Il quadratino del cubo di Rubik

Succede sempre così: ci sono le elezioni amministrative, e cambiano gli assessori. Quelli poi cambiano anche se c’è una cooptazione post dimissioni, un rimpasto, un mini-rimpasto, un CognomePresidente Due (o Tre, o Quattro, vabbè). Il sistema con il quale insieme agli assessori cambiano i suoi più diretti collaboratori è per un terzo puro spoil system, per un terzo puro salagadulamagicabula, per un terzo pura casualità. Il cubo di Rubik delle nuove collocazioni politiche e dirigenziali gira, in mano a mani invisibili e imponderabili, che cercano di risolverlo, ovvero di trovare la formula magica per la quale tutte le righe e le colonne (dello stesso colore, ma anche no, anzi soprattutto no, in questo la metafora è alquanto imperfetta) si trovino al posto giusto, tutte nella stessa faccia.

Ora, non dico niente di straordinariamente eversivo se affermo che ci sono persone con le quali (A)  mi piace lavorare, altre con le quali (B) mi posso adattare a lavorare, altre con le quali (C) non vorrei mai (più) lavorare. A volerla dire tutta, ci sarebbe anche una categoria (A++), ovvero persone con le quali mi piace MOLTO lavorare, ma non vorrei sembrare petulante. Purtroppo la mia mobilità all’interno degli uffici è pari a zero, nel senso che una volta che mi hanno inchiodato in un posto o in un ruolo diventa un’impresa titanica schiodarsene, ed in genere non ne vale la pena, perchè nel tempo che ci metto io a schiodarmi nel frattempo la giostra ha ripreso a girare.  Nessuno guarda mai il problema dal punto di vista mio, dell’ultima ruota del carro, del quadratino del cubo di Rubik che sta al centro, fermo, mentre tutto il resto intorno ruota, sperando che quando la mano invisibile avrà trovato la soluzione e poserà il cubo, i quadratini che mi troverò vicino siano quadratini almeno appartenenti alla categoria (B), se non addirittura – ehh ma quante ne vuoi – alla categoria (A) o – esagero – alla categoria (A++).

E così io, quadratino, aspetto.

Ispettoromachia – la saga / 3

E dopo le dichiarazioni di guerra venne il giorno della battaglia finale: l’ispezione ministeriale di secondo livello.

Un battaglia cruenta, giocata dai due lati di una scrivania, a colpi di “celo, celo, mi manca”, con richieste di rinforzi da casa via mail, telefonate, sms, files pdf volati nell’etere in tempo per planare sul campo di battaglia e mitragliare certezze.

Ma alfine, come scrive il nostro comandante, possiamo telegrafare il

BOLLETTINO  DELLA  VITTORIA

Pescara, 15 Aprile 2010

Controdedotti: euro 91.916,55
Riconosciuti: euro 81.628,19 (88,8%)
Da discutere: euro 2.847,06

I resti di quello che fu uno dei più scassaminchia ISPESL d’Italia risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza…

Numeri

38 – i giorni che sono occorsi perchè l’economato passasse l’ordine all’ufficio acquisti e poi a quello “contratti e gare” e poi a quello “manovalanza spicciola ” e ancora a quello “mastri geppetti” ed alfine un falegname venisse a mettere una fetente di maniglia alla mia porta. Corrono voci di telefonate fatte da pezzi grossi per ungere la pratica, ma c’è forte il sospetto di millanterie.

2 – le copie che bisogna compilare a mano, ben in colonna, e rispettando gli spazi, per poter avere della cancelleria (al massimo entro 48 ore, se non si chiedono cose troppo difficili). Fra una copia e la successiva del modulo è possibile apporre della carta copiativa, un bene di consumo che credevo sparito dal mercato e avevo visto l’ultima volta nel 1972 nell’ufficio di mio nonno al Pio Monte della Misericordia. Le due copie devono poi essere datate e controfirmate dal dirigente dell’ufficio. In fondo, un rigo misteriosissimo in corpo 9 chiede l’apposizione di un secondo visto, quella del “politico responsabile”. Per fortuna, lo ignorano tutti.

39 – i giorni passati dalla richiesta di una linea e di un apparecchio telefonico. Senza esito alcuno, al momento. Evidentemente l’iter è diverso da quello del falegname. Un analogo numero di giorni sono passati senza che nessuno sia venuto a togliermi dalla stanza una vecchia scrivania smontata ed accatastata al muro. Se sapessi dove metterla, avrei fatto da sola. Altrimenti posso aspettare la primavera, fare finta di essere a Valle Giulia nel 1968 e buttarla giù dalla finestra.
Un collega tuttofare del Dipartimento ogni tanto entra nella mia stanza, guarda la scrivania e parla per alcuni minuti, facendo riferimento a lei, a me, e alla possibilità di spostarla. Putroppo il collega in questione parla solo un antico dialetto africano, per cui non comprendo cosa cerchi di dirmi. Quello che capisco bene però è che delle soluzione che lui mi prospetta nessuna prende in considerazione l’ipotesi che sia lui, a caricarsi la scrivania e portarsela. Per carità.

Copacabana Day

Da:            CRAL Uffico Pubblico
A:              Tutto il mondo
Oggetto:   Promozione caffè

Cari Soci,
il bar dell’Ufficio Pubblico ha cambiato somministrazione di caffè.
Per l’occasione il Cral propone una giornata di degustazione (completamente gratuita) del nuovo aroma il giorno 13 aprile p.v.
L’invito è esteso anche ai non Soci.
Cordialmente

Qua non stiamo mica a pettinare le bambole, ragazzi.
Qua si LA-VO-RA.

 

Tema: la mia nuova vicina di stanza

Svolgimento.

La mia nuova vicina di stanza in ufficio è un incrocio fra Maga Magò e Gegia. La sua caratteristica più rilevante è la sua incapacità di passare inosservata, quando c’è (e

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devo dire che non c’è tanto spesso). Ella, infatti, ha la curiosa abitudine di chiudere la porta della MIA stanza se, passando, la trova aperta. Le prime volte ho creduto ad un gesto involontario, ma con il passare dei giorni mi sono dovuta ricredere e alla fine ho anche compreso il senso, di questo suo gesto gentile: ridurre al minimo il fastidio causatomi dalle emissioni acustiche, di molteplice natura, che la mia gentile vicina di stanza è incapace di trattenere.

Ella, per esempio, non parla al telefono: ella sbraita, sfancula, ordina e impreca. E sempre con un tono di qualche decibel superiore al passaggio dei MIG libici sopra Lampedusa, come se l’interlocutore fosse sperduto nel deserto invece che due stanze dopo la sua. Ma anche se l’interlocutore è presente live nella stanza il tono non diminuisce. Non di rado ciò urta le persone con le quali parla (si fa per dire), che rispondono a tono, con un effetto suk di Smirne che costituisce quasi una attrazione turistica. Questo anche perchè il forbito linguaggio della mia vicina trae ispirazione da quello delle gentili signore che abitano nelle vie cosiddette “dei Quartieri Spagnoli” a Napoli, con aggiunta di interiezioni tutte lucane ed un uso generoso del pesante dialetto locale e di scelto e folkloristico turpiloquio e discesa dei santi del paradiso.

La mia vicina di stanza, poverina, deve soffrire di un serio disturbo alle articolazioni degli arti superiori, o forse di una qualche grave malattia delle mani, perchè le sfugge di mano qualunque cosa: la porta (che dunque SEMPRE si chiude con un fragoroso tonfo), gli sportelli dei mobili di ufficio e i cassetti (idem), la finestra (idem), la spillatrice e qualunque più o meno pesante attrezzo da ufficio. Questi ultimi vengono purtroppo lasciati cadere sul piano della scrivania, con rumori secchi e improvvisi per i quali prima o poi mi verrà un infarto.

La mia nuova vicina di stanza è tanto gentile e simpatica.

Ma prima o poi la strangolo.

La realtà aumentata (in tutti i sensi)

Roma, Piazza S. Giovanni – oggi, 20 Marzo 2010 (per il TG1 c’è un milione di persone)

Roma, Piazza S. Giovanni – 1° Maggio 2009 (per la

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Questura ci sono 200.000 persone)

Uno dei due, come si suol dire, mente.

Credits: sig. Edoardo, Roma

E’ ancora inverno

Hanno trovato Elisa.

In un sottotetto della stessa Chiesa dove era stata vista l’ultima volta da viva, il 12 settembre del 1993. Un secolo fa.

L’hanno trovata lì dove tutti hanno pensato prima o poi che potesse essere, lì dove nessuno però l’ha cercata, o dove  l’hanno cercata, ma evidentemente molto male. Nessuno riesce capacitarsi di quanto ci siamo passati vicino tutti, a quel sottotetto, di quante volte siamo entrati in quella chiesa, di quante volte amici e parenti, proprio lì, in quella chiesa, hanno pregato per lei.

Alla scomparsa di Elisa, per una serie di  giri impietosi che fa il caso, devo un pezzettino di un altro incubo, che mi ha riguardato molto da vicino, un incubo al quale ho rischiato di soccombere. Come se una volontà che non voglio pensare divina avesse deciso che la sofferenza di una sola famiglia non era abbastanza, era necessario attaccarci un’appendice di dolore.

E adesso che l’hanno trovata, non riesco a non provare un sottile disagio, che si materializza in un indefinito senso di colpa.  Colpa, sì.  Come se non avessi fatto abbastanza per cercarla, per trovarla, per partecipare, per spingere, per sostenere. Mi sento colpevole di aver vissuto la mia vita dal 1993 ad oggi, mentre lei ammuffiva in un sottottetto umido e sporco, proprio sopra le nostre teste.

Dedico questo post a Elisa, morta lottando – credo, spero che sia così – a soli 16 anni, ai suoi fratelli, con i quali ho condiviso un pezzo di sofferenza, alla mamma, che non ha mai smesso di lottare e adesso può piangere in pace, o arrendersi, lasciarsi andare e provare a morire anche lei, di fuori, visto che di dentro è già morta da tanto. Dal 12 settembre del 1993.

Ho freddo, è ancora inverno.

La colonna sonora di stasera è offerta da Franco Battiato e Fabrizio De Andrè

Ma poi alla fine

E così con grande spreco di carta inchiostro e parole abbiamo firmato un nuovo contratto, il 1° Marzo, in modo da far sembrare il mio post precedente l’inutile lamento della piccola fiammiferaia.

Ho cambiato piano, stanza, colleghi, visuale dalla finestra, mansioni, stipendio. Sono rimasti uguali il palazzo, il pc, la stampante. Dopo 5 anni e 8 mesi non sono più in stanza con Stelvio, interrotto il sodalizio fraterno,

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lui ha preso casa due stanze più in là. Io sono – al momento – in splendida solitudine, lui ha un silenzioso torreggiante compagno che non mi somiglia per niente. Come amanti separati dagli eventi, continuiamo a vederci di nascosto per prendere il caffè e scambiarci informazioni ed impressioni, ci parliamo via Skype e manca solo che comunichiamo via bigliettini lasciati nel bagno, come facevamo da ragazzini.

Nuovi personaggi ed interpreti si affacceranno su queste pagine. Adesso lasciatemi lavorare.

Di quello che dovrei aver imparato in questi mesi (ma invece non imparerò mai)

Ho imparato che perdere il lavoro non è un raro evento cosmico, come la quadratura di Saturno: può succedere, e da un momento all’altro, ed è possibile non sapere con precisione quando ricomincerai a lavorare. 

Io non ero preparata. E’ dal 1999 che lavoro con la certezza di uno stipendio a fine mese: prima quasi simbolico, poi via via sempre più alto. Trovarmi di colpo privata di questa certezza, privata di un accredito a fine mese, di una scrivania, di un pc, di un posto dove andare la mattina è stato durissimo, una durezza tanto più dolorosa quanto più sorprendente, come un cazzotto a freddo dato da uno sconosciuto che ti passa vicino in strada.

Non me ne sono accorta subito; per un pò sono andata in ufficio lo stesso, con la scusa di sistemare cose rimaste appese: ma la la consapevolezza che lo stavo facendo gratis, e che comunque non avrei dovuto stare lì, e lo sguardo fra il compassionevole e lo stupito che mi rivolgevano (alcuni) colleghi piano piano hanno rosicchiato le residue sicurezze. E’ arrivato il giorno che non ce l’ho fatta più, e in ufficio non ci sono andata.

Improvvisamente ho avuto un sacco di tempo libero, nessuna idea su come utilizzarlo, e pochi soldi.
Un sacco di tempo libero per uscire di casa e spostare la macchina per evitare che qualcuno passando la vedesse lì e capisse che non ero andata a lavorare, in effetti; un sacco di tempo libero per andare a fare la spesa in orari in cui non l’avevo fatta mai, prima ero sempre di corsa, adesso ho potuto scegliere con calma i prezzi, le qualità, confrontarle, soppesare. Ma è una cosa che mi ha messo addosso una tristezza senza precedenti.

Piano piano la vita ha rallentato.

E’ venuto il giorno che non sono voluta più nemmeno uscire di casa, e dopo poco quello in cui non volevo più alzarmi dal letto.
Una debàcle molto stupida, certo.
Ma anche del tutto imprevista e spiazzante, come reazione, perfino per me stessa.

Mi sono sentita inverosimilmente idiota, isolata, spazzata via in un angolino come la polvere sul parquet. Mi tenevo – con grande fatica –  in contatto con persone che avrebbero dovuto essere nella mia stessa situazione, ma mi pareva che nessuno fosse veramente tagliato fuori come me: mi è parso che tutti ci avessero pensato per tempo, tutti avessero altro da fare, nell’attesa di, e tutti riuscissero benissimo a resistere. Tutti, tranne me. Un senso di esclusione paralizzante.

Per fortuna mi sono piovute addosso due o tre cose da fare, tutte più o meno futili e inutili, ma che mi hanno consentito di non perdere completamente il contatto con la realtà. E anche tirarmi fuori dal letto a forza di litigate con me stessa per andare a mettere la testa sotto l’acqua fredda, poi mettermi al pc obbligata a scrivere una sola stupida mail, era meglio che niente.

Ci sono delle persone che vorrei ringraziare, a questo proposito. Alcune più o meno consapevolmente, altre molto molto meno, mi hanno costretto a rimettermi in piedi, o meglio a non stendermi del tutto. Ma sono timida. Un giorno, forse, glielo dirò di persona.

E a proposito: dovrei, anzi vorrei veramente aver imparato che darsi con signorile splendida generosità alle persone lavorando gratis fa sentire padreterni però non paga, MAI. Non solo non paga in moneta sonante, che fin qua ci potrebbe anche stare: non paga nemmeno in rispetto e attenzione. E questo è un fatto ben più doloroso, molto noto all’universo mondo, ma per me sempre nuovo e urticante, perchè, appunto, non imparo mai.

Ma stavolta, forse, chissà.