeno un paio di volte, ti ho comprato la pizza, abbiamo camminato almeno una volta insieme, ti ho tenuto la mano, te la sei lasciata tenere. Ti fidavi, del mondo, a quel tempo.

Avevo sentito la notizia in tv, e mi ero chiesta se per caso potevo conoscerla, quella persona di sesso femminile, che faceva notizia pur nella banalità di una tragedia ripetuta troppe volte, non era la prima e non sarebbe stata l’ultima, ma avevo concluso che se non mi dicevano almeno il nome, non avrei mai saputo chi era, e non ci avevo pensato più.

Poi ho visto il tuo nome scritto a caratteri cubitali, nero su bianco, su un manifesto nel quale qualcuno partecipava al dolore di tuo padre, ho visto il cognome, e di colpo ho capito. Sei tu, quella diventata notizia. Sei tu. Di colpo quel gelato, quella mano che stringeva la mia mi sono comparse in un flash, e mi sono messa a piangere.

Spero tu stia meglio, adesso. Niente più tormento, niente più dolore, nessuna ricerca affannosa di quel quarto d’ora di buio insensato, schegge d’acciaio nel cervello, nel quale il respiro sembra sciogliersi, per poi mozzarsi all’improvviso. Niente più da cui fuggire, spero. Niente più da dimostrare, nessun tragedia da inscenare per dire al mondo che esistevi anche tu. Ti sarai potuta scegliere un altro nome, magari, visto che il tuo non ti piaceva, “è il nome di una persona morta” mi dicesti quel giorno, gelandomi,

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avevi solo 5 anni, e solo perchè tuo padre ti aveva portata a vedere la tomba di Ilaria del Carretto, a Lucca, e ti aveva fatto notare che avevate lo stesso nome, tu e la bellissima principessa del Quattrocento.

Buon viaggio, Ilaria. Magari un giorno ci incontriamo di nuovo, e ti compro di nuovo il gelato. E ti tengo per mano, se vuoi.